La dicotomia tra letteratura e racconto popolare, a guardar bene, non ha ragione di essere. Lo si è detto sin troppe volte: non esiste una narrativa “alta”. Ci sono solo scrittori impacciati e storie mal raccontate.

Certo è che il racconto popolare nasce principalmente per soddisfare un bisogno psicologico, quello di sognare. Ciò non esclude che attraverso questo tipo di narrazioni non possano emergere immagini del tempo di chi scrive (si veda il noir) e che il pensiero dell’autore resti soffocato dal ritmo dell’azione. Una storia avvincente parlerà sempre di chi la scrive e del mondo in cui vive, ma lo farà naturalmente, non come una studiata strategia per istruire le masse. In tal senso la narrativa popolare è anarchica e ribelle e disprezza maestri e messaggi. Piuttosto ricerca una dimensione che è sempre quella del sogno. La realtà appare più vivida, i colori più forti, come le emozioni. E i fatti si inanellano uno con l’altro, loro sì disposti ad arte, a volte con qualche forzatura della verosimiglianza, ma decisi a tener desta l’emozione. E per farlo il racconto si serve di figure archetipe, di situazioni che già abbiamo visto e vogliamo ritrovare, di stupefacenti fuochi artificiali. Insomma di tutto quell’insieme di strumenti di lavoro del narratore popolare che attingo da un repertorio vastissimo, il cui esame porta inevitabilmente alla conclusione che non solo tutte le storie sono già state raccontate ma che amiamo ritrovare vecchi compagni di viaggio.

L’arte (sic!) del cantastorie sta nel mescolare, rivestire, elaborare elementi già noti in modo che paiano ogni volta originali. Va da sé che questi elementi (personaggi, situazioni e ambienti) è necessario conoscerli nella loro natura intrinseca, capire al di là della forma quale sia il contenuto per saperlo manipolare e adattare volta per volta. Il pericolo per chi scrive, allora, non è l’archetipo, ma la superficialità con cui lo si affronta riducendolo a sterile cliché. La ricerca dell’originalità a ogni costo è un’illusione. Meglio impiegare energie per capire quale davvero sia il senso di “era una notte buia e tempestosa” per saperne ricavare un’emozione da impiegare come incipit e stregare il lettore. Cosa che, permettete, non è da tutti.

(Immagine trovata nel profilo Facebook di Stefano Di Marino)

Esiste un mondo oscuro, dominato da un’organizzazione criminale segreta denominata l’Aquila che agisce come una multinazionale dell’intelligence. Un universo feroce di intrighi, di vendette e omicidi. Qualcuno ha tradito sottraendo un preziosissimo documento che potrebbe cambiare gli equilibri della malavita internazionale. Da Goa a Malindi, da Sorrento ad Atene fino a San Pietroburgo, dove la Piccola Madre sfida l’organizzazione, si scatena un conflitto in cui tutto è permesso. Per risolvere il problema entra in scena il principale eliminatore dell’Aquila. Lo chiamano Mezzanotte. È abile, spietato, infallibile. Nessuno conosce la sua identità. Solo una donna lo può fermare: la poliziotta che gli dà la caccia.

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