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Un nuovo senso di dignità: l’arte di Giovanna Mulas

Aver pubblicato quasi trenta libri, esser stata candidata al Nobel e ancora aver delle rivincite da prendersi con l’arte e con la vita: forse l’Italia non è ancora pronta per autrici come lei, o autrici come lei non sono pronte per l’Italia? Certo è che se, dopo tanto aver scritto e fatto, Giovanna Mulas  è ancora in cerca di rispetto dal suo Paese, qualcosa di sbagliato ci dev’essere da qualche parte, soprattutto, come dice lei, in una Nazione  che dovrebbe far della cultura il suo bene primario come la nostra. Io le ho chiesto senza paura quello che dovevo, lei ancor più coraggiosamente mi ha risposto con la schiettezza e la durezza che certi argomenti impongono quando si va a toccare un aspetto culturale nazionale e si danno dei giudizi senza via di scampo.

Pubblicare quasi trenta libri e non poter vivere di sola letteratura: cosa ci fa concludere questo dato?

In Italia, fatta grande nel mondo da Arte ed Artisti, di cultura non si vive, i maggiori monumenti cadono a pezzi, gli artisti stessi, quelli veri, controcorrente quindi contro il sistema che li vorrebbe omologati, acritici e apolitici, sono alla fame. Grande paradosso, in una Nazione che potrebbe vivere (quindi far vivere) solo di turismo culturale.
Al cambiamento necessitano impegno, vera responsabilità culturale: un lavorare politicamente di cultura. Readings mirati, laboratori, convegni, dibattiti e proiezioni, tutto questo e altro ancora a tema Cultura, Arte; ricerca costante, tramite confronto dialettico e diffusione accessibile alla Massa di una Letteratura internazionale a tema –in automatico apertura e interazione con altre lingue, culture- esame e indagine, valutazione di una soluzione ai mali che affliggono l’uomo, la società dell’Oggi.
È lapalissiano che la Massa aneli a un cambio di rotta, pure senza conoscere o intuendo confusamente una direzione da seguire, ed è ovvio che si aspiri per istinto al puro, al vero.
Popolo comunque disorganico ché al buio: spaventato, consumato dal consumismo, incerto.
È qui che dobbiamo lavorare, uniti e di cultura: partendo dal basso, sostenendo ed eccitando intellettualmente, artisticamente le masse.

La letteratura, hai detto più volte, ha e deve a vere un fine sociale. Molta letteratura invece è rivolta al puro svago e, a quanto pare, funziona di più commercialmente parlando. Cosa c’è che non va in tutto questo?

Venti anni di lavoro nella scrittura mi hanno insegnato che in letteratura, come in quei premi letterari e case editrici legati a una politica editoriale di consumo, a un traffico di influenze e di favori,  la selezione o l’esclusione di nomi gioca sulla docilità, sull’assenza di libertà e critica, l’adulazione, sull’utilizzo di prestigiosi artifizi con tecniche pubblicitarie e mediatiche mirate.
Il ‘trotismo’ opposto alla meritocrazia è quel fenomeno, lapalissiano in tutti i campi, al quale ci si è adattati senza rendercene conto: una formattazione decennale inconscia sfociata nella tolleranza e la rassegnazione, nel fatalismo acritico. Negli ultimi 15 anni in troppi, tra autori e lettori, hanno creduto che la via giusta per il boom di un libro fosse quella del ‘bussare’ e ‘ribussare’, del favore all’amico dei salotti buoni.
A costo di andare controcorrente voglio pensare che un nuovo senso di dignità debba partire in primis dallo stesso autore. Parlo di autore ‘di provato talento’, chiaro.

In un mondo plagiato dal consumo, anche il prodotto libro dovrà essere costruito su e per un valore economico, con una critica ‘raccontata’ da scrittori politicamente corretti.
E’ narrativa mordi e fuggi da marchetta, dove i premi letterari promossi dalle case editrici più note al fine di lanciare i propri libri, andrebbero in realtà dati a certi editors che, sulla base dell’ insipido talento e l’acriticità dell’autore di turno, mescolano i mesti ingredienti a disposizione fino ad ottenere quella pozione magica che, in realtà, è sempre la stessa: il libercolo già best seller, la serva-principessa del nichilismo.
Le possibilità di guidare, governare dal politico, culturale e territoriale,rappresentano porta aperta per le istituzioni-Stato che vivono di corruzione. L’asfissiante situazione attuale deriva da un modo perverso di esercitare proibizioni nell’essere umano, dal persuaderlo affinché durante tutta le sua vita non vada a rompere –e neppure ci pensi- gli schemi prestabiliti, imposti. Essere umano che semplicemente non pensi oppure pensi, se proprio deve, il già pensato. La corruzione resta un problema culturale.

Esperienze pesanti hanno condizionato la tua vita e in Lughe de Chelu (e Jenna de bentu) hai tratto larga ispirazione da queste: cosa vuol dire umanamente scrivere di un qualcosa di fosco, di difficile che ci appartiene? Non ti è sembrato a volte, mentre lo scrivevi che fosse accaduto tutto a qualcun altro?

Come i miei lettori sanno, tra i miei libri uno in particolare occupa quella parte più segreta, amata nonostante. E’ Lughe de Chelu e Jenna de Bentu, autobiografia romanzata scritta d’ istinto puro, sopravvivenza.
Da pochi mesi il romanzo ha visto una sua felice terza edizione negli States, per La Case.
L’ ho scritto nel momento più difficile della mia esistenza, quando pensavo convinta, da donna e madre prima che scrittrice, che non sarei più stata in grado di scrivere, di vivere.
Ed una sorta di pudore innocente, figlio di retaggio culturale prisco, ancorato alla pelle sarda prima che alla mente, mi ha accompagnata per tanto, forse troppo tempo prima di riuscire a parlare del libro con la libertà che merita, prima di comprendere io stessa, autrice, che la mia libertà poteva divenire col tempo, tramite maturità ed esperienza, libertà di altre libertà. Il libro è “(…) sgocciolato da una mente ad un foglio, da un cuore ferito nell’ intimo e, perciò, autentico. E’ sin troppo facile precipitare nelle profondità della propria psiche; impresa ardua è risalirne sani, l’uscirne indenni. E’ un viaggio…”
Esistono ferite, nella vita, che mai si rimargineranno. Il tempo potrà ammansirle, vestirle di una nuova prospettiva di saggezza e serenità. Ma mai queste ferite potranno cicatrizzare del tutto. Vuoi perché sono troppo profonde o vuoi perché, oramai, fanno parte di noi, e solo con noi scompariranno.
E ogni volta che una donna, una sorella, muore per mano di un amore malato, la mia ferita grida ancora. Griderà tutta la vita, lo so. A volte vorrei che smettesse, qualche volta io stessa ho voluto smettere. Ma il richiamo alla vita è sempre stato più forte e maledetto, istintuale. La vita mi ha chiamato quando pensavo di non avere più nulla da darle né da risponderle, e forse è anche per questo che io, oggi, sono qui a raccontarlo.
La verità è che a scrivere queste righe è una donna diversa: forse più forte o forse no ma che in un capitolo nuovo, questa nuova vita, vive l’amore amata di stesso amore.
Ciò che ogni donna è portata fisiologicamente a vivere e dovrebbe vivere: in piena libertà di scelta, in dignità, in purezza. Curioso che, ad oggi, si debba rimarcare che a una donna la libertà spetta di diritto, per nascita.
Lughe de Chelu è una storia come tante, e per raccontarla volo indietro nel tempo, al 2001, in un’apparentemente tranquilla piccola città di provincia, la mia Nuoro: una richiesta di divorzio dall’uomo che era mio marito, tre tentativi di omicidio dei quali l’ultimo, per strangolamento ed accoltellamento, avvenuto davanti agli occhi dei nostri quattro figli, allora tutti minori… i miei agnelli. Sospesa tra la vita e la morte. Il limbo. Di quei giorni ‘non miei’ porto, voglio portare, il ricordo nebuloso, incerto. Gli infiniti perché, il pozzo profondo della depressione quindi il buio, la crisi artistica: perché ero viva, perché io, perché a me, perché i nostri bambini avevano dovuto assistere a tutto questo, perché lui aveva tentato il suicidio, perché lui a me, proprio a me, dove avevo sbagliato, come e ancora perché… e lui, che fino al giorno prima aveva ripetuto di amarmi alla follia. Ecco, questa è probabilmente la parola magica: follia. Ma non rappresenta IL Tutto: sarebbe riduttivo parlare solo di follia, e offensivo nei confronti di quelle sorelle che, per mano di un amore malato, hanno perso, perdono la vita o il sorriso o la speranza…donne che, in ogni modo, si sono perse dentro e non sempre riuscendo a ritrovarsi. Lughe de Chelu è il diario di un viaggio, il mio, ma che è anche quello di Marina, Anna, Sarah, di… e di… Troppi nomi, e croci.
Viaggio nell’ipocrisia, nei tristi, malsani pregiudizi di donne nei confronti di altre donne, noi che dovremmo essere sorelle e unite di quella forza che la Natura già ci dona semplicemente perché donne, creatrici, mestruate sempre, portatrici partorienti di energia. Viaggio in una chiesa misogina, potere al servizio del potere, in uno Stato che tenta di curare la donna vittima di violenza ma, paradossalmente, lo fa senza intaccare la radice della violenza, senza punire severamente chi la attua. La violenza si nutre di omertà, di mala cultura, di informazione perversa, di Non legge. Denunciamo la violenza: oggi, domani e sempre. Insegnamo la Non violenza.
E che finalmente, in questa Italia da emergenza femminicidio si faccia una Legge, giustizia vera contro la violenza.

Il tuo perché di un’associazione tra la lingua sarda e l’Italiano nelle tue opere?

La lingua rappresenta identità, cultura. Il sardo fa parte di me come i sapori, gli odori, la selvaticità dell’isola, le sue tradizioni tutte. Probabilmente la Mulas non sarebbe, senza la sua Sardegna. Perché rinnegare ciò che siamo? A suo tempo volli fortemente che ‘Nessuno doveva Sapere, Nessuno doveva Sentire’ quel mio romanzo così pregno della magia dell’isola, vedesse la luce anche in limba sarda, ma non l’imposta, la forzata, quasi dimentica di tradizioni, identità di ogni singolo paese dell’isola…volevo la limba pura, la più vicina alla località descritta nel romanzo, ancora parlata in loco.
Così come l’opera aveva originariamente preso forma nella mia mente, pure a dimostrazione che una letteratura sarda può esistere e in realtà esiste, resiste. Ed è Natura; non plagiata, forgiata… è sacro e profano assieme.
Parlai del progetto con un carissimo amico, il Prof. Bruno Sini, studioso di lingua e scrittore. Bruno prese a lavorare all’opera… ci lavorò alacremente, per tre mesi circa (“…ci sto impazzendo sopra” mi scriveva, e ne ridevamo…), solo per amore della letteratura, dell’arte.
Così è nato, per la sua seconda volta, ‘Nemos deviat ischire, neune deviat Intendere’. Scegliere di scrivere in lingua italiana è scelta dettata principalmente da quella maggiore diffusione che l’opera, in questo modo, è in grado di godere.

L’arte riconosce l’artista, dici in Riflessioni, pensieri, nessuna vanità nel sacrosanto voler condividere la propria opera, nessuno sterile narcisismo. Ma allora, mi e ti chiedo, perché tanto condannare, spesso e volentieri anche dileggiare, l’autore che vuole farsi conoscere? Anche qui c’è qualcosa che non va nel sistema, o è anche una questione di come ci si propone?

Che magia l’Artista…che tocco insuperabile questo Profeta, Filtro del Niente!

Penso al concetto junghiano di ‘ombra’, ai contenuti della grande opera alchemica che si proponeva come fine la salvezza dell’ uomo attraverso il risveglio della coscienza con la mutazione degli elementi. Il percorso dell’ Opus Magnum si apre con l’incontro con l’oscuro: ‘Nigredo’, ombra, per l’alchimista la fase iniziale della metamorfosi della materia. Questo incontro tra forze primigenie del Caos provoca sofferenza; il dolore e’ destinato a permanere finché il buio si trasforma in luce nella fase dell’albedo che simboleggia l’incontro con l’anima. Quindi l’uomo, per essere davvero integrato, deve prima confrontarsi con la parte oscura della sua personalità per liberare le forze che in essa risiedono in stato caotico, inservibile al momento per la psiche. Il buio deve essere assorbito dalla luce per diventare coscienza. Un termine proprio del pensiero cinese e’ ‘Wu wei’, in lingua originale significa ‘Cio’ che trasforma il mondo’ e in italiano viene tradotto come ‘nulla’. Ma non ha, come per il pensiero occidentale, lo stesso valore di annichilimento che noi gli attribuiamo. Per noi il nulla e’ l’opposto della vita, la fine del tutto. Non così per la tradizione cinese, in particolare il Taoismo: il ‘Wu wei’ e’ il non agire assoluto, lo stato di quiete che permette il contatto con la coscienza del sottile, del Tao, del principio immutabile. Il pensiero cinese vede nel nulla la porta d’ingresso verso il senso della vita. Il dolore e l’annullamento per la luce, la comprensione, la Vita. Pure, saper riconoscere che l’animo umano ci e’ sconosciuto, rappresenta saggezza. Riappropriandoci di quell’autentica libertà di pensare, agire fuori da castrazioni e ipocondrie morali attuiamo, in Arte, una resistenza legata, nostro malgrado ed in modo commovente, alla realtà. L’Arte, parafrasando Wilde, e’ un sacramento da ricevere in ginocchio; ‘Domine, non sum dignus’ dovrebbe volare sulle labbra e nel cuore di coloro che lo ricevono. Non si e’ degni di essere artista, se pure artista E’. Non si e’ degni dell’ ostinazione, di avvisare, infischiandosene, il fluire della vita, del suo mutare.
Non si e’ degni di romanticismo, di divenire non pensando al domani…non si e’ degni di una natura poetica che ama gli ignoranti, quelli tra i quali può albergare il genio. Perché l’istruzione riempie la testa di concetti incomprensibili alle teste d’uovo riempite. Ne scrissi in un passo di ‘Dannati’: œufs à la coque, aspirante intellighenzia pronta a mangiarsi il vomito (pensiero) altrui, per risputarlo tale e quale al gregge. Davvero, gli ebrei di Gerusalemme al tempo di Cristo erano la copia esatta dei nostri attuali filistei italiani, sepolcri imbiancati, mondani, spregevoli, impacciati da commercio, apparenza, da teste d’uovo senza idee, perché tutte le grandi idee sono pericolose. Chi desidera una maschera la indossi, ma senza dirsi Artista: L’Arte e’ verità e ricerca, cio’ che e’ dentro l’Artista sara’ la sua Arte. Non vorrei un giorno comprendere Baudelaire, quando si rivolse a Dio: ‘O Signore, dammi la forza e il coraggio di contemplare il mio corpo e il mio cuore senza disgusto”. Arte, Artista, e prima Uomo. Il mondo e’ creato dall’immaginazione, eppure esso non può capirla. Neppure lo stesso Artista può capirla.

Sei molto attiva anche sul web: come si sta evolvendo la lettura nell’era dei social network secondo te, dove sta andando?

Il Web è un enorme calderone in incessante fermento; oramai accessibile ai più, utile nella diffusione dell’opera. Ovviamente, e come tutte le armi improprie, va utilizzato in maniera mirata. Personalmente continuo a preferire il buon cartaceo da assaporare con tutti i sensi. Col web si va incontro alla non lettura frastornata, una spot-lettura specchio dei tempi: sguardo troppo veloce e distratto, deviato da comodità e curiosità più che da autentica passione per la vera arte.

Spiegheresti ai nostri lettori la tua opinione sull’editoria italiana?

Mentre Berlusconi acquistava Mondadori e la galassia delle consociate, la Feltrinelli, di segno politico opposto, nel 2008 cominciava a plasmare la più grande rete di librerie a catena acquistando anche uno dei maggiori distributori italiani: PDE (Promozione Distribuzione Editoria).
Questo ha significato e ancora significa la progressiva scomparsa delle librerie indipendenti, l’ affermazione dei soli titoli a larga tiratura (imposta e, sappiamo, spesso a scapito della qualità), significa il circolo vizioso degli spazi venduti nelle librerie a catena: compra spazi chi ha più denaro, quindi la nota casa editrice in grado di garantire l’ alta tiratura al libro pubblicato.
Purtroppo parecchi lettori ancora credono seriamente di acquistare un libro promosso del partigiano Giangiacomo Feltrinelli, o dagli antifascisti Giulio Einaudi e Valentino Bompiani…
L’ ideale società acritica è un prodotto dell’era dell’informazione unipolare. In realtà ai lettori ed aspiranti tali, oggi, si arriva comodamente e facilmente: case editrici di rilevanza politica impressionante, influenti sulle opinioni individuali, sul popolino intellettualmente e culturalmente più debole.
La Volontà di Potenza lusinga e compra l’attenzione di giornalisti e recensori appartenenti alla defunta critica letteraria: scambi pubblicitari della casa editrice con la testata che pubblicherà l’articolo sul ‘grande libro’, ‘grande quotidiano’ che appartiene alla ‘grande casa editrice’ con l’editore che indica il proprio giornalista di riferimento a cui affidare l’articolo.

E’ la politica del best seller imposto, della narrativa del Bancomat. Quando il lettore-consumatore acquista, convinto di aver scelto liberamente, il best seller pluripubblicizzato, vincitore dell’importante premio letterario, in realtà è già stato consumato: felicemente eletto dalla politica editoriale. Ma la Letteratura, per fortuna, è altro: Oltre noi, Tempi ed Eventi.

Chiedetevi perché un autore sconosciuto, senza gavetta né talento pubblica da un giorno all’altro con la Grande Casa Editrice, o con la Media Casa Editrice che funge da spartitraffico alla Grande Casa Editrice. Chiedetevi perché lo stesso autore vince il Grande Premio Letterario, o quel Medio Premio Letterario che funge da spartitraffico al Grande Premio Letterario, quindi al set del film tratto dal Grande Premio Letterario.
Premi letterari come “campo di battaglia” delle case editrici: tutti già sanno, e da subito, chi sarà il finalista, a chi spetterà lo scettro.
Sistema perverso, dove le stesse case editrici che propongono i libri in concorso, hanno il controllo dei giurati. Premi letterari simulacri di finzione con una meccanica che risponde all’etica del commercio, disconosce i valori di estetica e critica pura.
Agenti letterari, giornalisti che lavorano per la nota rivista che appartiene alla nota casa editrice, e che quindi recensiranno costantemente solo i libri proposti loro da chi fornisce loro lavoro.
Promozione gratuita, interviste costanti all’autore vincitore del noto premio.
Ancora, chiedetevi perché articoli a firma dell’autore insipido prendono ad apparire sulle maggiori testate nazionali, perché lui stesso apparirà -imposto- come ‘opinionista’ di lusso in TV (ancora non riesco ad afferrare, perdonatemi, l’utilità sociale di un opinionista), chiedetevi perché numerose recensioni del libro, solo ottime critiche letterarie fioriscono ciclicamente sui maggiori quotidiani e settimanali editi dalla stessa nota casa editrice.
Più pubblicità appare attorno al libro idiota e alla… Diva del Verso, più, oggi, occorre chiedersi un perché.

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

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