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“C’era una volta in America”

Nel 1984 usciva l’ultimo film di Sergio Leone, il suo personale modo di intendere le cose e la vita.

“Fat Moe: “Noodles, cos’hai fatto in tutti questi anni?”
Noodles: “Sono andato a letto presto….”

Max: “È questo il tuo modo di vendicarti?”
Noodles: “No, è il mio modo di vedere le cose…”

Debora: “Hai aspettato molto?”
Noodles: “Tutta la vita…”

Nel settembre del 1984, in occasione del trentennale di “Per un pugno di dollari” (pellicola che rivoluzionò il genere western), usciva nelle sale italiane il monumentale “C’era una volta in America”, l’atto finale e il commiato di un grande regista verso il Paese che lo ha fatto sempre sognare, sin dall’infanzia segnata dal fascismo.
Per il cineasta romano questo progetto era il più sentito, il più sofferto, quello inseguito per tanti anni. Un sogno per molto tempo irrealizzabile, una rincorsa verso i miti di una vita. Era dal 1967 che Sergio Leone voleva realizzare questo film, dopo aver letto il libro “A mano armata” scritto da un gangster nel 1952. Nel 1968, dopo aver diretto “C’era una volta il West”, Leone propose l’idea a Warren Beatty, ma non se ne fece nulla. Per tutto il decennio degli anni ’70, Sergio Leone si occupò di produzioni e diresse un solo film, “Giù la testa”. Aveva sempre l’ossessione di girare il suo personale modo di intendere gli Stati Uniti, attraverso due aspetti che aveva sempre amato di quel Paese: la letteratura e il jazz.

Il regista
Sergio Leone nacque a Roma il 3 gennaio del 1929. Figlio d’arte, il padre era stato uno dei pionieri del cinema muto, la madre un’attrice. Sin da piccolo, Sergio “respirò” quotidianamente l’aria dei set cinematografici. A 19 anni, apparve brevemente in “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica. Poi si “fece le ossa” lavorando come aiuto regista e direttore della seconda unità in numerosi “b-movie” che all’inizio degli anni Cinquanta si giravano a Cinecittà. In quel periodo si fece notare come un ottimo assistente in “Quo Vadis” (1951), “Elena di Troia” (1955) e “Ben Hur” (1959).

Nel 1960 ebbe la possibilità di debuttare alla regia con “Il Colosso di Rodi” che sfruttava il momento di popolarità dei film in costume. Contro ogni previsione, “Per un pugno di dollari” (1964) fu un trionfo incredibile al botteghino, incassando oltre 3,4 miliardi di lire. Una cifra astronomica per quei tempi. La critica rimase molto colpita dallo stile del giovane regista che aveva fatto molti cambiamenti estetico-visivi al genere western. Innanzitutto un montaggio estremamente curato, caratterizzato dai primissimi piani degli attori, i lunghi momenti dei duelli e poi i particolari degli effetti devastanti delle pallottole che impattano sui corpi. La trilogia del dollaro proseguì con “Per qualche dollaro in più” e si concluse con  “Il buono, il brutto e il cattivo”. Con i successivi “C’era una volta il West” e “Giù la testa”, il regista maturò il suo stile e perfezionò le sue storie. Il passo successivo fu una sorta di “resa dei conti” del suo modo di intendere il cinema e la vita.

cf37a69382440b8d78a144d81f6b2411_LIl Cast
All’inizio degli anni ’80, il progetto cominciò a decollare. Robert De Niro (il regista aveva deciso che doveva essere lui il protagonista) era molto interessato. L’attore italoamericano promise che dopo la fine delle riprese di “Re per una notte” di Scorsese sarebbe stato disponibile. Il cast venne lentamente completato da James Woods, Elisabeth McGovern, Joe Pesci, Burt Young, Tuesday Weld, Treat Williams, Danny Aiello, James Hayden, William Forsythe e James Russo. Per le musiche era sempre presente il suo amico Ennio Morricone, per la fotografia Tonino Delli Colli, per il montaggio Nino Baragli e per i costumi Gabrielle Pescucci.
Per scrivere la monumentale sceneggiatura Leone reclutò un team di altissimo livello: Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli e Franco Ferrini. La scelta fu assolutamente perfetta. Il film è ricco di dialoghi intensi, profondi ed emozionanti. Ogni personaggio viene descritto e rappresentato nei minimi particolari e soprattutto con un grande realismo.
Il primo ciak avvenne il 14 giugno del 1982 e le riprese si conclusero il 22 aprile del 1983.

La storia
Ogni aspetto di questo film è ambizioso, grandioso e solenne. Innanzitutto la durata (220 minuti della versione italiana del 1984 che arriva ai 245 in quella estesa e restaurata del 2012). Nulla viene lasciato al caso, tutto deve essere assolutamente perfetto. La storia abbraccia un periodo temporale estremamente dilatato e riguarda soprattutto la figura del protagonista, Noodles. Si parte dalla sua infanzia poverissima nella New York degli anni ’20, per poi passare all’età adulta nei primi anni ’30 e si chiude con la vecchiaia nel 1968.
Uno degli aspetti geniali di questo capolavoro è il montaggio che non segue l’ordine cronologico degli avvenimenti. Ci sono imprevisti salti temporali sia avanti che indietro nel tempo. In estrema sintesi “C’era una volta in America” narra l’intenso e contrastato rapporto tra Noodles (Robert De Niro) e Max (James Woods), che sin da piccoli capiscono le molte cose che li accomunano e anche quelle che li dividono. Il primo è un sognatore, un romantico, ingenuo e idealista che crede fortemente nell’amicizia virile. Il secondo invece è un cinico, spregiudicato, calcolatore, un nevrotico, accecato esclusivamente dal potere e dai soldi.
Questo è un film incentrato sui sogni, sull’amore, sui rimpianti e sui rimorsi di una vita; una sorta di omaggio all’opera di Francis Scott Fizgerald e all’età dell’oro del jazz di Armstrong, Porter e Gershwin.

La critica
Morando Morandini: “Il presente non esiste: è una sfilata di fantasmi nello spazio incantato della memoria. Alle sconnessioni temporali corrispondono le dilatazioni dello spazio: con sapienti incastri tra esterni autentici ed esterni ricostruiti in teatro, Leone accompagna lo spettatore in un viaggio attraverso l’America metropolitana (e la storia del cinema su quell’America) che è reale e favoloso, archeologico e rituale. È un film di morte, iniquità, violenza, piombo, sangue, paura, amicizia virile, tradimenti. E di sesso. In questa fiaba di maschi violenti le donne sono maltrattate; la pulsione sessuale è legata all’analità, alla golosità, alla morte, soprattutto alla violenza. È l’America vista come un mondo di bambini”.
Gian Piero Brunetta: “Come in un gioco di scatole cinesi, diventa un sogno di sogni. La vicenda rievocata da Noodles si svolge in una dimensione incerta tra realtà e sogno, la stessa struttura narrativa originaria – in cui si scontrano di continuo diverse dimensioni e percezioni del tempo non autorizza a distinguere se la vicenda è frutto dei fumi dell’oppio o di ricordi reali del protagonista. Anche (e soprattutto) in questo caso la memoria del singolo tende a dissolversi in quella di un intero paese”.

Il dopo Leone
Con l’improvvisa scomparsa di Sergio Leone nell’aprile del 1989, il cinema italiano perde l’unico autore (insieme a Bernarndo Bertolucci) che abbia diretto dei veri e propri kolossal. In passato solo Luchino Visconti era stato capace di concepire opere grandiose e corali come “Il Gattopardo” e “Rocco e i suoi fratelli”.
Sergio Leone aveva una visione del cinema unica e originale che toccava le corde della memoria, dell’amicizia, del tradimento e del passare del tempo con un tocco solenne, delicato e struggente.
Dopo di lui nessun autore italiano è mai riuscito a raggiungere le emozioni suscitate da opere come “C’era una volta il West” e soprattutto “C’era una volta in America”, un vero e proprio testamento e un profondo atto d’amore verso il cinema e la vita.

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1 Commento

  1. Margaret Gaiottina
    6 gennaio 2016 at 8:13 — Rispondi

    Interessante articolo su uno dei miei film preferiti, leggerlo mi ha fatto molto piacere.

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