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Recensione: “So che sei qui”, di Clélie Avit

Elsa ha trent’anni, adora la montagna e le gite in alta quota. Ma è a causa di questa passione che ora si trova in un letto d’ospedale, dopo una brutta caduta da una parete ghiacciata. È in coma da venti settimane. Sente tutto, ma nessuna delle persone accanto a lei se ne accorge. Un giorno, per errore, entra nella sua stanza un ragazzo sconosciuto. Thibault non sa nulla della storia di Elsa, ma inizia a parlarle, conosce i suoi amici, qualcosa nella ragazza addormentata che profuma di gelsomino e gli sembra così dolce lo tiene legato magneticamente alla sua stanza. Giorno dopo giorno torna a farle visita. Ed Elsa? Sente tutto, ma non può rispondere. Non può chiedere a quel ragazzo gentile di prometterle che tornerà anche il giorno dopo, non può dirgli che sa riconoscere il suono della sua risata in corridoio e che ora quasi sente il calore del suo bacio sulla guancia. Thibault non sa che Elsa non si risveglierà più, perché a breve la staccheranno dalle macchine che la tengono in vita. L’hanno deciso i medici, la famiglia ha acconsentito. Tutti credono che sia impossibile che Elsa si risvegli, eppure ogni volta che Thibault entra nella stanza il suo cuore…

Titolo: So che sei qui.
Autrice: Clélie Avit.
Genere: Narrativa contemporanea.
Editore: Mondadori.
Prezzo: euro 9,99 (eBook), euro 11,50 (copertina flessibile); euro 15,30 (copertina rigida).

Elsa ha gli occhi chiusi.

Giorni sempre uguali, visite specialistiche, parenti, ricordi, emozioni.

Elsa vive imprigionata nel buio di un corpo che non risponde più ai suoi comandi, che la disconosce nella volontà e ne ignora i richiami.

Elsa è in coma.

La sua mente, però, è vigile e presente. Ricorda tutto dell’incidente: la cordata, la lastra, il ghiaccio, la caduta… il freddo, il silenzio. E poi… sensazioni.

È in coma da venti settimane. Conta i giorni con coraggio e in modo empirico da quando è diventa cosciente sei settimane fa.

“Parlatele” avevano detto i medici. E così fan tutti, parlano e raccontano. Fonti orali di un mondo visivo ormai spento.

“Sono un bozzolo vuoto. No, abito un bozzolo vuoto.
Una crisalide in affitto in un bozzolo, forse è più carino.
Mi piacerebbe davvero uscirne per poter dire
che sono anche la proprietaria”

Come una meteora che attraversa il suo buio infinito, un giorno, arriva Thibault.

Thibault è un uomo che mastica il dolore. Suo fratello è in ospedale, ma lui non va a fargli visita. Non accetta i suoi errori e l’ultimo in particolar modo. Non gli concede il suo perdono, limitandosi ad accompagnare la madre e girando per i reparti in cerca di pace.

Un giorno, entra casualmente in una stanza, dove l’unico accenno di vita è il suono delle apparecchiature che monitorano le funzioni vitali di Elsa.

La sua prima reazione è quella di sentirsi estraneo, un elemento aggiunto, inappropriato e quindi fuggire. Ma un profumo di fiori riempie la stanza, gli invade le narici e lo ferma alla porta. La fragranza del gelsomino aleggia nell’aria, s’impadronisce dei suoi sensi e lo incolla al volto di quella giovane donna.

Anche nuovi e sorprendenti pensieri si affacciano alla mente di Elsa…

“Muoio dalla voglia di vedere Thibault”

Elsa deve fare uno sforzo, concentrarsi, deve muoversi. Nuovi imperativi categorici, nuovi tentativi quotidiani. Muovere un dito, solo uno… perchè un dito basta, perchè un dito è la salvezza. Un dito è tutto.

Questo romanzo racconta una storia bella e pulita. Ogni parola regala al lettore dolcezza e umanità e le scene, seppur drammatiche, sono raccontate con maestria e rispetto.

La narrazione è in POV alternati e i dialoghi, se così possono essere definiti le interazioni tra Thibault e Elsa, sono intensi ed emotivamente coinvolgenti.

I personaggi sono coerenti e ben descritti nelle loro caratteristiche emotive e caratteriali.

L’autrice possiede uno stile descrittivo scorrevole e chiaro, che centra l’obiettivo narrativo, Sebbene il tema del coma e dell’eutanasia siano argomenti piuttosto delicati, attuali e ahimè controversi, Clélie Avit non polemizza o addita soluzioni, se non una taciuta propensione al “non stacchiamo la spina”.

È un libro per riflettere. Da leggere.

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