Pensieri sparsi

Self Publishing… quando il gioco si fa duro…

Le Chiacchiere di Facebook tra i membri del Gruppo di Babette Brown Legge per Voi sono un classico del mercoledì. Molte volte, scaturiscono dalla lettura critica di un articolo, comparso su quotidiani, periodici o Blog.

È il caso di queste chiacchiere sulla “solitudine del Self Publisher”. La bomba l’ha fatta scoppiare il sito Bookblister… e il Gruppo si è scatenato.

SELF PUBLISHING. DAVVERO SI BUTTA SUL SELF SOLO CHI VIENE IGNORATO DALLE CASE EDITRICI? DAVVERO IL LIBRO AUTOPUBBLICATO VALE GENERALMENTE POCO?

Comincia Giulia Beyman, da sempre scrittrice Self.

Vado sulla sintesi (speriamo) e sull’ovvio (purtroppo). Partendo dalla parte pratica: il Self Publishing offre più opportunità – con un’enorme fatica – di mantenersi e di pagare le bollette. Più di quanto sia possibile fare con i sistemi di pagamento farraginosi delle Case editrici e con le loro basse royalties. E offre qualche libertà in più. Quindi diversi autori scelgono il SP per quello che è, e non come trampolino di lancio per altro. Autori che anche se pubblicano con qualche CE, non hanno alcuna intenzione di abbandonare il SP.
Detto questo, il SP fatto seriamente è una fatica ENORME. Bisogna affrontare una mole di lavoro incommensurabile, oltre al tempo dedicato alla scrittura. E bisogna investire parte dei guadagni per qualcuno che ti aiuti, almeno con editing e cover.
Per quanto mi riguarda, sono arrivata al SP dopo più di vent’anni di scrittura tra giornalismo e sceneggiature e penso che nessun lavoro si improvvisi. Ma sono anche convinta che chi sceglie di vivere di scrittura sappia bene e accetti che – come tutti i lavori – anche per questo devi aver voglia ogni giorno di fare meglio ed essere disponibile a lavorare, lavorare, lavorare, lavorare… Mi spiace solo che girino tante generalizzazioni sul SP, sui guadagni degli autori indipendenti (mi riferisco all’articolo dal quale ha preso spunto questa riflessione) e mi spiace che – sì è vero – non sia sempre così facile ottenere spazio tra gli addetti ai lavori (non tra tutti!). Un po’ di sospetto (fatta eccezione per alcune menti illuminate, e una di queste è la padrona di casa di questa pagina) c’è sempre: avete presente l’idea della volpe che non riesce ad arrivare all’uva? Qualcuno ancora fatica a pensare che per molti autori il SP possa essere una scelta ragionata e pianificata. L’unico modo per combattere un certo modo di pensare – a parer mio – è fare sempre meglio e offrire qualità alla critiche.

Mila Orlando si abbandona a una confessione.

Premetto che non ho ancora fatto self, ma lo farò è ufficiale. Lo farò perché credo che sia l’unico modo per conoscere davvero tutti i processi di questo mondo, per poterli toccare con mano. Lo farò perché magari vengo pagata puntualmente, e anche se se sono quattro spiccioli, almeno sono tutti miei. Per scegliere la copertina, ma soprattutto lo farò perché mi metto alla prova e posso crescere. Chi crede che il self sia solo un ripiego… lo fa per ripiego. In tutti gli altri lavori ci sono gli imprenditori? Be’, io credo che il self sia diventare imprenditori di se stessi e non è qualcosa che si improvvisa. Su questo condivido le parole di Giulia Beyman.

Rincara la dose Clara Cerri.

Mi riallaccio al post di Colette Kebell che mi è piaciuto tanto, e mi dissocio solo in un punto: i miei libri non sono post (di blog o di FB), vogliono essere libri e sono frutto di una vita personale e professionale passata tra i libri e per i libri. Detto ciò, non lo sono ancora per la maggior parte delle persone, a prescindere dal contenuto. Perché sono solo ebook, o perché sono cartacei col POD. Quindi il mio libro, a prescindere dal contenuto, non vale come quello di chi ha una presentazione stellare in libreria e una fascetta coi complimenti di Chiara Gamberale. In questo l’articolo dal quale tutte le nostre chiacchiere hanno avuto origine, ha ragione. Poi sono io per prima che sento di non essere ancora matura per scrivere “libri” come vorrei, cioè qualcosa che possa arrivare al cuore di molti con un messaggio da comunicare con un linguaggio nuovo e personale.
“Mi hai detto niente!” esclameranno a questo punto i miei piccoli lettori. Perché poi questo libro meraviglioso che ancora non so scrivere dovrei farlo leggere a una Casa editrice, una buona, se ancora ne esistono. Che finirà col dire che è poco commerciale.
Ciò detto, sto finendo un romanzo e proverò a pubblicarlo in self. Per vedere l’effetto che fa.

Marco Canella si assume il compito di “quello con il buon senso”.

A volte è solo una scelta, a volte è una scelta obbligata. C’è chi pubblica self perché è convinto della bontà della cosa, c’è chi lo fa perché non se la sente di inviare il proprio manoscritto a una CE, temendo un rifiuto.
Io non mi precludo nessuna possibilità, perché credo che ogni esperienza serva e insegni qualcosa. Fino a oggi ho pubblicato con CE e lo farò ancora (se mi selezioneranno), ma sto scrivendo anche un romanzo a quattro mani che probabilmente pubblicheremo self. Mi piace provare nuove esperienze e questa è indubbiamente un’opportunità.
Un’ultima cosa. ODIO con tutto il cuore le battaglie che sempre più spesso, ahimè, scoppiano tra autori self e autori con CE. Ma invece di queste inutili guerre cominciamo a sostenerci a vicenda, piuttosto. Si può andare d’accordo anche se si possiedono idee differenti. Si chiama intelligenza.

Post precedente

Contest: la vincitrice!

Post successivo

Il Taccuino di Matesi: Se quattro stelle vi sembran poche...

Gli Amici del Mag

Gli Amici del Mag

Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

Nessun Commento

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *