Da un quarto di secolo convivo con un uomo che ho tradito più volte ma da cui sono sempre tornata.
Lui fa parte di me.
Le storie di Antonio Mariani si intrecciano con la mia vita: ci sono i primi romanzi scritti di notte perché al mattino insegnavo, al pomeriggio preparavo o correggevo compiti in classe o c’erano riunioni. Avevo anche impegni famigliari. C’è “Il cartomante…” iniziato mentre mia madre era alla fine, “Le mezze verità” perché ero andata a Lecco per un premio, “La cagna” ambientato dove mio padre aveva seguito la riabilitazione. “Primo”, “Celtique” e “Il secondo colpo” mi ricordano le tante salite al cimitero della Castagna. Ogni luogo dei romanzi di Antonio è una tappa nella mia vita.
Come se lui se ne prendesse un frammento.
È per questo motivo che ho cercato spesso di ucciderlo. Vorrei riprendermi la mia vita. Appena finisco il secondo (a volte il terzo) giro di bozze, mi dico che è l’ultimo e… ci ricasco.
È successo anche con il Mariani 2023, “Un caso freddo”. E poi… Un personaggio secondario, una donna che Antonio aveva incontrato durante le indagini, aveva voglia di raccontarsi ancora. La commissaria Nicoli, quella di Savona.
Ho provato a ignorare il suo richiamo, ma un mio cugino abita in una traversa dei Corsi, poco lontano da Spianata Castelletto. Mi invita a pranzo abbastanza spesso e percorro via Acquarone. Un giorno leggo che c’è stato uno smottamento.
La storia ha cominciato a prendere forma.
Mi invitano a una rassegna letteraria sul noir a Campomorone. E trovo una location.
Non aspettatevi una storia diversa dalle solite: vite che si intrecciano, persone comuni, errori che pesano. “Gli errori non hanno scadenza”, così dice Antonio. Chiunque abbia la mia età sa che è vero.

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