Eventi

Sesso a pagamento, Nicola Rocca

Puoi scegliere di leggere e godere del nostro lavoro. E basta. Il Blog è nato per questo.
Puoi anche scegliere di ripagare questo dono con un gesto di solidarietà.
Alla fine del racconto, decidi, ma che ti sia piaciuto oppure no, rifletti.

Nicola Rocca ci presenta Rudy: ventisette anni, un metro e ottantacinque, pelle olivastra, occhi colore del ghiaccio e sorriso radioso. Signore… state indietro… no, non c’è il numero da prendere (o, almeno, non ancora…). Rudy è simpatico, gentile, intelligente. E pesa centoquaranta chili.

 

Ottobre 2010

Ciao, mi chiamo Rudy e ho ventisette anni. Un metro e ottantacinque, rasato, pelle olivastra, occhi del colore del ghiaccio, nonché un sorriso radioso.
Un vero figo, direte voi.
Sì, forse avrei potuto esserlo, se solo non fosse stato per quel “piccolo” problema. Quella nota d’imperfezione che sporca un quadro d’autore. Quella “leggera” sbavatura nel make-up che si crea attorno agli occhi delle donne truccate dopo aver avuto il magone e versato lacrime.
Un unico e dannato problema. Un vero incubo, il mio: centoquaranta chili da portarmi appresso ovunque vada.
Solamente a dirlo mi vengono i brividi.

Appena nato ero quattro chili e otto; a due anni, diciotto; a quattro, ventisette; a dieci, settanta. È stato un crescendo, fino all’età di ventun anni, quando il mio peso si è stabilizzato: CENTO-QUARANTA-CHILI!
Ciò che mi dà fastidio non è il grasso in sé, a quello ormai ho fatto l’abitudine. Quello che non sopporto sono gli sguardi della gente, delle persone che mi passano accanto e, dopo avermi incrociato e oltrepassato, si girano di nuovo a posare gli occhi sul mio corpo abnorme. E io li sento, quegli occhi. Li sento sulla mia schiena. Sono talmente affilati che riescono a passarmi da parte a parte, uccidendomi ogni volta. E, facendomi soffrire, mi ridanno vita, solo per potermi ferire e uccidermi di nuovo. Umiliandomi.
Ciò che mi dà fastidio non è nemmeno il fatto di aver seguito – e seguire tuttora – una dieta rigida, personalizzata, ma arrivare,  col passare degli anni, a sfiorare l’assurdità.
L’assurdità, capite?
Chi di voi mangerebbe una cipolla intera alle otto del mattino? Questo è solo per farvi un esempio, tanto per aiutarvi a comprendere ciò che intendevo  con “assurdità”.
Una cipolla al mattino…
Ben venga la cipolla al mattino! Sarei disposto a mangiarmi dieci cipolle al mattino, anche ogni giorno. Il problema è che è tutto inutile; infatti, il risultato migliore sono stati i centotrentadue chili toccati lo scorso anno.
Vi rendete conto? Una fatica immane, per cosa?
Otto merdosissimi chili uguale a un anno di sacrifici immondi!
Non mi sembra proprio uno scambio alla pari. Non mi sembra che l’equazione sia bilanciata.
No, per niente!

Ma non è nemmeno questo a farmi stare male. No. Ciò che mi fa soffrire più di ogni altra cosa è il rapporto che ho con l’altro sesso. O meglio, quello che non ho.
O meglio ancora, quello che riesco a ottenere solamente dietro a un buon compenso economico.
Cento euro per venti minuti di… Beh, avete capito.
Nemmeno questo mi sembra uno scambio alla pari, se si considera che per guadagnare quella cifra, io devo lavorare in fabbrica due giornate da otto ore ciascuna.
Sedici ore di lavoro davanti a un controllo numerico − il cambiapezzi, tanto per capirci − per un rapporto sessuale che, quando va bene, dura venti minuti. Quando va bene, perché il più delle volte, ahimè, non raggiunge nemmeno i cinque.
E anche in questo caso, l’equazione non è del tutto bilanciata.
Del resto, si sa, la vita è fatta così…
C’è chi lavora e porta a casa lo stipendio appena necessario per comprarsi la pagnotta, e chi, con due ore di sesso al giorno, si può permettere una BMW da cinquantamila euro, un abito Cavalli da mille e una Vuitton da settecento.
C’è chi fa una cosa per la prima volta e sembra che abbia l’esperienza di una vita.
Ci sono quelli che si adattano a ogni situazione e sanno fare di tutto.
E poi ci sono gli impediti come me: quelli che non possono nemmeno giocare a calcetto con gli amici, a meno che non vogliano fare la palla; quelli che dopo cinquanta metri di corsa hanno la lingua che tocca l’asfalto. E, infine, quelli che per le ragazze saranno sempre e solo i ragazzi simpatici, “teneroni” e confidenti personali.
Ebbene sì, le ragazze mi vogliono come consulente, quando hanno problemi con i loro fidanzati, o quando c’è un ragazzo per cui hanno perso la testa e non sanno come fare e cosa dire.
Ecco a cosa serve una palla di lardo come me. Ecco a cosa servono i miei centoquaranta chili: a fare consulenza sulle storie amorose degli altri.
Degli altri!
Ma io una storia d’amore tutta per me, non la posso avere?
D’amore, ho detto! Non di sesso!

L’unica volta, in ventisette anni di vita, che credevo di essere riuscito a far perdere la testa a una ragazza è stato circa otto anni fa. Simone, il mio migliore amico, aveva appena preso la patente. Eravamo in giro con l’Audi di suo padre. E una macchina del genere, si sa, attira sempre qualche preda. Anche le ragazzine di sedici anni, quelle che non sanno neppure quanti giorni di lavoro ci vogliono per acquistare un’auto di quel calibro.
Infatti, quella volta, siamo riusciti ad adescare due prede.
Eravamo nel parcheggio del Tumbler, una discoteca a una decina di chilometri dal nostro paese. Saranno state quasi le due e io Simo stavamo facendo un giro di ronda per vedere se riuscivamo a pescare qualcosa di buono. Lui in queste cose ci vedeva lungo. Tanto per cambiare, anche quella volta ci ha preso.

Abbiamo visto due pulzelle uscire dal locale e camminare in modo poco sobrio. Simo ha dato un colpo di clacson e le ha abbagliate con i fari. E loro si sono avvicinate. Inizialmente sono andate dal lato del suo sportello. Tutte e due. Lui ha abbassato il finestrino e ha chiesto loro se volevano farsi un giro. Loro hanno risposto che stavano andando a casa, che abitavano proprio lì, a poche centinaia di metri. Allora Simone – solo Dio poteva sapere come diavolo ci riuscisse, perché ci riusciva sempre – ha proposto loro che non le avremmo più disturbate se solo ci avessero graziato con un colpo di labbra sulle nostre. E quelle due hanno accettato. Una è rimasta dal suo lato e l’altra è venuta dal mio. Il cuore mi tuonava talmente tanto che non trovavo nemmeno il tasto per abbassare il finestrino. Lo ha fatto Simone al posto mio.
Quella ragazza, che in seguito ho scoperto chiamarsi Isabella, si è chinata, infilando la testa profumata di trucchi, shampoo, balsamo e qualsiasi altro ben di Dio, all’interno dell’abitacolo.
Il tutto è durato, che ne so, meno di cinque secondi, ma in un attimo sono andato e tornato dalla luna.
Quello è stato il primo bacio che una ragazza mi ha dato.
E, per molti anni a venire, anche l’ultimo.
Dopo meno di una settimana da quel bacio, ci siamo rivisti. Era stato Simone a combinare un incontro a quattro. Come ho già detto, quel ragazzo era uno che ci vedeva lungo in materia di donne.
Ci siamo incontrati un sabato sera, in un pub, in centro città.
Prima che Simone parcheggiasse l’auto, io avevo avuto come un brutto presentimento. Come un senso di vuoto allo stomaco.
Era possibile che una ragazza così carina avesse accettato di uscire con me?
Era possibile che una volta tanto non sarei stato solo un ragazzo simpatico? Un confidente personale? Il tenerone?
A quanto pareva, era possibile.

Isabella aveva accettato un’uscita a quattro, consapevole del fatto che Elisabetta – la sua amichetta – sarebbe stata destinata a Simone e di conseguenza lei sarebbe dovuta rimanere in mia compagnia. Perché era quello che succedeva a vent’anni: si andava a bere e poi ci si appartava da qualche parte, ognuno con la propria compagna occasionale.
Ero super emozionato. Non potevo credere che a quella ragazza, così fine e carina, potesse piacere un ragazzo di centoquaranta chili. Uno che al posto degli addominali aveva un bel pezzettone di pelle crescente.
Però aveva accettato l’invito.
E quindi… ci sarebbe stata.
Avrebbe voluto fare con me…
L’illusione è finita quando mi ha visto entrare nel locale. Loro erano già sedute al tavolino. Mentre ci avvicinavamo ho visto il suo sguardo solare assumere un’espressione disgustata.
E lì ho capito.
Ho capito tutto!
Mi aveva visto all’interno dell’auto di Simo, dalle spalle in su. Sì, d’accordo, il viso era leggermente in carne, ma avevo pur sempre gli occhi del colore del ghiaccio e il sorriso radioso. Insomma, la parte peggiore di me era rimasta nascosta all’interno dell’abitacolo.
Ad oggi non so che scusa abbia usato per dileguarsi, anche perché, a me personalmente, non ha dato nessuna spiegazione. Fatto sta che se n’è andata in meno di cinque minuti. E io sono rimasto lì, seduto al tavolino come un coglione. Simo, perlomeno, con l’altra ragazza, ha preso un nuovo appuntamento e ci è uscito la settimana seguente. E naturalmente ha fatto centro, com’era suo solito.
Io invece…

Sono caduto in un lungo periodo nero chiamato depressione. Un periodo durato quasi tre anni, durante i quali ho tentano diverse volte il suicidio.
Sì, piuttosto che quella vita, avrei preferito morire.
Poi, su consiglio di un paio di colleghi che avevano avuto alle spalle un matrimonio fallito, sono entrato nel giro del sesso a pagamento.
La prima volta, ricordo, ero imbarazzatissimo. Il mio quintale e mezzo nudo di fronte alla figura altrettanto nuda di una donna. Il suo corpo, al contrario del mio, rappresentava l’essere umano in tutta la sua perfezione. Mi aveva detto di chiamarsi Katy, ma avrebbe potuto dirmi di chiamarsi con qualsiasi altro nome che per me non sarebbe cambiato nulla.
Io l’avrei comunque vista bella come Cameron Diaz.
Anzi, io l’ho vista bella come Cameron Diaz!
Nonostante la mia timidezza, l’ansia da prestazione e tutto quello che ne conseguiva a causa dell’imbarazzo che i miei chili di troppo mi facevano provare, sono riuscito ad avere un’erezione. Un ringraziamento lo devo anche a Katy, che è riuscita a mettermi a mio agio.
E chi non lo avrebbe fatto con una tariffa da cento euro ogni venti minuti?
Venti minuti a dir tanto, perché quella volta, non appena sono entrato dentro di lei mi sono svuotato completamente. Del resto era comprensibile. Erano ventiquattro anni che mi tenevo dentro l’orgasmo della prima volta.

Da quel giorno, tre quarti della mia misera busta paga finiva nelle mani di una Katy qualsiasi. Di una da “cento euro per venti minuti”. Quando andava bene…
È andata avanti così per anni,  circa tre, fino a che − grazie all’amico dell’amico, dell’amico del conoscente… e tutti quei giri di persone lì − insomma… non sono venuto a conoscenza di un’operazione chiamata gastrectomia. In termini medici è l’intervento chirurgico che consiste nella resezione parziale o totale dello stomaco. In termini spartani non è altro che il taglio e l’asportazione di una parte dello stomaco.
Ho iniziato a informarmi su questo intervento, che ai miei occhi, alle mie orecchie e per i miei sogni, suonava un po’ come l’apertura delle porte del paradiso.
Dopo un mese, la prima visita. Dopo altri quindici giorni, la seconda. E dopo due mesi totali avevo fatto tutti gli esami necessari ed ero pronto ad affrontare l’intervento.

E ora sono steso su una barella. Di fronte a me una porta dal vetro satinato, sopra una scritta: sala operatoria.
Dentro di me, uno e un solo pensiero: sono cosciente di ciò che lascio prima di entrare lì dentro, ma non so ciò che sarò al mio risveglio.
Sempre che io abbia la fortuna di risvegliarmi.
D’altronde, ho fatto una scelta. Ora sono qui e non posso più tornare indietro. Riesco a sentire la pre-anestesia che comincia ad avere il suo eff…

Maggio 2013

L’intervento è andato bene… Altrimenti non sarei qui a scrivere.
L’operazione è ormai un ricordo lontano, così come sono un ricordo lontano i miei centoquaranta chili: dopo un solo mese sono diventati centoventicinque; dopo quattro mesi, cento.
E ora, a distanza di quasi tre anni, lasso di tempo ricorrente in cui io di solito faccio bilanci, mi sono stabilizzato a settantotto chili.
Un metro e ottantacinque per settantotto chili… Ora sì che l’equazione è bilanciata!
Ora sì che appartengo a quella categoria di persone che si può permettere una BMW da cinquantamila euro − cinquantotto, per la precisione, e pagati sull’unghia − un abito Armani da mille e due, perché Cavalli non mi piace, non è di classe, e un portafoglio Vuitton da quattrocento euro.
Il mio grosso problema era solo una questione di chili.
Ma ora se ne sono andati…
Il sesso a pagamento, invece… Beh, quello è rimasto. Anche se sono cambiati un po’ i parametri. Gli elementi sono ancora quelli: ci sono i soldi di mezzo, c’è la prestazione sessuale, c’è la chiamata per prendere appuntamento, c’è…

Dlin dlon.

Ecco, proprio quello che stavo per dire: c’è l’accoglienza nel mio appartamento.
Questo fa parte dei parametri modificati. Ora sono io a ricevere, non loro. Ora sono io a vendere il mio corpo, non loro. Oro sono io a guadagnare in un mese quello che prima riuscivo a malapena a guadagnare in un anno.
Ora sono loro a pagare per avere un orgasmo.
Ora sono loro, le clienti.
E io il gigolò.

Tentativo banner spam

Nicola Rocca, classe 1982, da circa dieci anni si diverte a scrivere racconti e romanzi. Oltre che per la smisurata passione per la scrittura, lo fa principalmente per scrollarsi di dosso una realtà che a volte – molto spesso, a dire il vero – gli calza un po’ stretta.

Le sue storie sono quasi tutte marchiate dall’impronta thriller, ma qualche volta, come nel caso di “Sesso a pagamento”, riescono a scostarsi dal genere, assumendo sfumature più sobrie e meno sanguinarie. Ma non gioite per questo, l’anima thriller dell’autore è sempre ben nascosta tra le righe. E colpirà non appena gli volterete le spalle.

Potete trovare i suoi romanzi su Amazon.

Post precedente

Recensione: Come rapire un Alpha e vivere felici, di Agnes Moon

Post successivo

Tesoro, mi passi il pene? Quarta puntata

Gli Amici del Mag

Gli Amici del Mag

Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

Nessun Commento

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *