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Yvonne de Fleuriel, l’ultima sciantosa

Ritornano le sciantose della Belle Époque, grazie alla ricerca appassionata di Mariangela Camocardi.

Esplorando la vita e l’eccezionale evoluzione personale delle donne che animarono i teatri e la mondanità della Belle Époque, riscuotendo enorme   successo, ci si rende subito conto che il destino delle sciantose che resero indimenticabile quel periodo pare essere caratterizzato da un percorso esistenziale che le accomuna.

Il trampolino di lancio per la celebrità era rappresentato anzitutto dalla straordinaria bellezza che tutte avevano, e che non sempre si rivelò solo una fortuna. Appare chiaro che la femminilità e la grazia di un viso dalla pelle e dai lineamenti perfetti rendeva impossibile passare inosservate, anzi,  proiettava in primo piano, già da bambine, le future dive che furoreggeranno sulle scene del mondo intero, estasiando milioni di uomini che le idolatrarono al limite della follia. Lo dimostrò, come la Storia ci racconta, la sequela di suicidi attuati da chi non poté accettare il rifiuto a concedersi dell’amata, tale era la passione che consumava gli innamorati delusi da queste primedonne. Assurdo ma reale.

La bellezza, quindi, ma anche l’estrazione sociale fu una molla così potente da spingere le nostre coraggiose eroine a cercare con tenacia una forma di rivalsa, eclatante al punto da risarcire, a livello morale e sociale, la povertà sopportata in precedenza, quando ancora erano illustri sconosciute. Alcune, come Lina Cavalieri o la Bella Otero, subirono abusi sessuali da uomini adulti in un’età in cui le coetanee giocavano con le bambole. La violenza carnale operò inevitabilmente una metamorfosi non solo nella personalità ma anche nel modo di affrontare la vita. Più che sentirsi delle vittime senza speranza, reagirono con ammirevole, indomito coraggio, imparando che le circostanze si potevano manipolare con intelligenza e pragmatismo, e che il sesso era un’arma estremamente efficace da sfruttare a proprio vantaggio. E non esitarono a servirsene, in effetti,  e se essere abusate mutò l’approccio verso l’amore, non fu un deterrente che poté condizionare negativamente i rapporti con l’altra metà del cielo. Anzi, le rese più accorte sul piano sentimentale.

6853164587_f8f0925e30D’altronde, in una fine secolo in cui l’audacia e la mancanza di scrupoli premiavano chi sapeva osare, servirsi del corpo per ottenere gli scopi prestabiliti era una prassi consolidata. Non poteva essere altrimenti: i talenti artistici, per le giovani che si esibivano in costumi succinti nei locali di infimo ordine, affollati e saturi di fumo, erano assolutamente secondari. Il fascino di un sorriso, il magnetismo e la maliziosità degli sguardi, l’abile esercizio della seduzione, l’allure di femme fatale dovevano poter coinvolgere eroticamente il pubblico, essendo chance che contavano quasi più di una voce potente, o del saper danzare sotto le luci di un palcoscenico. Lina Cavalieri, per esempio, non possedeva doti canore eccelse e trionfò nel melodramma, come tutti sappiamo. Mata Hari fece impazzire di desiderio e voluttà ogni maschio dotato di sani istinti che la vide danzare seminuda, inventandosi coreografie che miravano proprio a stregare e ammaliare chiunque potesse tornarle utile nella scalata sociale, contribuendo all’accumularsi di una ricchezza che l’avrebbe ricompensata dei soprusi ricevuti dalla sorte. Le cronache ci hanno tramandato che nessuna spia fu altrettanto scaltra e abile a estorcere ogni genere di informazione agli amanti, pagando poi con la fucilazione quella che all’epoca venne giudicata da un tribunale come una vera e propria attività spionistica.

Adele Croce, nome d’arte Yvonne De Fleuriel, appartenne, per bellezza, per doti artistiche, e dunque per merito acquisito sul campo, alla ristretta rosa delle sciantose che godettero di notevole notorietà in patria e all’estero. La sciantosa, tengo a sottolinearlo ancora una volta, non era una cantante alla buona che improvvisava un numero di varietà tanto per fare da riempitivo nei teatri di allora. In realtà incarnava l’essenza stessa di uno spettacolo, e quale artista femminile doveva essere il clou della serata al fine di focalizzare su di sé l’attenzione e il consenso degli spettatori in sala.

Naturalmente ciascuna di loro era consapevole che un seno prosperoso e un bel paio di gambe non bastavano a soddisfare una platea che, benché essenzialmente maschile, non regalava applausi ma fischi, se l’esibizione era deludente. Adele aveva però tutte le carte in regola e le qualità artistiche per incantare il pubblico, tanto da venir considerata una delle donne più apprezzate e amate del teatro e della canzone italiana della Belle Epoque. Eppure, malgrado la sua indubbia affermazione come vedette sia stata sancita dai trionfi raccolti nel corso di una invidiabile carriera, la  figura di Yvonne De Fleuriel è stata ingiustamente dimenticata.

Era originaria di Teano, in provincia di Caserta, e venne data alla luce in un caldo luglio del 1889. La trafila che riguarda gli stenti che attraversò nei primi anni della sua esistenza ricalca le orme di altre dive forgiate dalla precarietà familiare. Esordì negli spettacoli in voga che animarono quel nuovo secolo appena nato, constatando che la ribalta era il suo elemento. Lei non aveva neppure vent’anni, sapeva di essere carina e sognava, come ogni giovane di belle speranze che vuole calcare le scene, di emergere e diventare una stella di prim’ordine.

Quella di Yvonne non era un’utopia irrealizzabile: attirava l’attenzione degli impresari e da attrice generica e cantante occasionale, divenne ben presto una protagonista di spessore che il pubblico apprezzava e applaudiva. Rimase al fianco di Eduardo Scarpetta finché non s’imbatté in Nicola Maldacea, che la introdusse nel  vero mondo della canzone melodica. Maldacea era uno dei più popolari interpreti del caffè concerto, oltre che un macho – per definirlo con un termine attuale – estremamente sensibile al fascino femminile. Colpito dallo charme di Adele, si offrì volentieri come Pigmalione per darle una mano a farsi conoscere nell’ambiente musicale. Fu lui che le suggerì il nome d’arte di Yvonne De Fleuriel, decisamente più in carattere con il repertorio di canzoni francesi che contraddistingueva le perfomance teatrali di lei.

il_570xn_394519567_4bztLa giovane accettò, entusiasta di assumere quel nome che evocava, più di quel banale Adele Croce, le romantiche atmosfere della meravigliosa Parigi. Quelle origini esotiche alimentarono e accentuarono il mistero di cui si ammantò con maestria,  resistendo  insoluto fino al 1911, allorché duettò con Gennaro Pasquariello nel famoso Salone Margherita di Napoli. Dilettarsi in una rassegna di canzoni napoletane si rivelò un exploit: la platea restò favorevolmente impressionata dal verace accento campano di lei. Da quel momento Yvonne divenne una delle donne di spettacolo più ambite e acclamate dal pubblico, esibendosi nei più rinomati locali della città, il che le permise di affermarsi come una delle più celebri sciantose italiane. Fu interprete delle canzoni della tradizione partenopea, quasi tutte  scritte da Giovanni Capurro, Rocco Galdieri e Gennaro Pasquariello. Tra i brani più conosciuti della De Fleuriel vi furono Nini e Gira la rota, entrambe del 1908 e firmate da Luigi Mattiello.

La popolarità si estendeva intanto oltre i confini nazionali. Come da manuale, Yvonne si calò con disinvoltura nel ruolo di seduttrice volubile e impenitente alla quale non è possibile resistere, richiesto dai cliché dell’epoca. Consapevole dei propri mezzi, si definiva “attrice, cantante e fine dicitrice”,  gestendo con bravura quella superba interpretazione di se stessa che inebriava gli occhi maschili del mondo. Come le altre sciantose famose, non rinunciava a suscitare scalpore tra i benpensanti con esibizioni scandalose, come la capriola che eseguì sul palco durante l’interpretazione di ‘O scugnizzo, o il concerto fatto nella gabbia dei leoni al teatro Apollo di Roma. E come il copione di una sciantosa prevede, di Yvonne si innamorarono aristocratici, uomini illustri, intellettuali dal palato fine, colleghi, affaristi e giovanotti del popolo.

Non mancarono ovviamente le storie tragiche, nel dipanarsi delle  esperienze sentimentali che si concesse mentre era in auge. Carlo Mirelli, che con Galdieri curava per Yvonne la versione italiana del successo parigino Thérèsine, viste respinte le sue offerte d’amore, si uccise per lei.

L’episodio amplificò e rafforzò la sua fama di femme fatale  che solo pochi privilegiati potevano avere, ma la segnò nell’intimo. Probabilmente Yvonne si sentiva in colpa per aver provocato quel gesto insano di Carlo, che le pesava sulla coscienza, soprattutto perché era impotente a rimediare. Era il prezzo richiesto dalla notorietà ma, con il passare del tempo e l’appannarsi della bellezza, si rese conto altresì che le doti canore e sceniche non bastavano a mantenere il successo che l’aveva accompagnata fino ad allora.

Nel 1915 debuttò nel cinema con il film 120 H.P. della Napoli Film, e successivamente partecipò ad altri film nel ruolo di protagonista, come ne Il veleno del piacere (1918), La modella di Tiziano (1921) e Madame l’Ambassatrice (1921). Con la crisi del cinema italiano degli anni ’20 si trasferì in Germania, ottenendo qualche scrittura come comparsa. Il declino incombeva, inesorabile, rapido e crudele, costringendola a rientrare in Italia. Roma era abbastanza vasta da potersi occultare come Adele Croce, ossia una persona qualsiasi tra gente che ignorava i suoi passati splendori di diva. Nella città eterna trascorse i suoi ultimi anni di vita, piegata dalla miseria e dalla solitudine.

Il 9 gennaio 1963, anziana e scordata da tutti, morì nello squallore della sua abitazione. Aveva settantaquattro anni e nessuno ravvisò in quell’esile corpo consunto dalle privazioni materiali, dalla sofferenza e dall’assenza di ogni affetto, l’incantevole, celebre, talentuosa Yvonne De Fleuriel: l’oblio e la cinica indifferenza di chi l’aveva osannata nella lontana giovinezza,  dovettero essere l’affronto più umiliante per colei che, come la Cavalieri e la Bella Otero, era stata consacrata dai suoi contemporanei come uno dei simboli della Bella Époque. Spenti ormai da un pezzo persino gli echi degli applausi che avevano accompagnato le sue esibizioni, sfiorita fisicamente e nello spirito, non era altro che una larva arresa all’ingiuria del tempo. Dove erano gli spasimanti che l’avevano adorata  allorché era un idolo delle folle, e che a parole avevano deposto il cuore ai suoi piedi? Yvonne De Fleuriel avrebbe dovuto concludere la sua parabola terrena in modo più dignitoso e consono a ciò che era stata.

Una fine ingloriosa che condivisero altre celeberrime sciantose della Belle Epoque, quando purtroppo la fulgida stella del successo planetario che avevano ottenuto tramontò oltre l’orizzonte per non risorgere mai più.

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Mariangela Camocardi

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