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Una vacanza in Wyoming… il racconto

A grande richiesta, ecco il racconto – regalo per Gea!

Capitolo 1

«Angela, possiamo anche stare al
telefono un anno, ma ti assicuro che sono piena di lavoro e due settimane sono
il massimo.»
Un sospiro esasperato seguì quelle
che sapeva essere le ultime parole famose. Con la sorellona, infatti, era una
battaglia persa. Chinò la testa, in attesa della mannaia.
«Gea, non prendi un giorno di
ferie dal Paleolitico Superiore! Sono tre anni, dico tre anni, che non ti fai vedere. Da quando è nata Jane, per la
precisione.»
«Hai ragione,» si arrese, «ok,
tre.»
Guardò la cornetta, stupita per
quello che le era appena uscito di bocca. Tre
settimane? Tre?
Era da ricovero. Gemette, nemmeno tanto in silenzio.
«Ti ho sentito, sai? Richiama e
dammi gli estremi del volo. Testona. Ti voglio bene.»
«Anch’io. Un bacio alle belve.»
Le belve? Il marito di Angela, le
figlie (tre) di Angela e i cani (due) di Angela. Una famiglia numerosa,
caotica, piena d’amore.
Gea era una single felice. Anzi,
come diceva spesso: una zitella felice. A 35 anni, riteneva di averla scampata
bella con i matrimoni, le convivenze e la figliolanza. Gli uomini erano solo
una perdita di tempo; quasi tutte le coppie di sua conoscenza (amici non ne
aveva, grazie tante! Solo rapporti utili per lei) erano scoppiate. E allora? Il
lavoro le riempiva la vita, anche se lasciava vuoto il suo letto. Fece
spallucce e andò a controllare i voli andata e ritorno per Evanston, Wyoming,
Stati Uniti.
***
Venti minuti dopo sacramentava per
tutta la casa: non era possibile che ci volessero tutti quegli scali! Evanston,
nemmeno una città degna di quel nome! Si disse che l’amore (per la precisione,
quello di Angela per John Kendall) faceva brutti scherzi. Soprattutto quando ti
trascinava via da una città cosmopolita, brillante e culturalmente interessante
come Milano e ti portava in un buco di cittadina di nemmeno 15.000 abitanti. A
fare la mammina e la moglie modello del primario dell’ospedale locale. Gea non
riconosceva più sua sorella. A lei non sarebbe MAI successo di perdere il bene
dell’intelletto per un maschio qualsiasi, giurò a se stessa. Poi, ricordò che
lo stesso ragionamento lo aveva ripetuto tutte le volte che aveva raggiunto
Angela nel Wyoming.
Spalancò l’armadio e guardò con un
sorriso beato quella distesa di vestiti, tailleur, pantaloni, giacche, scarpe,
borse, sciarpe, abiti da sera, foulard… il sorriso si spense con lentezza, ma
definitivamente. Andò di nuovo al computer e cercò notizie sul clima di
dicembre-gennaio nel Wyoming. Rabbrividì: urgeva un guardaroba da spedizione al
Polo Nord. Ricordò con improvvisa nostalgia le altre vacanze in Wyoming:
estate, pantaloni di lino e camicie di seta. Quanto aveva riso Angela per
quell’abbigliamento! Poi, si era affrettata a prestarle qualche jeans e delle
orrende t-shirt. E l’aveva costretta a indossare tutta quella roba. Scosse la
testa, inorridita al ricordo.
Gea chiuse l’Apple con un sospiro.
Avrebbe detto all’assistente di tenerle un pomeriggio libero (no, meglio una
mattina) e sarebbe andata a fare spese. C’erano anche i regali da prendere.
Cinque, per la precisione. Con un accenno di panico pensò che non aveva idea di
cosa comprare a tre femminucce urlanti di tre-cinque-otto anni. Giocattoli,
certo, ma cosa? Si sarebbe fatta consigliare da una commessa di Toys &
Toys.
Tre settimane. Come avrebbe fatto
a sistemare il lavoro per così tanto tempo? Certo, c’era il periodo delle feste
di Natale, ma ciò nonostante… Si diede uno scrollone mentale: per una volta
tanto, l’avrebbe fatto. Prima e ultima volta.
Controllò l’ora sul piccolo Piaget
che aveva comprato dopo il primo grosso cliente. Andò in bagno per la toeletta
metodica e accurata che la predisponeva al sonno. Di solito non indugiava
davanti allo specchio, ma quella sera…
Si guardò e quello che vide le
piacque: un viso aperto (quello che ci voleva per ispirare fiducia ai
potenziali clienti), folti capelli castani e occhi scuri. Da maliarda, le
diceva sempre nonna Cristina. Guardò in basso: due seni piccoli, ma ancora
sodi. Ventre piatto e gambe toniche per tutto quel Pilates con cui da parecchi
mesi aveva sostituito il pranzo.
Infilò il pigiama e andò a letto.
Mentre spegneva la luce, si disse che tre settimane di vacanze non sarebbero
state la fine del mondo. Si rigirò a lungo, prima di prendere sonno.
***
Il mattino dopo, preparò una lista
di cose da fare lunga da qui all’eternità: biglietto con il numero minore di
scali possibile (patata bollente da rifilare alla fedele Teresa, assistente
tuttofare e vergine di ferro); abbigliamento, regali di Natale,
agenda-appuntamenti da rivedere (tre settimane! Non ci poteva credere!). La vita è complicata, si disse.
Soprattutto quando ti lasci guidare dagli altri.
Una controllata alla specchiera
antica dell’ingresso (secondo cliente importante della sua carriera) e uscì,
pronta per scendere in guerra.

Capitolo
2

Settore arrivi: tutta la famiglia
era schierata al gran completo. Il calore dell’affetto non riusciva a toglierle
di dosso quella sensazione di congelamento rapido che l’aveva colta non appena
scesa dalla scaletta dell’aereo.
Gea li guardò, uno alla volta:
Angela, che saltava come quella bambina che non aveva mai smesso di essere.
John… santo cielo! Era un orecchino quella roba mostruosa che esibiva? E poi,
le bambine. Schierate in scala, trepidanti, euforiche. All’improvviso, la
stanchezza le scivolò di dosso come una vecchia coperta. Sorrise, sventolò la
mano non impegnata a trascinare il trolley e si affrettò verso l’uscita. Ancora
il passaporto, aria innocente (quella scatola di puntarelle era passata alla
grande), sospiro di sollievo. Subito mozzato da un abbraccio “alla Angela”.
«Tre anni… Tre anni…». Gea si
sentì quel verme che era.
Un italiano americanizzato e uno
slang americano al sapore italico si mescolavano in un esempio di melting pot o
di Torre di Babele. Finché John-dall’-orecchino-a-forma-di-teschio la estrasse
dal mucchio urlante e pretese la sua dose di abbracci e di «Ma come ti dona
quell’orecchino!» (bugiarda).
***
La jeep si riempì di esseri umani,
trolley e giacche varie.
«Mi sembra di essere una cipolla,
con tutti questi strati!»
«E sentirai domani!»
«Perché, è previsto un
peggioramento del tempo?»
«No, ma in montagna farà mooolto
più freddo!»
«…?»
«Andiamo dai nonni!», sorrise
Angela, con quell’aria da «adesso sono affari tuoi».
«Ci divertiremo una sacca»,
rincarò la dose John, nel suo italiano Ikea.
E così, dai nonni? In montagna? Al
gelo che più gelo non si può? Gea rivolse uno sguardo nostalgico al settore
“Partenze” che stava allontanandosi sempre più e sospirò. Lanciò una breve
occhiata alla figura grassoccia della sorella: nessuna speranza che quelle
calzamaglie termiche che Angela adorava le stessero bene. Sarebbe congelata,
avrebbe mangiato da schifo e… e si sarebbe goduta la famiglia. Non fare la guastafeste, si rimproverò, andrà tutto bene.
***
«Era proprio necessario alzarsi
con il buio, partire con il buio, viaggiare con il buio?»
«Che lagna, Gea! Rilassati e
goditela! Sono solo quattro ore di viaggio e stiamo belli caldi».
Già, caldi. Con tre bambine
addosso, stava calda di sicuro. Magari non comoda, questo no. Un piedino
pesantemente calzato cercò di scalare la sua pancia, nel tentativo di sistemare
la proprietaria in braccio a quella zia che non aveva mai visto. La piccolina.
Era neonata l’ultima volta che Gea era stata a Evanston. E adesso cercava di
recuperare alla grande il tempo perduto. Meno male che Bull e Babette se ne
stavano accovacciati ai piedi di Angela, completamente indifferenti a quella
baraonda. Gli umani, si sa…
L’automobile cominciò a
inerpicarsi fra due imponenti muri di neve. John guidava in totale relax,
canticchiando un motivetto con una voce così stonata da non sembrare umana.
Angela cercava di regolare il traffico di figlie nel sedile posteriore. Tutti
si divertivano. Anche Gea. Che strano!
Uno spuntino diventò un pranzo con
i fiocchi. Carte unte e lattine finirono in un sacco grande come uno zaino.
John lasciò scappare un rutto cocacolesco che innervosì la moglie e fece venire
la ridarella alle bambine, impegnate per i successivi trenta minuti in patetici
e rumorosi tentativi d’imitazione.
Gea ne approfittò per guardarsi
intorno. Neve ovunque. Alberi che aumentavano di numero e d’imponenza man mano
che salivano. L’aria sembrava vibrare. Il sole rendeva quel mare di ghiaccio
uno spettacolo meraviglioso. E già, il sole! C’erano volute tre ore perché si
degnasse di fare atto di presenza.
Alla fine, sani e salvi,
arrivarono. I nonni, richiamati dal rumore, aprirono la porta e fecero uscire i
cani. Sei. Grossi. Affettuosi: bava e pelo si sparsero ovunque, con il
contributo festante di Bull e Babette.
Tra abbracci umani e canini,
strilli e passaggio di valigie, il trasloco auto-casa fu effettuato in un tempo
che a Gea, ridotta a uno stoccafisso surgelato, sembrò eterno.
Una volta entrata, s’inginocchiò
davanti al camino e giurò di non muoversi più di lì.

Capitolo
3

Una volta tornata in possesso dei
suoi arti, Gea si ritirò nella sua stanza a disfare la valigia che aveva
portato.
Maledisse mentalmente la sorella e
il cognato per averle fatto quello scherzo… pardon,
quella sorpresa: non aveva portato nulla di adatto alla montagna! NULLA! Aveva
qualcosa per la neve, questo sì… ma per la soffice neve di città, non certo per
i due metri e oltre che si vedevano dalla finestra! E, a detta di Angela,
quella notte sarebbe nevicato ancora!
Non
pensarci,
si
disse, sdraiati e cerca di dormire.
Il viaggio, prima in aereo e poi
in macchina, l’aveva spossata – non sapeva neanche più che ore fossero in quel
momento – e la stanchezza le era piombata addosso mentre tremava di freddo e
fumava di rabbia davanti al camino.
Sua sorella conosceva fin troppo
bene la sua avversione per il freddo e la montagna, soprattutto da dopo
“l’incidente” di qualche anno prima, quando aveva deciso di fare una sorpresa
al fidanzato e l’aveva trovato a letto con una biondina nella loro casa di
Courmayeur. E a quel punto era stata lei a trovarsi sbattuta fuori.
Un’altra ondata di rabbia si fece
strada nel suo petto e solo la ferrea disciplina che si era imposta anni prima
le impedì di farsi travolgere. Giorgio le aveva rovinato già una volta la vita,
non gli avrebbe permesso di farlo anche ora.
Dopo un paio di profondi respiri,
si coricò sotto la montagna di coperte che aveva ammassato sul letto e chiuse
gli occhi.
***
Le era parso di aver appena
toccato il cuscino che qualcuno iniziò a bussare alla porta… probabilmente
tentando di abbatterla, visto il vigore con cui la colpiva.
«Ziaaaaaaa!»
«Zietta Gea!!!!!»
«Vieni! Muoviti! Dobbiamo
preparare le decorazioni…»
«… e il presepe…»
«… e i dolci!»
Rendendosi conto che in realtà
dormiva da più di dieci ore e che il suo progetto di restarci per altrettante
era appena stato sabotato da tre piccole pesti, Geanine si alzò con un gemito
di protesta. Si costrinse ad aprire la porta con un sorriso e, dopo aver
indossato qualcosa di comodo, a scendere al piano di sotto per iniziare i
preparativi per il Natale.
La sera prima aveva visto l’albero
– un pino enorme – già addobbato, tutto rosso e oro, con tanto di stella sulla
punta. Sperava perciò che non ci fosse molto altro da fare… ma, a detta di
Angela, lì era una tradizione decorare la casa – e il tetto! – insieme a tutta
la famiglia riunita per i festeggiamenti.
Quanto
mancava alla partenza?

Sì chiese con un sospiro di rassegnazione, mentre pensava con rimpianto al suo
essenziale alberello natalizio, e alle candele colorate che disponeva sul
davanzale delle finestre per dare atmosfera. Qui il lavoro si prefigurava
moooolto più lungo.
Arrivata al piano di sotto, si
diresse verso la cucina da cui giungevano le voci felici delle nipotine che
parlavano tutte eccitate, con le vocine che si accavallavano una sull’altra. Il
giorno prima l’avevano sommersa di parole, è vero, ma doveva ammettere che non
era mai stata così felice come in quel momento.
Era in prossimità della porta
d’ingresso quando questa si aprì all’improvviso e Gea si vide arrivare addosso
due palle di pelo!
Presa alla sprovvista, e per
evitare che Bull e Babette appoggiassero le zampe bagnate sui suoi abiti,
indietreggiò verso la cucina cercando di evitare l’assalto, ma non ebbe
fortuna. Si sentì cadere all’indietro… ma non andò a sbattere contro il
pavimento.
Si era scontrata con qualcosa di
duro, forte, caldo e… vivo!
Si riscosse all’improvviso e si
voltò di scatto, rossa come un peperone. I suoi occhi incontrarono prima una
camicia scozzese blu e bianca sbottonata su un collo forte. Spostando lo
sguardo più in alto, trovò delle labbra piene, leggermente piegate all’insù in
una specie di sorrisetto. Infine, fu catturata da due bellissimi occhi azzurro
cielo che la guardavano con un misto di divertimento e derisione, da sotto uno
Stetson da perfetto cowboy.
Forse
sto ancora sognando
,
si disse Gea, e in un momento di profondo riconoscimento ringraziò il cielo di
aver scelto di indossare qualcosa di diverso dalla tuta con cui aveva dormito…
In caso contrario era sicura che non avrebbe retto all’imbarazzo.
«Oh Gea, lui è David O’Neal, il
nostro vicino di casa! Beh, d’accordo dodici miglia sono un po’ tantine e non
si può considerare propriamente vicinato.» disse la signora Kendall,
giungendole alle spalle. Rivolse un sorriso radioso ad O’Neal e sparì in
cucina.
Gea si allontanò di scatto dal cowboy,
cercando di riprendere un po’ di contegno.
Era un bell’uomo – splendido le mormorò
una vocina in testa – ma lo sguardo che le stava rivolgendo, sempre più
derisorio mentre le accarezzava il corpo con gli occhi, le fece capire che
genere di persona si trovava davanti. Un uomo abituato evidentemente ad avere tutto ciò che voleva: arrogante, presuntuoso
e maschilista.
Esattamente come Giorgio.
Sollevando il mento, lo guardò e
ricambiò l’occhiata con uno sguardo che avrebbe fatto ghiacciare l’Inferno.
«Buongiorno, Mr O’Neal. È un piacere conoscerla.»
«Il piacere è mio Miss» Il
divertimento dell’uomo era evidente, la cadenza con cui parlava e il tono
lievemente roco misero in momentanea crisi Gea, che si trovò divisa tra il
desiderio di cancellargli quell’espressione a suon di schiaffi e la smania di
buttare al vento tutti i suoi buoni propositi e sciogliersi per quella voce.
Optò per una via di mezzo. Farlo
parlare ancora e dimostrargli che lei non era una delle donnette svenevoli che
davanti a un bel sorriso non ragionavano più.
«Mi chiami pure Ms Evans. Sono la
sorella di Angela.»
«Ah, sì. Ricordo che Angela aveva
accennato al suo arrivo. La sorella dalla città
non mi aveva detto che fosse sposata.»
Il modo con cui aveva detto città fece intendere fin troppo bene
cosa pensava di lei. Gea indossava un completo del tipo da tutti i giorni, un comodo pantalone color panna e sopra un
maglione collo alto di cashmere che le avvolgeva le forme. Un look
evidentemente troppo mondano per quella regione sperduta in mezzo alla neve.
«Non lo sono Mr O’Neal.» Gea
sentiva l’irritazione crescere di più, ma non l’avrebbe data vinta al cowboy
dagli occhi azzurri. Per nulla al mondo.
«Queste formalità non servono,
chiamami pure David.»
«Queste formalità vanno benissimo,
Mr O’Neal». Per la prima volta il divertimento sul volto del cowboy venne
sostituito da sorpresa e da quello che a Gea sembrò disappunto.
Non vedendolo più aprir bocca, Gea
gli rivolse un sorriso smagliante. Si avviò verso la cucina, fermandosi sulla
soglia si girò e disse: «È stato un vero
piacere conoscerla. Arrivederci!»
Ma la vittoria di Gea fu di breve
durata. Dopo neanche un quarto d’ora, durante il quale era stata assediata
dalle bambine e aveva posto un enorme X sul caffé all’americana, avvertì
l’esatto momento in cui lui entrò in salotto.
Avvertiva i suoi occhi sulla
schiena e un calore del tutto inopportuno le si diffuse nel ventre mentre i
passi del cowboy risuonavano sul pavimento di legno.
«John è in casa?» La voce sembrò
accarezzare ogni terminazione nervosa di Geanine, che si impose di non
voltarsi.
«No, è fuori con Angela per delle
spese. Le serviva qualcosa?»
«Nulla che lei possa risolvere.
Gli riferisca solo che Misty è quasi pronta. Domani o nei prossimi giorni avrò
bisogno di vederlo per discutere di alcune cose.»
«Molto bene Mr O’Neal, riferirò.
Buona giornata.»
«Buona giornata a lei, Ms Evans.»
Quando la porta sbatté dietro di
lui, Gea trasse un sospiro di sollievo. Non sarebbe riuscita a sopportare
ancora per molto quell’uomo. Prese una delle ghirlande dallo scatolone degli
addobbi e si accinse a decorare il camino.
«Gea, dove sei? Cos’è successo?
Perché David se n’è andato così? Sembrava furibondo!» La voce della sorella la
raggiunse dall’ingresso. Era uscita insieme a John per andare nel centro
commerciale del paese vicino – Forget – a fare la classica spesa settimanale da
brava madre di famiglia.
«Sono in salotto!» In precario
equilibro, Gea riuscì a sistemare il festone senza lasciarlo cadere nel camino
e si voltò verso Angela. «Chi? Il cowboy? Oh, non so proprio! – mentì
spudoratamente – Stava cercando John per parlare di non so chi… Misty ti dice
qualcosa?… Quando ha ricevuto una telefonata ed è uscito in fretta e furia.»
«Misty! Sta bene? Le è successo
qualcosa?» sua sorella sembrava davvero spaventata e Gea si pentì di aver fatto
scappare Mr O’Neal.
«No, ha detto solo che
probabilmente entro la settimana arriverà il momento. Non so a cosa si
riferisse, però»
«Oh, grazie al cielo! Misty è – o
meglio, era – la giumenta di John. Quando ci siamo sposati non potevamo
portarla a Evanston, così David si è offerto di accoglierla nella sua
stalla. Ora sta aspettando un piccolo e siamo un po’ preoccupati… Ma Misty è in
mani sicure. Quando il puledro sarà nato, porteremo i bambini a conoscerlo e
poi, quando saranno un po’ più grandi, a cavalcare. Proprio come faceva papà
con noi».
Aiutate
da John, che nel frattempo era stato aggiornato da David in merito alle
condizioni di Misty, le due sorelle portarono in casa le buste con la spesa.
Sistemando
nella dispensa i vari prodotti, Gea si accorse che il numero dei sacchetti non
sembrava finire più… e un dubbio s’insinuò nella sua mente: a cosa serviranno tutte queste “provviste”?
Probabilmente
aveva espresso il dubbio ad alta voce, perché improvvisamente sua sorella
arrossì fino alla punta dei capelli. E Angela non arrossiva mai!
Un
terribile sospetto si fece strada in Geanine.
 «Angela, i signori Kendall non avevano
intenzione di invitare qui il loro vicino,
vero? E non è che, per caso, ti ha chiamato la mamma per scongiurarti di farmi
incontrare qualcuno, mentre ero qui da te, giusto
Il silenzio che seguì fu una
risposta sufficiente.

Capitolo
4

A pochi giorni dalla Vigilia di
Natale, lo spirito natalizio di Gea era sparito.
I tre anni di lontananza dalla
sorella le erano pesati oltre ogni dire, ma quelle vacanze, fatte per riabbracciarla,
vedere le bambine e dimenticare, almeno per qualche settimana, la vita che
l’aspettava in Italia, si stavano lentamente rivoltando contro di lei. Negli
ultimi anni aveva perso l’abitudine di passare molto tempo con qualcuno.
Tempo fatto di pranzi degni di un
reggimento, di chiacchiere, addobbi e lucine, bambine eccitate urlanti e
saltellanti, cani che abbaiano e domande indiscrete sulla sua vita privata,
stile interrogatorio – ormai la signora Kendall non faceva neanche più finta
che fossero domande del tutto causali – la stava sfinendo.
Dopo l’ultimo pranzo che occupò
ben due ore, senza dire una parola, Gea andò in camera a cambiarsi. Una volta
scesa, salutò tutti velocemente e imboccò dritta dritta la porta, senza
voltarsi indietro.
Una volta fuori, venne
immediatamente investita da una folata di vento gelido, che la fece desistere
per un attimo. Ma aveva proprio voglia di starsene da sola per un po’. Niente
bambine, niente parenti, niente cani… e niente vicino!
In quei giorni il cowboy sembrava
spuntare troppo spesso in casa, considerando i venti chilometri – le famose
dodici miglia di Mrs Kendall – tra i due ranch: una volta per rifornirsi di
legno dalle enormi cataste ammucchiate nei fienili dei nonni – figurarsi un
cowboy a corto di legna per il camino! -, un’altra per discutere di Misty… ogni
giorno ne aveva una.
Loro due si limitavano a
scambiarsi qualche rigida parola di cortesia, ma troppe volte Gea si era
ritrovata a cercarlo con lo sguardo quando entrava in una stanza. E altrettante
volte aveva incontrato i suoi occhi. Occhi in cui si mischiavano arroganza,
ironia, e… possesso.
Le bastò solo il ricordo per
sentire un brivido lungo la schiena.
O
forse è il freddo
,
disse tra sé e sé, cercando disperatamente di convencersi.
Prese una direzione a caso e
s’incamminò sola con i suoi pensieri.
Quando era uscita, munita di
piumino, guanti, cappello, sciarpa e di un paio di scarpe più da città che da
gita tra le nevi, nessuno si era sognato di farglielo notare. Sua sorella
l’aveva osservata perplessa, Jonh sembrava non saper come trattenere le risate
e i nonni… Beh, meglio non dirlo. Perfino i cani avevano smesso di
scodinzolare e l’avevano guardata in modo strano mentre salutava tutti ed
usciva. Ma del resto con quegli sguardi cos’altro poteva pensare?
Fuori in fondo c’erano dieci gradi
e anche di più, considerando che aveva dato un’occhiata al termometro ben prima
di partire per la “spedizione” e che un bel sole finalmente si era deciso a
fare capolino da dietro le nuvole. Forse si era vestita po’ troppo anche per
gli standard montanari, ma certo è
che non aveva nessuna intenzione di morire congelata… E dire che in realtà
aveva già freddo così!
Il tempo passò velocemente, mentre
Gea cercava di tornare la donna di sempre: positiva, autosufficiente, volitiva
e determinata.
Camminare l’aveva sempre aiutata.
Le permetteva di districare i suoi pensieri e la sua anima, lasciando che il
tempo e i problemi si annullassero intorno a lei.
Improvvisamente, realizzò che
stava battendo i denti e che mani e piedi sembravano blocchi di ghiaccio.
Finché il sole l’aveva scaldata, era riuscita anche a stare discretamente e non
aveva realizzato il madornale errore commesso. Solo adesso, con il cielo
oscurato che minacciava tempesta, molto lontana dalla casa dei Kendall, tra
muraglie di neve, un vento sempre più forte che soffiava e il cellulare
completamente andato per il freddo, capì cosa significavano quegli sguardi.
Perché, in quel ranch sperduto in
mezzo al biancore e in quel glorioso paese che erano gli Stati Uniti D’America,
la temperatura si misurava in Fahrenheit e non in Celsius!
Perché
Colombo si era messo in testa di attraversare l’Atlantico? Perché?
Perché
sua sorella doveva trovare l’amore proprio in Wyoming? Perché non alle
Maldive?!?!
Ironia
voleva che effettivamente sua sorella e suo marito si fossero incontrati
proprio in uno dei resort di quegli atolli. Perché non erano rimasti lì?
Noooo, la sua sorellina aveva
deciso di tornare nel paese verde del
padre, dove cavalli e pinguini convivevano felicemente.
«Perché sono voluta uscire?!?!» si
lamentò ad alta voce.
Come aveva potuto pensare che
uscire fosse una scelta preferibile a un pomeriggio insieme alla famiglia? Del
resto ci sarebbero state solo le bambine, Angela con John, i suoceri, i cani…
oh! E non dimentichiamo Mr O’Neal.
Ripensò a quegli occhi azzurri
come il cielo estivo che la guardavano ricchi di divertimento da sotto lo
Stetson color tabacco, a quelle labbra piegate in un sorriso ironico e
sarcastico mentre lui la squadrava da capo a piedi, e quel corpo…
Scuotendo la testa e riemergendo
da quell’intricato groviglio che erano i suoi pensieri, Gea si guardò per un
po’ in giro.
Dove
diavolo sono finita?

si chiese.
Spaventata e incapace di capire da
che parte fosse la strada per tornare indietro, Gea stabilì, tra un attacco di
panico e uno d’ansia, di essersi completamente e irrimediabilmente persa.
Per
colpa di quel maledetto cowboy! Perché non se n’è rimasto a casa sua?!
Cercò di tornare sui suoi passi…
ma la neve che aveva ripreso a scendere sempre più fitta stava ricoprendo i
segni che aveva lasciato arrivando lì.
Non
farti prendere dal panico! Niente panico! Sei nel bel mezzo di una tempesta di
neve, hai le scarpe bagnate, hai freddo, sei intirizzita e ti sei persa… ma
niente PANICO!
Sì voltò verso la direzione che le
sembrava più probabile e cominciò a camminare, urlando ogni tanto nella
speranza che qualche anima pia – e pazza – la potesse sentire.
Il vento che soffiava le portò
improvvisamente un suono che le fece rizzare i capelli sotto il cappello di
lana. Un ululato per niente incoraggiante, che si ripeté, sempre più vicino a
lei.
In un lampo di lucidità, ricordò
Angela che le accennava ai lupi e agli orsi della regione… Parole che lei aveva
catalogato come sciocchezze, visto che si trovava ancora comodamente al caldo a
casa sua, in Italia.
Accelerando il passo, iniziò a
guardarsi indietro, mentre sentiva il suono avvicinarsi. Così facendo non si
accorse dell’enorme tronco che le sbarrava la strada. Inciampò e si ritrovò
lunga distesa in mezzo alla neve.
In mezzo agli alberi che si era
appena lasciata alle spalle vide avanzare una macchia bianca e grigia. Oddio!
Il freddo era ormai dimenticato,
mentre arretrava carponi, senza staccare gli occhi dalla bestia.
Una folata di vento le fece
chiudere gli occhi e quando li riaprì il lupo era scomparso. Al suo posto le
sembrò di vedere la sagoma di una persona che avanzava… un licantropo?
Idiota! si disse. Aveva decisamente letto
troppi romanzi.
Si guardò intorno, cercando una
via di fuga, ma non vide nulla. Però sentì nuovamente un ululato.
Spaventata, si alzò in piedi, si
girò e riprese a correre. Sperava di essere riuscita a scappare, quando si
sentì afferrare per un braccio. Lanciò un urlo.
Tentò di divincolarsi, ma la presa
si fece più decisa e lei si ritrovò stretta contro un altro corpo.
Alzò lo sguardo verso l’alto e i
suoi occhi si persero in un limpido cielo sconfinato. Adrenalina e paura
l’abbandonarono di colpo e cominciò a tremare di freddo, senza potersi
controllare.
«Stupida donna! Cosa ti è saltato
in mente di uscire con questo tempo!?!»
Senza darle il tempo di
rispondere, David O’Neal la prese in braccio e, sicuro come solo lui sapeva
essere, la portò in direzione del suo pick up.
Tra le sue braccia, Gea perse la
cognizione del tempo – potevano averci messo ore come pochi minuti – e solo
quando vide il veicolo si concesse un piccolo sospiro di sollievo. Il cowboy la
caricò facendo attenzione e la avvolse in una coperta recuperata dal retro dei
sedili. Mormorò qualche parola che Gea non comprese per intero, ma che le
ricordavano fin troppo delle imprecazioni, quindi salì e partì.
***
Appena partiti, O’Neal le aveva
comunicato che tutte le strade erano bloccate e tentare di raggiungere la
tenuta dei Kendell era troppo rischioso: l’avrebbe ospitata a casa sua e appena
fosse stato possibile l’avrebbe riportata da sua sorella. Geanine si era
limitata ad annuire, stringendosi addosso la coperta. Poi, durante il viaggio,
era riuscita a ricomporsi un po’ e lo aveva ringraziato. Imbarazzata e furente
con se stessa.
In risposta, aveva ricevuto
un’occhiata tale che l’aveva fatta rimpicciolire sul sedile. Per lui non era
altro che una stupida donna di città, era chiaro.
Umiliata e infreddolita, girò il
volto verso il finestrino. Neve, neve e ancora neve. Una lacrima le si formò
all’angolo dell’occhio e andò ad imprigionarsi tra le ciglia. Con un gesto
rabbioso si passò le mani sugli occhi, cancellando quel piccolo segno di
cedimento. Quell’uomo l’aveva salvata – non si faceva illusioni, da sola non
sarebbe mai riuscita a tornare a casa – ma a quanto pareva lui avrebbe preferito diversamente.
Con la coda dell’occhio vide David
passarsi una mano sul viso, evidente segno di stanchezza. «Sei stata una donna
incosciente Ms Evans. Non saresti dovuta uscire, non con questo tempo… ma
ringraziando il cielo stai bene»
Sorpresa Geanine si girò verso di
lui. Per la prima volta da quando l’aveva incontrato, vide che nei sui occhi e
nella sua espressione non c’era altro che sollievo.
Titubante, e comportandosi come se
lei potesse spaventarsi e allontanarsi da lui, il cowboy rallentò fin quasi a
fermarsi, allungò una mano verso il suo viso e le asciugò quella piccola
lacrima traditrice, rimasta impigliata tra le ciglia. «John mi ha chiamato
quando la tempesta stava per arrivare. Eri fuori da più di due ore e non
rispondevi al telefono… non ho mai sentito John e Angela così preoccupati.
Erano fuori con i cani a cercarti, ma la nevicata li ha bloccati.»
Gea ascoltava le parole di David,
ma non riusciva a concentrarsi. La mano del cowboy era grande, calda e ruvida.
Una mano che le accarezzava il volto dolcemente, calmandola e agitandola
insieme. Il cuore le batteva all’impazzata, mentre con la mente completamente
vuota si perdeva nel suo sguardo.
«Per fortuna alcuni dei miei
uomini ti avevano vista nel bosco, mentre tornavano con i cavalli.»
«I tuoi uomini?»
«Gli uomini che lavorano nel ranch
assieme a me. Io sono il proprietario è vero, ma non posso mandarlo avanti da
solo, Ms Evans»
«Gea, chiamami Gea.» Geanine si
pentì di averlo detto – le era scappato ancor prima di pensarlo – ma il sorriso
che accolse quella concessione le fece cambiare idea. Un fiotto caldo le risalì
sul volto arrossandole le gote. Istintivamente, abbassò gli occhi e si beò
della risata roca che si diffuse nell’abitacolo.
Lui dovette portare nuovamente le
mani sul volante, mentre s’inoltravano lungo una stradina e in breve il
silenzio tornò nella macchina.
Dopo pochi minuti, da dietro un
dosso coperto di neve iniziarono a spuntare le luci e le forme di tanti
edifici. Tra i fiocchi di neve che vorticavano nell’aria, Gea riconobbe il
fienile e le stalle, poi le casette degli uomini che vivevano e lavoravano lì
al ranch insieme alle loro famiglie e infine, un po’ più in alto, la casa padronale.
Era antica e costruita per
ospitare una grande famiglia, pensò Gea mentre si avvicinavano. L’ampio salotto
vicino all’ingresso era dominato da un camino in cui un fuoco allegro
scoppiettava rischiarando perfino al di fuori della casa. L’interno, per quanto
poteva vedere, era ricco di legno scuro e pietra – gli stessi materiali
utilizzati anche per l’esterno – che davano alla casa un aspetto… virile.
Decisamente adatto a quel cowboy dagli occhi colore del cielo che le sedeva
accanto.
Il pick up si fermò davanti alla
porta d’ingresso e David l’aiutò a raggiungerla senza scivolare sul ghiaccio.
Appena entrati, le indicò dove trovare il bagno al piano superiore, dicendole
di farsi una doccia bollente mentre lui chiamava i Kendall per avvisarli che
stava bene.
Gea si limitò a sfoderare un
sorriso pieno di riconoscenza e non se lo fece ripetere due volte. Era quasi
arrivata in cima alla rampa, quando si girò e lo trovò a fissarla.
«Hai bisogno di qualcosa, Gea? Gli
asciugamani puliti li trovi nel mobile dietro la porta. E mettici tutto il
tempo di cui hai bisogno. Intanto chiederò a una delle ragazze se ha qualcosa
di caldo da prestarti.»
«Oh, grazie. Non… non ci avevo
neanche pensato. Avevo… solo una cosa da chiederti»
«Dimmi, Gea.» Quanto le piaceva
come pronunciava il suo nome! Con quella voce profonda e la pronuncia
strascicata!
«Come hai fatto a trovarmi?»
Un sorriso malandrino e sensuale
si aprì lentamente sul viso del cowboy, che una volta entrato in casa sembrava
essersi “allontanato” distruggendo quel momento d’intimità che si era creato
mentre si trovano nel pick up.
«Oh, non sono stato io. È stato
Snow, il mio lupo.» E con queste parole enigmatiche le voltò le spalle ed uscì
di nuovo.
Mentre le gambe cedevano e si
sedeva sugli scalini Gea pensò che forse, in effetti, davanti a un sorriso come
quello anche lei poteva sciogliersi.

Capitolo
5

Finita la doccia, con indosso solo
un accappatoio morbido e caldo, un po’ troppo lungo per lei, Gea si diresse in
soggiorno, dove trovò il fuoco del camino ad accoglierla.
Si sedette sul divano che era
stato prontamente avvicinato a quel calore e poco dopo David la raggiunse con
due belle tazze fumanti in mano.
«Ti ho lasciato degli abiti nella
camera degli ospiti. Dovrebbero andarti bene.» Per un terribile momento il
cowboy sembrò imbarazzato. Dopo tutto, se era riuscito a capire quale taglia
indossava solo guardandola… beh, doveva averla guardata molto, molto attentamente. Schiarendosi la voce e
distogliendo lo sguardo dal suo mentre le porgeva una tazza – cioccolata calda!
Da quanto non la beveva! – continuò. «Sono gli abiti di una delle ragazze che
vivono qui al ranch. Finché i tuoi non si saranno asciugati, andranno
benissimo».
«Ne sono certa.» Gea avvicinò la
tazza alle labbra mentre si lasciava avvolgere dall’aroma delizioso di cacao.
Il calore della cioccolata calda attraversava la ceramica della tazza e la
scaldava. Malgrado la doccia bollente, sentiva ancora dentro di sé una
sensazione di freddo che non voleva lasciarla andare. Solo che questa volta era
un freddo che nasceva dentro di lei. La neve e il vento non c’entravano nulla.
Scacciando la malinconia che
l’aveva colta, iniziò a sorseggiare la cioccolata. Un sorso e la bevanda le
andò di traverso! Sembrava fosse…
«…corretta?» disse tossicchiando.
Doveva essere particolarmente
divertente, mentre cercava di riprendersi, perché accanto a lei il cowboy aveva
dovuto appoggiare la sua tazza per evitare di rovesciare tutto mentre rideva.
Rifilandogli un’occhiata gelida –
prima o poi gliel’avrebbe fatta pagare! – sorseggiò nuovamente con tutta la
disinvoltura possibile. Il liquore le bruciava la gola, mentre scendeva per poi
diventare un piacevole calore.
«Mia cara Ms Evans, da queste
parti è normale correggere le bevande, specialmente a chi ha passato più di due
ore in mezzo alla neve con una tormenta in arrivo. Spero che per lei non sia un
problema»
«Assolutamente no, Mr O’Neal»
In effetti quel calore la stava
lentamente colmando e i suoi pensieri iniziarono a disfarsi a poco a poco.
Ascoltava le parole di David – gli aveva chiesto di raccontarle la storia del
suo ranch – mentre osservava le fiamme rincorrersi all’interno del camino. Il
tepore l’aveva portata ad acciambellarsi in un angolo del divano, con i piedi
raccolti sotto di sé e le palpebre che divenivano sempre più pesanti.
La voce morbida di lui la
risvegliò quel tanto che bastava affinché gli cingesse il collo muscoloso,
mentre due braccia d’acciaio la sollevavano per la seconda volta quel giorno,
avvicinandola ad un corpo solido.
Gea si strinse a O’Neal mentre
questi la portava al piano superiore, verso le camere. Inspirò il suo profumo –
dopobarba, menta e tabacco – e si lasciò sfuggire un piccolo mugolio di
protesta quando la distese sul letto. E mentre il sogno, in cui due occhi
colore del cielo dominavano ogni cosa, l’avvolgeva nuovamente, sentì la
pressione di due labbra leggere che la sfioravano per poi sparire.
***
La mattina seguente Gea fu
svegliata da un respiro che le scompigliava lievemente i capelli. Si stiracchiò
un pochino e voltò la testa… incontrando gli occhi che l’avevano inseguita per
tutta la notte. Solo che, invece di appartenere ad un caldo cowboy decisamente
discinto, erano di un enorme lupo bianco e grigio che la fissava con il muso
appoggiato comodamente sulle zampe anteriori.
Si tirò su di scatto,
allontanandosi dal letto. Il lupo continuò a guardarla con estrema calma.
Quando si ricordò gli avvenimenti del giorno prima – la pessima idea di uscire,
la tormenta, quel lupo e David – non sapeva bene cosa fare.
Resto
o sgattaiolo fuori furtivamente?

si chiese. Magari se mi muovo piano, Snow
rimane sul letto.
Neanche il tempo di formulare il
pensiero ed ecco che il lupo si alzò, la guardò scodinzolando e sparì fuori
dalla porta, che Gea si precipitò a chiudere a chiave.
Una sveglia del genere non faceva per lei.
Tra l’altro non ricordava d’essere
arrivata in camera la sera prima.
Oh,
no! Forse non era stato solo un sogno! Quelle braccia che la tenevano stretta e
quel profumo virile…
Si concesse quindi una rapida
ispezione a se stessa e alla stanza. Vide, ripiegati sul tavolo, degli abiti
che si affrettò ad indossare con un moto di gioia. C’era anche un pettine per
domare quel groviglio di capelli. Completata la vestizione, mise cautamente la
testa fuori dalla porta e, non vedendo traccia di vita lupesca, scese verso il
piano inferiore.
Ora avrebbe ringraziato ancora una
volta David per averla salvata e poi, con fermezza, gli avrebbe chiesto di
riportala al ranch dei Kendall. La notte prima erano entrambi stanchi e provati
per la giornata: la fragile intesa che avevano costruito non sarebbe durata
alla luce del sole.
Meglio andarsene prima di restare
feriti.
Attraversò l’ingresso ed entrò in
silenzio nella cucina.
David, seduto a gambe larghe su
una delle sedie attorno al tavolo, le dava le spalle e dalla posizione del capo
sembrava guardare verso il basso. Una mano era abbandonata sul tavolo, vicino
all’immancabile Stetson, mentre l’altra sembrava trattenere qualcosa davanti a
lui.
«Buongiorno Dav…» con un misto di
orrore e gelosia – del tutto fuori luogo tra l’altro – Gea interruppe il suo
saluto quando fra le gambe di lui spuntò la testa di una ragazza. Bionda,
sorridente, con due labbra morbide e rosse.
Sembrava perfino avere il fiatone.
Ma la cosa migliore fu
l’espressione di David. Si voltò e si alzò di scatto, rovesciando la sedia e
sollevando le mani in un gesto d’innocenza, mentre diventava di un colore
impossibile. Sembrava un ragazzino trovato con le mani nel vasetto della
marmellata.
O
forse
, pensò
ironicamente Gea, questa volta è lui la
marmellata rubata.
Con quel pensiero inopportuno che
a breve l’avrebbe fatta piegare in due dalle risate, si voltò sperando di
sembrare offesa e furiosa – non ne aveva nessun diritto ma aveva capito dallo
sguardo di David quanto lui fosse convinto di aver commesso un errore… quindi
perché non farlo penare un po’? – e si diresse a grandi passi verso le scale.
Lui impegnò qualche istante per
decidere di seguirla e questo le permise di chiudersi in tempo in camera.
Afferrò il cuscino dal letto e se lo premette in faccia per soffocare le risate
che ormai la squassavano. Mio povero
cowboy, cosa stavi combinando?
Un pensiero – traditore e senza
ragione – le attraversò la mente e lei per un secondo si perse a fantasticare
su come fosse fornito lì sotto il suo
ospite. Era quasi certa che la ragazza lo sapesse.
Ad un primo sguardo poteva anche
sembrare un angioletto, ma l’espressione che aveva quando si erano viste
lasciava pochi dubbi. Ex o attuale fidanzata poco importava, quella donna aveva
conosciuto, biblicamente parlando, il cowboy dagli occhi azzurri.
Un moto di gelosia le montò in
petto come poche volte era accaduto in vita sua.
Sentì bussare alla porta. Dandosi
un contegno e assumendo la faccia più neutra possibile del suo repertorio, andò
ad aprire.
«Gea non è come sembra… davvero,
Janet mi stava dando una mano…»
Con un gesto brusco lo interruppe.
«A fare cosa cowboy?» Replicò Gea, fingendosi stizzita, cosa che non le risultò
troppo difficile se ripensava al breve sguardo scambiato con la cara Janet.
«Ti era venuto un prurito talmente
fastidioso da non riuscire più a muoverti? Fortuna che c’era qualcuna pronta ad
aiutarti ad alleviare le tue sofferenze.» Guardando volutamente la zona sotto
accusa continuò «Spero almeno che ti sia stata d’aiuto… anche se così, ad un
esame veloce, direi di sì.»
«No, cioè sì. Mi ha aiutato ma
non…»
Ok
la cosa sta degenerando, è ora di finirla
, pensò la donna.
«Questa è casa tua e sei libero di
fare ciò che vuoi. Ti chiedo solo di accompagnarmi a casa il prima possibile.»
Evidentemente non era la risposta
che David si aspettava perché si rabbuiò e Gea percepì nettamente il momento in
cui il muro tra loro tornò solido e integro, come se non fosse mai accaduto
nulla.
«Certamente. Chiama tua sorella e
avvisala che arriverai per pranzo.» Detto questo, si voltò e lei gli sbatté la
porta in faccia.
***
Sfortunatamente il destino
sembrava aver deciso diversamente per loro e solo dopo aver provato tutte le
strade – sterrate e non – si arresero all’evidenza: la tormenta che continuava
a imperversare dalla sera prima aveva bloccato le strade, facendo cadere alberi
e tralicci.
In un silenzio pesante tornarono
lentamente verso il ranch. Dallo scambio di quella mattina sulla porta, non si
erano detti che poche parole riguardanti la strada da percorrere e poco altro.
A rompere il silenzio,
incredibilmente fu David. «Questa mattina stavo aspettando che ti alzassi
quando è arrivata Janet. Le ho offerto una tazza di caffè per ringraziarla dei
vestiti che ti ha prestato. Ad un certo punto si è avvicinata troppo e io ho
fatto un passo indietro. Solo… che ho finito per rovesciarmi il caffè sui
jeans.» Il rossore della mattina tornò per un breve attimo sulle sue guance.
«Ho tentato di fermarla, ma non c’è stato verso: ha preso una pezza per pulire
il disastro che avevo fatto. Poi, beh, sei arrivata tu. Ecco»
Povero
piccolo cowboy!
,
pensò Gea mentre lo osservava. Era così tenero in quel momento!
Sua madre le aveva sempre detto
che gli uomini erano creature strane, quando si mettevano in mezzo i
sentimenti, ma a dire la verità non le aveva mai creduto fino a quel momento.
Gli rivolse un sorriso tenero,
seguito da una piccola risata e miracolosamente l’atmosfera si fece molto più
leggera.
Tornati nuovamente al ranch,
Geaniene stava per rientrare in casa, stringendosi nel piumino, quando David la
sorprese prendendola per mano e portandola fino alla stalla.
Lì, respirando a pieni polmoni
quell’odore che la riportava all’infanzia, si lasciò accompagnare verso il box
in fondo, dove una bellissima giumenta pezzata, una mustang dallo sguardo
fiero, aspettava pazientemente che David le si avvicinasse.
«Misty, ti presento Gea, la
cognata di John. Gea, lei è Misty.»
Allungando la mano perché la
cavalla sentisse il suo odore, Gea si avvicinò piano. Le accarezzò il collo
muscoloso, perdendosi nei ricordi.
«È bellissima, David» mormorò
piena di stupore. «Ti stai prendendo cura di lei in maniera magnifica.»
«La mia famiglia alleva mustang da
generazioni… e anche tu, come tua sorella e suo marito, amate i cavalli, dico
bene?»
«Oh, sì! In fondo anche noi
abbiamo sangue di cowboy nelle vene. Angela non te l’ha mai detto?» Gli rivolse
un sorriso spensierato prima di tornare con lo sguardo sulla giumenta. «Nostro
padre era di Hope. Come te, anche la sua famiglia aveva un ranch sperduto tra i
boschi in cui allevavano i cavalli. Poi, un giorno, conobbe la mamma e decise
che lei era ciò che voleva dalla vita. Lasciò quindi la tenuta all’amico di
sempre e partì per l’Italia con lei. Lì si sposarono e aprirono un maneggio in
Toscana. Inutile dire che anch’io e Angela siamo cresciute tra quelle mura.
Mamma racconta sempre che papà ci mise su un pony ancor prima che imparassimo a
camminare»
Il movimento con cui spazzolava il
dorso di Misty s’interruppe un attimo e la cavalla nitrì brevemente la sua
disapprovazione.
«Ma come siamo viziate, eh!»
«Poi, cos’è accaduto?» le domandò
David. Le si era avvicinato tanto da farle sentire il suo calore sulla schiena.
Se avesse fatto anche solo un piccolo movimento, gli sarebbe finita addosso… E
il desiderio di farlo era sempre più forte.
Una mano coprì la sua e la
costrinse a girarsi per guardarlo negli occhi. «Poi, cos’è accaduto, Geanine?»
«Poi papà è morto. Un tumore che
in pochi mesi se l’è portato via. Mamma non riusciva più a vivere in quella
casa, così lasciammo la Toscana, il maneggio e i cavalli per trasferirci a
Milano.»
«Sei mai tornata?» Non servì che
le domandasse dove, aveva capito.
«Si… e lì incontrai Giorgio… ma
non è qualcosa di cui voglio parlare, per favore»
David la osservò per un lungo
momento, prima di spostare lo sguardo verso le sue labbra. Un brivido di
anticipazione le scese lungo la schiena, mentre sentiva improvvisamente le
labbra secche. Le morse piano mentre si appoggiava contro il petto forte del cowboy,
sollevandosi sulle punte per andare incontro al suo capo reclinato.
Le loro labbra erano separate solo
da un soffio, quando la musica di Psyco
invase a tutto volume la stalla.
Staccandosi come se
improvvisamente si fosse scottata, Gea frugò nelle tasche alla ricerca del
telefono che continuava a suonare imperterrito.
Lanciò uno sguardo disperato a
David, che la guardava divertito e si voltò per rispondere alla madre.
«Pronto, mamma? È successo
qualcosa?». Era improbabile che la madre la chiamasse quando era in Italia,
figuriamoci adesso che era nel Wyoming! Doveva essere accaduto qualcosa, per
forza.
«Oh, Geanine! Tesoro, sono così
felice per te! Quando Angela mi ha chiamato, non potevo crederci…»
«Mamma? Cosa? Non capisco! Cosa
succede? Cosa ti ha detto Angela?»
«Ma come cosa?! Geanine quanto sei
sciocca a volte! Sono tua madre e ho una certa età, oltre ad avere avuto due
magnifiche figlie.»
Un terribile sospetto si fece
strada in Gea. «No, mamma devi aver frainteso. Hai frainteso certamente…»
«Sei una donna adulta e ancora
splendida, è più che normale che qualcuno sia attratto da te. Spero che sia
bravo a letto quanto lo era tuo padre… I cowboy hanno quel qualcosa in più che
manca agli uomini italiani!»
Ammutolita e con le guance
roventi, Gea ascoltava il fiume incessante di parole che proveniva dal
telefono. Si voltò lentamente verso David e si chiese se, per caso, non fosse
stata adottata. Non poteva credere che sua madre e sua sorella avessero
architettato quel piano! Era furiosa! E la rabbia aumentava al pensiero che lei
ci stava cascando in pieno, con tutte le tasche…
Sua madre, intanto, continuava
imperterrita il suo fiume di parole su come i cowboy avessero quella marcia in
più, sul fatto che voleva che lei si sistemasse finalmente, che voleva dei
nipotini… insomma, la solita solfa di sempre.
Non sopportandola più e avendo
ormai le guance paonazze, Gea rispose in modo secco alla madre: «Mamma,
piantala! Non ho tempo per queste cazzate adesso, la vita è mia e decido io
come viverla! Devo andare. Ciao.»
Riagganciò, ma purtroppo non prima
di aver sentito sua madre risponderle «Fammi sapere come va col cowboy!»
Questa fu la goccia che fece
traboccare il vaso.

Capitolo
6

«Io
la uccido!» esplose Gea, dirigendosi a passo
svelto fuori dalla stalla.
David restò spiazzato solo un
attimo, poi le corse dietro.
A pochi passi dall’uscita le afferrò il braccio e la
blandì «Chi è che dovresti uccidere?»
Gea si girò e il suo sguardo
sembrò lanciare lampi di furore.
«Oooooook,
chiunque tu voglia far passare a miglior vita dovrà aspettare la fine della
tormenta. O vuoi perderti di nuovo?»
Guadagnandosi un’occhiataccia,
sempre tenendola per il braccio, la condusse dolcemente ma fermamente in casa e
si accomodò con lei sul grande divano a L di fronte al camino scoppiettante.
Gea restò muta ma sembrò tornare lentamente in sé e
perciò lui le chiese «Ne vuoi
parlare?»
Il laconico «No» di risposta arrivò immediato, ma
poi Gea continuò, guardandosi le mani e in tono imbarazzato «Scusa, devo esserti sembrata una
pazza, ma c’è un limite a quello che una persona può sopportare dai parenti,
anche se sono spinti dalle migliori intenzioni»
«Già,
l’inferno è lastricato di buone intenzioni» disse David
facendole l’occhiolino e guadagnandosi un sorriso incerto dalla ragazza.
In quel mentre entrò Snow e si
accucciò ai piedi del padrone che lo accarezzò distrattamente, senza però
staccare gli occhi da Gea.
Lei sfruttò l’occasione per cambiare argomento «Certo che è strano vedere questa
enorme bestia che si lascia coccolare come un docile cagnolino»
Il lupo infatti sembrò bearsi di
ogni carezza ricevuta.
«Lui
è tenerissimo con chi vuole. Ti piacerebbe accarezzarlo? Certo, se hai paura ti
capisco» ribattè David con una luce
birichina negli occhi.
Gea, che non aveva mai rifiutato
una sfida, spostò lo sguardo sul lupo e poi, si avvicinò cautamente, facendosi
annusare la mano prima di infilarla nel folto pelo color bianco-grigio.
Iniziò a muovere la mano e sembrò
che Snow gradisse.
«Ti
devo ringraziare lupo, senza di te non so che fine avrei fatto nella tormenta» disse Gea, continuando ad
accarezzare la bestia anche perché la cosa la stava rilassando. Ritornò con lo
sguardo su David e lo scoprì alquanto sbalordito.
All’occhiata interrogativa di lei, lui rispose «Di solito non permette agli altri
di toccarlo. Non guardarmi così: non ti avrebbe fatto alcun male. Di solito, se
ne va non appena un estraneo gli si avvicina»
«E
invece sembra che siamo diventati amici, vero Snow?» disse Gea iniziando a grattare il
lupo sotto le orecchie e lanciando uno sguardo di sfida in direzione di David,
che scoppiò a ridere.
La sua risata era così spontanea
che contagiò anche Gea.
Snow, seccato, si alzò e si
accovacciò più in là, sopra il soffice tappeto, con la testa sulle zampe
anteriori. Li guardò, i suoi pensieri fin troppo chiari: Che strani questi umani. E loro risero ancora più forte.
Quando la risata si spense, si guardarono dritti
negli occhi e sembrò che i loro visi si stessero lentamente avvicinando. Poi,
David scattò in piedi e disse «Ti devo
sfamare o non sarei un buon padrone di casa»
Gea, un po’ delusa ma pensando che
fosse meglio così, fece per alzarsi a sua volta ma lui la bloccò con un gesto
della mano.
«Resta
qui a fare compagnia a Snow e lascia fare a me»
«Non
ci credo che sai cucinare! A meno che tu non abbia intenzione di riscaldare
degli avanzi…» lo schernì
Gea con un sorriso.
«Donna
di poca fede! Sono perfettamente in grado di cucinare, ti preparerò un tipico
piatto italiano» e se ne andò
in cucina.
Qui
gatta ci cova…

pensò lei poco convinta, ma restò seduta sul divano.
«Vedo
che tu non hai bisogno di compagnia lupacchiotto, Morfeo fa gli straordinari
con te» disse Gea a uno Snow
profondamente addormentato in fondo alla stanza.
La ragazza scattò ben presto in
piedi sentendo profumo di… pizza? Wow!!!
Quanto mi è mancata in questi giorni!!!
e raggiunse a passo svelto la
cucina.
«Non
dovevi rimanere di là?»
«Il
profumo mi ha attirato. Aha! Lo sapevo! Le pizze sono surgelate!» e accennò con ironia alla scatola
posata lì vicino.
«Mai
detto di non utilizzare surgelati. Tu avevi parlato di cibo riscaldato, cosa
che non è» disse David con molta faccia
tosta.
«Sì,
il precotto è decisamente diverso» lo schernì
Gea, scuotendo su e giù la testa.
«La
mangi anche se è pizza surgelata, vero?» chiese David
preoccupato.
«Scherzi!
Basta che si chiami pizza e io la divoro. E’ il mio piatto preferito» rispose Gea con un largo sorriso,
facendo incurvare le labbra anche a lui.
Una volta pronte, David le sfornò.
Le servì su due piatti tagliandole
a spicchi e dirigendosi verso il soggiorno.
«Non
mangiamo in cucina?» chiese Gea
stupita.
«Se
vuoi, ma io preferisco mangiare di là»
«No,
di là andrà benissimo» decise Gea
sorridendo.
David mise i due piatti sul
tavolinetto in ferro battuto.
Andò a prendere due birre dal
frigo, le stappò e si accomodò sul divano vicino a dove si era appena seduta
Gea.
Prese uno spicchio di pizza tra le
mani ma, invece di portarlo verso di sé, avvicinò il cibo a Gea che aprì la
bocca e assaggiò. Masticando, lei chiuse gli occhi beandosi del sapore
inconfondibile di pizza, il suo preferito. Aprendo gli occhi incontrò quelli di
lui che la stavano fissando con… cosa? Desiderio? Lo sperò, ma allo stesso
tempo ne ebbe paura. Mascherò il suo nervosismo, prendendo a sua volta una
fetta e avvicinandola alla bocca di David. Lui l’addentò e masticò, guardandola
negli occhi. «Parlami della
tua vita in questo ranch» chiese Gea,
per spezzare un silenzio che si stava facendo imbarazzante.
«Non
c’è molto da dire. Ho sempre amato la natura e qui sono nel mio ambiente, anche
se devo ammettere che ci sono delle giornate veramente dure. Come quella volta…» e si lanciò nel racconto di tutta
una serie di aneddoti.
Poi toccò a Gea a rispondere alla
stessa domanda e lei descrisse entusiasta il suo lavoro. Raccontò anche di un
divertente episodio in cui aveva stracciato a ramino un paio di clienti
anziani, guadagnandosi così il loro rispetto. Gioco che aveva imparato grazie
al padre. Continuarono così a imboccarsi a vicenda, parlando del più e del meno
e innaffiando il tutto con la birra chiara.
A fine pranzo si guardarono negli
occhi, ognuno apprezzando quanto vedeva dell’altro: lei aveva lo sguardo acceso
e rilassato e lui un viso disteso e un sorriso malandrino.
David l’attirò dolcemente a sé con
la scusa di pulirle l’angolo della bocca con il pollice.
Piegò la testa di lato e premette
le labbra perfettamente scolpite su quelle di Gea.
Lei aprì la sua bocca con un
gemito soffocato, lasciandolo entrare e avvolgendo le braccia intorno alle sue
spalle larghe; le sue dita si infilarono nei capelli di seta di lui.
Il bacio divenne più profondo, le
loro lingue si intrecciarono, i loro respiri si fecero più veloci.
I loro corpi si toccarono e
incastrarono alla perfezione in un abbraccio appassionato, che accese una
passione forte e bruciante.
Lui le aprì la zip del pullover e
infilò le mani sotto la maglietta per aprire il gancetto di un reggiseno che al
tatto gli parve pizzo.
Prese i seni di Gea tra le mani
grandi e forti, iniziando a massaggiarli provocando in lei una vampata di
calore al basso ventre.
Lei aprì uno alla volta i bottoni
della camicia a scacchi di lui, scoprendo a poco a poco il torace muscoloso di
un uomo abituato a una dura attività fisica.
A un certo punto la parte
superiore dei vestiti venne reciprocamente sfilata e gettata ai piedi del
divano.
Guardando quei seni perfetti, lui
trattenne il fiato e mentre anche lei era paralizzata dalla tartaruga scolpita
dell’uomo, David iniziò a succhiare un capezzolo rosa ed eretto, tormentando
con le dita l’altro.
Gea si inarcò contro di lui,
sentendo montare un piacere travolgente e intenso.
Si sentirono ancora troppo
vestiti: fu il turno dei jeans e iniziò lei slacciando quelli di lui.
«Sei
sicura?» le chiede David con una voce così
rauca che non sembrava più la sua.
«Mai
stata più sicura di qualcosa in vita mia» rispose lei
sorridendogli un po’ affannata e pensando: Che
se ne vadano a quel paese i parenti, questa è la mia vacanza ed è ora che me la
goda.
Allora fu lui a prendere
l’iniziativa, slacciando e abbassando i pantaloni lentamente lungo i fianchi
sodi e formosi di lei e baciandole la pelle morbida e bianchissima delle cosce.
Poi risalì con un’altra scia di baci verso il ventre.
Guardò quelle mutandine
microscopiche con un largo sorriso. Infilò la mano destra dentro il pizzo nero
e iniziò a tormentare il fulcro del piacere di lei che, sdraiata sul divano,
infilò le dita nei capelli di David, per guidare la sua bocca dove necessitava
sollievo.
Lui non se lo fece ripetere due volte e, sfilando il
triangolo di pizzo, tracciò con la lingua il contorno di quel sesso vellutato.
Gea si contorse: il piacere e l’impazienza la facevano da padroni nel suo
corpo. David le afferrò le natiche, sollevandola e inclinandola verso la sua
bocca. Lento e metodico iniziò a succhiare il clitoride, suscitando i primi
gemiti affannosi. La sfiorò di nuovo con la mano e, sentendola bagnata, infilò
e mosse dentro e fuori di lei prima una e poi due dita. Sollevò un momento gli
occhi, fissandola intensamente: «Sei
bellissima», sussurrò con voce sensuale.
Lei sorrise, affannata e rossa in viso «Anche tu», ma si interruppe con un singulto
perché David era tornato all’assalto del clitoride con stoccate lente e sicure.
Gea provò una serie di deliziose scosse che la portarono a un crescendo di
sensazioni squisite e devastanti fino al culmine, quando si inarcò e le sembrò
di esplodere in tanti minutissimi pezzi.
Dopo qualche respiro per riprendere coscienza, lei lo
guardò e affermò sicura «Ora tocca a
te»
Prima che lui potesse anche solo
aprire la bocca, sfilò in un sol colpo i jeans di lui, facendolo adagiare
supino sul divano.
Gli infilò la mano negli slip e iniziò ad
accarezzarlo, veloce, sicura, con il pollice che premeva leggero sul glande per
accrescere il piacere, ricompensata da una serie di grugniti sensuali. Al che
lei sorrise, si allungò sopra di lui e sussurrò al suo orecchio «Voglio fare a te quello che tu hai
fatto a me, è la legge del taglione. Non sono pronta a nient’altro per oggi,
spero ti possa accontentare»
Per tutta risposta, lui le fece
girare il viso e l’attirò a sè in un bacio appassionato.
«Lo
prendo come un assenso» disse lei,
continuando a muovere la mano su e giù.
A un certo punto gli sfilò gli
slip e sostituì la mano con la bocca. Lui sussultò al tocco caldo e umido di
quelle labbra morbide. Poi, una lingua curiosa lo leccò per tutta la lunghezza.
Gea avvolse le mani alla base del
pene e ne succhiò la punta gonfia. Era lungo, spesso e duro come la roccia.
David si inarcò contro di lei e
iniziò a gemere.
«Oddio» gli sfuggì dalle labbra, quando
Gea ingoiò più che poteva il suo membro e iniziò a muovere la testa su e giù
lungo tutta la lunghezza. Chi ha bisogno
di respirare in fondo?
pensò Gea avvolgendo le labbra attorno a lui e
prendendolo fino in gola.
David buttò indietro la testa, premendola sui cuscini
del divano «Quant’è bello… la tua bocca…» ma non finì la frase che si
spense in un rantolo perché raggiunse il culmine. Uno spruzzo caldo inondò la
bocca di Gea che ingoiò, pensando che quell’uomo aveva proprio un buon sapore.
Dopo qualche respiro affannoso, lo
sguardo intenso fisso sul viso di Gea, David la prese tra le braccia e la baciò
con passione. Con una mano afferrò il plaid che era posato sullo schienale e
avvolse entrambi in un bozzolo caldo. La toccò delicato, coprendole il viso di
piccoli baci. Sonnecchiarono abbracciati per un po’, poi David, sempre con Gea
tra le braccia, si sollevò dal divano e si apprestò a salire le scale.
***
«Ehi!
Che fai? Ti ho detto che non…»
«Sstt..
Dobbiamo farci la doccia e, se mi permetti, vorrei lavarti la schiena. Non ti
chiederò di fare nulla che non desideri»
E’
quello il problema
,
pensò Gea con una smorfia.
«Che
c’è? Non mi credi? Parola di scout!»
A queste parole, Gea si lasciò
trasportare fino al bagno.
Lì lui la fece scendere, aprì il
soffione della doccia e, dopo aver controllato l’acqua, la riprese tra le
braccia per posarvela dentro.
«Tu
sei pazzo!» disse Gea con un sorriso.
«Sì,
forse, ma pazzo di te al momento» ribattè
David facendole l’occhiolino.
Entrò anche lui e fece bagnare
entrambi sotto l’acqua. Cosparse una spugna con uno schizzo di bagno-schiuma e
cominciò a lavarla. Delicato, tenero. Prima le braccia e le spalle. Quindi si
accucciò e la insaponò partendo dalle caviglie per risalire pian piano ai
fianchi dove si soffermò un po’, poi toccò al torace. Guardandola negli occhi,
lasciò cadere la spugna e posò le mani sui seni, massaggiandoli delicatamente.
Sebbene il suo membro avesse ripreso ad essere gonfio e duro tra di loro,
tenendo fede alla promessa fattale lo ignorò. La fece girare e le lavò i
capelli, la schiena e il sedere non troppo piccolo ma sodo. Fu poi il turno di
lei: lo strofinò delicatamente, seguendo i muscoli scolpiti di braccia, torace
e schiena ed elargendo qualche carezza al pene eretto. David le fermò la mano
con una delle sue e con l’altra riattivò l’acqua. Se gli era costato rinunciare
al sesso-sotto-la-doccia, non lo diede a vedere. Una volta risciacquati, si
avvolsero nei grandi teli di spugna bianchi appesi alla parete.
Si asciugarono i capelli con il
phon, scherzando e rubandoselo a vicenda. Si rivestirono e, vedendo che la
tormenta era ormai passata, si prepararono per ritornare al ranch dei Kendall.
Prima che David mettesse in moto il pick-up, lei si
girò verso di lui guardandolo fisso in quei bellissimi occhi azzurri. «E’ stato bellissimo, ma quello che
c’è tra noi due è troppo nuovo e fragile per metterne a conoscenza la mia
famiglia» disse, appoggiandogli la mano sul
braccio muscoloso e caldo.
 «Sono solo fatti nostri» disse lui, facendola sorridere.
Il tragitto al ranch fu breve. Un
silenzio rilassato faceva loro compagnia.
***
Arrivarono al ranch e trovarono
Angela lì fuori ad accoglierli.
Gea sospirò e scese, conscia di andare
al patibolo.
«Resti
a cena, naturalmente» disse Angela
rivolgendosi a David.
«Grazie
ma non posso, ora che è finita la tormenta ho più di un lavoro arretrato che mi
aspetta. Però devo parlare con John, dov’è?»
«Lo
trovi nella stalla» lo informò
Angela.
David si allontanò e con le parole «Dobbiamo parlare, Geanina» Angela prese per un braccio la
sorella, quasi trascinandola in cucina.
Una volta lì proseguì «Oh,
ti vedo più rilassata. Essere bloccata con un uomo in una tormenta ti ha fatto
proprio bene!» Il suo
sorriso diceva molte cose.
«Angela,
ti avverto, non mi provocare…» esclamò Gea,
a cui la rabbia per la telefonata della madre non era scemata per nulla.
«Che
avreste fatto allora in tutto quel tempo?» chiese
maliziosa la sorella.
«Abbiamo
giocato a ramino per ore e devo dire che mi ha stracciato. Però una partita me
l’avresti anche potuta far vincere» disse David,
entrato in quel momento schiacciando l’occhio a Gea.
«Dove
caspita avrà lasciato John il mio seghetto alternativo? Non c’è neanche qui…» si guardò in giro e poi proseguì «Così imparo a prestargli i miei
arnesi: li perde sempre. Io torno a casa, ci vediamo». Si girò e uscì, agitando la mano
in cenno di saluto.
Angela ammutolì, rossa come un
peperone, Gea invece sorrise e si rese conto che aveva cominciato ad
innamorarsi di quel bel cowboy.

Capitolo 7

Natale.
Come
sempre, a casa dei suoceri di Angela, c’era un via vai di gente indaffarata e
contenta.
Le
musichette natalizie che imperversavano da oltre dieci giorni in casa erano
coperte dal chiacchiericcio allegro di dodici adulti e tre bambine e dallo
sporadico abbaiare dei cani.
Da
quando la sorella si era sposata e trasferita, non avevano passato molto tempo
insieme e Gea non riusciva ancora a sentirsi parte integrante della grande casa.
Nei
giorni già trascorsi con la sorella, però, si sentiva rinvigorita. L’atmosfera
familiare e cameratesca che si creava ad ogni pasto la faceva sentire in pace
con se stessa. Non era solo merito della bellissima famiglia che la ospitava,
Gea questo lo sapeva benissimo.
Voleva
godersi quella serata fino all’ultimo secondo, voleva sentire ogni profumo,
ascoltare ogni risata per incamerarla e portarla con sé a casa, quando sarebbe
stata sola a riscaldare una cena precotta perché non le andava di cucinare per
una sola persona.
Si
era vestita con cura per l’occasione, scegliendo un capo che aveva acquistato
appositamente e che si distingueva da tutto ciò che lei indossava di solito.
Un
vestito di lana blu con la chiusura a portafoglio copriva con dolcezza il suo
corpo. Le rouches sulla schiena erano tenute ferme da un laccetto malizioso.
L’abito metteva in risalto la scollatura senza che lei si sentisse “messa in
mostra”. Autoreggenti chiarissime, abbinate all’intimo color crema, la facevano
sentire spumeggiante, quasi sexy. Probabilmente nessuno l’avrebbe notato, ma
amava sentirsi bene con il suo corpo.
Stivali
e trucco naturale completavano il look.
Per
quella sera non sarebbe stata diversa dagli altri: voleva essere parte della
festa.
Gea
si fermò un attimo accanto al camino ad osservare la gente che tra poco si
sarebbe seduta a cenare e non poté fare a meno di cercarlo con lo sguardo.
David.
David O’Neal.
Si
erano avvicinati molto, negli ultimi tre giorni, con momenti di dolcezza e di
passione che li avevano fatti sentire sempre più affamati: baci e carezze
furtivi che avevano attizzato un fuoco che li sorprendeva per la sua violenza.
E anche se Gea intuiva che c’era qualcosa che David le nascondeva, quando
sembrava allontanarsi con la mente se non con il corpo, sentiva che quei baci e
quelle carezze erano sinceri.
David
entrò e la stanza sembrò illuminarsi e diventare più calda. Il cowboy aveva un
sorriso cordiale che conquistava tutti e metteva le persone a proprio agio. Tra
un abbraccio e una pacca sulla spalla, David cercò Gea con uno sguardo cauto e
attento che fece perdere un battito al cuore di lei; poi, sorrise, con un lieve
luccichio negli occhi che le ricordò improvvisamente l’ultimo momento bollente
che avevano condiviso. Gea sentì lo stomaco stringersi e qualcosa in lei
rammentò quegli occhi che l’avevano guardata con… cos’era? Affetto? Passione? Cosa? E quelle mani che l’avevano
accarezzata.
A
tavola qualcuno aveva fatto in modo che sedessero vicini. Gea sentiva il calore
delle spalle larghe di David accanto alle sue, mentre si sfioravano casualmente
per prendere le varie portate. La sua forza tranquilla scaturiva dalla
sicurezza con cui compiva anche i gesti più banali; David era il tipo d’uomo
che fa sentire una donna al sicuro, protetta e amata. Cha fa di lei il centro
del suo mondo. Solo che, considerando la triste situazione che aveva dovuto
affrontare quattro anni prima, quando la moglie era morta, Gea dubitava che lui
avesse voglia di far diventare un’altra donna quel centro. Il cuore le si era
stretto, quando Angela aveva accennato a quello che era accaduto, e aveva
accettato che David non potesse aprirsi con lei più di quanto faceva.
La
cena scorreva tranquilla, fra chiacchiere e risate, in un’atmosfera serena e
rilassata.
Ogni
tanto sorprendeva David intento ad osservarla. Allora lui le sorrideva, o le
accarezzava la gamba sotto il tavolo. Non era un gesto volutamente sensuale, ma
faceva correre un brivido lungo la schiena di Gea.
«Sei
bellissima», le sussurrò quando tutti si spostarono in salotto per scambiarsi
auguri e doni a mezzanotte.
La
famiglia di John aveva istituito una tradizione quando lui era bambino: un
invitato, un dono. Così l’aspettativa era maggiore e la cerimonia dello scambio
dei regali diventava solo uno dei tanti momenti di gioia della serata.
Oltre
ai regali per Angela, John e le bambine, Gea aveva pensato anche a David, ma il
dono glielo avrebbe dato con calma, non in mezzo al marasma dei festeggiamenti.
Man
mano che le lancette segnavano il passare della serata, gli invitati si
congedarono. Gea rimase con David, Angela, John e i nonni. Le bambine erano
crollate poco dopo la cena e dormivano beatamente nella loro stanza, al piano
superiore.
Gea
sentiva le guance arrossate e le mani che tremavano leggermente. Forse era
l’effetto del vino bevuto a cena, forse del camino acceso. Più probabilmente,
ammise mestamente con se stessa, era la presenza di David a farle
quell’effetto…
Quando
tutti gli altri si ritirarono, Gea ebbe timore che David la salutasse,
lasciandola sul divano, con un pacchetto ancora nascosto nel guardaroba.
Invece
lui le restò accanto, le tolse il bicchiere di mano e la baciò. Dolcemente.
Teneramente. La assaporò con calma, come se avessero davanti a loro tutto il
tempo del mondo.
«Ho
una cosa per te», sussurrò Gea quando, dopo lunghi attimi deliziosi, si
staccarono. Andò nello stanzino che fino a poco prima era pieno di cappotti e
tornò con una scatola rotonda.
David
si era tolto la giacca e aveva slacciato i primi bottoni della camicia; lo
trovò che si era seduto sul tappeto, con le spalle poggiate al divano.
«Anch’io
ti ho portato un regalo.» David sorrise e le porse un pacchetto rettangolare.
Gea
si sedette accanto e lui e gli porse la scatola. Il regalo, se ne rese conto,
era banale e scontato: un cappello da cowboy. Al Ranch David non stava mai
senza e Gea voleva che indossasse sempre qualcosa che lei gli aveva donato.
David
rigirò il cappello fra le mani, con piccoli grugniti di compiacimento; sorrise
e rimase in attesa che Gea aprisse il pacchetto.
Con
mani tremanti Gea strappò la carta e scoprì che si trattava di una cornice di
legno, decorata con un semplice motivo di foglie d’edera. La fotografia
rappresentava Gea seduta sulla staccionata del recinto dei cavalli, mentre
ammirava le nipotine che trotterellavano in groppa ai pony.
«Girala»,
bisbigliò David.
Gea
girò la cornice e lesse.
“Se stai leggendo, significa che
ho avuto il coraggio di darti il mio regalo. Buon Natale.
Con questo dono voglio farti capire che
sei entrata nel mio cuore. Erano anni che non mi sentivo così sereno e che non
stavo bene nemmeno con me stesso.
La tua permanenza qui ha fatto aprire
il mio cuore alla vita. Di nuovo.
Mi piacerebbe se facessi parte anche tu
di questa nuova vita.
Sei una donna speciale e conoscerti è
stata ed è una delle cose più belle che mi siano mai capitate.”
Con
il cuore che galoppava a mille all’ora, Gea si precipitò fra le sue braccia e
lo strinse con tutte le sue forze.
«Anche
tu sei un uomo speciale, cowboy».
Le
mani grandi e calde di David si posarono sul viso di Gea, accarezzandolo piano.
Poi, lo attirarono vicino, vicino, vicino… Il bacio che seguì non aveva nulla
della dolcezza che prima li aveva commossi. Adesso, la passione voleva
esplodere incontrastata. Cominciarono ad accarezzarsi, con furia, le mani che
strattonavano i vestiti, i respiri ansimanti e strozzati.
«David,
non qui, potrebbero scendere le bambine. Vieni… vieni in camera mia?»
L’uomo
si limitò ad annuire, posando di nuovo le sue labbra sulla bocca umida e
tremante di Gea.
In
silenzio, strettamente abbracciati, salirono le scale. La porta della stanza di
Gea fu aperta e richiusa in silenzio. Un silenzio pieno di aspettativa.
David
rimase fermo, in attesa di un cenno di accettazione da parte di Gea. Lei si
avvicinò lentamente;  bastò un lieve
tocco delle sue mani per riaccendere la scintilla. Si spogliarono senza
smettere di baciarsi, la pelle dura e calda di lui che incontrava quella
morbida e bianchissima di lei.
David
rimase senza fiato davanti a quel corpo offerto come un dono generoso. Le sue
mani cercarono il seno pieno e sodo, giocando con i capezzoli rosei,
stuzzicandoli. Con baci umidi e piccoli morsi, si fece strada lungo il collo e
le spalle. Gea strattonò i pantaloni che David indossava ancora, cercando di
aprirli. Indietreggiò fino al letto e lo sentì su di sé, alto e possente,
mentre l’aiutava a stendersi sul copriletto.
David
si sbarazzò degli stivali e dei jeans, senza lasciarla un attimo con lo sguardo
e lei sorrise, trionfante, quando vide quel corpo magnifico davanti a sé.
Stretti
l’uno all’altra, senza fiato, rimasero un momento fermi, ascoltando i loro
respiri. Poi, David riprese la sua estenuante esplorazione del corpo di Gea.
Mille baci e ancora mille sulle caviglie, sulle unghie dei piccoli piedi,
smaltate di rosso. Sui polpacci. Su, sempre più su. Gea tremava e cercava di
ricambiare quelle carezze, quei baci, ma David la teneva ferma. Possedendola
pian piano.
Quando
arrivò al Monte di Venere, David si fermò e guardò Gea con occhi incandescenti,
in cui la passione brillava impetuosa. Poi, chinò la testa e il suo respiro
fresco e affannoso lambì il sesso di Gea. Accarezzò piano, a labbra chiuse, i
peli ricciuti, lasciandosi avvolgere dal profumo dell’eccitazione che lui aveva
saputo suscitare. Poi, con la lingua, assaggiò dolcemente, con movimenti
circolari, quelle pieghe umide e calde, portando la sua donna all’estasi.
Lentamente. Inesorabilmente.
Gea
afferrò il cuscino e lo morse, nel tentativo di soffocare i gemiti. Poi,
pronunciò il nome di David, con voce roca, ripetutamente, come una litania,
come una preghiera. E si lasciò cadere in un orgasmo che le straziò l’anima.
In
silenzio, David prese un preservativo e lo infilò sul pene. Era così duro che
gli faceva male. Si fece strada fra le cosce di Gea e la prese, lentamente,
facendola sua.

Capitolo 8

I
giorni da Natale a Capodanno passano in maniera tanto idilliaca quanto veloce.
La
mattina di Natale, per non farsi scoprire, David era sgattaiolato fuori dalla
finestra; qualche ora dopo, per pranzo, si era presentato con dei fiori e si
era autoinvitato a tavola.
Ancora
una volta vicini, i due non avevano smesso di guardarsi e sorridere, lasciando
il resto della tavolata di parenti perplessa ma speranzosa.
Dopo
pranzo erano corsi nelle stalle e, con la scusa di accudire i cavalli, avevano
fatto l’amore in un box vuoto, in mezzo alla paglia.
Gea
e David cercavano di passare insieme ogni momento libero, specialmente quando,
nonostante il freddo, si appartavano nel fienile. Come diceva John, non aveva
mai visto gente così ansiosa di lavorare in mezzo alla paglia.
***
Come
ogni ranch che si rispetti, quello di David aveva un enorme fienile nel quale
si organizzavano tutte le feste importanti, quelle con le famiglie dei
lavoranti e degli amici.
Capodanno
era la ricorrenza che tutti trascorrevano tra quelle mura e ognuno si dava un
gran da fare perché tutto fosse perfetto.
Gli
uomini si occupavano dell’allestimento: luci, tavole, sedie, giochi per i
bambini. Le donne, invece, iniziavano a cucinare due giorni prima un banchetto
che sapevano sarebbe risultato memorabile.
Gea,
suo malgrado ma con piacere, si ritrovò a far parte di quell’allegra
combriccola di signore americane che cucinavano tacchini ripieni e mince pie
per i loro compagni e amici.
Non
avendo un grembiule né abiti adatti alla vita nel ranch, quel giorno Gea aveva
preso in prestito una camicia di David. Calda ed enorme, di flanella.
«Ciao
bella straniera», Gea si sentì cingere la vita da dietro «Come procede qui?»
«Non
imparerò mai a preparare una mince pie, ma sto diventando brava col tacchino.
Sono l’affettatrice ufficiale per il Capodanno!» Rispose la donna,
abbandonandosi contro il petto di David che continuò a tenerla stretta.
«Sei
perfetta così, non hai bisogno di imparare a cucinare la mince pie.»
«Non
sono perfetta, David. Sono incasinata, indipendente e piena di difetti e mi
faccio mille film mentali. Però sto bene qui con te, con voi. Questa vacanza mi
occorreva proprio.»
Sentendo
quelle parole, il cuore di David accelerò i suoi battiti.
«Stai
bene qui? Con me? E se…»
Un
respiro profondo. «Resta, allora».
«Non
posso, Dave. Ho un lavoro a Milano, una vita già organizzata, con mille cose da
fare e….»
«Hai
un compagno?»
«No,
non c’è nessuno. Ci sono solo io in quella città dove sono davvero me stessa,
anche se, a volte, questo non mi piace.»
«Ci
penserai almeno? Dimmelo, ti prego.» La sua voce si era addolcita e, nel
pronunciare quelle parole, aveva affondato la testa tra i capelli della donna
che iniziava ad amare.
Resta, ti prego. Resta fu
la sua preghiera silenziosa.
David
si rese conto che doveva fare qualcosa, un gesto che la inducesse a pensare
davvero alla possibilità di una vita con lui. Certo, erano trascorsi pochi
giorni… Oddio, da quanto tempo non era così felice, così sereno?
Forse
lei non ricambiava appieno i suoi sentimenti, forse lui costituiva solo
un’infatuazione momentanea, ma Gea per David stava diventando qualcosa di più.
Non voleva perderla.
Tuttavia
si rendeva conto che non poteva obbligarla in alcun modo.
***
Gea
si sentiva confusa. Le parole di David l’avevano obbligata a pensare a ciò che
voleva per sé. Per la sua vita.
David
le piaceva molto, non solo fisicamente. Accanto a lui si sentiva a casa molto
più di quanto non lo fosse nel suo appartamento, nel caos della città.
Il
suo lavoro le piaceva e non voleva abbandonarlo, ma non voleva nemmeno perdere
David.
Farsi
prendere dal panico non sarebbe servito e, in tutta coscienza, nemmeno vivere
basandosi solo su ciò che le suggeriva il cuore. No, lei era una donna seria,
con i piedi ben saldi sul terreno. Solo che quel terreno tanto saldo che erano
le sue certezze stava iniziando a sgretolarsi sotto gli stivali di un cowboy
affascinante.
«Ahi!»
urlò affettandosi un dito. Accidenti a lui!
Sentendo
il grido di Gea, David si precipitò in cucina. La casa era quasi deserta ormai,
tutti erano andati a pranzo nelle proprie residenze e, nel silenzio, la voce di
Gea era penetrata nella testa di David come il peggior urlo mai udito.
«Che
succede?»
Gea
si voltò sorridente. «È un taglio da nulla, ero solo sovrappensiero.»
«Ah,
sì? A cosa pensavi, mia bella cavallerizza?»
«A
te, ahimè! Ti andrebbe di giocare un po’ al dottore e medicare il mio dito
ferito?»
I
bei pensieri da donna razionale di prima andarono a farsi affettare insieme
alle carote.
«Con
molto piacere!»
David
la prese in braccio e la portò su per le scale fino alla sua camera da letto.
In
bagno la medicò e poi iniziò l’opera di seduzione più accurata che si fosse mai
vista in Wyoming.
Abbracciandola
da dietro, la spostò davanti all’enorme specchio del bagno.
«Sei
bellissima con la mia camicia», le sussurrò all’orecchio.
Un
bottone dopo l’altro le sfilò l’indumento, salendo dalla curva dolce del ventre
fino a quella soda e perfetta del seno.
Dio se era bella!
Le
ricoprì l’incavo del collo di baci, facendo scendere le spalline del reggiseno
di pizzo e scoprendo le rotondità rosee che tanto adorava.
«Guardati,
Gea. Guarda quanto sei bella.»
Con
le dita iniziò a tormentarle i capezzoli, facendola gemere.
Lo
specchio moltiplicò le sensazioni di Gea, che cominciò a sentirsi stordita ed
eccitata.
Quasi
non si accorse quando David le sfilò i jeans. Con movimenti lenti e studiati,
lui portò alla luce tutto il corpo della donna. Facendola gemere di piacere con
ogni carezza.
«Voglio
che guardi te stessa, mentre vieni. Devi osservare con i tuoi occhi quello che
vedo io.»
Così
dicendo, la fece mettere carponi, il sedere sodo che svettava in alto e il viso
rivolto allo specchio.
Lentamente
iniziò la discesa di baci lungo la schiena, sulle natiche fino ad affondare il
viso nel suo sesso bagnato.
Gea
vide tutto. Il suo seno sussultare per la sorpresa, la faccia di lui scendere a
lambirla. E più guardava, più le piaceva.
Sentiva
la lingua di David fare piccoli cerchi intorno al suo clitoride, mentre la
penetrava lentamente con due dita.
L’orgasmo
giunse repentino e violento e la mandò letteralmente in estasi.
«Prendimi,
David. Non resisto.»
Allora
lui la stese di schiena ed entrò in lei lentamente, guardandola negli occhi.
Una
spinta dopo l’altra l’orgasmo montò dentro di loro con furia tempestosa,
devastante e totale.
«Oh,
Gea, Gea, Gea…», mormorava David contro le sue labbra, tormentato dal piacere e
dal battito furioso del suo cuore.
***
Nei
giorni successivi fecero l’amore ogni volta che fu possibile. Nel fienile e nel
letto di David. A volte anche in auto, lungo il tragitto che separava il ranch
di David da quello dei genitori di John.
Sembrava
che ognuno di loro volesse imprimere se stesso nel corpo e nel cuore dell’altro.
David
non aveva più chiesto a Gea di rimanere, ma l’aveva accolta nella sua casa,
nella sua stanza. Era la prima donna a entrare là, dopo la morte di Jennifer.
Capodanno
arrivò galoppando, dopo giornate sempre più frenetiche.
Indossare
lo stesso vestito che aveva messo la notte della Vigilia le avrebbe portato di nuovo fortuna? La sera del 31
dicembre, Gea varcò la soglia del fienile.
Molto
sguardi si girarono ad ammirarla, ma solo uno la spogliò di ogni indumento,
riscaldandole il corpo e l’anima.
Attraversando
a grandi passi l’ambiente, David la raggiunse, l’afferrò per le spalle e la
baciò appassionatamente. Poi la lasciò e rimase a fissare quel viso arrossato e
felice.
Si
accorse che entrambi respiravano affannosamente. Gli sembrava che tutti potessero
sentire i battiti sordi dei loro cuori.
Un
coro di applausi si levò alle loro spalle, accompagnato da fischi sonori e
risate. La relazione dei due era ufficiale.
Temporanea,
ma ufficiale.
L’ambiente
del ranch era molto diverso da quello milanese cui Gea era abituata.
Il
significato della parola “festa” qui assumeva tutto un altro valore.
Non
c’erano abiti chic e finti sorrisi, ma camperos e calore umano.
David
le insegnò i tipici balli country che tanto la affascinavano.
Tra
risate, buon cibo e musica, la serata passò in fretta e, dopo il brindisi di
mezzanotte, tutti pian piano iniziarono a ritirarsi.
Quando
nel fienile non rimase più nessuno, David e Gea si avviarono verso la grande
casa.
Una
volta a letto, fecero l’amore con dolcezza. Si presero tutto il tempo del mondo
per i preliminari e poi si amarono, ancora e ancora. Quando chiusero gli occhi,
albeggiava.
***
Stendendo
una mano sul letto, Gea cercò David accanto a lei. Al suo posto trovò solo un
biglietto:
«Preparo
la colazione, non alzarti.»
Sorridendo
si stiracchiò, sentiva addosso l’odore mascolino di David e si sentiva felice e
appagata.
Un
vassoio da colazione, portato dall’uomo nudo più bello che avesse mai visto,
fece capolino dalla porta. Vassoio e uomo si accomodarono sul letto.
«Felice
anno nuovo, amore mio.»
«Felice
anno nuovo a te, mio cavaliere.»
Mangiarono
pane tostato e uova strapazzate, sorridendosi l’un l’altra. «David volevo
ringraziarti.»
«Per
cosa?»
«Per
tutto. Questi giorni insieme a te sono stati meravigliosi. Io… Io non credevo
di essere capace di innamorarmi, ma è proprio quello che credo mi sia successo.
Tu riempi le mie giornate e tornare alla mia vita sarà difficile. Spero che
possa funzionare però.»
«Anch’io
mi sono innamorato di te. Non credevo fosse ancora possibile, non dopo il mio
passato, ma tu sei riuscita a prendermi l’anima. Non so se funzionerà, ma io
voglio provarci, voglio amarti.»
Si
baciarono a lungo, poi lui estrasse dalla tasca dei pantaloni che aveva
indossato la sera prima una scatolina.
«Tieni,
è per te.»
Quando
Gea aprì il cofanetto si ritrovò davanti ad un anello. Non era un anello di
fidanzamento, ma era davvero bellissimo.
Avvolgeva
il dito in una spirale di almeno cinque o sei fili e un brillantino svettava su
ognuno di essi. Era bello, elegante e della misura perfetta per il suo anulare.
«David,
è bellissimo. Io non posso accettarlo.»
«Consideralo
un pegno, vuoi?»
«Grazie,
allora.» Sorrise raggiante, almeno fino a che lui non parlò di nuovo.
«Resta
con me, Gea. So che in Italia hai una vita, ma non posso affrontare la
lontananza, non ci riesco. Resta e prometto di amarti e farti sentire
realizzata e felice anche qui.
Mi
rendo conto che siamo gente semplice e spontanea, ma in queste settimane io ti
ho visto sbocciare. Gea, tu sei felice, qui. Se anche tu provi per me un po’
d’amore, resta.»
La
voce era tesa, le mani che stringevano quelle di Gea, gli tremavano.
«Non
posso, David. Non posso. Mi spiace infinitamente, ma non è possibile che io
lasci tutto così. Non posso farmi guidare dal cuore. Perdonami.»
Gea
si vestì in fretta. Mentre lasciava la stanza, guardò dietro di sé quella
scatolina ancora aperta e lo sguardo perso di David.
Uscì
di corsa, con i singhiozzi che cercavano di uscire dai denti serrati. Salì in
macchina e tornò da Angela. Triste e confusa.
Triste
e confusa.

Capitolo 9

Resta con me.
Per
due interi giorni a Gea sembrò di vivere in un limbo, la mente vuota in cui
campeggiavano solo quelle parole.
Resta con me.
David
non l’aveva cercata, né lei aveva avuto il coraggio di andarlo a trovare. Con quale coraggio avrebbe bussato
alla sua porta, dopo aver buttato via quel cuore che lui le aveva offerto?
Perdonami.
Erano
bastate soltanto due parole per incrinare inesorabilmente una relazione che, in
pochissimi giorni, era riuscita a fiorire, nonostante tutte le difese che Gea
aveva innalzato attorno al proprio cuore. Più volte Angela le aveva chiesto
cosa fosse successo, domandandole perché non fosse insieme a David, ma
puntualmente non era riuscita a dire nulla. Come poteva spiegarle il senso di
impotenza, di frustrazione e di rabbia che le stavano lacerando l’anima? Come
poteva esprimere a parole la confusione e il rimpianto che le colmavano la
mente al punto da impedirle di pensare a nulla tranne al volto di colui che le
aveva fatto il dono più prezioso che un uomo potesse fare a una donna… una
donna che era stata tanto stupida da decidere di rifiutarlo.
«Gea?»
Una
voce la raggiunse nello stato di dormiveglia cui si era abbandonata dal
pomeriggio del secondo giorno P.C. – Post Catastrofe – dopo aver preparato i
bagagli. L’indomani mattina infatti, sarebbe partita per far ritorno a Milano,
a casa. In quel momento si limitava ad attendere che la luna compisse in fretta
il suo arco nel cielo per poter dare nuovamente il benvenuto al sole e alla fine
della vacanza.
«Oh
insomma! Non puoi startene rinchiusa in camera come una ragazzina alle prese
con la sua prima delusione d’amore! Dov’è finita la donna che non permetteva a
niente e nessuno di metterle i piedi in testa?» la rimproverò Angela.
Nel
sentire quelle parole, qualcosa scattò nella mente di Gea. Bella domanda pensò, dov’era
finita? Si è rincretinita, ecco che è successo.
«Cazzo.
Hai ragione!» esclamò drizzandosi a sedere sul letto, i capelli che le
ondeggiarono davanti al viso. Non era mai stata un tipo da autocommiserazione,
aveva sempre optato per un atteggiamento da «faccio e prendo quello che voglio.
E che nessuno osi rompermi le palle».
«Wow!» disse Angela mentre, colta di sorpresa
dallo slancio della sorella, indietreggiava leggermente. «Non mi aspettavo una
ripresa così repentina.»
Cavalcando
l’ondata di determinazione che sembrava avere infranto la diga della
depressione, Gea andò in bagno a sciacquarsi il viso e a darsi una sistemata.
Legò i capelli e si diede una passata leggera di trucco prima di guardarsi
nuovamente allo specchio, ammirando soddisfatta l’immagine riflessa. Era
tornata.
A quanto pare, se l’amore rende alcuni
più forti, altri li rimbecillisce completamente.
Amava
David, lo aveva già capito nei giorni, nei momenti, passati insieme, ma la
piena consapevolezza era arrivata solo alla fine dei due giorni trascorsi a
letto, a pensare e a tormentarsi.
Ma
questa non era lei. Non aveva mai permesso a nessuno di acquisire un simile
potere, un tale controllo su di lei… e di certo non era disposta a cedere ora.
Era pronta a perdere la sua libertà, la sua indipendenza, diavolo, la sua
stessa vita in nome di questo sentimento che aveva appena iniziato a sbocciare
nel suo cuore?
No.
Il
giorno dopo sarebbe partita come da programma per tornare alla sua solita
routine – in un mondo dove non si rischiava di morire congelati a causa di
un’improvvisa tempesta di neve per poi essere salvata da un lupo e da un
affascinante cowboy – mettendo una pietra sopra al Wyoming.
«Mi
hai sentita?» le domandò Angela dall’altra stanza facendola sussultare. Era
talmente sovrappensiero da essersi dimenticata di lei.
«Scusa
puoi ripetere?» le rispose uscendo dal bagno. Forse c’era qualcosa di diverso
nella sua espressione perché non appena la vide, Angela socchiuse gli occhi
come a volerla scrutare bene. Passarono pochi istanti durante i quali Gea finse
di non notare quell’analisi, aprendo i cassetti e le ante dell’armadio così da
controllare di non aver dimenticato nulla.
«Ha
chiamato David,» esordì Angela sempre con quello sguardo attento, provocando
una lieve esitazione – nonché un’accelerazione del battito – nei movimenti di
Gea.
«Ah,
sì? Come mai?» Avrebbero dovuto darle un Oscar per la recitazione per essere
riuscita a non far trapelare alcuna aspettativa nel suo tono. Forse voleva parlare con me? Non poté
fare a meno di domandarselo.
«Voleva
avvertire John che Misty è entrata in travaglio. Il mio ragazzone non ha fatto
in tempo a mettersi la giacca che è subito corso fuori mentre a me è spettato l’ingrato
compito di finire di mettere a letto le piccole pesti. Li stavo per
raggiungere… vuoi venire con me?»
Per
una frazione di secondo il cervello di Gea si disconnesse da tutto. Rivedere
David proprio ora che aveva preso la sua decisione le sembrava molto, molto
pericoloso considerando che dal suo cuore sgorgava ancora sangue. Era così
masochista da volersi garantire una sofferenza ancora più grande solo per
poterlo rivedere un’ultima volta? Sì, lo era.
«Prendo
la giacca e andiamo.»
***
Fu
la notte più lunga della sua vita.
Non
appena arrivarono si diressero verso la stalla illuminata a giorno. Varcata la
soglia le due donne non poterono avvicinarsi di molto visto il numero di
persone che erano accorse. Gea di
certo non se l’aspettava e lo disse ad Angela che le rispose mentre cercava di
spiare oltre un tizio, alto almeno una trentina di centimetri più di lei,
alzandosi sulle punte dei piedi. «Normalmente avresti ragione, ma devi tener
conto della paranoia di John che ha voluto ogni uomo con esperienza pronto ad
intervenire – nemmeno se fosse sua moglie quella in travaglio e lo dico per
esperienza, credimi – e del fatto che la cavalla è stata accudita personalmente
da David. Tutti i presenti sono venuti per esprimere sostegno al tuo
cowboy.»
«Non
è il mio…» la replica di Gea fu interrotta da un boato di esclamazioni di
giubilo. «Credo che il sia nato il nostro puledrino» urlò Angela, saltellando
sul posto in preda alla stessa euforia che aveva contagiato tutti.
Ma
la sorella non le stava più prestando attenzione. Aveva individuato uno Stetson
dall’aria familiare uscire a fatica da quella muraglia umana. Più lui si
avvicinava e più sentiva le gambe cedere, il respiro accelerare, così come il
battito del cuore.
Tutto
il suo corpo si tese verso quell’uomo e Gea dovette stringere i denti per
resistere all’urgenza di correre per rifugiarsi tra le calde, forti braccia di
David.
Quando
lui finalmente la scorse, il sorriso che fino ad un attimo prima gli aveva
illuminato il viso, si spense fino a ridursi ad una linea sottile e gli occhi
azzurri si incupirono. Non c’era più traccia dell’amante dolce e appassionato
che le si era dichiarato pochi giorni prima. David la stava guardando con
un’espressione così dura da rendere i lineamenti del viso ancora più affilati.
Senza dire una sola parola le prese la mano e la trascinò fuori dalla stalla
per condurla – sempre a passo di marcia – verso casa. Una volta dentro, la
spinse verso il soggiorno, chiudendo a chiave la porta d’ingresso mentre Gea
cercava di recuperare l’equilibrio con Snow che le saltellava tra le gambe,
felice di quel fuori programma che aveva interrotto il suo pisolino accanto al
fuoco.
«David»
sussurrò incerta Gea. Non sapeva cosa dire, cosa fare. Fortunatamente non
dovette pensarci troppo visto che l’uomo possente che l’aveva trascinata con
una rudezza mai mostrata prima d’ora, prese l’iniziativa e ricoprì velocemente
la distanza tra loro per calare su di lei come un falco, anzi no, come un lupo
sulla preda. Le labbra di David la divorarono senza lasciarle alcun margine di
manovra. Di fronte a tanta determinazione a Gea non restò altra opzione che
quella di soccombere al suo attacco, gustando quello che avrebbe dovuto essere
il loro ultimo incontro. Ma ancora una volta David la sorprese, staccandosi e concludendo
bruscamente quel gesto, la spinse poi a sedere sul divano, intimandole il
silenzio con una sola occhiata.
Ma che diamine…
Gea
non sapeva proprio cosa pensare, forse per la prima volta in vita sua si
sentiva come un pesce fuor d’acqua.
«David»
Provò a richiamarlo.
«Non.
Dire. Una. Parola.» Le intimò duramente. «Hai già parlato troppo. Hai detto
quello che volevi dire e te ne sei andata senza neanche darmi la possibilità di
replicare. Beh ora BASTA!»
Trasalì
nell’udire quello sfogo e anche Snow prese a guaire andandosi a sdraiare in un
angolo della sala.
David
prese a parlare a ruota libera mentre camminava frenetico davanti a lei. «Ti
sei mai accorta che ogni volta che siamo stati assieme hai cercato di fare di
testa tua e di come hai sempre tentato di tenere tutto sotto il tuo cazzo di
controllo?» sbraitò. «Al diavolo tutto! Ora te ne stai seduta lì e aspetti che
ti dica tutto quello che voglio, dopodiché se vorrai ancora andartene,
liberissima di farlo. Conosci la strada.»
Non
sapeva cosa David le avrebbe detto, ma inconsciamente Gea iniziò a far
germogliare la speranza nel suo cuore.
«So
quanto è difficile trovarsi di fronte a situazioni nuove con cui non abbiamo
familiarità. La prima cosa che facciamo è cercare di fuggire da ciò che
rappresenta l’ignoto e di nasconderci nei luoghi o negli atteggiamenti su cui
possiamo vantare un certo controllo. E’ questo che finora sono stato per te,
dolcezza. Un’incognita, qualcosa di ignoto e per non scappare subito ti sei
ritrovata a pensare a noi due come a un qualcosa di temporaneo, provvisorio,
qualcosa di cui non avresti dovuto preoccuparti una volta terminata la tua
vacanza. Spiacente, ma hai fatto i conti senza di me! Ho aspettato quanto più ho potuto Gea, te lo
giuro ma… Cristo Santo donna! Mi sei entrata dentro come un raggio
di luce implacabile e senza alcuna esitazione. Mi hai portato a credere
nuovamente che per me fosse possibile aprirmi con una donna e sentire tra le
mani quella felicità di cui sono stato privato anni fa. E quando ti ho chiesto
di restare, per rendere ancora più solida e concreta quell’emozione così
fragile ma così splendente, sei scappata.» Si fermò per riprendere fiato,
passando più volte la mano tra i capelli, scompigliandoli ancora di più. Poi si
inginocchiò di fronte a lei, prendendole una mano e chiudendola tra le sue. Gea
osservò affascinata il modo in cui la sua piccola mano veniva inglobata
teneramente tra quelle di lui, che la sostenevano con fermezza ma senza
costrizione. Il primo di una serie di dubbi s’insinuò tra i pensieri confusi di
Gea. Si prenderebbe cura di me allo
stesso modo? Sostenendomi dolcemente ma senza soffocare la mia indipendenza?
Lentamente
risalì con lo sguardo fino ad incrociare i suoi occhi e ciò che vi lesse
rischiò di far sgorgare le lacrime che avvertiva pronte a riversarsi. Dolore,
speranza, desiderio ma… anche paura.
«Non
so come altro fartelo capire Gea ma ti amo. Amo la tua risata indisponente. Amo
la tua testardaggine. Amo il modo in cui metti in riga me e Snow. Diamine, amo
perfino la tua mania del controllo. Ogni fibra del mio corpo vuole te, solo te.
Sei colei che mi ha mostrato la luce per cui ti prego, ti prego, non permettere
alla paura di farti scappare da qualcosa che potrebbe rivelarsi meraviglioso.
Qualcosa che potrebbe riempirti la vita in modi che nemmeno immagini. Resta con
me Gea. Resta.»
Il
sentimento con cui vennero pronunciate le ultime parole la colpì dritta al
cuore, facendole provare un calore che presto si diffuse in tutto il corpo.
Com’era riuscita ad ingannare se stessa, illudendosi di poterlo lasciare senza
alcun rimpianto? Il fatto stesso che fosse ancora là, immobile, a guardarlo
nonostante le lacrime che le offuscavano la vista, ne era una prova. Ripensò a
tutti i momenti passati insieme, a tutte le risate, i battibecchi, gli scherzi
e alla passione che avevano condiviso. Non avrebbe mai più provato sensazioni
simili altrove.
Lo
sapeva con tutta se stessa.
«Resta»
sussurrò nuovamente lui, stavolta stringendole forte la mano.
C’era
una sola risposta che Gea poteva dargli.
«Sì»
e, fedele al suo principio di prendere sempre ciò che voleva, districò la mano
imprigionata per prendergli il viso con entrambe e dargli quel bacio che lo
avrebbe segnato per sempre come suo. Solo dopo molto, molto tempo, i due si
staccarono ansimanti. «Non per farti cambiare idea, ma sei sicura dolcezza?»
Gea
scoppiò a ridere, lacrime di gioia che le rigavano il viso. «Mio splendido,
affascinante cowboy, tu piuttosto, sei sicuro della tua scelta? Perché sto per
stravolgerti la vita!»
David
si unì alla sua risata e tra un bacio e un altro mormorò un «Lo hai già fatto
Gea. Lo hai già fatto.»
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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

2 Commenti

  1. 16 aprile 2014 at 22:35 — Rispondi

    E vissero per sempre felici e contenti !!!!

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