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Ritratto di Paolo Sorrentino

“Se cominci a dare un senso alle cose, significa che stai invecchiando” (Paolo Sorrentino)

MILANO – Il suo ultimo film in concorso a Cannes ha suscitato grande interesse da parte del pubblico e della critica specializzata.  Il debutto al botteghino è stato un vero e proprio trionfo. Il primo giorno ha incassato oltre 200mila euro. Insomma è il regista italiano del momento. Stiamo parlando di Paolo Sorrentino, vincitore lo scorso anno del Premio Oscar con il discusso “La grande Bellezza”. Il suo nuovo film, “La Giovinezza”, con un cast internazionale (Michael Caine, Harvey Keitel, Jane Fonda e Rachel Weisz) è uno dei possibili vincitori dell’ambita Palma d’Oro. Ecco un ritratto del regista partenopeo, uno dei pochi talenti visionari del cinema italiano contemporaneo.

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Sorrentino nasce a Napoli il 31 maggio del 1970. Orfano di entrambi i genitori, a 25 anni abbandona gli studi universitari per dedicarsi completamente al suo grande amore: il cinema. Dopo aver svolto i ruoli di aiuto regista in un cortometraggio e aver scritto la sceneggiatura di “Napoletani” di Silvestro Sentiero, si occupa anche di televisione per la fiction “La squadra”.

Il suo primo cortometraggio “L’amore non ha confini” (1998) già mette in mostra le indubbie qualità del giovane cineasta. Il suo secondo corto “La lunga notte” (2000) è prodotto dalla Regione Lombardia. Ormai trentenne Paolo Sorrentino è pronto per passare al lungometraggio. Il suo primo film è folgorante. “L’uomo in più” (2001) è un successo immediato di critica e pubblico. La pellicola si aggiudica tre David di Donatello, un Nastro d’Argento e un Ciak d’Oro. Il film, che vede protagonista lo straordinario attore teatrale Toni Servillo, è incentrato sull’intreccio psicologico di due figure votate inevitabilmente alla sconfitta: un timido e onesto calciatore (Andrea Renzi) che rifiuta il giro di scommesse illegali e un cinico e spavaldo cantante di night interpretato da Servillo.

Il sodalizio con il grande attore napoletano prosegue con il successivo “Le conseguenze dell’amore” (2004), un surreale e intenso affresco di Titta Di Girolamo, un distinto ed elegante narcotrafficante che vive in un albergo in Svizzera. La conoscenza di una giovane e affascinante barista provocherà in lui una vera e propria “rivoluzione sentimentale” che lo condurrà alla tragedia finale. Con soli due film all’attivo, il giovane Sorrentino diventa uno dei registi di punta del nuovo cinema d’autore italiano. Le sue opere sono sofisticate, profonde e dal punto di vista cinematografico si distinguono per l’eclettismo, la perfezione visiva e per il continuo accento sul registro grottesco e surreale. “Le conseguenze dell’amore” vince cinque David di Donatello, tre Nastri d’Argento e due Globi d’Oro.

“L’amico di famiglia” (2006) delude invece critica e pubblico. Nonostante la presenza di un eccellente caratterista come Giacomo Rizzo, nel ruolo di un eccentrico e disgustoso strozzino (vince il Premio Alberto Sordi per il miglior attore dell’anno) e la performance notevole di Fabrizio Bentivoglio, sembra un mezzo passo falso, un film non all’altezza del giovane talento napoletano.

Sorrentino si dimostra un cineasta ambizioso con “Il divo” (2008), ritratto a tinte fosche dello statista Giulio Andreotti.

Per raccontare il controverso uomo politico, il regista chiama il suo amico di sempre, quel Toni Servillo che, grazie alla sua inquietante interpretazione “salva” i giudizi di un film discutibile e non completamente riuscito.

Per il progetto seguente, Sorrentino alzo ancora le sue ambizioni, annunciando di voler girare negli Stati Uniti con il grande attore Sean Penn.

“This must be the place” (2011) – il titolo del film è preso in prestito da una canzone del gruppo dei Talking heads – ha la pretesa di descrivere un paese complesso e contradditorio come gli Stati Uniti.

Sean Penn disegna un’immaginaria rock star ormai “in pensione” che vive in una sorta di esilio volontario in una splendida dimora. Se la cura delle immagini del film è straordinaria, (forse un po’ troppo simile a quelle di Wim Wenders) la nuova fatica del regista appare stanca, scialba e poco incisiva. Sembrano mancare quei lampi di genio delle prime opere. Sorrentino incassa le critiche senza battere ciglio e ci riprova con “La grande bellezza” (2013), ovvero il suo personale ritratto corrosivo, decadente e barocco di una città come Roma. Il regista non abbandona l’ambizione di un simile progetto (inevitabile il richiamo a “La dolce vita” di Fellini) e grazie all’apporto decisivo di Toni Servillo racconta il declino di una metropoli popolata da figure decadenti, contradditorie e fallite sia dal punto di vista umano che professionale. Anche in questo film il taglio delle inquadrature, la fotografia e le rigorose simmetrie delle immagini, risultano essere le caratteristiche più riuscite di un film comunque discutibile e controverso.

Di sicuro Paolo Sorrentino, nel panorama dei registi italiani contemporanei, occupa un posto di assoluto rilievo grazie al suo eclettismo e alla sua genialità.

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