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Recensione: Panni sporchi, di Heidi Cullinan

Il vero amore non sempre scorre dritto come un fiume limpido. Ma a volte sporcarsi è già metà del divertimento.

Adam Ellery, dottorando in entomologia, incontra Denver Rogers, una massa di muscoli sexy, il quale senza grande sforzo si sbarazza dei confratelli ubriachi che stanno dando fastidio ad Adam nella lavanderia automatica di Tucker Springs. I ringraziamenti si trasformano presto in flirt, e poi, per la gioia di Adam, in sesso rovente consumato sul tavolo della lavanderia.
Anche se il suo lavoro come buttafuori in un bar gay gli concede sempre ampia scelta tra svariati secchioni sexy, Denver non riesce a togliersi il ragazzo dalla mente. Adam sembra aver bisogno di giocare pesante, proprio come Denver, ed è difficile dire di no a un’accoppiata così perfetta.
Ma Adam non è solo timido: soffre di disturbo ossessivo-compulsivo e di ansia, problemi che hanno rovinato la sua precedente relazione. E sebbene Denver sia in grado di sollevare un mucchio di studentelli come fossero pesi liberi, ha alle spalle un passato di abusi e, inoltre, prova terrore all’idea di prendere il diploma. Né Denver né Adam hanno voglia di mettere in mostra i propri panni sporchi, ma per poter stare insieme dovranno vuotare il sacco.

Titolo: Panni sporchi.
Autrice: Heidi Cullinan.
Genere: Romance M/M.
Editore: Triskell Edizioni.
Prezzo: euro 4,49 (eBook).

Interessante argomento, questo di Heidi Cullinan in Panni sporchi: un personaggio affetto da OCD (disturbo ossessivo compulsivo) grave al punto da non riuscire a tollerare che qualcuno possa invadere il suo spazio vitale, rischia di essere picchiato da alcuni bulli in una lavanderia a gettone e viene salvato da un “palestrato” dall’aspetto intimidatorio, ma in che in realtà si rivelerà gentile e comprensivo. Quello è il momento che dà inizio a una storia, sulle prime solo fisica poi mano a mano che la conoscenza si intensificherà, anche sentimentale tra i due e che verrà descritta anche attraverso le singole disabilità che i due personaggi principali nascondono.

Per tutta la prima parte della storia ho apprezzato molto il modo lieve e delicato con cui la Cullinan affronta l’argomento “diversità” e “disabilità”, descrivendo e mostrando – quindi non raccontandoli semplicemente – i diversi aspetti di una malattia che può dimostrarsi abbastanza invalidante e con la quale chi ne soffre deve fare i conti sempre imparando a conviverci. La storia, anche se non particolarmente passionale, procede fin verso la metà del libro con un realismo intrigante: bello è partecipare attivamente ai dubbi e alle ansie di Adam, delizioso seguire come Denver smonti ogni dubbio del suo partner attraverso una comprensione e una pazienza infinite. Il loro rapporto cresce lentamente, ma in maniera plausibile, senza “effetti speciali” che ne esasperino gli aspetti.

Poi improvvisamente la narrazione cambia rotta e da lì in poi ho avuto difficoltà a seguirla e a continuare la lettura. Non amo il BDSM come argomento, non riesco, pur avendo cercato di comprenderlo in qualche modo, ad accettare la questione “dominatore” e “sottomesso” come forma di amore e di liberazione. E leggere che un ossessivo compulsivo che non riesce a sopportare neppure che si invadano i suoi spazi e che debba avere gli interruttori di casa tutti sotto controllo per poter sentirsi al sicuro si curi attraverso comandi perentori, punizioni e violenze-a-fin-di-bene per me è troppo da accettare. Per cui ho perso completamente la bussola e il rapporto autore-lettore all’interno del libro si è interrotto. Problema personale, probabilmente.

In ogni caso, la storia è interessante e ben descritta e supportata da una buona traduzione di Raffaella Arnaldi. Valutazione 3,5 stelline.

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