Mariangela Camocardi, The Queen, ci racconta la storia di una donna tanto affascinante quanto sfortunata: Mata Hari. Il periodo storico è quello della Belle Époque, di cui la scrittrice è un’esperta.

La Belle Epoque incornicia un periodo storico indimenticabile quanto breve, che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Di quegli anni, tra nuove correnti artistiche, le invenzioni tecnologiche che danno impulso al progresso e la ventata di modernità che cambia radicalmente i costumi, apportando svolte rivoluzionarie in ogni ambito della società, per chi vuole scriverne c’è solo l’imbarazzo della scelta. In primo piano metto però le protagoniste femminili di tale epoca, ovvero le donne bellissime e non sempre fortunate la cui fama, nel bene o nel male,  ebbe risonanza mondiale.
Prima tra tutte Mata Hari.

Ho spesso pensato che Margaretha Gertruida Zelle, conosciuta come Mata Hari, fu anzitutto vittima di se stessa e delle sue fatali illusioni. Probabilmente si sopravvalutò, forte dell’ascendente che esercitava sui nugoli di adoratori che per lei avrebbero fatto tutto, pur di attirare la sua attenzione. L’interrogativo che riguarda la triste sorte di Mata Hari, tuttora senza risposta, è inquietante: fu realmente una spia o fu trascinata davanti al plotone di esecuzione dall’errata convinzione di essere in grado di condizionare anche il destino, così come aveva reso succubi della propria bellezza gli uomini che cadevano ai suoi piedi?

Dotata di un fascino leggendario, si racconta che nessun uomo riuscisse a resisterle, in particolare gli ufficiali dell’esercito che ebbe modo di frequentare. Gli inizi come danzatrice non furono eclatanti. Margaretha nacque il 7 agosto 1876 a Leeuwarden, nella Frisia olandese. Dal 1895 al 1900 fu l’infelice moglie di un ufficiale con vent’anni più di lei. Il divorzio fu inevitabile. Dopo aver lasciato il marito, si trasferì a Parigi, cercando di mantenersi posando come modella per i pittori, mentre cercava scritture nei teatri, con risultati  deludenti. Forse giunse anche a prostituirsi per sopravvivere. Soltanto quando divenne l’amante del barone Henri de Marguérie le cose volsero finalmente al meglio, consentendole di trasferirsi al Grand Hotel. Una sera, durante una festa in casa dell’impresario Molier, eseguì un balletto giavanese, o qualcosa di simile. La danza era, a suo dire, quella delle sacerdotesse del dio orientale Shiva, che mimavano un approccio amoroso verso la divinità, fino spogliarsi, un velo dopo l’altro, del tutto o quasi. È superfluo sottolineare che ammaliò gli uomini presenti.

Il vero debutto avvenne nel febbraio 1905, in casa della cantante Kiréevsky, che per abitudine invitava i ricchi amici e conoscenti a spettacoli di beneficenza. Il successo di Margaretha fu tale che i giornali arrivano a parlarne. Lady Mac Leod, come ora si faceva chiamare, si concesse per altre esibizioni, sempre tenute in dimore private: in un locale pubblico non avrebbe potuto  togliersi i veli dell’esiguo costume che indossava altrettanto facilmente. La fama di «danzatrice venuta dall’Oriente» incominciò a espandersi per tutta Parigi. Lei alternò le esibizioni negli esclusivi palazzi di nobili e finanzieri, a spettacoli tenuti nei locali più prestigiosi di Parigi: il Moulin Rouge, il Trocadéro, il Café des Nations. Fu un’ascesa inarrestabile e trionfale che provocò una grande curiosità nei suoi confronti, tanto che fu costretta a far combaciare la Margaretha privata con quella pubblica.

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«Sono nata a Giava e vi ho vissuto per anni» confidò ai giornali, mescolando verità e menzogne. «Sono entrata, a rischio della vita, nei templi segreti dell’India, assistendo alle esibizioni delle danzatrici sacre davanti ai simulacri più esclusivi di Shiva e Visnù e della dea Kalì. Persino i sacerdoti che sorvegliano l’ara d’oro, sacra al più terribile degli dei, mi hanno creduto una bajadera del tempio. Ho sfidato il pericolo di venire scoperta: la vendetta per chi profana i riti è terribile, ma io ho sangue indù nelle vene.»

Per rendere più esotico e misterioso il suo personaggio sceglie di chiamarsi Mata Hari, che in lingua malese significa “occhio del giorno”. Ormai è diventata un personaggio ricercato e la invitano  nei più aristocratici salotti de la Ville Lumiere. Ovviamente è una presenza assidua anche nelle camere da letto di tutte le principali metropoli europee. Il mondo dell’epoca si accorge di lei e, in poco tempo, Mata si trasforma in un’icona che seduce e incanta, e che tutti vogliono. Per saggiare il livello di popolarità lei intraprende  tournée che le permettono di avere la tangibile conferma di essere una star osannata. I riscontri sono esaltanti: viene trionfalmente accolta ovunque si esibisca. Ma la sua intensa vita di  primadonna subisce una brusca inversione di rotta quando la guerra irrompe nella magica spirale di un successo che sembra immune da ogni ingerenza esterna. Purtroppo i conflitti sono contraddistinti da molteplici interessi: con i soldati e le armi, entrano in gioco anche   strumenti più subdoli come lo spionaggio. Mata Hari, forse per ingenuità, forse per semplice superficialità, si fa coinvolgere in meccanismi complessi e capaci di stritolare delatori decisamente più smaliziati di lei. Non si rende conto di essere solo una pedina manovrata con scaltra abilità da chi vuole carpire informazioni riservatissime al nemico. Le reti spionistiche sono estremamente più efficaci se possono disporre di un’arma insospettabile e molto seduttiva quale può essere una diva acclamata che estorce, senza sforzo alcuno, i segreti più riposti, operando sui sentimenti di chi nutre un debole per lei. Chi meglio di Mata Hari, dunque? La donna per eccellenza, colei cui gli uomini consegnano il cuore  spontaneamente. Fragile, incantevole, confidente di molti ufficiali poco inclini alla vita di caserma, è la persona ideale per portare avanti un doppiogioco tra Francia e Germania. Il colmo consiste nel fatto di venire assoldata contemporaneamente dai due servizi segreti. Com’era prevedibile, fu scoperta e arrestata.

Durante le fasi del processo si proclamò sempre innocente, pur ammettendo in tribunale di aver frequentato le alcove di ufficiali di altri paesi stranieri. Non le credettero. All’alba del 15 ottobre 1917 affrontò la morte con molta dignità e coraggio. Le cronache riportano come lei, poco prima dell’esecuzione, rivolgesse baci ai soldati incaricati di spararle. Degli undici colpi, otto andarono a vuoto – ultima galanteria dei militari – uno la colpì al ginocchio, uno al fianco e il terzo la fulminò al cuore. Il maresciallo Pétey diede alla nuca un inutile colpo di grazia. Nessuno reclamò il corpo: consegnato all’Istituto di medicina legale di Parigi e presto sepolto in una fossa comune. Fu conservata la testa, trafugata negli anni cinquanta in circostanze mai chiarite, rubata forse come  macabra reliquia.

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Nel 2001 il paese natale di Mata Hari ha chiesto ufficialmente alla Francia la riabilitazione di lei: che fosse una spia o meno, venne condannata senza prove inconfutabili della sua colpevolezza.