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Un pizzico di allegria, racconto di Paola Picasso

Paola Picasso regala ai lettori affezionati un racconto contemporaneo. Buona lettura!

Tutte le mattine, alle sei in punto, un vecchio trenino, chiamato Cigolo per via degli scricchiolii che accompagnavano tutti i suoi spostamenti, partiva dalla piccola stazione in fondo al paese con il suo carico di lavoratori e operai. Erano i “pendolari” persone che lasciano la loro casa al mattino presto, si recano a lavorare in città e rientrano di sera, con il buio.
Ai primi bagliori dell’alba, il trenino Cigolo, con sospiri e cigolii. cominciava a scuotersi di dosso il torpore del sonno, mentre Tonino, il macchinista arrivava dalla strada maestra preceduto da un allegro fischiettare. Subito dopo lo si vedeva emergere nella luce di un lampione stradale con il basco calato sulla fronte e le mani strette a pugno nelle tasche dei pantaloni.
Pochi minuti dopo, dal naso di Cigolo si levavano delle volute di fumo e la locomotiva rossa e nera si metteva in moto sussultando.
Un fischio di buongiorno a tutti, una strizzata d’occhi a Tocco, l’orologio che dondolava sotto la volta della stazione e poi il grido: -In carrozza. Si parte!

Quel mattino, oltre ai soliti abitudinari, era salito uno strano vecchietto, infagottato in un cappotto che gli arrivava ai piedi, una cartella sotto il braccio e un cappello in testa. Il vecchietto si accomodò in una carrozza di coda e appena seduto cominciò a consultare con impazienza un orologio, estraendolo dal taschino del panciotto. Era un vecchio orologio d’acciaio, rotondo, come ne usavano una volta, ma aveva una particolarità: era privo delle sfere e i numeri erano distribuiti a casaccio sul quadrante.
Un operaio che osservava da tempo le manovre di quello sconosciuto, si rigirò il berretto tra le mani e osò porgli una domanda.
-Mi scusi l’ardire, signore, ma mi ha messo in grande curiosità. A cosa le serve quell’orologio?
L’interpellato inforcò un paio di occhiali senza lenti e gli rivolse uno sguardo sbalordito. – Mio caro amico – rispose. – Za cosa può servire un orologio se non za vedere che ora è?
Parlava in modo strano, facendo precedere la Z alla A.
– Giusto – convenne l’operaio, arrossendo.
– Hai sentito?- sussurrò un giovanotto, dando di gomito al suo vicino. – Quel viaggiatore zagaglia.
Il vecchietto alzò gli occhi e sorrise benevolmente.
– Giovanotto, per sua norma e regola, io non zagaglio. Faccio ben altro. Unisco l’ultima lettera dell’alfabeto alla prima. Non ha mai pensato a come deve sentirsi isolata la povera zeta là, in fondo alla fila?
Il giovane spalancò la bocca e tacque con un’espressione ebete sul viso.
– Mi faccia una cortesia, lei che è vicino zal finestrino – continuò quello strano personaggio. –   Controlli se l’orologio della stazione segna l’ora esatta perché prima di rimettere il mio voglio essere sicuro.
– È esatto, signore – affermò l’operaio con orgoglio. – Da quando è stato montato, non ha mai sbagliato un minuto.
In quel momento Tocco si mise a battere i sei rintocchi che gli competevano e Cigolo partì con grandi sbuffi di fumo.

I viaggiatori si accomodarono meglio sui sedili, sbirciando il loro nuovo compagno di viaggio che, estratto da una tasca il fazzoletto, pulì con cura gli occhiali e tirò fuori dal fondo del cappello un giornale piegato e ripiegato fino a ridurlo a un quadratino. Fatto questo, cominciò a leggere lasciando tutti esterrefatti.
Il vecchietto leggeva senza lenti un giornale tenuto a rovescio.
– Come diamine farà a leggere?- domandò un uomo di mezza età, seduto davanti a lui.
– Come fanno tutti, buon uomo – rispose gentilmente il vecchietto. – Cominciando dall’ultima lettera e finendo zalla prima.
Tutti ammutolirono per lo stupore e per un po’ si udì solo lo sferragliare delle ruote del treno.
– Dev’essere matto – commentò sottovoce il viaggiatore seduto nell’angolo. – Non solo legge a rovescio, pulisce delle lenti inesistenti, parla in un modo tutto suo e controlla l’ora su un orologio privo di lancette.
Il vecchietto che sembrava possedere un udito sensibilissimo, gli rivolse uno sguardo compassionevole.
– Se proprio desidera appagare le sue curiosità, caro signore, le dirò che io porto un paio di occhiali d’aria pura che come tutti sanno, oggi è una merce rara. Inoltre non alterano i meravigliosi colori della natura, con lenti troppo spesse e ingannevoli.
Detto questo, si voltò a guardare oltre il finestrino, i campi di un verde anemico, chiazzati di giallo dove l’erba era stata bruciata dal gelo. Qualche timido fiorellino, piegato dal vento che il treno sollevava, resisteva stoicamente lungo i margini delle rotaie.
Non era un gran che, ma per la prima volta i pendolari si sorpresero a pensare che con l’arrivo della primavera la natura si sarebbe risvegliata dal letargo invernale con un’esplosione di colori e che forse sarebbe valsa la pena osservarla con maggiore attenzione.
Ma lo strano viaggiatore aveva in serbo delle altre sorprese. Di lì a poco, infatti, si sfilò il lungo cappotto e tornò a sedersi con un sospiro soddisfatto. Sotto indossava una giacca rovesciata. La fodera era all’esterno e le cuciture tutte visibili.
Gli occhi dei presenti conversero su di lui, sempre più stupiti e increduli. Il vecchietto se ne accorse e li redarguì con bonomia. – Signori miei, vedo che contemplate il mio abbigliamento. Ebbene, dovreste fare come me ze cioè portare gli indumenti rovesciati. Riflettete. Za che cosa serve la fodera se non a risparmiare la stoffa? In questo modo il tessuto si mantiene più za lungo e la giacca resta nuova.
L’espressione sempre più interdetta dei suoi compagni fu cancellata dall’oscurità che invase improvvisamente lo scompartimento. Il treno era entrato in una galleria. Quando emerse di nuovo nella luce, tutti si accorsero che il vecchietto stava mescolando un mazzo di carte.

– Chi vuole fare un giochetto? – propose e vedendo che tutti accettavano per tema di offenderlo, prese in mano alcune carte e chiese a Oreste, l’operaio, di sceglierne una.
L’uomo ubbidì e sbarrò gli occhi, istupidito. Le carte erano tutte assolutamente uguali. Ciascuna mostrava il Re di Fiori.
– Non stia za meravigliarsi tanto e mi dia quella che ha scelto – lo invitò lo strano mazziere, togliendogliela dalla mano e fissando a lungo il re di fiori, prima di rimetterla nel mazzo e annuire, sorridendo.
– Lei desidera molto un figlio, non è vero? Ebbene, si tranquillizzi. È in arrivo.
Strabiliato, Oreste rimase a bocca aperta, mentre i suoi compagni prendevano una carta ciascuno. A tutti il vecchietto disse qualcosa. Il pendolare più anziano avrebbe ottenuto l’alloggio popolare che aspettava da tempo; il muratore che aveva la schiena piegata in due, avrebbe ricevuto l’incarico di guardiano di notte in una fabbrica di calzature, A Gigetto, il più giovane dei viaggiatori, fece dei complimenti per la grazia della ragazza che stava corteggiando, aggiungendo che presto i suoi sentimenti sarebbero stati ricambiati.
Alla fine erano tutti contenti perché le previsioni, giuste o errate, erano tutte bellissime.

Nella campagna la nebbia si stava sollevando sui campi coltivati e rimaneva a galleggiare a mezz’aria come una veste di velo grigio chiaro.
I viaggiatori caddero in preda alla sonnolenza e uno per uno si addormentarono, cullati dal monotono sferragliare del treno.
Il vecchietto estrasse dal panciotto il suo orologio e dopo averlo consultato, sobbalzò. Mancava una fermata, poi Cigolo sarebbe entrato in città.
Vedendo che i suoi compagni di viaggio si erano addormentati, raccattò le sue cose, piegò e ripiegò il giornale, lo ficcò in fondo al cappello e alzandosi, si mise il lungo cappotto.
Il treno stava rallentando. Il vecchietto scavalcò con cautela le gambe dei viaggiatori e uscì dalla carrozza.

– Zarrivederci – disse, rivolto ai dormienti. – Il mio viaggio è terminato. Sono arrivato dove volevo. Non so quando ci rivedremo, ma se avrete bisogno di me, tornerò. Forse vi chiedete chi sono e io voglio dirvelo: sono quella parte di voi che avete dimenticato. Sono quel pizzico di allegria, di fantasia, di assurdo che voi tutti un tempo possedevate e vi faceva credere nelle favole. Sono il bambino che siete stati e che si è addormentato per lasciare il posto al buonsenso; quel bambino che voi, tra le fatiche quotidiane e gli affanni, avete cacciato in un angolo e poi dimenticato. Con lui avete perso la voglia di giocare, di ridere, di sperare nel futuro e la vostra vita è diventata grigia come la nebbia che abbiamo visto. Non volete che un raggio di sole la penetri? Sono venuto da voi per portarvelo e farvi capire che una goccia di follia, di eccentricità e un tocco di allegria ravvivano l’esistenza e portano con sé dei momenti di felicità. Ricordatelo! Zarrivederci, signori, zarrivederci.

Poco dopo, quando un sussulto del treno destò i viaggiatori, lo strano vecchietto era scomparso. Al suo posto c’era una striscia del suo giornale. Gigetto la raccattò e lesse, compitando, una piccola frase:
un pizzico di allegria
Oreste si calcò il berretto sulla testa. – È proprio un po’ di allegria che ci vuole, amici miei. Buona giornata a tutti.
I compagni si ritrovarono a ridere senza ragione, contenti di niente e… di tutto.
Fuori la luce era diventata più forte. Certamente sarebbe stata una bella giornata.

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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