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The Floating Piers

4.15 del mattino.

La sveglia suona. Se avessi WhatsApp metterei la faccina… sì, dai, quella lì. Quella con gli occhi fuori dalla testa.
Ma non ho WhatsApp. Non sono un tipo molto tecnologico io.
Nemmeno il tempo di uno sbadiglio che questi due folli mi buttano giù dalla branda.
Ehi, ma che modi sono questi?
Al mattino sono molto suscettibile. Meglio che non reagisca, altrimenti non so come potrebbe finire per qualcuno.
Quindi me ne sto zitto e cerco di capire. Li ascolto parlare.
Dicono che devono andare al The Floating Piers, il molo galleggiante, quello di Christo.
Oh, Cristo!
Ecco, appunto.

13555536_10208817043294982_1163609700_oNemmeno il tempo di rendermi conto, tantomeno di replicare, e mi ritrovo già in macchina.
Li guardo entrambi, questi due, e trovo manforte al pensiero avuto poco prima: sono matti da legare.
Neanche il tempo di riappisolarmi. Dopo meno di un’ora arriviamo a Iseo e ci apprestiamo a cercare parcheggio. Il piazzale è già gremito di auto. Forse questi due non sono gli unici ad essere pazzi.
Nonostante sia giugno, fuori l’aria è piacevolmente frizzantina.
Il parcheggiatore ci avvisa che pagheremo il ticket all’uscita. Non cercate di fare i furbi, non si scappa. Prima che la vostra auto esca da quel piazzale il vostro borsello sarà alleggerito di quindici euro.
Resto sempre in silenzio – oltretutto ancora  visibilmente assonnato – mentre quei due chiedono indicazioni su come muoversi.
Nulla di più semplice.
Si compra il ticket per il bus e si aspetta il bus. Si sale e, dopo un quarto d’ora si arriva a Sulzano.
Che ho detto? Nulla di più semplice!
Ci apprestiamo a seguire le indicazioni del parcheggiatore, quando la faccina con gli occhi fuori dalla testa diventa l’Urlo di Munch.

13570346_10208817047295082_754500978_oDi fronte al gazebo dove dovremmo acquistare i biglietti c’è una colonna umana che a occhio e croce arriva a Brescia.
Poi, però, ripensandoci, l’Urlo diviene improvvisamente la faccina sorridente. Non quella. Quella col sorriso più grande.
Con una fila del genere da fare, questi due opteranno sicuramente per tornare casa.
Ehi! Ehi, dico a voi. Che state facendo? Non ditemi che avete intenzione di…
Sì. Proprio così. Anche noi tre prendiamo parte alla colonna di folli, in fila per uno stupido biglietto.
Mi guardo attorno, cercando uno sguardo noto. Nulla. Del resto, cosa pretendo? Sono a 60 Km da casa.
Scuoto la testa, ripetutamente, pensando che di solito a quest’ora sto ancora ronfando bellamente.
Mannaggia a questi due!

Dopo meno di un’ora, abbiamo tra le mani i biglietti dell’autobus. Fantastico. Ora non ci resta altro che salire su… ops, accodarci al fiume umano che attende l’arrivo del bus.
Passa un’ora.
E passa anche la seconda.
Il primo sole inizia a farsi sentire.
Prima che passi la terza, finalmente arrivano sei autobus.
Le persone iniziano a fare passi avanti.
Ci siamo. Evvai.
Christo, stiamo arrivando!

13523802_10208817043614990_536775286_oLa mia euforia si spegne nell’esatto istante in cui i sei pullman stracolmi di gente si allontanano e noi siamo ancora qui in colonna.
Mi accovaccio a terra, esausto e in cerca di quella speranza che ho perso.
È una voce gracchiante a risvegliarmi. Dal megafono di un’auto della Polizia Locale, una voce informa i turisti  che gli organizzatori hanno perso il conto delle ore d’attesa. Per questo, si invitano i turisti a tornarsene a casa.
Finalmente!
La mia euforia si spegne su nascere, mentre sento Nico rivolgersi a Fede.
“Dicono così per scoraggiarci. Nella massa, c’è sempre qualcuno che ci casca, vedrai.”
Questo significa che noi dovremo rimanere. Se m’avessero dato una badilata sarebbe stato più confortevole.
Nico, però, è uno che se ne intende. Qualche gruppo che getta la spugna c’è. Raccolgono i loro quattro stracci e se ne tornano alle macchine, imprecando.
E intanto passa una nuova ora. E un’altra ancora.

Ho perso la cognizione del tempo, mentre ho la bocca impastata dalla sete e la testa che scotta sotto i colpi del sole.
Poi, proprio mentre sto passando a miglior vita – inizio perfino a vedere la luce in fondo al tunnel –, scorgo del movimento euforico.
Da Sulzano sembra abbiano dato l’okay. Altri pullman sono pronti a partire. E stavolta siamo dentro anche noi.
Evvai!
Detto, fatto!
In men che non si dica ci ritroviamo – io e quei due – spappolati all’interno del bus, proprio come un wurstel tra le due metà di un panino.
Per fortuna è solo questione di sei chilometri.
Il pullman si svuota pian piano e finalmente calpestiamo l’asfalto di Sulzano.
E adesso?

13524063_10208817047335083_441431497_oChiaro no! Ora c’è la fila vera e propria, quella per il molo galleggiante. Tanto ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. Siamo veterani.
È inutile che aspettiate, ho esaurito tutte le faccine di WhatsApp.
Qui, la colonna è meno lunga del previsto. Quaranta minuti e finalmente anche noi stiamo camminando sull’enorme passerella arancione.
Oddio! Che succede?
La terra trema. Dondola, al ritmo delle onde del lago. A qualcuno potrebbe piacere, farsi cullare in questo modo. Ma a me no. Mi sta venendo il mal di mare. Anzi, di lago.
Ecco, lo sapevo. I due piccioncini – Nico e Fede – si fermano continuamente a farsi selfie.
Ma quando crescono, dico io. Quando?
Mentre riprendiamo la passeggiata, mi rendo conto che non è proprio così male. La passerella è larga, che ne so… più o meno dieci metri. E porta un sacco di gente. Mi guardo attorno, gongolando, mentre anch’io, come Cristo – o Christo – cammino sulle acque.

E cammina e cammina e cammina, finalmente approdiamo su Montisola. Sembra proprio un posto carino. Ci sono aree verdi, ristorantini e vari negozi. Questi ultimi sembrano gareggiare nel proporre ai turisti il miglior gadget della piattaforma arancione.
Eh, ti pareva!
Nico e Fede ci cascano come fessi. Lasciano venti euro per due braccialettini arancioni realizzati con la stessa cima nautica adoperata per tenere ben saldo il molo galleggiante al fondo del lago.
Finalmente si riprende il cammino.
Beh, che volete? Ci ho preso gusto.
Raggiungiamo un’altra passerella, quella che dicono colleghi Montisola all’Isola di San Paolo. Ho sentito che è un’isola privata. E, se le mie orecchie non mi ingannano, i proprietari dovrebbero essere i Beretta. Sì, proprio loro, quelli delle pistole.
Ma tu pensa… Se lo sapevo mi mettevo a costruire armi pure io.

13549314_10208817044375009_414991372_oA pochi passi dall’isola dei “pistoleri” c’è un po’ di subbuglio. Cerco di farmi largo tra la folla e comprendo il motivo. Il caldo ha mietuto la prima vittima. Un uomo sulla cinquantina è steso a terra, pallido. Tutt’intorno, i volontari della Croce Rossa fanno il proprio lavoro.
Se la caverà!
La mia distrazione fa sì che per poco non perda di vista quei due. Scuoto la testa, accelero il passo e li raggiungo. Insieme facciamo un giro completo attorno all’isola di San Paolo. Una costruzione imponente la fa da padrona. Chissà quanta gente potrebbe viverci lì dentro, è talmente grande!
Mentre rimaniamo in silenzio, poco distante un tizio, probabilmente il genio della lampada, si getta nel lago.
Le persone si agitano, il brusio diventa un vociare spaventato. Poi, quando vedono il quintale umano riemergere, tirano un sospiro di sollievo.
Uno stewart informa il tizio che deve uscire dall’acqua. L’uomo fa orecchie da mercante e se ne sta in ammollo, seguitando a nuotare con uno stile discutibile, che la sua mole non aiuta di certo.
Al terzo richiamo verbale, lo stewart si getta in acqua. Quattro bracciate ed è di fronte all’uomo. Gli ripete di nuovo che deve uscire dall’acqua, quando si accorge che non è italiano. Quindi glielo ripete in inglese, mentre con una mano fa per spingerlo in direzione del molo galleggiante.
“Don’t touch me” esclama quello. “I kill you.”
Ah-ah, andiamo bene.
Vista la situazione, un altro stewart decide di intervenire, tuffandosi in acqua. Dopo pochi minuti, lo straniero ciccione sembra una balena spiaggiata sulla passerella arancione, accerchiato dagli addetti alla sicurezza, in attesa dell’arrivo della polizia.

13555636_10208817040854921_636273553_oBeh, noi non è che abbiamo tempo da perdere. Quindi lo lasciamo al suo destino e riprendiamo il cammino, che si avvia verso la fine. Percorriamo il tratto di passerella che porta di nuovo a Montisola.
Tra un passo e l’altro rifletto. Beh, a parte il suono della sveglia alle prime ore dell’alba, la giornata non è stata poi così male. Del resto, quando mi capiterà di camminare di nuovo sulle acque?
La mia distrazione mi porta di nuovo a smarrire quei due.
Per fortuna, Nico riconosce i miei abbai e si ferma ad aspettarmi. Si inginocchia e mi rimette il guinzaglio.
Tutti e tre, come una famigliola felice, percorriamo la strada a ritroso, mentre la mia mente già pensa a quel che mi spetta una volta rientrato a casa. La mia comoda cesta dentro la quale rotolarmi, in attesa che Fede o Nico mi porti la ciotola con le mie crocchette preferite.

OoO

GLI AMICI DEL MAG

Nicola Rocca, scrittore di thriller, si è prestato -sotto le vesti ehm… i peli di un improbabile Fido- quale reporter alle prese con l’ultima opera di Christo.

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E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

1 Commento

  1. Babette Brown
    3 luglio 2016 at 11:39 — Rispondi

    Grazie a Nicola che, pur reduce da un’alzataccia, da una giornata massacrante e dalla mutazione in cane, ci ha lasciato questo interessante/divertente reportage di viaggio.

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