Interviste

Intervista: Stefano Chiodini

Cammino
di notte con Stefano per le strade deserte di una cittadina romagnola e non
posso che essere rapito dal racconto di come riesce a trovare dappertutto un
perché e un qualcosa da scrivere. Uno scrivere che è una questione di bellezza
e di fortuna, secondo lui.

‘La fortuna di avere incontrato persone che hanno saputo
trasmettere la passione della parola scritta, dell’emozione condivisa, della
storia vissuta e raccontata. la bellezza della scoperta di questo mondo che ha portato
nel tempo alla creazione di una abitudine a scrivere. Quaderni pieni di note si
sono accumulati negli anni fino a diventare racconto.’

Stefano, 
stai tenendo ancora segreto ai tuoi colleghi dell’ufficio che un tuo
racconto è stato premiato ai Pegasus Literary Awards?
Ebbene sì, l’ho detto solo ad un amico. Vivo
in un ufficio speciale dove l’ambiente è invidiabile. Ma su questa bellissima
cosa ha avuto un sentimento antico che ho accolto con piacere: il pudore di
poterne ricavare una qualche forma di vanto. Allora ho preferito il silenzio.
Sarà un silenzio che durerà ben poco . Qualcuno dei miei compagni di scrivania  leggerà questa intervista e il riserbo verrà
rotto. Meglio così. E’ un buon modo di condividere.
Come concili la vita di ogni giorno con la
dimensione reale dello scrittore, vale a dire la solitudine?
Sono un estimatore della solitudine. La
solitudine è un luogo dove la lontananza degli altri non è divisione ma
conoscenza di quei luoghi dove tutti rimaniamo soli  senza essere isolati . La solitudine è
l’occasione per esercitare e far crescere un certo  tipo di forza. Una solidità interiore nasce
in solitudine e si trasforma in differenza e infine si concentra a costituire
una personalità riconoscibile e identificabile. Per essere riconoscibili
bisogna imparare a stare da soli.  La
solitudine è una forma di scoperta in cui i rumori di fondo di amici e vicini
di vita si affievoliscono.  Nella
solitudine emergono idee, ricordi, libri, avvenimenti e fantasticazioni che
diversamente verrebbero affogate nel turbine, spesso invadente, della vita di
relazione. Come per far crescere il grano spesso si mettono a riposo i
campi,  allo stesso modo dal riposo dalla
vita di relazione spesso nasce una nuova coltura.
Le passeggiate notturne: romantico cliché
d’autore, ma con famiglia forse  diventa
complicato. Raccontaci cos’è per Stefano trovare quella che chiamano
ispirazione.
Credo che
l’ispirazione sia per gli uomini come il mare per i pesci. Navighiamo e
respiriamo continuamente ispirazione. Uno sguardo in autobus ispira un nuovo
amore. Un urlo per strada evoca gioia o dramma. Un grande sassofonista
affermava che “la musica è lì,  basta
suonarla” allo stesso modo l’ispirazione è lì basta coglierla.
Forse nel tuo caso, più che di ispirazione
sarebbe giusto parlare di un attitudine da tramandare, quella di raccontare?
Ho avuto la fortuna di avere vicino a me dei
grandi narratori, che mi hanno insegnato il valore di ascoltare le storie e di
cercare in esse quello che oggi o domani può essere detto o scritto  per sorreggere, per supportare, per
comunicare il gusto di vivere e di condividere.
Hai un passato (e un presente?) da sassofonista
apprezzato ( e premiato, anche lì…). Qual è il punto d’incontro tra la musica e
la letteratura nella tua vita?
Uno
dei maestri a cui devo tanto, Claudio Fasoli, mi disse che fare un buon solo di
sax significa essere in grado di raccontare una storia. La sua lucidità mi ha
indicato il terreno dove note e parole si incontrano.
Vestire i panni del narratore è un’attitudine
in te innata che, a differenza di molti autori che faticano a esprimersi a
parole,  affiora anche quando parli.
Quanto ti dà e quanto ti prende questa vocazione?
Ho la fortuna di poter fare da specchio delle
storie che ho ascoltato. Se un essere umano è l’espressione del dna di cui è
portatore, allo stesso modo tutti noi possiamo essere il luogo dove tutte le
storie che abbiamo ascoltato possono incontrarsi . Di fatto dal punto di vista
genetico è già così : ognuno di noi è il risultato di un racconto chimico che
si esprime in noi ed è il frutto di una eredità. Nel nostro corpo e nella
personalità ad esso legato si esprimono linguaggi antichi che sono codificati
nel nostro genoma come la storia è codificata nella scrittura.
I tuoi scritti sono creati di getto o sono
frutto di attente revisioni?
Continue
revisioni e messe a punto.
Da sassofonista hai senz’altro un’accezione musicale
delle parole: come senti quando ‘stonano’?
Spesso la stonatura indica il luogo dove è necessario lavorare e
agire. Il dolore dice dove il corpo è attaccato dalla malattia, allo stesso
modo la stonatura indica dove il linguaggio sta combattendo ma non ha ancora
raggiunto la forma compiuta d’espressione.
Una volta hai posto l’accento sul dovere di
ricambiare chi ti ha raccontato delle storie. Scrivere dunque come un dovere morale,
o c’è di più?
Le api si
sporcano del polline dei fiori e con questo più o meno volontariamente fanno in
modo che quel campo che le nutre cresca e si riproduca in nuove forme. Non è
dato di sapere con quanta coscienza svolgano questa azione, con quanto impegno
morale. Racconto la storia e le storie di persone che hanno fatto la loro
strada e facendo questo io compio la mia, la scelta morale sta non voler
scegliere inganni e furbaggini. Non è necessario barare al gioco per giocare.
Molti lo fanno per vincere ma facendolo infrangono la vittoria in quel gioco
che hanno negato barando. Chi ama giocare non bara, chi ama i soldi si.
Il tuo racconto vincitore a Cattolica narra
di un processo biblico: come ti è saltato in mente?
L’amore tra uomo e donna nel racconto biblico
non compare sotto una luce sempre favorevole  e positiva.  Io non sono nessuno per discutere della
narrazione biblica. Nondimeno cerco di non smentire quello che sento. In questo
caso, quello che sento è che,  a me,  Eva è stata sempre tanto, tanto simpatica.
Per lei mi appellerei alla clemenza di qualsiasi corte.
Fai una promessa a chi ti legge. L’ho fatta adesso: non smentire quello che
sento.
Penitenza
se non dovessi mantenerla?
Avere il
coraggio di ammetterlo e provare a mantenere la promessa subito dopo.
Stefano Chiodini dice di sé:
classe 1962, studia jazz e filosofia, lavora,
scrive e suona.

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E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

1 Commento

  1. Babette Brown
    1 maggio 2015 at 20:39 — Rispondi

    Dario, com'è interessante questo mix fra (buona) musica e (buona) scrittura.

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