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Recensione: L’abbandonatrice, di Stefano Bonazzi

Durante l’inaugurazione della sua prima mostra fotografica, Davide riceve una chiamata: Sofia, l’amica di cui aveva perso le tracce anni prima, si è tolta la vita. Al funerale, Davide conoscerà Diamante, figlio di Sofia. Un sedicenne scontroso e instabile che insieme al dolore si porta appresso un fardello di domande: che relazione c’era tra Davide e Sofia? Perché sua madre è scappata dall’Italia troncando ogni rapporto con amici e famigliari? Perché il suicidio? Tornato a Bologna insieme a Diamante, Davide si ritroverà a vivere una complicata convivenza a tre che coinvolge anche Oscar, il suo compagno, e grazie alla quale riemergerà la storia di Sofia – colei che lascia per paura di essere lasciata: una storia di abbandoni e di fughe, di silenzi e di madri dai comportamenti irrazionali e inspiegabili. “L’abbandonatrice” è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga, l’adolescenza e il disagio. Un romanzo sulle responsabilità che ogni scelta comporta e sulla difficoltà ad accettarne le conseguenze, a qualunque età, qualunque ruolo la vita ci abbia riservato.

Titolo: L’abbandonatrice.
Autore: Stefano Bonazzi.
Genere: Narrativa Italiana. Narrativa Contemporanea.
Editore: Fernandel.
Prezzo: euro 6,49 (eBook); euro 15,00 (copertina flessibile).

Ci sono romanzi che cucinano a fuoco lento il lettore. Magari un lettore già sazio di tante altre letture, spesso anche non buone e quindi un po’ svogliato, sconfortato, poco propenso a impegnarsi in un nuovo viaggio narrativo. Ci sono romanzi che quel lettore svogliato, all’inizio, apre e poi richiude perché, pensa, è troppo impegnativo/doloroso/cervellotico ciò che gli viene offerto.  Sono romanzi questi come L’abbandonatrice di Stefano Bonazzi. La trama, dal blurb è nota: Sofia è morta. Si è tolta la vita a Londra dove viveva da anni e Davide viene a saperlo proprio mentre sta andando alla sua prima mostra fotografica, un momento esaltante nella sua carriera dopo anni di tentativi, di prove, di passione mai sopita. La donna è stata, in passato, un collante importantissimo nell’esistenza di Davide e del suo compagno Oscar, colei che in qualche modo li ha fatti incontrare e, forse, restare uniti. Adesso che non c’è più, di lei è rimasto qualcosa, qualcuno in verità, comunque ingombrante come il senso del dolore che Davide ha condiviso per tanto tempo con l’amica.

Attraverso un lungo prologo Bonazzi ci fa conoscere la vita “prima”: il mondo universitario di Bologna degli anni ’90, i sogni, le speranze, l’originalità un po’ “fuori schema” di Oscar, fascinoso ed eccentrico pianista dalle aspirazioni altissime, viziato e accettato per la sua omosessualità dalla famiglia, e di contro ci mostra la solitudine di Davide, che invece si è dovuto allontanare da casa perché, per la stessa ragione, si è visto “spegnere” l’amore d’un botto da parte dei suoi; Davide vive da allora in compagnia di crisi di panico che Sonia conosce bene e che sa come fermare. Il prologo si ferma sul vuoto dell’abbandono improvviso di Sonia e riprende dal presente, fatto di squallore e metadone per Oscar, di scatti e spiragli di luce per Davide.  Sulla scena appare Diamante, il figlio che Sonia ha lasciato indietro. E che si intromette di prepotenza nella vita dei due uomini e nelle loro liti, nella crisi di un’esistenza troppo a lungo cristallizzata sull’estrema fatica di vivere.

Non è un romance, questo di Bonazzi e non è neppure classificabile come Lgbt sebbene vi siano personaggi omosessuali a raccontare questa storia; è un romanzo corale, che racconta il dolore attraverso gesti, parole e suggestioni, che esamina sentimenti e sensazioni con precisione chirurgica e li seziona, analizzandoli, con meticolosità da autopsia. Bonazzi trascina in un vortice fatto di delicatezza e quasi stentato incedere all’inizio, lascia che le percezioni sobolliscano per poi esplodere alla fine. La scrittura è lieve, all’apparenza quasi delicata ma si intensifica e addensa  mano a mano che ci si inoltra nella narrazione.

“A Bologna settembre in realtà è ancora agosto. L’afa esalata dall’asfalto rende i pomeriggi liquidi e sfocati come la superficie delle vecchie polaroid. In ogni angolo, sotto ogni portico, a ogni semaforo, i gas di scarico dei motorini si mischiano al piscio dei cani, in un fetore che sembra vivo e pulsante e ti fa sentire sporco. Sei convinto di avvertirlo ovunque, come il suono delle cicale nei campi, il tremendo schiocco delle infradito che s’incollano a ogni passo sotto la pelle umida.”

Il lettore si sofferma ad assaporarne ogni visione, ogni eufemismo e volo stilistico, innamorandosi fatalmente di questo o quel personaggio; Bonazzi ne fa una descrizione mirata, attenta, quasi fotografica ed è facile infatuarsi di quelli più negativi tanto sono a fuoco.

“Non sono proprio sicuro di voler far entrare questo grumo di sporco e sudore, sembra quasi che il grigio della giornata gli si sia depositato addosso, eppure sotto tutto quel lerciume s’intravede anche della purezza. Ha i tuoi stessi occhi, Sofia. «Sei fradicio». «E tu sei frocio. Come la mettiamo?»”

L’abbandonatrice è un libro dove  le storie di ciascuno rendono il lettore partecipe al punto da tentarlo ad allungare la mano e toccarli, stringerli, consolarli. Un romanzo che coinvolge e lascia qualcosa dentro anche dopo che lo si è richiuso e che regala quella sensazione, propria dei libri significativi, di mancanza, di nostalgia, di voglia di ricominciare a leggere.

La melodia copre i silenzi, copre le pause tra una parola e l’altra. Se ci fosse stata la musica anche all’epoca, forse nessuno si sarebbe accorto di quanto spazio lasciavi tra le parole.

Cinque stelline, tutte meritatissime.

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