Interviste

Velma J. Starling vuota il sacco

Oggi è la giornata dedicata all’intervista di Velma J. Starling, la vincitrice del Concorso “Amore a modo mio”. Per non metterla subito sotto pressione, abbiamo cominciato con una…

INTERVISTA SEMISERIA:

Colore preferito. Nero.

Cibo preferito. Sushi.

In cucina, come te la cavi? Pietà.

Status sentimentale. Innamorata.

Attrice preferita. Kate Winslet, per ragioni strettamente interpretative e caratteriali.

Attore preferito. Chris Hemsworth, per ragioni strettamente censurabili.

L’uomo che vorresti essere. Uno che unisca un’intelligenza acuta a un cuore di panna. Cioè mio marito.

Tornassi a nascere, uomo o donna, e perché. Donna. Tutto considerato, mi ci sono trovata bene.

Serie Tv preferita. “Rizzoli & Isles”, che però finirà presto. Sniff. A seguire, “Criminal Minds”.

Genere di lettura preferito. Nessuno. Vado dove mi portano copertine, sinossi, recensioni, vox populi, odore delle pagine… ‘ndo cojo cojo.

Scrittore preferito. Tolkien tutta la vita.

Musa ispiratrice. Ultimamente, mia figlia (sette anni). Pochi giorni fa abbiamo inventato un personaggio per una serie: “Fetecchia, la volpe senza un’orecchia”. Vorrei farne la protagonista di poesiole per bambini in dodecasillabi, più musa ispiratrice di così.

Genere musicale preferito. Due generi a pari merito: il goth-metal sinfonico e le colonne sonore dei musical. Ci aggiungo incursioni nel folk celtico-bretone, nella canzone d’autore e nel pop quando ho voglia di svagarmi.

Cantante preferito. Due donne. Per il timbro vocale, Kerry Ellis. La sua interpretazione di “No One But You”, dei Queen, mi fa piangere ogni volta. Per la maturità artistica, Mariella Nava: testi, melodie, arrangiamenti… quella donna è un genio. Hai mai prestato attenzione al testo di “Così è la vita”? Ti rendi conto di quanto c’è in quelle parole?

Band musicale preferita. Within Temptation, un gruppo olandese che suona appunto goth-metal sinfonico. Li ho scoperti per caso tramite dei fan-video su YouTube. Fans do it better!

Social network: sì o no? Assolutamente sì, pur essendo una notevole fonte di distrazione. Scusa un attimo, vado a controllare Facebook, ci vediamo più tardi.

OoO

Direi che se l’è cavata. Ricordiamoci di declinare cortesemente gli inviti a cena. Passiamo adesso all’INTERVISTA SERIA:

Perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando?

Prima esperienza: 1984. Mia sorella e le sue amiche facevano largo consumo di Harmony e BlueMoon, se li scambiavano, li prestavano, ecc. Li chiamavano “le dosi”, nel senso che erano una specie di droga. Allora ho scritto una dose, da regalare a lei, su un quaderno a quadretti con copertina azzurra. Il mio unico contatto con il romance. Per fortuna la dose è andata perduta e nessuno può ricattarmi.

Seconda esperienza: primi anni Novanta. All’inizio, fu il puro desiderio di trasporre in prosa lo stile di alcuni sceneggiatori di fumetti, per esempio Frank Miller (che peraltro si è formato sui romanzi hard-boiled, quindi in realtà la mia era un’operazione a rovescio). Poi l’ambizione di raccontare brevi storie ispirate a esperienze quotidiane, amicizie, letture. Scrivevo con trasporto, con voracità; tanto da pensare che, terminati gli studi, avrei cercato di farne un mestiere. Invece, proprio l’anno della laurea la mia visione del mondo è cambiata, è divenuta cupa e disillusa. Mi sono paralizzata. Se anche avessi scritto la Divina Commedia, non mi sarebbe sembrata abbastanza. Ogni riga, rispetto all’assurdità e all’incomprensibilità del reale, mi sembrava fiacca e artificiosa. Quindi per anni mi sono dedicata solo a giornalismo e saggistica – rudimentali strumenti per dissezionare la realtà.

La terza esperienza, tuttora in corso, è iniziata nel 2009, dopo la nascita della mia bambina. Non volevo ridurre la mia vita a lavoro e famiglia, cercavo uno spazio mio. Mi sono iscritta a un corso di scrittura, sperando di recuperare l’antico trasporto. Un po’ ha funzionato.  Sono guarita dalla paralisi, ho buttato giù dei racconti e ho tutte le intenzioni di completare una trilogia di romanzi fantasy. D’accordo, sono ad appena metà del primo e procedo come una lumaca, ma con soddisfazione.

Come scrivi? Carta e penna, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone?

La stesura vera e propria, sempre al computer. Mi capita di prendere qualche appunto in momenti random e uso quel che ho a disposizione: taccuino, scontrini, note del cellulare. Il problema è poi reinterpretare gli appunti, che nella fretta mi vengono troppo scombinati. Ti leggo questo, buttato giù l’anno scorso su un foglietto, nel cuore della notte. “Titolo: ‘L’eccezione’. – Vancouver, English Bay, set di un film. Reale VS Sceneggiatura. Fusione realtà/finzione. ‘Sarai tu, l’eccezione?’ Vita e realtà come finzioni venute male. Mark Twain. Il protagonista diventa una delle anime perdute, che non hanno retto la Verità (tipo Uskebasi di Dylan Dog?). Lupo = Verità (spirito della). Verità come qualcosa di crudele. Un morso. Sanguina. Lupo guida le anime perdute. Posta in gioco = felicità (non vita) di lui. Alla fine, lei cammina con lupo al guinzaglio”. Dimmi tu cosa mai ci si potrà tirare fuori!

C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere?

Se fossi furba, lo farei di mattina: ho il cervello più sveglio, più reattivo. E sono libera perché la mia bambina è a scuola. Invece, siccome sono un’imbecille, perdo tempo a fare altro e spesso finisce che scrivo dopo cena.

Che cosa significa per te “scrivere”?

Anzitutto, divertirmi o quantomeno passare del tempo in modo piacevole. Nel caso dei racconti, sfidarmi a migliorare, soprattutto dal punto di vista tecnico: trovare un plot twist intrigante, identificare il nocciolo della narrazione, tratteggiare personaggi che hanno poco spazio per emergere ma devono riuscirci lo stesso. Nel caso della trilogia, raccontare una storia che covo da non so quanti anni ed esorcizzare qualche brutto ricordo.

Ami quello che scrivi, sempre, dopo che l’hai scritto?

“Amare” sarebbe troppo. Di solito, mi ritrovo con testi che mi sembrano accettabili. Però ci sono anche casi in cui scuoto la testa e mi rendo conto che quel racconto o quel capitolo è proprio partito con il piede sinistro, è venuto male da subito e va buttato.

Rileggi mai i tuoi libri, dopo averli pubblicati?

Finora ho pubblicato quasi solo saggistica, con il mio vero nome (Valentina Semprini). E sì, mi è capitato di rileggere le mie analisi, recensioni, interviste, eccetera. Mi serve a conservare la preparazione accademica, che con gli anni si atrofizza. Devo fare dei ripassi; e se rileggo pezzi scritti da me, la memoria si riattiva meglio. Inoltre, tornare su quegli scritti mi ricorda che esiste almeno un settore, quello della saggistica sul Fumetto, in cui ho provato il mio valore. Tenerlo presente mi infonde un po’ di fiducia su questa nuova sfida della narrativa. Per un’insicura cronica come me, è importante.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri?

Molto. Però cerco di nascondere ogni aspetto autobiografico sotto tanti di quegli strati che spero alla fine non si veda. Tutti ci portiamo dietro un passato, ma eventi che per noi sono straordinari (nel bene o nel male), per altri sono banali. E viceversa. Sono rari i casi in cui una biografia è davvero interessante e il mio non è uno di questi, non importa quanto dentro di me certe memorie siano radicate. Ambisco a usare la scrittura per dare alle mie esperienze quel tocco di universalità che di per sé non hanno. Faccio un esempio ingombrante: ne “La morte di Ivan Il’ič” (romanzo brevissimo che consiglio con tutto il cuore), assistiamo alla malattia e alla morte di un uomo. Tuttavia, parlandoci di questo singolo uomo, Tolstoj riflette in realtà sulla condizione esistenziale dell’umanità intera. Non ho la pretesa di arrivare a tanto, ma “raccontare ciò che conosco” non deve equivalere a “riferire la mia vita”.

Quando scrivi, ti diverti, oppure soffri?

Dipende dai singoli casi. Salvo poche eccezioni, mi piace un’alternanza di registri: comico (o almeno rilassato) e drammatico. Per gestire certe emozioni la cosa migliore è un bel pianto, per altre una bella risata. O un attacco di collera. O diverse reazioni messe insieme. Come in “Fiori d’acciaio”, film con un raffinato equilibrio fra dramma e humour. Un altro esempio: “La vita è bella” di Roberto Benigni.

Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo?

È diventata più diretta, più vicina alla narrativa contemporanea. Viviamo in un mondo in cui esistono (o sono esistiti) i Carver, i Roth, le Munro e le O’Connor, quindi non possiamo restare ai Dickens o alle Woolf, per quanto geniali fossero: la lingua si evolve (su questo punto mi ha sensibilizzata il mio primo insegnante di scrittura creativa, Claudio Castellani, e non posso che dargli ragione). Così mi sforzo di sfrondare la mia scrittura da patine accademiche e da arzigogoli ottocenteschi ma non basta, dovrei fare di meglio. Spesso il mio stile è legnoso. Mi scappano avverbi inutili, sfilze di aggettivi, circonlocuzioni, melensaggini. Tanti anni fa (ero giovane e stolta), ho scritto che una ragazza assopita nel letto del suo ragazzo dopo una notte d’amore era “serenamente addormentata nella sua armoniosa nudità”. Ti rendi conto? Peggio di una soap-opera. Il linguaggio dei nostri giorni ha semmai parentele con il giornalismo, con sceneggiature cinematografiche dal ritmo scattante. Sono convinta che scrivere in modo ricco e forbito non significhi scrivere bene: sottintende padronanza della lingua, ma suona retorico e inverosimile. Rischia di diventare parodia. Per questo motivo la mia ambizione è quella di portare per quanto possibile il linguaggio del thriller, secco, dinamico e fast-paced, nel fantasy, che per tradizione è più morbido e descrittivo (almeno lo è stato fino a qualche tempo fa, ora le cose stanno cambiando). Forse è il miglior modo per non vendere neanche una copia o per generare aspettative impossibili, ma non vedo altra via. Correggo a sfinimento, applicando la lezione di Edgar Allan Poe, e non è mai sufficiente. Per fortuna, ultimamente ho individuato un paio di editor che credo adatti a me.

Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa?

Non ho molto da conciliare, visto che al momento non lavoro (mi sono congedata dai miei committenti qualche tempo fa). Sono indaffarata con altre faccende, questo sì: abbiamo traslocato di recente e la ristrutturazione della casa nuova è ancora in corso. Ormai conosco meglio rubinetti e pavimenti, che personaggi e autori. Avere sempre in testa un miliardo di questioni (chiama il muratore, verifica con la geometra, paga la fattura dell’imbianchino…) mi deconcentra e mi manda a pallino giornate intere che avrebbero potuto essere produttive. La facile perdita di concentrazione è un mio grosso limite, ci devo lavorare.

La scrittura ti crea mai problemi nella vita quotidiana?

No, semmai il contrario, come dicevo poco fa. Purché con “problemi” non intendiamo che i letti rimangono disfatti mentre io sono al computer.

Come trovi il tempo per scrivere?

Concentrando impegni e doveri familiari in certi giorni, in modo da lasciarne vuoti altri. Quando ho mezza giornata totalmente libera e voglio forzarmi a scrivere senza distrazioni, mi rifugio in biblioteca con un portatile talmente antidiluviano che non può connettersi a internet. L’ambiente della biblioteca, silenzioso e ordinato, mi aiuta.

Gli amici/i parenti ti sostengono, oppure ti guardano come se fossi un’aliena?

In teoria sostengono, in pratica non si interessano. Non gliene faccio una colpa, lo so che ciascuno di noi è preso da lavoro, famiglia, impegni. Però non ha molto senso dire “crediamo in te” e poi non leggere mezza riga della mia roba. Per fortuna ci sono alcune felici eccezioni di cui sono grata al destino. Discorso diverso per mio marito, che legge ogni mia pagina.

Nello scrivere, navighi a vista come insegna Cotroneo, oppure usi la scrittura architettonica, metodica consigliata invece da Bregola?

Per i racconti parto da un’idea centrale, al massimo un canovaccio risicato, e da lì navigo a vista – spesso imbattendomi in spunti nuovi che cambiano il canovaccio stesso. Per la trilogia di romanzi, invece, è quasi tutto calcolato e previsto: procedo su una trama dettagliata. Salvo quando mi viene un’idea extra mentre lavo i piatti, ed ecco che alcuni punti della trama si rivelano ancora modificabili, causando scosse telluriche nell’intero progetto.

Quando scrivi, lo fai con costanza, come faceva Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione?

Credo poco nell’ispirazione e nel talento, preferisco la disciplina e la pratica. Quando mi metto a scrivere, mi serve un’oretta per carburare, dopodiché vado con un filo di gas: la cosiddetta ispirazione arriva. Il grosso ostacolo è superare quell’oretta. Se ho bisogno di stimolare ulteriormente l’immaginazione, mi rifugio nella musica e nelle arti grafiche: fumetto, illustrazione, pubblicità, qualsiasi cosa mi colpisca visivamente.

Tutti dicono che per scrivere bisogna prima leggere. Sei una lettrice assidua? Leggi tanto? Quanti libri all’anno?

Mah… mica tanto! Sono pigra. Inoltre, per non perdere la competenza sulla mia vecchia area professionale (alla quale un giorno potrei riaffacciarmi), devo leggere montagne di fumetti, quindi molti libri restano indietro. Mi sa che non supero la trentina di libri all’anno, quando va bene. Sono in procinto di unirmi a un gruppo di lettura, scovato di recente dalle mie parti, proprio per migliorare sotto questo profilo.

Qual è il genere letterario che prediligi? È lo stesso genere che scrivi, o è differente? E se sì, perché?

Non ho un genere prediletto. Ce ne sono alcuni che leggo una volta ogni morte di papa: romance, horror, erotico, giallo deduttivo. Tolti questi, se guardi la mia libreria vedi una tale mescolanza da causare mal di testa. C’è anche tanta saggistica: in parte risale all’università, in parte è di acquisizione più recente. Ammiro il fantasy e la fantascienza perché sono enormi praticelli all’inglese sui quali puoi giocare a qualsiasi cosa, inventare mondi interi, costruire metafore di proporzioni spaziali. Ma questo non vuol dire che io legga più fantasy o fantascienza rispetto ad altro.

Autori e autrici che ti rappresentano, o che ami particolarmente. Citane due italiani e due stranieri.

Fra gli uomini, di certo Umberto Eco, perché è stato un genio, un maestro e un uomo gentile, capace di non prendersi troppo sul serio (la sua lezione più importante, credo). E perché la sua scrittura, anche quando sembra complicata, esprime in realtà una straordinaria limpidezza concettuale. Poi JRR Tolkien, per la portata epica delle sue storie e per la costruzione minuziosa di un universo intero. Non è un caso che Tolkien ed Eco siano stati non solo scrittori ma anche studiosi, docenti, esegeti e linguisti. Persone in grado di unire la ricerca accademica all’invenzione narrativa. Fra le donne Michela Murgia, per la ricchezza del vocabolario e per la sua capacità di scavare dentro le anime. Infine Marion Zimmer Bradley, per la commistione di fantasy e fantascienza che permea tanti suoi romanzi e per la sua difesa dei diritti delle donne e dei gay, in tempi in cui questi temi erano anche più controversi di adesso. Resta purtroppo l’amarezza di aver saputo, di recente, come la Bradley fosse una persona tanto lodevole nella scrittura quanto ignobile nella vita privata.

Di gran voga alla fine degli Anni Novanta, più recentemente messi al bando da molte polemiche in rete e non solo: cosa puoi dire dei corsi di scrittura creativa che proliferano un po’ ovunque? Sei favorevole, o contraria?

Favorevole. Sono andata a lezione per qualche anno da un ottimo insegnante (Claudio Castellani, ex giornalista per importanti quotidiani e settimanali) che mi ha scrollato di dosso tanta roba inutile. Quando il suo corso ha chiuso, ne ho cercati altri, spesso brevi: seminari di cinque, sei lezioni. Anche un solo weekend (splendido il workshop con Annamaria Testa due anni fa al festival di “Internazionale” a Ferrara). All’atto dell’iscrizione non saprai mai se ti servirà, se sarà noioso, divertente o che. Ma ti puoi informare in rete sui docenti, chiedere informazioni in giro e fare una valutazione del rapporto costi/benefici. Tra i benefici metto sempre e comunque il contatto reale con altre persone interessate alla scrittura, con cui si possono costruire amicizie solide e profonde. Anche i contatti virtuali sono importanti, ad esempio mi piace far parte dell’associazione EWWA, ma i “compagni di banco” sono lì in carne e ossa, ti danno un feedback più immediato.

Dei tuoi racconti precedenti, ce n’è uno che prediligi e senti più tuo? Se sì, qual è? Vuoi descrivercelo e parlarci delle emozioni che ti ha suscitato scriverlo?

C’è un racconto, dal titolo “La fuga di Mahìn”, a cui sono legata perché tratta temi che fanno parte del mio dna e fila meglio di altri. Lo trovo coerente dal punto di vista logico e intenso da quello emotivo (se posso dirmelo da sola). Mahìn è una creatura artificiale alla ricerca della libertà da una doppia prigione: una fisica, in cui è rinchiusa, e una linguistica, visto che nessuno si è mai preso la briga di insegnarle a parlare. Lei, però, vuole imparare con tutta se stessa. Il linguaggio verbale diventa il punto di contatto con i suoi simili, mentre il silenzio e gli occhi della mente sono il tramite per comunicare, su un livello quasi mistico, con un grosso lupo. Il che costituisce l’inizio della fuga menzionata nel titolo. Il racconto è stato pubblicato in un’antologia dal titolo “Fate – Storie di terra, acqua, fuoco e vento”, pubblicata da I Doni Delle Muse.

Hai partecipato a concorsi letterari? Li trovi utili a chi vuole emergere e farsi valere?

Non mi dispiacciono. Se vanno male, sono uno stimolo a rimboccarsi le maniche; se vanno bene, sono un balsamo per l’autostima. Ho partecipato a una dozzina di concorsi, rimediando piazzamenti in quattro di questi (incluso “Amore a modo mio” organizzato dallo staff di questo blog, che ringrazio di cuore). Li trovo utili, purché non costino un patrimonio: qualche eurino per le spese di segreteria posso capirlo, poi basta. Scarto a priori quelli dove non conta il giudizio di una giuria, ma la quantità di “like” sui social network: trovo che la chiamata a raccolta di amici e parenti sia una cosa squallida. Mi ci sono abbassata una volta sola e non accadrà più.

A cosa stai lavorando, ultimamente, e quando uscirà il tuo nuovo romanzo? Vuoi parlarcene?

Una trilogia. Si intitola “The Silent Force”, come un celebre album doppio dei Within Temptation, che fra gli altri contiene il brano “See Who I Am”, cuore pulsante della storia. Quando uscirà? Vorrei saperlo. Di sicuro, in un modo o nell’altro uscirà. Quando rimugini su un tema, intreccio o pensiero per più di quindici anni, diventa vitale buttarlo fuori. Scrivo anche racconti ambientati nello stesso universo narrativo: prequel e spin-off, che mi aiutano a delineare meglio comprimari e comparse. Sono tutti gratuitamente disponibili sul mio sito, tranne “La fuga di Mahìn” che citavo poco fa. I personaggi principali della trilogia sono quattro donne dai caratteri forti, così tanto che a volte temo di esagerare. Vivono momenti di fragilità, com’è ovvio, e altri di riscatto. Cerco di tratteggiare una loro evoluzione psicologica (a volte INvoluzione) che sia credibile dato il contesto. Queste protagoniste militano nell’esercito e sono destinate al fronte come tanti altri, lontano da casa, per difendere la loro terra da un’invasione. Scoprono però che i pericoli più insidiosi si annidano a due passi da loro e questo le porterà a reagire in modi diversi, spesso in contrasto l’una con l’altra. Affronteranno due fra le prove più terribili che la vita possa riservare: l’abbandono e il tradimento. Il tutto condito da traversie sentimentali, scelte estreme, comprimari in abbondanza, montagne innevate, pericoli mortali, massacri sanguinari, crisi interiori e relative rinascite. Il giorno che arriverò in fondo, sarò un po’ rinata anche io.

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

1 Commento

  1. Federica D'Ascani
    5 marzo 2016 at 11:57 — Rispondi

    Mariella Nava… Ma quanto ti adoro!

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