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Recensione: Uptown Girl

Titolo: Uptown girl.
Autrice: Raffaella V. Poggi.
Genere: romance contemporaneo.
Pagine: 371.
Editore: Newton Compton Editori (29 febbraio 2016).
Prezzo: euro 2,99 (ebook).

La valutazione di Lidia Calvano: quattro stelline.

Jackie è una ragazza dell’aristocrazia americana, disposta a tutto pur di salvare il padre e quel che resta del suo impero. Per questo non esita a prestarsi al gioco di un ricco e ambiguo finanziere, che vuole sperimentare molto in fatto di sesso. Jackie cede al suo ricatto e, pur non dimostrandoglielo, è incredibilmente eccitata dai loro incontri. E così si trasforma lentamente in una bambola nelle sue mani.

Ho adorato praticamente tutto del romanzo precedente di Raffaella V. Poggi / VeloNero, compresa la copertina e fatta eccezione per il titolo, e mi sono tuffata nella lettura di questa sua seconda pubblicazione Newton con grandi aspettative ed entusiasmo, nonostante la veste grafica della cover stavolta mi lasciasse più tiepida e il titolo ancor meno convinta.

Avevo letto varie interviste e commenti dell’autrice e delle sue lettrici su questo romanzo, prima di iniziarlo, e mi è stato subito chiaro che nella prima metà sarebbero stati trattati temi erotici abbastanza spinti ma, quasi a scusarsene, tutti invitavano a proseguire la lettura almeno fino oltre la metà del libro, perché tutto poi si sarebbe chiarito grazie a un’improvvisa svolta della trama.

Ero dunque preparata a una prima parte BDSM e dark in modo quasi insopportabile (o almeno, tale da far mettere le mani avanti a Poggi ogni volta che ne parla), e ad almeno un colpo di scena che avrebbe fatto digerire le crudeltà di cui sopra.

Ho avuto in effetti bisogno di parecchie settimane per far decantare le mie opinioni dopo averlo finito, ma stranamente le mie perplessità non vanno nella direzione temuta dall’autrice.

Devo premettere che la scrittura di Raffaella V. Poggi non delude: la sua maestria nel raccontare le vicende e nel far trasparire le emozioni dei personaggi è sempre degna di ammirazione e sulla sua padronanza linguistica e narrativa non si discute.

Dov’è dunque il “però” che ai miei occhi non fa andare questo libro oltre le quattro stelle?

Anzitutto nella forte discontinuità tra la prima e la seconda parte. Sembrano scritte da penne diverse, o dalla stessa penna in momenti molto lontani della propria maturazione artistica. Non come qualità, ma come sguardo, efficacia, intenzione.

La prima parte è secondo me quella che “spacca”, e vi prego di credere che non è per le scene di sesso estremo. È per il ritmo, la verve, l’energia che traspira, sia in senso positivo che negativo, dai suoi personaggi. Per come i protagonisti usano il sesso per comunicare senza parole, per esprimere l’indicibile, per reclamare la propria presenza nel mondo, o per sottrarvela. Tutto in quei capitoli è narrato in modo perfetto, si entra nei personaggi come una freccia nel loro cuore; anche se non si capiscono le loro motivazioni, ci si lascia avvolgere dalle sensazioni e dalle emozioni che trasmettono con i silenzi e le omissioni. Al lettore attento non sfugge tuttavia il lento evolversi di questa relazione e che, al di là delle performance erotiche, qualcosa sta cambiando nel loro animo, sciogliendo il ghiaccio di cui si sono avvolti. La lettura scorre come un fiume in piena, sotto i polpastrelli che sfogliano voracemente lo schermo del kindle, e non ci si preoccupa dell’ora tarda di notte pur di andare avanti nella vicenda.

Quindi, a metà precisa, il colpo di scena. Forte, inatteso, creativo. Brava l’autrice, ci lascia senza parole. In un giallo non lo avremmo accettato, perché non c’era alcun indizio che potesse aiutarci a prevederlo, ma siamo in un romance, e va benissimo così.

Di lì in poi accade qualcosa di inaspettato. Il ritmo si fa più affannato, il lettore si accorge che se prima era discesa, ora è un falso piano, si fatica, si rilegge, si spera in un altro pendio che riporti leggerezza e velocità alla narrazione. La trama si complica, forse anche un filo di troppo, e tra intrighi finanziari e segreti familiari la scrittrice sente l’ansia di spiegare per filo e per segno quello che intendeva, con pagine poco scorrevoli di rendiconti e ricordi (il vizio di inciampare negli spiegoni lo riconosciamo a Poggi già dal precedente romanzo). Il dark vira al rosa, ma un rosa confetto zuccheroso, con un mutamento repentino e poco verosimile, intridendo ogni incontro di dolcezze ripetute allo stremo.

Tutto naturalmente si ricompone nel più classico dei finali, dopo vari episodi carichi di suspense, ma che fatica!

Che cosa è successo? Che fine ha fatto la scrittrice vivace e pungente della prima fase? Come mai si nota così tanto la cesura tra due parti dello stesso romanzo? Fino a che punto possiamo imputarlo alla ripresa di un manoscritto precedentemente abbozzato, come dice l’autrice, e fino a che punto invece dobbiamo sospettare indicazioni editoriali a calcare la mano su una sfumatura piuttosto che sull’altra?

Bene o male, purché se ne parli, diceva Wilde; sono felice che questo romanzo stia alimentando opinioni accorate e anche differenti tra loro, perché Raffaella V. Poggi è un’autrice di grande talento che merita un percorso costellato di successi. Sono convinta infatti che sia mancato in questa opera non l’ispirazione né il mestiere, ma il lavoro critico di un editing esperto e spassionato, capace di ricucire insieme le sue due anime con maggior efficacia e invisibili punti di sutura.

OoO

Lidia Calvano,autrice della recensione, la trovate su Amazon.

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2 Commenti

  1. VeloNero
    7 maggio 2016 at 9:04 — Rispondi

    Per prima cosa, grazie!
    Condivido ogni osservazione, infatti vi è un forte scollamento fra le due parti del testo, però è voluto. E meditato. Le scelte sono tutte mie, anche il ritmo, la decompressione I’ho voluta io. Ho deciso io di cambiare registro. Ci ho riflettuto molto e ho deciso di inserire tutta la storia anche se cambiando ritmo avrebbe perso parte della sua efficacia. Non è un giallo, non è un romantic suspense, anche perchè non Io saprei scrivere, è solo una storia d’amore. Io scrivo quello. Abbiamo valutato attentamente partendo dal presupposto che non volevo un sequel: senza la seconda parte sarebbe rimasta la sensazione del boccone in bocca e non avrei esaudito richieste di un seguito. La prima parte è bitonale e claustrofobica, la seconda è a colori e descrittiva, se non ci fosse stata, o se non fosse cambiato il registro si sarebbe notata maggiormente questa carenza. E poi c’è tutta la parte del quadro. Tutto questo per dire che l’ho voluto, il break, perchè era importante che si capisse la differenza tra il prima e i dopo, e me ne prendo la responsabilità. L’ho voluto perchè, quando scrivo, inseguo la storia e la racconto tutta. Credo che questo resterà il mio peggior difetto.
    Ho letto parole bellissime, Lidia, che mi hanno toccato il cuore e fatto felice, quindi grazie ancora per la stima, ancor più preziosa perchè ricambiata, quindi questa recensione è particolarmente gradita. E ora divulgo. Un abbraccio a te e Babette. Raffaella.

  2. Babette Brown
    7 maggio 2016 at 12:15 — Rispondi

    Ricambio l’abbraccio (e la tiratina di orecchie di Lidia…).

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