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Vittoria Corella: recensione di “HHhH”, di Laurent Binet

11920484_10206990259862620_1556020774_nPraga 27 maggio 1942. La curva di una strada appena fuori città. L’attesa. Lo Sten che si inceppa e la bestia bionda è in piedi, arma in pugno. Poi, una bomba a mano esplode, la Mercedes decappottabile viene colpita e Reynard Heydrich, uno degli uomini più potenti del Reich, cade a terra.
Jan e Jozef fuggono, si nascondono in città. Fino a quando l’umida cripta di una chiesa li accoglie, ultima culla della loro vita…

Ho questo libro nella pancia. Non si può vivere con un libro nella pancia. È chiaro. Devo aprirmi e farlo venire fuori. Devo dirlo alla gente, a voi qui: questo è il libro che avrei voluto scrivere io. Quelle frasi, quei passaggi, io devo rubarli, nasconderli, li ho già ingoiati masticando carta e inchiostro, ma non mi basta. Dentro. Dentro di me: che i miei organi, il mio cuore, il mio fegato, la pancia, i polmoni s’incidano delle parole di Laurent Binet e del suo capolavoro “HHhH – Il cervello di Himmler si chiama Heydrich”. Che cavolo di titolo, che cavolo di libro. Che diavolo di storia, signore mie. Binet deplora la volgarità del romanzo storico, che riempie con artefatti i vuoti della cronaca. Per me, che amo infinitamente  il romanzo storico, un’aperta dichiarazione di guerra del maledetto francese.
Eppure ora so, dopo che ho ingoiato, io comprendo cosa ci sia di volgare nel rapire un personaggio storico e fargli dire e fare ciò che non possiamo sapere  che abbia detto o fatto. Perché? Semplicemente perché in questo libro ci sono due ragazzi, bambini in confronto a me, che io voglio proteggere, voglio salvare. Voglio correre indietro, tornare a prenderli, portarli lontano dal dolore. Che non muoiano, questi ragazzi, che non soffrano.

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La storia di Binet parla di un Mostro, il gerarca nazista Heydrich, e dei due ragazzi-bambini che non hanno avuto paura e l’hanno affrontato. No, vedete, anch’io scado nella volgarità dell’artificio e dell’effetto scenico, la paura c’era. Ce n’era tantissima, eppure Jan e Josef, i due paracadutisti ventenni mandati da Londra a uccidere Heydrich, la Bestia Bionda,  hanno tremato, hanno sofferto, forse hanno anche pianto di paura di nascosto, ma sono andati lo stesso a fare quello che dovevano fare. Perché la Bestia Bionda non è un cattivo da fiaba, lui è stato qui in mezzo a noi, ha respirato la nostra aria e ha deciso COME milioni di ebrei, zingari, omosessuali dovessero essere uccisi. In modo pulito, rapido, poco stressante per gli aguzzini. Camere a gas, niente esecuzioni, con cervella che saltano e schizzi di sangue a sporcare la punta lucida degli stivaloni.
La Bestia Bionda ha schiacciato la testa della Cekia e della Slovacchia, ha ripulito col sangue e  col fuoco interi villaggi, annullato storie e famiglie. E due ragazzi di poco più di 20 anni l’hanno fermato.
Al prezzo più alto.

Chiudo questo libro e vorrei bucare il muro del tempo, correre da Jan e Josef e cullarli tra le braccia e dirgli: “Avrete un destino crudele. Dovrete rinunciare a tutto quello che io do per scontato: vita lunga, tranquillità, famiglia. Futuro. Soprattutto niente futuro. Non c’è niente di più crudele che non avere più futuro”. Vorrei stringerli forte e dire loro che sono state luci che si sono spente presto, ma brillano ancora. Non so se li consolerebbe, non so se sarebbero felici. Però vorrei dire loro grazie. Vorrei non dimenticarli mai e averli davanti sempre, anche tra molti anni, quando anche a me toccherà fare scelte dure, ma che impallidiranno di fronte alla loro scelta finale.
Vorrei perforare la membrana degli anni e guardare le ferite di Heydrich e capire se alla fine l’ha sentita anche lui, la paura di morire.
Binet, grazie.

“Nella cripta c’era tutto.
C’erano le tracce ancora spaventosamente fresche del dramma che si era consumato in quella stanza piú di sessant’anni prima: l’interno della finestrella che avevo scorto da fuori, un cunicolo scavato per qualche metro di lunghezza, scalfitture di proiettili sui muri e sulla volta, due porticine di legno. Ma c’erano anche le facce dei paracadutisti in alcune fotografie, in un testo in ceco e in inglese c’era il nome di un traditore, c’erano un impermeabile vuoto, un tascapane, una bicicletta raffigurati insieme su un manifesto, c’era effettivamente un mitra Sten che s’inceppa proprio nel momento peggiore, c’erano nomi di donne, c’erano accenni a imprudenze commesse, c’era Londra, c’era la Francia, c’erano soldati della Legione straniera, c’era un governo in esilio, c’era un villaggio chiamato Lidice, c’era una giovane vedetta di nome Valčík, c’era un tram che passava, anch’esso, nel momento peggiore, […], c’erano la grandezza e la follia, la debolezza e il tradimento, il coraggio e la paura, la speranza e il dolore, c’erano tutte le passioni umane riunite in pochi metri quadrati, c’era la guerra e c’era la morte, c’erano ebrei deportati, famiglie massacrate, soldati sacrificati, c’erano vendetta e calcolo politico, c’era un uomo che, fra l’altro, suonava il violino e tirava di scherma, c’era un fabbro che non ha mai potuto esercitare il suo mestiere, c’era lo spirito della Resistenza che si è scolpito per sempre su quei muri, c’erano le tracce della lotta tra le forze della vita e quelle della morte, c’erano la Boemia, la Moravia, la Slovacchia, c’era tutta la storia del mondo racchiusa in poche pietre”.

OoO

Titolo: “HHhH – Il cervello di Himmler si chiama Heydrich”.
Autore: Laurent Binet.
Traduzione: Margherita Botto.
Editore: Einaudi, Collana Frontiere Einaudi.
Prezzo: euro 17,00.

http://www.ibs.it/code/9788806207533/binet-laurent/hhhh-cervello-himmler.html?gclid=CjwKEAjwjYCvBRC99sSm_frioAwSJACrKuPChmjr074azGGb6POcRz2exo81lfV-uuvPKWjKbFsnuxoCU8Pw_wcB

La storia che viene qui raccontata è una storia nota. Apparentemente nota: l’attentato a Heydrich del 27 maggio 1942. In realtà, la sensazione è quella di leggerla per la prima volta, in tutta la sua trascinante forza narrativa e nella sua drammatica verità documentaria. Il primo protagonista della storia è Reynard Heydrich, il braccio destro di Himmler, l’ideatore, nel gennaio del 1942 della Soluzione finale, lo sterminio sistematico degli ebrei. Heydrich è il gerarca più spietato del Terzo Reich, il macellaio di Praga, la bestia bionda. L’uomo dall’infanzia problematica, segnata da due traumi: da una parte la voce stridula e l’aspetto effeminato che gli valsero l’appellativo di capra, e dall’altra il mistero di una presenza ebraica all’interno della sua famiglia. Ben presto il giovane Heydrich comincia a trasformarsi nell’incarnazione dell’ariano, ammirato da Hitler per la ferocia e per l’efficacia delle sue azioni. In rapida ascesa politica Heydrich arriva al vertice del Protettorato di Boemia e Moravia, dove si dedica allo sterminio degli ebrei e di tutti gli oppositori al regime. Ma da Londra, città in cui il governo ceco è stato esiliato, parte contro di lui l’offensiva della Resistenza che culminerà nell’Operazione Antropoide. I protagonisti indiscussi diventano allora due: i paracadutisti Jozef Gabcik e Jan Kubis, uno slovacco e l’altro ceco, ai quali viene affidato l’incarico dell’esecuzione.

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