QuattroZampeRubriche

La rubrica Quattrozampe: gli articoli più letti

Abbiamo scelto per voi alcuni articoli di questa Rubrica: quello più letto in assoluto e tre storie di Maria Silvia Avanzato.

La Rubrica Quattrozampe ha ospitato quello che è divenuto l’articolo più letto nella storia del Blog. Qualcuno conosce la onlus “Effetto Palla“?

C’era un volta…

Le fiabe cominciano così, tutti bambini lo sanno e i “grandi” lo ricordano. Anche questa storia comincia tempo fa…

Premessa.

La Clinica Veterinaria Duemari –che già ha un nome che mi piace: gatti pirati, galeoni, cani spadaccini- ama e cura anche i “rottami” (ok, qualche volta, a seguito di vibrate proteste, li chiama “rottamini”, ma siamo lì). Chi/che cosa sono? Animali feriti, massacrati, spesso con poche speranze. I vet della clinica si tirano su le maniche e tentano il miracolo. Qualche volta ci riescono, altre devono arrendersi. Ma solo per quella volta, perché tornano sempre all’attacco, con i loro stivaloni, le sciabole e le camicie aperte sul petto villoso (la regia mi dice che le veterinarie stanno preparando una spedizione punitiva). Non solo. State bene a sentire: i rottami guariscono (sì, insomma, magari con una zampa di meno e il pannolino a vita) e, a questo punto, la clinica si mobilita per trovare casa a quelle bestioline (da 0,500 a 80 chili e più).

Comincia la fiaba.

Un giorno, arriva un rottame che più rottame di così non si può. Lo vuole il Guinness dei Primati. Una cagna con una testa così gonfia, ma così gonfia… che il nome viene fuori da solo. Ed è Palla per sempre.

Qualcuno le aveva allacciato un fil di ferro attorno al collo. Palla cresceva e il filo rimaneva stretto, sempre di più, bloccando sangue, linfa, vita.

Salvata in extremis, Palla diventa una bella ragazza. Un po’ di doppio mento se vogliamo, ma è la sua caratteristica e piace a tutti così.

E vissero tutti felici e contenti.

I vet si chiedono –e lo fanno anche i fantastiliardi di amici di Palla- “Perché non ci organizziamo per aiutare i rottami? Mica una cosa fra di noi, no! Qui ci vuole una ONLUS!” E giù tutti a studiare che cosa è una onlus, che cosa ci si fa… Mamma mia, le nottate passate su Google!

La storia è quasi finita. Anche se a me sembra appena cominciata.

Nasce “Effetto Palla Onlus”, con statuto, logo; insomma, tutto regolare. Tutto molto serio.

Se osservate l’immagine di copertina, vedrete Palla e lassù, in alto, un cagnolino/angelo. È un rottamino che non ce l’ha fatta. È il simbolo di una sconfitta che è diventata una vittoria; di un amore e di una speranza condivisi da migliaia di persone.

Go, Palla, go!

La Clinica Veterinaria Duemari si trova a Oristano, in Via Cagliari 313.

Il loro sito web

Volare sul ponte, di Maria Silvia Avanzato

Le più grandi lezioni mi sono state date da mia nonna e dai gatti. Di mia nonna, mia convivente, osservo tutti i giorni l’ultima stagione: la più tenera e la più lenta, a volte malinconica e a volte talmente comica da risultare incredibile. Alcuni mesi fa, la nonna si è aggiudicata una nuova partita di scacchi con l’Oscura Signora e si è trovata per la seconda volta in terapia intensiva alle prese con un infarto scambiato per una banale indigestione. Nei momenti tragici e febbrili che ho trascorso seduta su una sedia accanto al suo letto (scongiurandola perché vincesse un’altra volta una certa partita a scacchi) ho avuto modo di seguire il filo sempre logico per quanto bizzarro dei suoi pensieri.

Mia nonna, reduce da un infarto e circondata dalle pessime previsioni dei medici, si preoccupava per il Natale. Continuava a ripetere che sarebbe stato bene mettere in ordine la casa e prepararsi al meglio per il cenone: elencava con precisione sbalorditiva tutte le mansioni domestiche da sbrigare prima delle feste, si preoccupava per l’assetto generale della casa e gli impegni presi.

Guardava il futuro, lo soppesava, prevedeva ciò che sarebbe successo nei mesi, pur sapendo di essere stata giudicata dai medici “una persona che difficilmente sarebbe campata altri due giorni”.

In quell’occasione, per la prima volta, mi sono trovata a ragionare su quanto sia di fondamentale importanza per chi è sul punto di andarsene lasciare tutto in ordine. Una sorta di rituale istintivo che porta gli esseri viventi “dell’ultima stagione” a esercitare un rincuorante controllo su ciò che sanno di dover abbandonare. Tolto il fatto che mia nonna ha vinto un’altra partita a scacchi (e ha trascorso il Natale a casa, svolgendo le mansioni che si era prefissata di portare a termine), mi è recentemente capitato di pensare la stessa cosa osservando una situazione diversa. E forse identica.

Tutta colpa di Kunda, magnifico tigrato dal cuore di cristallo, un po’ come mia nonna. Kunda ha conosciuto i piaceri di una vita spassosa e confortevole circondato da due allegre signorine: la mia amica Francesca che guarda il mondo con curiosità e ne ama i disegni, che annota piccoli pensieri prodigiosi e crede nella poesia dei dettagli; e l’affascinante Lola che è una signorina di quelle che fanno girare le teste per strada. E dovreste vedere come scodinzola felice quando qualcuno si ferma a farle una carezza e lei risponde “Bau”.

Così Kunda è stato per lungo tempo beato fra le donne e fragile guardiano della casa, ha avvicinato il suo cuore malconcio al grande cuore di una ragazza e a quello di una cagnolina. Non gli sono mai mancati squisiti pranzetti, molte coccole e tante confessioni, discorsi che lui ha raccolto uno per uno per tenerli stretti. In un cuore un po’ sbadato, un po’ in ritardo.

Sono stati fantastici e intensi, questi anni di Kunda e di amore. Sono stati gli anni dei rientri a casa sapendo che qualcuno ti ha aspettata e non solo: si farà trovare seccato sulla porta se sarai in ritardo, ti sembrerà di vederlo mentre batte il piede a terra e indica minaccioso l’orologio. “Ti rendi conto? Sei stata fuori quindici minuti!”: è questo che sembrano dire i gatti quando manchiamo per brevi, eterni periodi alle loro coccole. Tanto che a volte mi domando se siano loro a cercare le nostre attenzioni o se siano piuttosto volonterosi di averci accanto per darcene.

Kunda si è preso cura di Francesca mentre Francesca credeva di prendersi cura di lui. Pur non avendolo mai incontrato, sono certa che le avrà fatto trovare nella stanza la giusta atmosfera per leggere un buon libro, quel tepore che rende confortevole una coperta, quella vicinanza che dissipa gli incubi. Al cuore di Kunda non è mancato nulla e al cuore di Francesca e Lola è stato dato molto.

Chi accoglie nella propria casa un piccolo insegnante di vita sa perfettamente quanto sia penoso affrontare il discorso di un ponte che, per quanto ci venga descritto come l’arcobaleno, rimane il posto al quale non vorremmo mai cedere i nostri amici. Per Kunda era stato fissato un appuntamento col ponte, non era mai stato un mistero: il suo cuore si affannava per comportarsi al meglio e fintanto che ha avuto qualcosa da sistemare è rimasto presente sul posto con il suo battito debole. Non è stato possibile addormentare Kunda addolcendo le sue sofferenze perché lui non era d’accordo: si è ribellato e ha scelto di restare con Francesca e Lola ancora un po’, per calmarle e rassicurarle, per farsi osservare e carezzare, per istanti preziosi. Gli ultimi, questo si sa. Ma anche Kunda, a quanto pare, aspettava il suo Natale ben organizzato. Voleva essere certo di lasciare in quella casa due ragazze forti, due cuori solidi più del suo, due lezioni imparate, tanti ricordi perfetti.

Così ha lottato e abbiamo lottato con lui sperando che l’arcobaleno – nella sua paurosa bellezza – fosse lontano il più possibile. “Noi stiamo sdraiati sul pavimento a guardarci” mi ha scritto Francesca prima che iniziasse l’ultima notte di Kunda e io l’ho immaginata in un battito di ciglia avvolta in un pigiama mentre stava vicina e stretta al suo grande amico acciaccato, confortandolo e bisbigliandogli qualcosa. Oggi credo che in quel momento fosse Kunda a confortare lei e a bisbigliare, a dirle “Mi sono fermato un altro po’ per accertarmi che tutto fosse in ordine e adesso posso andare perché il mio corpo è stanco. Resterò da queste parti e tu saprai dove cercarmi. Lo sai, vero?”.

Arsenico è uno dei miei gatti, in agosto avrà due anni. Io ho passato l’ultimo giorno di Kunda piangendo sul pelo puzzolente di Arsenico e pregandolo di non andarsene mai: lui mi ha guardata con manifesto disprezzo, come a dire “Dormire in pace non rientra per caso fra i miei diritti?” e infine deve avermi vista così agitata che si è persuaso a regalarmi un paio di svogliatissime fusa. Non dovrei pensarci, nessuno di noi dovrebbe mai, gli animali ci insegnano che godere degli attimi è importante. Sono delle ineccepibili massaie che tengono in ordine la casa, dei maggiordomi esperti che ricevono sulla porta, degli idraulici quando si mettono in testa di riparare i bidet, degli stilisti eccentrici quando fanno un po’ di pulizia nel nostro armadio, dei critici cinematografici quando si uniscono a noi nella visione di un film.

Ma sono anche degli angeli custodi quando il nostro sonno è agitato, dei confidenti quando nessuno è in grado di capirci, dei compagni di cella quando ci sentiamo in gabbia, dei complici quando tramiamo qualcosa e “la nostra famiglia” quando si acciambellano molto vicini e respirano nel nostro stesso respiro. Io li ritengo così intelligenti e saggi da pensare che anche in quel momento, al quale non vorremmo pensare mai, siano attenti e lungimiranti. Non possono andarsene all’improvviso senza lasciare un ordine delle cose. Sono come una vecchia signora che è attaccata alla casa, alla nipote, alle feste. E formula a mente l’elenco delle cose che vuole lasciare perfette.

Kunda ha lasciato tutto in ordine, ha scavato un grande vuoto e l’ha fatto perché Lola e Francesca possano riempirlo di ricordi, di nuovi inizi, di amore. Ha portato il suo cuore stanco a spasso sull’arcobaleno per rifiatare e fare una pennichella: è stato lui a scegliere il momento, nessuno ha scelto al posto suo. Ora Francesca e Lola si guardano attorno. Avvertono il bisogno forte che a torto alcuni potrebbero definire “bisogno di ricominciare” e invece è soltanto “bisogno di proseguire”. Continuare a vivere l’amore di Kunda rimasto nella stanza, avere consapevolezza del regalo che il passaggio sulla terra di questa magnifica creatura ha significato. Kunda ha vissuto da combattente, da guardiano, ha avuto una possibilità a differenza di altri gatti come lui con la sua stessa malattia, condannati alla solitudine. Ma Kunda è stato fortunato a trovare Lola e Francesca e queste due oggi hanno la fortuna di poterlo tenere vivo dentro una casa, di poterne ricordare le abitudini, di sapere. Lo sai, vero?

Si legge spesso “un gatto è volato sul ponte”.

Io preferisco pensare che ogni gatto voli nel cuore di coloro che l’hanno amato e lo faccia senza paura, con dignità, scivolando con eleganza come ogni gatto sa fare, con la certezza di aver lasciato ogni cosa a suo posto e di poter finalmente andare, riposare, farsi da parte con amore.

Vivere per sempre, tenerci d’occhio.

Posso restituire il gatto?, di Maria Silvia Avanzato

Dentro questa storia ci sono più storie e per procedere con ordine bisogna fare le dovute presentazioni.

Vi presento Oscar ed Emma che sono due gatti grigi e arrivano dalle campagne del Veneto. Fratello e sorella messi al mondo da una mamma campagnola che andava di fretta e raccolti a soli quarantacinque giorni di vita da una volontaria, perché a volte il fato strizza l’occhio e il vento gira. Per Oscar ed Emma il vento gira, sono due palline abituate a stare per terra al freddo, ma qualcuno si accorge di loro.

La volontaria li porta a casa e in breve, i terribili fratelli di campagna rivelano un’indole da divano e ciabatte. Di notte organizzano silenziose spedizioni per piazzarsi sul letto della gentile umana che li ospita, sono generosi in termini di fusa e sono piccoli, molto piccoli. Non c’è da stupirsi se due tipi così vengano adottati in un battibaleno: quando hai dalla tua il musetto minuscolo e l’aria smarrita è facile fare colpo.

Questo risveglia in me l’antica teoria “se noi fossimo esemplari da scegliere”, mettiamoci al posto dei gatti e analizziamo le nostre caratteristiche. Prendiamo le persone che vivono in casa mia, ad esempio, quali annunci verrebbero scritti per noi?

Nonna Luciana, adozione del cuore, gattona rossiccia anziana e senza denti, cardiopatica, diabetica, ipovedente, con difficoltà renali. Ha perso l’uso di una zampa.

Gabriele, gatto adulto e molto minuto, mantello color miele, ha incontrato difficoltà durante la crescita maturando intolleranze alimentari e problemi gastrici.

Maria Silvia, gatta nera adulta dal carattere schivo, cardiopatica, allergica, sovrappeso, tendenzialmente aggressiva.

Tutti non sterilizzati, eh?

Ecco, se noi fossimo al posto loro non saremmo il massimo del marketing. D’altronde noi non siamo kitten, siamo gattacci malridotti in involucri umani.

EMMAOscar ed Emma, invece, sono kitten. Nel febbraio 2015 vengono dati in adozione e partono così per una nuova avventura verso un altro divano e un altro letto dove farsi coccolare. Fino a novembre 2015 restano in casa con la nuova famiglia e tutto sembra andare per il meglio, poi la persona che li ha adottati solleva un problema: i gatti sporcano in giro e miagolano tutta la notte, bisogna che se ne vadano. Noi, da osservatori esterni, non sappiamo cosa combinino i nostri amici in quella casa, ma di sicuro non sono più i benaccetti e per questo la persona che li ha ospitati da febbraio a novembre, decide di affidarli a un’altra famiglia e lo fa senza comunicarlo alla volontaria. Nuova casa, nuova vita.

Con un particolare, la famiglia che in origine li aveva adottati (quella che ora intende cederli) ha di recente effettuato un trasloco. Come tale, in pochi mesi di vita, i nostri girovaghi Oscar ed Emma si sono trovati:

Esposti alle intemperie della campagna
Portati a casa della volontaria
Inseriti nella casa di una famiglia che li ha adottati
Spostati in un’altra casa con la famiglia che li ha adottati
E ora viene il punto 5 (vi state perdendo? Credo sia normale): i due gattini si ritrovano in una nuova casa. Come reagiranno a questo ennesimo spostamento?

Come dite? Faranno le fusa e si rotoleranno a terra mostrando la pancia? Acqua.

Staranno sulle proprie, poi si lasceranno sedurre dal cibo? Acqua.

Si nasconderanno nell’armadio? Fuochino.

I nostri fratellini decidono di fare “lo sciopero della felicità”, che è circa quello che fareste voi se veniste cacciati di casa più volte in pochi mesi: per tre interminabili settimane Oscar ed Emma scappano, soffiano, non si fanno toccare e sono terrorizzati. Vogliamo dare loro torto? Fatto sta che la nuova famiglia non se la sente di tenerli in casa ed è così che torna in scena la volontaria iniziale e finalmente interrompe questa catena di rimbalzi alla “prendo un gatto e te lo passo”, riportando i piccoli a casa propria. Volete sapere dove vivono adesso?

In una stanza a casa della volontaria. In una stanza dalla quale escono a turno perOSCARprendere contatto con la gatta residente. Sono disorientati e guardinghi, si stanno faticosamente ambientando. Mi sovviene il parere di una veterinaria che tempo fa mi disse “I gatti non hanno memoria lunga”. Ecco, dissento, io credo che Oscar ed Emma abbiano ben chiaro il pericolo che corrono: metti caso che il trasportino mangiagatti li rapisca ancora una volta per portarli in un territorio vergine dove colonizzare gli spazi daccapo per poi perdere tutto in pochi minuti! E ciò che è singolare è che non hanno mai sporcato fuori dalla lettiera, nella stanza in cui si trovano. Non hanno mai fatto concertoni di ululati notturni. Sono solo due gatti piccoli che guardano gli esseri umani con terrore, perché sanno di essere indifesi e di essere stati spostati e scaricati troppe volte in giro come sacchi di patate. Sono gli inadottabili. E se qualcuno fra voi sta pensando “Ma non saranno per caso malati?”, vi comunico che sono splendidi gatti di un anno, sverminati, trattati con antiparassitario, vaccinati e sterilizzati. Manca solo una laurea e che vi facciano il caffè, poi sono perfetti.

Adesso vi chiedo di dimenticare per un attimo Oscar ed Emma perché voglio presentarvi Leone.

LEONEAnche Leone, mastodontico gatto rosso, gironzola parecchio. In origine vagabonda nei pressi della casa di un signore che gli concede ospitalità, poi la casa viene venduta e il signore lo lascia in giardino. Leone diventa così un “gatto da aiuola” e deve avere un’espressione molto buffa mentre aspetta che il suo umano torni a casa chiedendosi “Ma dove sarà andato con quelle valigie?”. L’umano chiaramente non torna, arriva una nuova famiglia che si porta appresso una signorina dal caratterino tutto pepe, una gatta residente. La nuova famiglia decide di adottare anche Leone e provvede alla sua castrazione, dopodiché Leone viene presentato alla nuova sorella gatta e le cose precipitano. I due si stanno antipatici e visto che Leone è un tipo burbero e non le manda a dire (la sua scuola di vita si chiama “aspettare un umano che non torna più, restando immobile al centro di un’aiuola”) la famiglia stabilisce di non poterlo adottare.

Ed è allora che arrivano i miei amici Riccardo e Maria. Lui fotografo, lei professoressa, vivono in quarantacinque metri quadrati con due gatti di quattro anni: il pacifico e riservato Sheldon e l’espansivo e giocoso Raj. A questo punto posso immaginare i discorsi dei miei due amici, magari a tarda notte, grattandosi la testa per trovare una soluzione: “Non abbiamo spazio”, “Ne abbiamo già due”, “E se poi non andassero d’accordo fra loro?”. Fatto sta che Riccardo e Maria hanno adocchiato Leone e si sono innamorati di lui, non possono pensare che torni a vivere da giardiniere solitario specie ora che arriva l’inverno. Lo adottano. Il giorno dopo Maria mi scrive in preda all’angoscia: l’inserimento ha tutta l’aria di essere una missione impossibile, il nuovo venuto sta seminando il panico, aggredisce i residenti e aggredisce anche Maria (!). Le cose vanno avanti così per giorni fra consigli online, consulenze veterinarie, erogatori di goccine calmanti per gatti e disperati tentativi che tolgono il sonno ai padroni di casa. La situazione è molto critica e io stessa, leggendo le imprese furibonde di Leone, inizio a nutrire il sospetto che l’idea di adottarlo non sia stata azzeccata. Tuttavia anche quando i segnali positivi sono pochissimi, la speranza non abbandona questa coppia di amici. E un giorno, quando ormai l’unico intento è separare il più possibile i gatti per arginare il pericolo di zuffe, Leone lascia tutti senza parole. Scopre cose che gli piacciono. Gli piace stare sul tavolo quando Riccardo e Maria fanno colazione. Gli piace dormire accanto ai due gatti residenti, li ha annusati bene e gli sembrano fidati. Gli piace sdraiarsi sul petto di Riccardo quando la sera questi lavora un po’ al computer. E c’è una cosa che non sapete, che Riccardo e Maria non sapevano, che io stessa non sapevo sul conto di Leone: è un gigante rosso dolcissimo, fa tanta scena per nulla. Ora molti di voi penseranno che tutto si sia risolto con questo lieto fine.

RAJ E LEONE CON RICCARDO

Ebbene sappiate che di lì a poco Leone ha fatto degli esami veterinari e si è scoperta una faccenda: è Fiv positivo. Io ricorderò sempre la telefonata che quel pomeriggio mi ha fatto Maria, quando mi ha detto “Non ce l’aspettavamo, ma può vivere esattamente come gli altri e per quanto ci consiglino di mandarlo via… non possiamo, ci viene da piangere, lui sta con noi”.

Eccolo, il vero lieto fine. Ecco una lezione esemplare per chi pensa di poter tenere un gatto in casa “per provare”. Ecco cosa significa adottare. Ecco qualcosa che bisognerebbe spiegare a chi cede gatti come fossero figurine. Riccardo e Maria avevano reali motivi per dire “Non ce la sentiamo di tenere Leone con noi”. Ma lo amavano, l’hanno accettato, hanno capito il suo stress, l’hanno preso così come era e l’hanno salvato.

E se siete arrivati all’ultima riga di queste storie intrecciate, fate ancora un ultimo sforzo, fatelo per Oscar ed Emma: stanno faticosamente recuperando la serenità e presto saranno pronti per trovare una famiglia definitiva, è la loro ultima possibilità, da qualche parte c’è la persona che potrebbe dare loro nuova fiducia nel genere umano.

Io spero che quella persona sia fra voi che leggete.

I primi giorni di gatto, di Maria Silvia Avanzato

Una tenera apprensione che diventa ansia elettrica e in certi casi strizza l’occhio alla follia. Un’incontrollabile esigenza di fare spazio attorno, la tendenza a rivoluzionare gli angoli della casa eliminando oggetti in quantità.
Quando un gatto entra per la prima volta a fare parte della nostra vita e della nostra casa, la vera esigenza non è creare spazio per lui, quanto imparare a ridimensionare il nostro spazio di origine. Il gatto, più volte messaggero di grandi lezioni, anche in questo caso si rivela fondamentale per darci una spinta nella giusta direzione: ci insegna un’arte, l’arte del fare ordine fra tutto ciò che sino a quel momento abbiamo desiderato intorno a noi. Il gatto, silenziosamente, ci mette davanti agli oggetti di una vita e ci aiuta a dire “non serve a niente”: il superfluo emerge, la casa si spoglia, noi ci alleggeriamo.
In quella casa il gatto incontrerà noi, persone. Sarà una collisione perfetta con il nostro essere e non con il nostro arredamento.

Vi racconto una storia che vede protagonista la mia amica Teresa, iperattiva speaker e attrice teatrale abituata sino a poco tempo fa a cenare al volo con una piadina al chiosco e a rincasare tardi la sera. Teresa è il tipico esempio di “adottante potenziale”. Per mesi l’ho sentita parlare del suo desiderio di adottare un gatto, per qualche ragione il momento non era mai propizio e uno degli ostacoli tra lei e la fatidica decisione era proprio la casa. “Troppo piccola”, “E la lettiera dove la metto?”, “Secondo te dovrei proteggere il divano?”. Per mesi Teresa ha dato più spazio ai suoi interrogativi che al gatto stesso, il tempo passava e io sapevo che sarebbe arrivato per lei quel magico momento di incoscienza che ti porta a scegliere una creatura fra tante per cause che è impossibile meditare o pianificare. D’altronde si sa, è il gatto che ti sceglie.

Teresa a pochi giorni dall’adozione, dominata da un folle desiderio di prepararsi al grande salto, mi manda dunque una serie di fotografie di casa sua rivoluzionata in previsione dell’arrivo di un ipotetico gatto. Così ho visto sfilare sotto i miei occhi immagini di piccole cucce eleganti (assai meno allettanti di una vecchia sedia), angolini dedicati con attento studio per la disposizione dei mobili (quanto è più divertente l’idea di arrampicarsi sul muro!) e persino lo scatto incredibile di una perfetta zona gioco che sorgeva guarda caso nei pressi di un piccolo espositore per la bigiotteria (aspetta che scopra quanto è esaltante penzolare da quelle collane e vedrai…).

Teresa ha inventato daccapo gli spazi di casa propria e si è procurata una grande quantità di accessori senza badare a spese, in attesa di quel gatto. Gatto. Creatura che difficilmente può resistere a una banale pallina di stagnola, siamo d’accordo?
Perché è questo ciò che accade quando ci proponiamo di dare spazio al nuovo venuto: una serie di paure spesso immotivate ci spingono a trattare il nostro ambiente domestico come una pensione per felini, sicuri di conquistare il nuovo venuto con l’acquisto di quel particolare giocattolo, magari facendogli trovare una cuccia da quaranta euro.

La verità – e nessuno di noi può saperlo in principio – è che il gatto approda a casa nostra come una sorta di bizzarra Mary Poppins ed è lui a trovare il proprio spazio all’interno del nostro. Noi ci affanniamo per buttare via ciò che non serve e presentarci a lui armati del nostro cuore che per giorni ha annodato, accumulato, affastellato, separato in scatole, etichettato, un mondo di oggetti. Lui arriva a casa e fa casa, pone da solo le basi per le sue zone preferite, delimita in autonomia lo spazio occorrente.
Non è poi un animale che esiga stanze chilometriche: quante volte l’avete visto entrare in una ciotola appallottolandosi come il re dei contorsionisti? Non occorre troppo spazio a chi per natura ama intrufolarsi negli angoli più angusti, appiattirsi per scivolare sotto il letto, nascondersi negli armadi. Quanto al gioco è universale: non importa che sia una bacchetta piumata appositamente studiata per intrattenerlo, non regge di certo il confronto con il laccetto penzolante dalla vostra giacca. Le aree di “confort felino” – gioco, toilette, cibo – vengono subito localizzate e spesso cambiano nel corso del tempo. Addirittura le stagioni diventano determinanti nella condotta di un gatto, ve ne accorgerete quando lo vedrete schivo e sdraiato sul pavimento in agosto, poi di colpo spaparanzato su di voi sotto il piumone in pieno inverno. Come dargli torto?

Il gatto ha poi gusti personali (lo dice una che di tre gatti ne ha uno follemente attratto dall’acqua che passa le sue giornate in cerca di un rubinetto aperto per farsi la doccia) ma soprattutto ha un carattere, una personalità che arriva come un tornado nella nostra vita e ci regala il grande spettacolo delle sue evoluzioni. Scoprire il suo carattere è un percorso fatto di piccoli approcci che si rivelano con il tempo, di segnali che cominciamo a leggere poco per volta, di miagolii che vanno interpretati e che un giorno non saranno più un mistero. Allo stesso modo il gatto intuirà a colpo d’occhio i nostri stati d’animo e saprà  come prenderci (a lui riuscirà più facile che a noi, si sa).

Così mentre la casa trabocca di nuovi ninnoli e gingilli, Teresa è andata al Gattile Comunale di Trebbo di Reno (Bo) con l’idea di adottare un gatto maschio possibilmente bianco e nero. Ed è tornata a casa con Audrey, una gattina femmina tigrata. Possibile?
Possibile sì, perché per quanto sia accurata la nostra pianificazione, il cuore non è infallibile ed è spesso lui a dettare le regole. Audrey ha scombinato tutti i progetti, ha scelto da sola i luoghi in cui giocare, ha scoperto un prevedibile amore per l’altitudine e ha deciso di scalare tutto, in primo luogo la schiena di Teresa. Irresistibile, gratis e famigliare.
La cosa certa, a quindici giorni dall’adozione, è che a Audrey non importa la lunghezza delle tende o l’ubicazione della cuccia: le importa sapere che Teresa torna a casa per giocare.

Se anche a voi capita il privilegio di vedere un amico che adotta per la prima volta, sappiate che lo perderete di vista per un breve periodo. Sarà un amico che vive le gioie di una nuova visione, un amico che espone il suo cuore alla terapeutica vicinanza di un altro piccolo cuore, un amico che all’improvviso non ha più interesse a fare tardi la sera. Perché qualcuno aspetta. Nello spazio di una casa che, in fin dei conti, non è affatto fondamentale poiché la vera casa di un gatto è la persona che rappresenta il luogo per lui. Così sorrido quando Teresa corre a casa perché “si è assentata a lungo e vuole farsi vedere”, immagino l’accoglienza musicale e affettuosa della sua piccola coinquilina e so di per certo che l’avventura appena iniziata sarà costellata di magnifiche scoperte per tutti gli anni a venire.

Finiscono così nell’immondizia gli scatoloni di oggetti che Teresa per anni ha creduto utili per sé, cambia la dimensione di casa ora intesa come un luogo traboccante di tepore e raccolto dove trascorrere tempo in compagnia di qualcuno che ha necessità di averti accanto e niente altro. Quando accendete il televisore su una trasmissione che non vi interessa, ma avete un gatto sulle ginocchia dite “stiamo guardando la tv”. Non è vero. Quel programma non vi interessa, ma l’essere seduti sul divano con quella presenza che si appoggia a voi è un valido motivo per restare dove siete e fare quella cosa. Così funzionano gli spazi di coloro che adottano, sono angoli improvvisati; ci vuole talento per interpretare le misteriose richieste del vostro nuovo compagno di stanza, ci vuole propensione a mettersi da parte per dare al vostro amico tutto lo spazio che gli serve e forse correrete il rischio di dargliene molto più di quanto realmente chieda.
Alla fine, tra una cuccia e una coperta di pile, dovrete arrendervi all’evidenza.
Il vostro gatto ha effettivamente un posto preferito.
Il posto preferito siete voi.

Nata a Bologna nel 1985, Maria Silvia Avanzato ha vinto numerosi concorsi letterari con racconti e romanzi scritti dall’età di cinque anni. Oltre a scrivere articoli per il web e soggetti teatrali, cura mostre d’arte, conduce quotidianamente una trasmissione radiofonica su Radio Bologna Uno, è opinionista per una rete Mediaset. Le piace oscillare fra ironia e noir e convive con una editor inflessibile dai giudizi ferrei: sua nonna. Per Fazi Editore, nel 2013 ha pubblicato Crune d’aghi per cammelli; nel 2015 In morte di una cicala; nel 2016 Anemone al buio. Tutti hanno raccolto un importante consenso di critica e di pubblico.

Post precedente

Recensione: A fior di pelle, di Lauren Dane

Post successivo

Le chiacchiere del mercoledì: Lui ruggì fra le lenzuola...

Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

Nessun Commento

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *