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Se scrivo, mi si brucia l’arrosto. Un dramma di carta e fumo. Terza puntata

Ho avuto la malaugurata idea di chiedere “Ma (notare il “ma” all’inizio della frase… da bocciatura) avete mai bruciato qualcosa, mentre stavate scrivendo un romanzo/racconto?”
Le risposte sono arrivate. Toni ironici, apocalittici; qualcuna ha rispolverato la storia. Quella con la S maiuscola. Leggete, se avete coraggio… e alzi la mano colei/colui che NON ha mai bruciato qualcosa in cucina. O NON ha dato fuoco alla cucina (sì, è successo anche questo).

Cominciamo con Gabriella Faedo.

Bruciare qualcosa in cucina mentre si sta scrivendo? Diciamo che per me è una triste abitudine. Volete solo un esempio?
Pieno inverno, martedì notte. Ehm… rettifico, mercoledì mattina, ore 3:30. Da un’eternità me ne stavo lì, a fissare lo schermo del computer con lo sguardo allucinato di uno zombie. L’ispirazione, quell’infida traditrice, mi aveva dato buca. Sapevo perfettamente cosa l’avrebbe spinta a presentarsi al nostro consueto rendez-vous: un’intensa sessione di aspirapolvere-gym. Purtroppo, nutrivo il fondato sospetto che i vicini non avrebbero granché apprezzato l’iniziativa, senza considerare il mio dolce pargolo e suo padre. 
Dunque, occorreva un piano B. Sì, ma quale? Che una salutare passeggiata potesse giovare? 
Sbirciai fuori dalla finestra: la nebbia e l’oscurità avvolgevano ogni cosa. Deglutii a fatica. Forse uscire non era poi questa grande idea: un incontro con Jack lo Squartatore non rientrava esattamente nella mia top ten degli eventi imperdibili. 
D’accordo, urgeva passare al piano C. 
Mentre rimuginavo, finii con l’approdare in cucina. E lì ebbi la folgorazione: mi sarei messa a cucinare e, d’incanto, il mio estro creativo l’avrebbe piantata di tirarmi il bidone! 
Colta dall’entusiasmo, iniziai a impastare, stendere e infornare biscotti. 
Ero in procinto di sbucciare le patate (per farci cosa ancora non lo sapevo bene), quando – miracolo! – la mia mente compì un triplo salto mortale portandomi dritta dritta in una serra del XIX secolo, dove una sprovveduta donzella irrompeva suo malgrado nel bel mezzo di un rovente tête-à-tête, da lei scambiato per tutt’altro, con esilaranti conseguenze. 
In preda a un irrefrenabile attacco di riso, abbandonai i tuberi e corsi a buttare giù l’idea. 
Le parole fluivano da sole, assorbendomi del tutto, quando scattò la sveglia e il mio assonnato consorte, auguratomi il buongiorno, si trascinò in cucina. Tempo un secondo e l’aria fu squarciata da un urlo lacerante, che probabilmente spaccò i timpani persino al Dalai Lama: “Ellie, cos’hai combinato? Tutto brucia: è un disastro!” 
In quel momento, ebbi la seconda illuminazione della giornata. Sapevo finalmente come avrei intitolato il mio libro: MISS DISASTER.

È il turno di Viviana Giorgi.

Bruciato, spesso e volentieri mentre ero presa dalla scrittura. Le patate lesse (che tanto non bruciano perché c’è l’acqua) sono un classico dei miei disastri. Me le dimentico sempre, e dopo circa due ore sento uno strano (anche buono) profumo di caldarroste diffondersi per tutta la casa.
Mmmm, penso, il vicino figo sta cuocendo le caldarroste…
Il vicino figo? Ma io non ho un vicino, né figo né cesso.
Vengo colpita da un lampo e l’orrenda verità si fa avanti.
LE PATATE!!!
Ebbene, corro in cucina dove trovo il pentolino rosso di fuoco, pronto a passare al calor bianco, e le patate diventata dei cosi neri incartapecoriti che sembrano reperti di Pompei.
E tutto magari per scrivere dieci misere righe. 
Addio patate, eppure vi amavo. Lesse, in insalata, con un po’ di prezzemolo, roba semplice che fa tanto infanzia a casa della nonna.
Ho rinunciato alle patate, ora.

Simona Liubicich è un’altra che brucia l’arrosto!

l paesaggio era descritto sapientemente: la campagna toscana e i colori d’autunno, le tonalità del giallo e del rosso accentuate nei particolari, mi sembrava di essere dentro al libro. Potevo sentire il profumo del Brunello nel calice e quasi toccare quei cubetti di pomodoro condito sulla bruschetta. Gaia mi aveva attirato nel suo mondo, nella sua terra fatta di distese e vigne, di filari allineati sapientemente, di ceste per la raccolta dell’uva e dei cavalli che “vedevo” pascolare tranquilli dietro la sua fattoria…
Un odore non conosciuto mi giunge alle narici pungente: non è vino, non è bruschetta né uva, sembra piuttosto carne… IL MIO ARROSTO! 
È successo di nuovo, non posso quasi crederci. Ero in un’altra dimensione, in un altro mondo e ho bruciato la cena.
La cucina sembra Londra in inverno: fumo ovunque. Una fetida nebbia. Spalanco le finestre e faccio aria mulinando le braccia per cercare di fare uscire quella puzza. Le presine, dove sono? Ah sì, nel cassetto. Ne afferro due e apro il forno. Una nuova nuvola maleodorante mi investe. Osservo il risultato nella teglia: un’ informe “cosa” nera appiccicata al fondo. 
Mi volto e guardo il libro che nella fretta ho poggiato sul tavolo… Sorrido e penso che appena avrò pulito il disastro ritornerò in poltrona e nel mio mondo. Anche stasera mangeremo una pasta con un sugo pronto…

Concludiamo questa carrellata di assassine di arrosti con Donatella Perullo.

Spesso nei titoli di coda dei film è inserita una frase del tipo: “Nessun animale è stato maltrattato durante la produzione di questo film”. Ebbene, sulla quarta di copertina di molti romanzi dovrebbero invece inserire qualcosa di simile: “Durante la stesura di questo libro sono stati carbonizzati due chili di pomodorini freschi, sei litri di passata, venti fuselli di pollo, tre chili di arrosto, due branzini; e due pentole di brodo sono state lasciate evaporare. Non lasciare che questi sacrifici siano avvenuti invano, leggi questo romanzo e rendi giustizia a una famiglia ormai costretta al cibo precotto e da asporto.”
La mia situazione oggi non è più così apocalittica, il cimitero delle pietanze è ormai pieno. Con il tempo, per fortuna, ho imparato che l’organizzazione è l’unica soluzione che può impedire disastri simili. Oggi, nei periodi i cui sono presa dalla scrittura (in pratica sempre), tendo a scegliere ricette veloci e cucina ‘istantanea’. Dal mio menù scompaiono tutti quei piatti che richiedono più di venti minuti di attenzione per lasciare spazio a carne alla piastra, pesci in bianco, frittate, insalate, pasta alla carbonara, sughetto di pomodorino fresco oppure la pietanza salva tutto, la pizza, il cui impasto deve lievitare per otto ore e che richiede cinque minuti d’impegno per essere infornato.

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E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

3 Commenti

  1. 28 ottobre 2015 at 8:36 — Rispondi

    Le scrittrici? Tutte delle potenziali piromani.
    Gli scrittori? Meno, perché probabilmente hanno qualcuno che gli prepara la pappa. 🙂
    Grazie Babette per questo divertente post (che spero continui) e per aver parlato delle mie patate bruciate. A proposito, ho proprio voglia di patate…

  2. 28 ottobre 2015 at 13:37 — Rispondi

    Esilarante parentesi che ci tocca da vicino, lettrici e scrittrici. La passione per i libri ci porta a isolarci in un mondo tutto nostro e…a bruciare le cene!

    • Babette Brown
      29 ottobre 2015 at 12:01 — Rispondi

      È un problema che tocca anche noi blogger. Sapessi quante pentole ho dovuto buttare! Alla fine, visto che il timer del forno non lo sentivo proprio, ho piazzato vicino al pc la “mucca segnatempo”.

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