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Una Storia per Natale: Il Natale del cuore, di Stefania Fiorin

Prosegue la carrellata dei racconti che si sono piazzati al secondo posto ex aequo nel concorso “Una Storia per Natale”. Oggi, è il turno di Stefania Fiorin.

Mamma,
ti chiederai il perché di queste righe: è Natale! Ricordi? Da che ho imparato a scrivere ho infilato letterine sotto il tuo piatto alla cena della Vigilia. Non farti troppe domande, troverai la risposta tra le righe: Natale è anche questo, un’occasione per aprire il cuore ai sentimenti.
Mamma, quante volte ti ho perso!
Mi deposero sul tuo candido grembo, eri poco più di una bambina, ma con la determinazione di una donna reagisti alla paura di non farcela. Mi volevi, mi hai avuta. Sì, ci sei stata.
Mi piaceva osservarti mentre ti preparavi per uscire: seduta davanti allo specchio, cotonavi i capelli ramati e con un pennellino coloravi di nero le ciglia. Lo smalto, rosso fuoco, era un rito per le feste.
Un giorno dovesti allontanarti; a causa del lavoro, mi dicesti. Soffrii il distacco, fu il primo.

Ti aspettavo, tutti i giorni. Di tuo ricevetti delle cartoline, scrivevi: ci vedremo presto, baci, mamma. Quante volte ti ho perso, mamma, e quante ritrovato?
Lo so, non sei abituata alle lettere, preferisci una breve telefonata. È che, mentre racconti le disavventure della zia Bianca e del piede che duole, non riesco a dire quello che vorrei. Ti penso spesso, voglio che tu lo sappia!

Giorni fa, ho rovistato in una scatola che conservo in cantina e ho trovato il pacchetto di cartoline con la donna in costume regionale decorato da fili colorati. Me le spedisti quasi tutte, mancava la Liguria: un pezzo raro. E quanti biglietti d’auguri di Natale!

Eri lontana, ma ti raggiunsi. Quasi non ti riconobbi quando ti rividi, avevi tinto i capelli di biondo come la Monroe, ti stavano un incanto, ma tu saresti stata bene anche colorata di verde. Pensai “Li farò anch’io, così!” e, felice, mi sentii parte di te. Durò poco, a volte la felicità dura il tempo di un risveglio.
Io tengo tutto. Riempio scatole, cassetti, armadi; ci metto le foto, i  ritagli di giornale, le  lettere, gli abiti fuori moda, i diari segreti, e nel cuore conservo le emozioni.

Spesso fatico a prender sonno, turbini di pensieri la fanno da padroni. Mamma! Avevo bisogno di te da bambina. Ho bisogno di te da adulta. Avrò bisogno di te, sempre.

È l’alba. Fuori nevica: che tempo! Ho tempo. Era tempo. I tempi sono cambiati. Ai miei tempi. Chi ha tempo non aspetti il tempo. Il tempo scorre. Il tempo passa e non ritorna. Avrai tempo. Il tempo delle cattedrali. Dammi tempo. Fuggi il tempo. Cammino avanti il tempo. Trovare il tempo. Il tic-tac delle lancette scandisce il tempo. Batti il tempo. Il tempo lava ogni dolore. Ognuno ha i suoi tempi. Il tempo fa quello che vuole. È solo questione di tempo. Lasciagli tempo. Ma quello che mi terrorizza è: non c’è più tempo.
Elucubrazioni mentali sul tempo, stamattina va così.
Si consuma il tempo, evapora come l’acqua sul fuoco. Io lo vedo sul tuo volto, mamma, il tempo che passa, per te ma anche per me. E vorrei fermarlo e cancellare le rughe, vorrei rivedere i tuoi capelli rossi o biondi o neri, mai bianchi. Il tempo!

C’è stato un tempo in cui non avevo consapevolezza, realizzai con lucidità che non sarei mai diventata madre, non mi sentivo materna. Chissà perché arrivai a pensarlo, forse era un periodo in cui tu eri lontana: una delle volte in cui ti  persi. Dov’eri? La memoria non mi aiuta. Potresti essere stata da papà; sempre in giro per il mondo, voi due!
Mamma: passato, presente, futuro.

Io non voglio perdere una briciola di quanto è stato, e ritorno sul mio passato, e cerco: scavo tra il dimenticato per recuperare attimi importanti. Siamo perché prima di noi qualcuno è stato, siamo quello che abbiamo voluto, potuto e dovuto diventare. I nostri errori, le nostre vittorie, la lotta per crescere e uscire dal bozzolo ed essere farfalle, le cadute maldestre e l’aggrapparci a qualcuno o qualcosa per rimetterci in piedi. Chi saremmo senza il nostro bagaglio?
Io temo di dimenticare. Mi avvolgo nei ricordi come in una coperta di lana in una notte di brividi. E tu, mamma, che ne fai dei tuoi ricordi, dove li nascondi?
Cercherò e li troverò! Ma c’è il rischio che, aprendo il cassetto, m’investa un getto di dolore. Un fiume di lacrime potrebbe farmi affogare, e forse, mamma, è meglio che stiano dove tu li hai messi.

La mia sete di sapere ha perso vivacità, ha avuto degne risposte durante questo lungo e intenso rapporto epistolare a senso unico. Ho fatto chiarezza e splende il sole, dentro.
Mi sono accorta di non aver scritto quello che da tempo si ferma in gola.  Deve uscire da dove sta, è importante e te lo scrivo qui: ti voglio bene! Buon Natale, mamma!
La tua Stellina

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

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