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Zucchero, Cannella e Cioccolato, Maddalena Cafaro

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Alla fine del racconto, decidi, ma che ti sia piaciuto oppure no, rifletti.

Sophie pensa solo al lavoro e alla sua pasticceria “Peccati di gola”. Strani sogni le faranno capire che per l’amore c’è sempre un posto nella vita di ciascuno. Prima che sia troppo tardi…

Capitolo 1

«Sophie, sono pronti i cupcake al triplo cioccolato per la signora Morini?»
«Dimmi che non è già arrivata» chiese, volteggiando tra la griglia e la vasca contenente la crema al burro.
«Io non te lo dico, ma sta parcheggiando» le rispose Sonia, la sua assistente, che nel frattempo si era affacciata nel laboratorio per controllare la situazione. «Tranquilla, le offro un caffè e una fetta di torta, così avrai una decina di minuti.»
«Perfetto, il tempo che mi serve per confezionarli…»
Il suono delle campanelle riportò Sonia al bancone giusto in tempo per accogliere la cliente; Sophie la sentì salutarla con la consueta allegria. Duecento cupcake al triplo cioccolato ordinati solo il giorno prima, glassati per metà con crema al burro variegata all’arancia e per metà con una crema ganache al cioccolato fondente… chiunque altro avrebbe ricevuto un deciso no, ma la signora Morini era l’assistente personale del direttore della Lilario, un’azienda che nell’ultimo anno aveva ottenuto un enorme successo, sia in Italia che all’estero. Certi clienti era meglio accontentarli.
Il Natale era il periodo dell’anno di maggior lavoro; tra le festività in famiglia e quelle aziendali, tutti erano in cerca del dolce perfetto per fare colpo sui propri ospiti; e lei, Sophie, e la pasticceria “Peccati di gola” erano la risposta ai loro problemi.
Iniziava a preparare la vetrina ben due mesi prima e le sue specialità erano le lavorazioni in cioccolato: dolci, statue, decorazioni… tutte in finissimo cioccolato fondente, al latte o bianco. Per l’anno in corso aveva riprodotto la slitta di Babbo Natale, con tanto di renne e sacco dei regali. Il giorno in cui aveva svelato la vetrina, avevano fatto il tutto esaurito e avevano ricevuto talmente tanti ordini da tenere occupati due laboratori.

Alla vigilia dell’Immacolata stava studiando il progetto per una decorazione piuttosto imponente. Le avevano commissionato il buffet di dolci per la cena di Natale di un’emittente televisiva con sede in zona Rogoredo, promettendole un servizio televisivo, che tradotto voleva dire pubblicità gratis: l’occasione che le serviva. Il tema della festa era “Alice nel Paese delle Meraviglie” e, da circa un’ora, stava fissando il disegno di uno Stregatto sdraiato su un albero spoglio, alla cui base c’era il Bianconiglio fermo accanto a un orologio a pendolo. L’unico problema del progetto era il must che le avevano imposto: nei dolci doveva esserci la cannella.
«Sonia, quanta cannella è rimasta in dispensa?» chiese, alzando gli occhi dal blocco da disegno; nell’attesa fece ruotare il collo nella speranza che l’esercizio le rilassasse i muscoli delle spalle.
«Il contenitore della cannella è vuoto» rispose l’assistente, mostrando la scatola.
«Com’è possibile? L’avevo ordinata insieme alle scorzette d’arancia, i pinoli e l’uva passa. Ma Roberto non l’ha consegnata?»
«Controllo la bolla di ieri.» Sonia aprì il cassetto dove raccoglievano i documenti fiscali, prese la fattura ed esaminò l’elenco. «No, qui di cannella non ce n’è nemmeno l’ombra.»
«Ora mi sente, non è la prima volta che lo fa… ma stavolta l’ha combinata grossa!» esclamò con un diavolo per capello. Si tolse il grembiule di dosso, gettandolo sul tavolo da lavoro, poi prese la giacca e la borsa, pronta a dar battaglia.
«Magari è soltanto una scusa» buttò lì Sonia, cercando di farla calmare.
«Una scusa? Una scusa per cosa?»
«Per vederti. In fondo non sarebbe la prima volta…» La guardò negli occhi, sorridendo, e quando la vide arrossire fin sulla cima dei capelli ricominciò a stemperare il cioccolato.
«Perché non pensi a fare i ventagli? Vedermi… Le persone normali, se vogliono vedere qualcuno, alzano il telefono e lo invitano a prendere un caffè» inveì agitando in aria le chiavi della macchina, «non boicottano il lavoro altrui!»
«Che parolone: boicottare. Se tu rispondessi alle sue telefonate, magari, non dovrebbe ricorrere a certi trucchetti. Prendila in modo diverso.»
«In che modo dovrei prenderla? Sentiamo…»
«Considerala una pausa rigenerativa.»
Sophie rimase a guardare la sua assistente sistemare alcuni ventagli di cioccolato su un vassoio e riporlo in frigorifero; era indecisa se licenziarla o lanciarle dietro qualcosa, ma considerando tutto il lavoro che avevano da fare preferì imbarcarsi nella sua crociata personale.

Milano, nel periodo natalizio, era ancora più trafficata del normale e trovare parcheggio, poi, era impensabile. Per fortuna di domenica molte aziende erano chiuse. Arrivò in zona Lambrate ed evitò di lasciare la macchina vicino alla stazione, preferendo parcheggiare in una via laterale. Il magazzino di Roberto era proprio sotto casa sua e la saracinesca era aperta. Sophie fece un profondo respiro cercando di calmarsi, le parole della sua assistenza avevano gettato una nuova luce su tutta la situazione e l’aver trovato la saracinesca del magazzino aperta, poi, confermava che c’era sotto qualcosa. Bussò, guardandosi intorno, ma non dovette aspettare molto perché Roberto le aprisse; quando la vide, l’uomo fece un gesto teatrale invitandola a entrare.
«Ciao, Sophie, ti stavo aspettando» la accolse guardandola dritto negli occhi e con un sorriso.
«Allora è vero: lo hai fatto apposta!»
«Non so di cosa tu stia parlando» si difese l’altro, alzando le mani e cercando di adottare la sua espressione più angelica.
«Stai mentendo, e anche male. Sai bene perché sono qui. Ma come ti salta in mente di farmi questi scherzetti proprio a ridosso di una consegna importantissima?» Sophie gli si piazzò davanti additandolo con rabbia mal celata.
«Io non ti farei nessuno scherzetto, se tu rispondessi al telefono. E guarda che so benissimo che ti fai negare…»
«Quindi sarebbe colpa mia?»
«In poche parole, sì. Un caffè ogni tanto mi dispenserebbe da questi sotterfugi.»
Sophie scosse la testa, sospirando, poi entrò a passo di marcia. «Certo che hai una faccia di bronzo!» lo apostrofò arrivando al bancone e posò la borsa picchiettando con le unghie cortissime sul vetro di rivestimento. «Ho bisogno della cannella» lo incalzò.
«Polvere o stecca?»
«Entrambe.»
«Ceylon, Madagascar, Vietnam?» Roberto prese una scatola di alluminio e attese la risposta.
«Ceylon per entrambe» rispose esasperata, controllando l’ora: era in ritardo sulla tabella di marcia.
«Prima che ti dia la tua cannella, voglio che tu mi dica sì per lunedì sera: cena e cinema. O se preferisci cena a casa mia…»
«Roberto, in questo periodo ho tantissimo lavoro e lo sai» rispose mordendosi un labbro. Aveva voglia di vederlo, si divertiva sempre in sua compagnia, e anche sul piano fisico le scintille non mancavano… ma il suo senso del dovere non le avrebbe dato pace se non avesse terminato gli ordini previsti per quella settimana. “Prima il dovere e poi il piacere”, era quello che suo padre le ripeteva in continuazione da quando era bambina almeno fintanto che era restato con loro.
«Cosa devo fare per passare del tempo con te?» chiese l’uomo alzando le braccia, sfinito.
«Vuoi passare del tempo con me?» ripeté, mentre un’idea le si formava nella mente. «Uhm… hai impegni per oggi?»
«No, sono libero» rispose lui con prontezza, non riuscendo evidentemente a capire dove l’altra volesse andare a parare.
«Allora vieni in laboratorio con me. Mi aiuterai con gli ordini del giorno e, quando avremo finito, cena al giapponese lì vicino.»
«Il dessert è compreso?» chiese malizioso, già pronto a seguirla in pasticceria.
«Dopo un giorno passato in mezzo allo zucchero e al cioccolato, l’ultima cosa che vorrai sarà un dolce» replicò passandogli davanti e, uscendo dal magazzino, quasi non sentì la sua risposta.
«A volte sei di un’ingenuità» borbottò Roberto, chiudendo la saracinesca e seguendola verso la macchina.

Una volta in laboratorio, trovarono Sonia intenta a preparare alcune decorazioni per l’ordine della torta Alice.
«Allora» esordì, vedendoli entrare, «i numeri dell’orologio sono pronti, anche le lancette e la ghiera. Ora sto finendo le foglie dell’albero… ho letto i tuoi appunti e li sto preparando di cioccolato bianco, al latte e fondente. Sarà davvero meraviglioso! Dal momento, però, che vuoi un effetto spoglio non ne farei molte. Cosa ne pensi?»
«Fanne una cinquantina: venti fondenti, venti al latte e le restanti bianche. Io, nel frattempo, ho reclutato Roberto, che per farsi perdonare ci aiuterà con le preparazioni lievitate.»
«Io avrei chiesto altro come risarcimento» commentò Sonia, che tornò alla propria postazione pronta a lavorare il cioccolato.
«Eh, anche io avrei voluto sdebitarmi in altro modo, ma lei è tutta lavoro. Sarà anche per questo che mi fa impazzire» rimbeccò Roberto, mentre si allacciava il grembiule e si avviava verso l’impastatrice.
«Prima finiamo, prima andiamo a casa» mormorò Sophie già catturata dal suo progetto. Succedeva sempre così, ogni volta che doveva creare una scultura di cioccolato. Iniziò a lavorare di buona lena, levigando e riducendo un blocco di cioccolato bianco; in molti avrebbero usato degli stampi e incollato tra loro i pezzi, ma lei preferiva creare statue da un blocco intero. Impiegava più tempo, ma l’effetto finale compensava il lavoro.

Roberto si concesse una pausa dopo aver sfornato la terza teglia di brownies al caramello salato. Certo, era stato facile grazie alla ricetta che gli aveva dato Sonia, poi con il suo occhio vigile pronto a correggere la minima imperfezione si era ritrovato in un botte di ferro. Provò a dare un’occhiata in giro e si accorse che l’opera di Sophie aveva preso forma: l’orologio ricordava il Big Ben, ma con linee meno pulite e un’aria decisamente più fiabesca. Sonia, da parte sua, aveva quasi terminato l’albero: modellato con pasta di cioccolato e cereali, i rami si allungavano verso l’orologio creando un arco che cadeva morbido verso il basso. Sorrise di se stesso, che di domenica sera era chiuso lì dentro a improvvisarsi pasticcere solo perché il suo cuore era stato catturato da quegli occhi da cerbiatta. Peccato che celassero una forza di carattere impressionante. Era come mangiare un cioccolatino pieno di Jack Daniel’s.
Prima di essere rimproverato, tornò ai suoi compiti. Mentre allineava gli ingredienti per una torta di carote con crema al formaggio, pensò alla prima volta che aveva assaggiato quel dolce. Era stata anche la prima volta che aveva visto Sophie, e il suo cuore aveva deposto le armi davanti a quella ragazzina dalla voce d’angelo. Gli aveva servito il dolce prendendosi la libertà di sostituire il suo caffè con una cioccolata calda, convinta che fosse l’abbinamento migliore. Non aveva avuto il cuore di dirle che a lui non piaceva il cioccolato. Era rimasta in attesa che finisse la sua ordinazione, poi si era seduta di fronte a lui e con un sorriso disarmante gli aveva chiesto cosa ne pensasse.
Ricordava ancora la trepidazione che lo aveva travolto quando, invece di risponderle, le aveva chiesto di parlarne insieme a cena. Lo stupore che le era apparso sul viso, il rossore sulle guance, nonché lo sguardo che si abbassava un attimo e poi il “sì” che aveva lasciato uscire dalle labbra gli avevano lasciato dentro una specie di trepidazione, attanagliandogli lo stomaco.

Alle dieci Sonia li salutò, ma Sophie non la sentì, mentre Roberto continuava a impastare la torta di carote, perso nei suoi pensieri. Andarono avanti così per molto  tempo, in silenzio, lavorando ognuno alla sua postazione.
Quando finalmente alzò lo sguardo dalla sua scultura, Sophie sentì i muscoli delle spalle urlare dal dolore, quindi stese le braccia sopra la testa, lasciando andare un sospiro di stanchezza. Udì le vertebre fare sinistri rumori di assestamento, ma non ebbe il tempo di preoccuparsene perché delle mani grandi e forti iniziarono a massaggiarla con dolcezza. In un primo momento sentì solo fitte di dolore, che la pungolavano maligne, ma ben presto si trovò a sospirare per il sollievo.
La voce calda e bassa di Roberto la riportò d’un tratto sul pianeta Terra: «Che ne dici di andare a casa?»
«Che ore sono?» Mosse la testa, cercando di sciogliere ancora un po’ i muscoli.
«Mancano dieci minuti a mezzanotte…» Roberto rimase a fissarla mentre quelle parole facevano presa nella sua mente.
«Mezzanotte?» si girò sconvolta alla ricerca di Sonia.
«Se cerchi Sonia, ci ha salutati verso le dieci» la canzonò Roberto, appoggiato al bancone, incurante dei trucioli di cioccolato e della glassa. Sophie lo guardò e iniziò a ridere, forse anche per la stanchezza. «Hai la faccia sporca di cioccolato e farina!»
«Credi di essere messa meglio?» le chiese malizioso, poi si avvicinò a lei e le passò un dito sulla guancia rimuovendo un baffo di cioccolato. «Fondente?» chiese prima di leccarsi il dito.
Sophie sentì un brivido scuoterla dentro e spazzare via ogni residuo di debolezza. Era sempre così, con lui: un gesto solo e in lei si scatenava l’inferno.
«Sei sleale…»
«Non è vero, ti ho detto che volevo il dolce.» Roberto le appoggiò le mani alla base del collo e iniziò a massaggiarlo risalendo verso l’alto e fermandosi sotto le orecchie. Sapeva bene che quei movimenti l’avrebbero eccitata, era sempre così.
«Non possiamo andare avanti in questo modo, non è giusto» gemette Sophie, cercando di aggrapparsi alla sua forza di volontà. «Andiamo a letto, ricominciamo a frequentarci e poi ci lasciamo.»
«Ma mai definitivamente» mormorò Roberto, strofinando il naso contro la sua guancia. «Non sono io quello che non vuole impegnarsi» continuò.
Furono quelle parole che ruppero l’incanto.
Sophie appoggiò le mani contro il suo torace e lo allontanò risoluta, lo sguardo affilato e gelido. «Non è colpa mia se tu non accetti che il mio lavoro è importante. Solo questo ha messo fine al nostro rapporto.»
Roberto fece un passo indietro e sospirò. «Non è vero, Sophie. Io capisco bene che il tuo lavoro è importante, anche il mio lo è. Ma non viene al primo posto. Quando sei qui dentro, ti dimentichi di tutto il resto… e non deleghi: potresti avere altri due aiutanti, invece di costringere te stessa e Sonia a un tour de force.»
«Capisco… è Sonia che te ne ha parlato?»
«Non mettere in mezzo lei, stiamo parlando di noi due.»
«Non capisco perché ti arrabbi» tagliò corto Sophie, girandosi a ripulire il bancone da lavoroe.
«Fai sempre così, quando non ti piace quello che dico. Invece di cercare un confronto tra adulti, volti le spalle e ti metti a fare altro» inveì lui. Lo vide togliersi  il grembiule di dosso e guardarla serrando le labbra come se si stesse trattenendo dall’aggiungere altro.
«Solo perché non voglio venire a letto con te, non vuol dire che sia incapace di avere una relazione sana con qualcuno» replicò lei offesa.
«Sai cosa? Hai vinto. Un giorno capirai cosa stai perdendo, comportandoti così, e ti ritroverai sola con il tuo laboratorio! Spero che possa riscaldarti, di notte» gridò Roberto, lanciando il grembiule sullo sgabello; poi prese la giacca e se ne andò.
Sophie sobbalzò quando sentì la porta sbattere con violenza, ma decise di ignorare quella situazione capace di ferirla più di quanto volesse, quindi spinse il carrello con le composizioni di cioccolato nella cella frigorifera, fece un giro del locale per assicurarsi che fosse tutto a posto e se ne andò a casa.

Capitolo 2

Durante il tragitto ripensò alle parole di Roberto; non era la prima volta che affrontavano l’argomento, ma era la prima volta che avveniva in modo così violento.
Due anni prima le aveva chiesto di sposarlo, ma lei aveva rifiutato. Aveva appena aperto la pasticceria e doveva concentrarsi sul lavoro, la famiglia proprio non era in programma. Lui era sembrato accondiscendente, all’inizio, ma in realtà un mese dopo aveva ammesso che il suo rifiuto l’aveva ferito, così era finita.
«Pezzo di idiota!» urlò, mentre una macchina la superava a tutta velocità, riportandola alla realtà in maniera fin troppo brusca. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Accese la radio, nella speranza che un po’ di musica l’aiutasse a restare sveglia, e abbassò il finestrino per ritemprarsi.
Alla radio, lo speaker iniziò la trasmissione notturna, con la sua voce bassa e suadente, intavolando l’argomento principe del suo programma. «Avete avuto dei rimpianti nella vostra vita?» chiese. «Di che genere? Lavorativo oppure romantico?»
«Ahhh, ma cos’è? Una congiura? No! Io non ho nessun rimpianto! Ho il lavoro dei miei sogni, di cosa dovrei lamentarmi?»
«Abbiamo al telefono Eleonora da Catania. Qual è il tuo rimpianto?»
«Ho perso il ragazzo che amo. Ero troppo concentrata sugli studi, poi sul lavoro, e lo trascuravo, così lui alla fine mi ha lasciata. Ora è felicemente sposato, mentre io sono ancora da sola…»
«Be’, ma che rimpianto sarebbe? Magari se stavate insieme a quest’ora eravate divorziati. Il lavoro è importante, se il tuo uomo non lo capisce non è un problema tuo» sbottò parlando nell’abitacolo vuoto.
Ferma a un semaforo, guardò fuori: le luci nei palazzi erano quasi tutte spente e i negozi avevano chiuso da tempo.
«Sono ridotta male» ammise sospirando. «Parlo con una radio e di argomenti stupidi… e solo perché ho discusso con Roberto. Ma, dico io, non potrebbe capire quanto ho investito nella pasticceria? Non mi sembra di chiedere molto» mormorò, ingranando la prima e rimettendosi in marcia.
Quando entrò in casa era così stanca da desiderare che il letto avesse le gambe per andarle incontro. Lasciò le chiavi inserite dietro la porta, si liberò delle scarpe trascinandosi pigramente nel corridoio e, una volta in camera da letto, si buttò a peso morto sul piumone. Venne avvolta all’istante dalla morbidezza delle piume e non trovò la forza di alzarsi per cambiarsi, così si addormentò con ancora indosso il cappotto.

Un leggero solletico la infastidì all’improvviso. Cercò di ignorarlo, girandosi dalla parte opposta, ma ottenne solo una breve pausa. La sensazione che una piuma le venisse passata sulla guancia la strappò a fatica dalle braccia di Morfeo, anche se lottò strenuamente per rimanervi ancorata, tenendo gli occhi chiusi in una sorta di combattimento all’ultimo sangue. Quando una sensazione di umido si fece largo nella sua coscienza, si svegliò di colpo.
Un gatto dal pelo rosso era seduto accanto a lei e i suoi occhi dorati la guardavano mentre riprendeva a leccarsi una zampa.
«E tu come sei entrato? Devi essere di qualche vicino. Mi hai fatto prendere uno spavento!» Ora che era sveglia, si mise a sedere, guardò la sveglia sul comodino e vide che erano le quattro del mattino. Aveva dormito solo tre ore.
Il gatto si avvicinò, quindi iniziò inaspettatamente a fare le fusa strusciandosi contro di lei.
«Vuoi le coccole alle quattro del mattino? Ma non esiste! Ora ti chiudo in bagno e domani chiedo al custode di chi sei.»
Lo prese in braccio, si alzò faticosamente dal suo comodo giaciglio e si diresse verso il bagno con un occhio aperto e l’altro chiuso.
«Non ho voglia di restare confinato in bagno, quando potremmo parlare di cose interessanti.»
La sorpresa fu talmente grande che Sophie lanciò in aria il gatto, gridando. Sentiva che il cuore le stava per balzare fuori dal petto e non osava tornare a guardare quel felino inquietante sbucato da chissà dove.
«Perché urli? Non hai mai visto un gatto che parla?»
Lui era seduto, la guardava con un’espressione divertita, o almeno lo sarebbe stata se i gatti avessero avuto espressioni facciali.
«Tutto questo non è vero. Sto sognando, oppure… è uno scherzo! Sì, uno scherzo!» esclamò e si mise a cercare in casa, negli armadi, dietro le tende, in bagno e in ogni luogo in cui pensava potesse nascondersi qualcuno o un registratore.
Il prolungato silenzio che seguì la sua ricerca la tranquillizzò, così prese a muoversi meno forsennatamente. «Devo essermelo sognato… i gatti non parlano» bofonchiò scuotendo la testa e fermandosi del tutto. Guardò il gatto che la fissava sdraiato sulla moquette della camera da letto ma, quando fece un passo verso di lui, quello si mise a sedere.
«Ora che ti sei calmata, possiamo parlare?» ricominciò calmo il felino, spazzolando il pavimento con la coda. «Mi chiamo Ares e sono uno spirito guardiano. Sono qui per ricordarti alcuni momenti speciali del tuo passato.»
«Cos’è, la versione felina del Canto di Natale? Ti ricordo che non è nemmeno la Vigilia.»
«Basta parlare, è ora di viaggiare.»
Ares le saltò addosso e Sophie, del tutto impreparata, aprì le braccia per afferrarlo al volo. L’impatto fu più forte del previsto e perse l’equilibrio, quindi cadde all’indietro… solo che non toccò mai il pavimento.
Precipitò per un tempo che le parve infinito e, quando si fermò, si ritrovò in piedi in un giardino che conosceva molto bene. Era il giardino della villetta a schiera dove viveva sua madre.

Capitolo 3

Le finestre erano illuminate. Sophie non riusciva a credere ai suoi occhi e si ritrovò a camminare verso la luce, attratta da quel calore.
Sua madre l’aveva cresciuta da sola; all’epoca vivevano in una casa popolare concessa loro dal Comune e avevano sempre poco da mangiare. Ricordava che da bambina il periodo delle feste era quello più triste. Sua madre arrivava a fare anche tre lavori, pur di poterle far trovare un regalo sotto l’albero, e non era mai nulla di lussuoso: un paio di scarpe nuove, un maglione, oppure un cappotto. Regali utili, insomma. Le decorazioni con cui addobbavano l’albero e la casa erano solite confezionarle da sole, con rimasugli di stoffe, oppure con ninnoli recuperati dalla discarica.
Lo sconforto che l’aveva accompagnata per tutta la sua infanzia si rifece vivo nel momento in cui la se stessa adulta e affermata, si trovò a guardare la bambina seduta al di là della finestra, che osservava sua madre rammendare dei pantaloni con l’unico desiderio di passare del tempo in più con lei.
«Perché siamo qui, Ares? Non serviva mostrarmi questa scena, non ho dimenticato un solo istante della mia infanzia.»
«Tu ricordi la povertà, i sacrifici che ha fatto tua madre, ma hai cancellato la gioia del ritrovarsi, di quando ti bastava sederti accanto a lei per essere felice, di come una semplice decorazione in cartapesta fatta con lei fosse il tuo tesoro più grande.»
Sua madre era sempre stata una donna bellissima, ma a causa del troppo lavoro e del suo trascurarsi era invecchiata precocemente. Aveva sacrificato tanto, soprattutto la salute.
«Ti prego, andiamo via…» mormorò, distogliendo lo sguardo. Ora ricordava… quello era stato l’ultimo Natale che avevano trascorso insieme.
«Perché hai così tanta paura di ciò che provi?» Ares alzò il muso verso di lei.
«Mi fai delle domande a cui non sono pronta a rispondere.»
«Non sei pronta oppure non vuoi?»
«Ares, cosa devo fare per tornare a casa?» Sophie si allontanò dalla finestra, dando le spalle a quella parte di sé così debole e indifesa, a quella parte di sé che pochi mesi dopo avrebbe perso l’unica persona che amava a causa di un infarto.
Mentre camminava, il terreno le venne a mancare sotto i piedi e il vuoto l’accolse. Stavolta Sophie se lo aspettava, ma avvertì lo stesso il morso alla bocca dello stomaco. Non urlò quando la realtà tornò a essere stabile, non fece nulla se non restare ferma, immobile, nell’attesa di riprendere il controllo dei propri sentimenti. Quando si sentì calma si guardò intorno.
«Dove siamo?» domandò, incerta, e fece qualche passo lungo una stradina secondaria. Si trovava tra due vecchi palazzi, i marciapiedi erano ben curati e le recinzioni erano arricchite da rami spogli di bouganville.
«Ares, dove vai?» sibilò, seguendo il felino che oltrepassava un cancelletto lasciato aperto. «Ares! Non possiamo entrare lì, è proprietà privata.»
Lui, per nulla preoccupato, saltò su un muretto e si sedette. «Guarda quella finestra.»
Erano arrivati nel cortile interno del palazzo e c’era un appartamento al piano rialzato le cui finestre si affacciavano proprio nella loro direzione.
«Ma non posso mica mettermi a sbirciare in casa di sconosciuti. Hai la minima idea di cosa sia la privacy?»
«Non fare storie, vai a guardare» replicò il guardiano, mentre il pelo gli si gonfiava appena. Osservandola tentennare, si mise a leccarsi il pelo.
«Non ci muoveremo finché non avrò fatto quello che hai detto, vero?» chiese convinta di parlare al vento e si avvicinò alla finestra. Prima di proseguire, si voltò indietro.
«Ti giuro che se mi scoprono farò della tua pelliccia uno scendiletto» inveì, poi prese un profondo respiro e guardò all’interno dell’abitazione.
Era un soggiorno normalissimo, con un divano ad angolo blu scuro, un tavolino da caffè basso e una marea di cuscini. Si spostò di lato per avere una visuale migliore e fu così che capì di chi era la casa.
«Sonia, non puoi continuare così.»
«Matteo, cosa vuoi che faccia? Con la crisi di lavoro che c’è, dove lo trovo un altro posto così ben pagato?» Sonia alzò le mani frustrata, per poi sedersi sul bordo del divano.
«Ma pensi a noi? Quando ci faremo una famiglia, se tu lavori anche tredici ore al giorno? Non mi importa dello stipendio, ma pensa alla tua salute. Hai perso cinque chili, nell’ultimo mese. Dormi poco e mangi ancora meno.»
«Lo so che sei preoccupato e cercherò di avere maggiore cura di me, ma dammi un po’ di tempo. Troverò qualcos’altro, ma ora non posso lasciare da sola Sophie» gli rispose, passandosi una mano tra i capelli corti. Quando Matteo si avvicinò, lei si alzò per abbracciarlo.
«So che Sophie ti ha insegnato tanto, ma quella non è la tua pasticceria, non puoi continuare così. Anche se lo stipendio è alto, anche se l’ambiente ti piace, Sonia… di vita ce n’è una sola. E io voglio passare la mia con te.»
Sophie, contrita, si allontanò per tornare da Ares. Si sentiva in colpa, doveva ammetterlo. Sentiva un peso sul cuore che le toglieva il fiato.
«Cosa vuoi che ti dica? Che sono così concentrata sul mio lavoro da non accorgermi di quello che mi accade intorno? Che costringo le persone a rinunciare alla propria vita per mero capriccio?»
Un bruciore insistente agli occhi minacciò il suo autocontrollo.
«Io non ho detto nulla, però non credere che questo tuo volerti annullare nel lavoro danneggi solo te. Non vivi solo tu.»
Ares saltò giù dal muretto e, con la coda dritta, tornò sui propri passi. Sophie lo seguì sperando che la prossima destinazione fosse casa sua.

Capitolo 4

Sophie si sedette sul letto, affranta, e si abbracciò le gambe cercando di far cessare il freddo che la scuoteva dentro. Aveva perso di vista Ares davanti al portone di casa, ma non le interessava più di tanto. Non sapeva se si era trattato di un sogno oppure di altro, ma quella notte aveva risvegliato ricordi e sentimenti che credeva di aver messo da parte.
Sentiva l’argine che li aveva contenuti fino ad allora sgretolarsi di minuto in minuto. Si stese sul letto e chiuse gli occhi con il solo desiderio di dimenticare.
Una piccola mano morbida le accarezzò il viso, fu come un soffio leggero. Sophie aprì gli occhi e una bambina di poco più di cinque anni le sorrise. Aveva degli occhi stupendi, piccole gemme verdi contornate da lunghissime ciglia.
«Vieni, ci stanno aspettando.» La bambina prese la mano di Sophie e la tirò verso di sé.
«Chi sei?»
«Mi chiamo Marie. Vieni, dobbiamo andare» la incitò di nuovo, tirandole la mano.
«Mia madre si chiamava Marie» mormorò, mentre guardava i lunghi capelli neri della piccola raccolti in due codine basse, entrambe legate da un fiocco lilla.
Marie la spinse verso lo specchio e, quando entrambe vi furono riflesse, vi entrarono. Fu una sensazione strana e al contempo rassicurante, come immergersi in un bagno caldo ma restando asciutti.
Sophie avvertì il solito morso allo stomaco e chiuse gli occhi; per fortuna non aveva cenato, altrimenti avrebbe di sicuro rimesso l’anima.
Quando il mondo intorno a lei smise di muoversi, o almeno quando lei avvertì maggiore stabilità, aprì gli occhi. Erano davanti alla sua pasticceria, lei e la bambina, e c’era un via vai di persone. La vetrina era illuminata a festa con tantissime lavorazioni esposte.
Andarono sul retro, la porta del laboratorio era socchiusa, ed entrarono senza alcuna difficoltà.
«Sono io» constatò, osservando il locale. Guardò la piccola Marie e poi tornò a prestare attenzione a una se stessa molto impegnata, china sul tavolo da lavoro mentre stava scolpendo una statua di cioccolato.
D’un tratto, nel negozio entrò una ragazza. «Sophie, sono venuti a ritirare la torta nuziale del signor Roberto.»
«Sì, prendila pure, la trovi nella cella frigorifera sulla sinistra» sentì rispondere la se stessa di quella realtà, talmente immersa nel proprio lavoro da non alzare neanche per un momento lo sguardo dalla sua creazione.
«Vieni, Sophie, dobbiamo andare.» Marie la spinse verso l’uscita e, quando ebbero varcato la porta, si trovarono nella sala di un ristorante.
Roberto era molto elegante e stava ballando con una giovane donna che Sophie non conosceva.
«Cosa vuol dire?»
«Avete fatto il vostro solito tira e molla ancora per un anno, poi Roberto si è stancato. Quando ha conosciuto Paola, ti ha lasciato definitivamente. Se tu non fossi stata così presa dal lavoro, ti saresti accorta di quanto ti amava, di come si preoccupava per te… La Vigilia di Natale ti ha aspettata a casa tua per tutta la notte. Voleva chiederti di sposarlo, ma tu hai preferito trascorrere quelle ore in laboratorio. Quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.»
Marie la spinse lontano da quella scena, poi attraversarono le porte a battente della sala per ritrovarsi nel soggiorno del suo appartamento. E vide un’altra se stessa seduta da sola sul divano, a guardare un vecchio film in televisione, mangiando un panino come piatto principale del cenone.
«Sono sola?»
«Sì, come tutti gli anni trascorrerai la Vigilia da sola, seduta sul divano a guardare la televisione. Non hai nessuno.»
Sophie guardò se stessa e un groppo in gola minacciò di soffocarla.
«Sai, non è detto che debba finire così. Il tuo futuro non è scritto a fuoco e puoi ancora cambiarlo, se lo desideri. C’è un’altra vita che ti attende…»
Con un gesto della mano della piccola l’ambiente intorno a loro cambiò di nuovo.
Erano in una casa che Sophie non aveva mai visto. Il soggiorno era addobbato a festa, decorazioni sistemate con cura sui mobili, bastoncini di zucchero appesi sull’albero, luci dorate che illuminavano tutto.
Due ombre arrivarono silenziose, andandole incontro senza davvero vederla.
«Fai piano, sveglierai le pesti…» Era la voce di Roberto, la risata che seguì era la sua e la riconobbe.
Lei e Roberto stavano sistemando dei regali sotto l’albero e cercavano di essere silenziosi, ma non riuscivano a smettere di baciarsi e di farsi degli scherzetti. Era una scena così calda, romantica e rassicurante, che Sophie si ritrovò a piangere senza che potesse fermarsi.
Si portò una mano alla bocca per soffocare un singhiozzo.
Udì piccoli passi concitati provenire dal corridoio e si trovò a trattenere il fiato, nonostante la sua presenza passasse inosservata. «Shhh, fai piano altrimenti Babbo Natale scappa!» La voce della piccola Marie mostrava tutta l’eccitazione di quella caccia notturna.
«Aspetta, Marie, ho paura, è tutto buio…» Una bimbetta poco più piccola stava attaccata alla camicia da notte della sorella maggiore.
«Angie, fai silenzio. Se svegli la mamma e il papà, ci sgrideranno.»
Poi la luce si accese ed entrambe le bambine gridarono. Roberto e Sophie guardarono le piccoline con un cipiglio di finta disapprovazione ma, incapaci di mantenerlo, scoppiarono a ridere e le abbracciarono di slancio.
«Mamma! Papà!» gridarono le due, spaventate, ma anche felici.
Quella calda scena familiare scomparve sotto gli occhi colmi di tristezza di Sophie: le lacrime, ora, scendevano copiose.
Si ritrovò ancora una volta nella sua stanza, seduta sul letto solitario.
«Quando la tua mamma venne a mancare, hai espresso un desiderio. Te lo ricordi?» Marie la guardò in attesa.
«No, mi spiace.» Scosse la testa.
«Hai promesso che un giorno avresti avuto una famiglia e che non avresti mai lasciato soli i tuoi figli» le rispose la piccola, inducendola a prestarle più attenzione. In quel momento Marie le sorrise, si arrampicò sulle sue gambe e le asciugò le lacrime.
«Mamma, se mi vuoi, io ci sarò. Non lasciarmi sparire» le sussurrò la bimba guardandola negli occhi.
Sophie l’abbracciò forte, scoppiando a piangere, finalmente libera di dar sfogo alle lacrime. Poi la strinse a sé e, con ancora i singhiozzi che le scuotevano il petto, si addormentò.

Quando la mattina successiva la sveglia suonò, Sophie cercò d’istinto la piccola Marie nel letto, senza trovarla. Era ancora sconvolta da quello che era successo, quindi si strofinò gli occhi, cercando di mettere ordine nei pensieri anche se l’unica cosa a cui riusciva a pensare era ciò che più di tutto le aveva stretto il cuore durante la notte…
Prese il cellulare e fece partire telefonata.
«Roberto? Sono io. Aspetta, prima io. Voglio farti una domanda. Vuoi sposarmi?»

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Maddalena Cafaro nasce a Salerno nel 1977, ha vissuto a Battipaglia fino a quando per amore non si è trasferita al Nord, scrittrice di dark fantasy ha esordito a febbraio 2016 con Rizzoli nel romance, genere con il quale alterna e nutre la sua vena creativa.

Maddalena Cafaro collabora da tempo con il Blog. Sono sue molte delle recensioni che vi compaiono. La trovate su Amazon.

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1 Commento

  1. 23 settembre 2016 at 9:02 — Rispondi

    Bellissimo racconto, complimenti

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