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Recensione: La forma dell’acqua, di Guillermo Del Toro e Daniel Kraus

E il Deus Brânquia, alla fine, emerge dal bassofondo. È li. Ed è il sole rosso sangue che sfregia il Serengeti, l’antico cerchio dell’eclisse, l’oceano che fa lo scalpo al nuovo mondo, il ghiacciaio insaziabile, l’eruzione bianca del mare che frange, il morso del batterio, il fremere della singola cellula, la saliva delle specie viventi, i fiumi che sono arterie verso un cuore, l’erigersi invincibile delle montagne, le cosce sinuose del girasole, la mortificazione che colora il pelo che ci unisce all’origine delle cose. È tutto questo e anche di più.

Guillermo del Toro e Daniel Kraus hanno unito i loro talenti di narratori visionari e celebrati in tutto il mondo dando vita a una storia d’amore tormentata e struggente.
Baltimora, 1962. Al Centro di Ricerca Aerospaziale di Occam è stata appena consegnata la «risorsa» più delicata e preziosa che abbia mai ricevuto: un uomo anfibio, catturato in Amazzonia. Il suo arrivo segna anche l’inizio di un commovente rapporto tra la singolare creatura ed Elisa, una donna muta che lavora al centro come addetta alle pulizie e usa il linguaggio dei segni per comunicare.
Immaginazione, paura e romanticismo si mescolano in una storia d’amore avvincente, arricchita dalle illustrazioni di James Jean e destinata a conquistare lettori e spettatori. La forma dell’acqua – The Shape of Water è una storia diversa da qualsiasi cosa abbiamo letto o visto finora. Una storia unica, creata e interpretata da due artisti capaci di farci sognare in ugual misura con un libro e con un film, con le parole e con le immagini.

Titolo: La forma dell’acqua.
Titolo originale: The shape of water.
Autori: Guillermo Del Toro e Daniel Kraus.
Genere: Fantasy.
Editore: tre60.
Cover e illustrazioni: James Jean.
Traduzione: Flavio Ianelli e Silvia Minucelli.
Prezzo: euro 9,99 (eBook); euro 15,30 (copertina rigida).

Il DVD  del film uscirà il 27 giugno.

Strickland non vede l’ora che sia finita. È l’ultima missione che svolge per il generale Hoyt. Ne è sicuro. Le cose che ha fatto in Corea sotto il suo comando lo hanno incatenato a lui per dodici anni. La loro relazione è una forma di ricatto, e Strickland vuole scrollarsela di dosso. Quella missione è la più importante di sempre, e se riesce avrà finalmente un gruzzolo sufficiente per presentargli le dimissioni. A quel punto potrà ritornarsene a casa, a Orlando, da Lainie e dai suoi ragazzi, Timmy e Tammy. Potrà essere il padre e il marito che il lavoro sporco di Hoyt non gli ha mai permesso di essere. Un uomo nuovo. Un uomo libero.

Coloro che hanno visto il film e non hanno letto il libro odiano Strickland con tutto il cuore. E non provano per lui nemmeno un briciolo di quella pietà che, invece, pervade chi ha letto il libro. Strickland commette azioni atroci nei confronti dell’uomo anfibio e di chi si oppone ai suoi piani, ma non è libero nel momento in cui le compie. È uno schiavo del generale Hoyt, che nel film vediamo, ma che nel libro compare solo per telefono. Un dio distante e maligno.

La storia è semplice: dopo un anno e mezzo di ricerche (nel libro questa parte è splendidamente descritta e occupa una quarantina di pagine), il Deus Brânquia (il Mostro, la Risorsa) è catturato in un corso d’acqua dell’America meridionale e avviato al Centro di Ricerca Aerospaziale Occam di Baltimora, dove verrà esaminato, studiato, vivisezionato se occorre: un anfibio dotato di intelligenza potrebbe essere indispensabile per i viaggi oltre l’atmosfera terrestre. Siamo nel 1962 e la gara per lo spazio, fra Stati Uniti e Unione Sovietica, è agli inizi. Ma non per questo è meno feroce.

Nel Laboratorio F-1 lavora un’équipe di scienziati e c’è una grande vasca (sì, ci sono quattro catene e un collare di metallo) che ospita la Risorsa. Questo nome serve per non farsi troppe domande: è umano, sente, pensa, sogna, soffre, ama? Un animale può essere sacrificato alla Scienza da parte di quegli esseri superiori che si definiscono Uomini.

Gli scienziati rispondono a Strickland e, sotto di lui, a David Fleming della sicurezza e al dottor Bob Hoffstetler, che non si chiama Bob e nemmeno Hoffstetler, ma lo scoprirete più avanti.

Nel Laboratorio F-1 fanno le pulizie Zelda, un’afro-americana, ed Elisa, muta e sfregiata da profondi tagli sul collo. Zelda si sobbarca quel lavoro durissimo (da mezzanotte all’alba) per mantenere se stessa e un marito che non ha voglia di lavorare e che trascorre le sue giornate davanti alla televisione e a una bottiglia di birra. Elisa abita in un appartamento microscopico sopra un cinema, dal quale può ascoltare tutti i film che vengono proiettati. Ama le scarpe e ne fa collezione. Il suo unico amico, Giles, è omosessuale e per questo ha perso il lavoro di disegnatore pubblicitario.

Ecco, avete davanti a voi la scena e gli attori. L’una e gli altri splendidamente resi dalle penne di Del Toro e Kraus. Voglio spendere parole di elogio per la traduzione di Flavio Ianelli e Silvia Minucelli, nonché per la copertina e le immagini di James Jean. Il risultato va oltre le aspettative, ve lo assicuro.

Elisa non parla. Nessuno capisce il linguaggio della Risorsa (e nessuno si preoccupa di pensare a un linguaggio, tranne Bob che non è Bob). La musica fa da tramite fra i due derelitti. Il cibo, offerto come esca e dono da Elisa, convince l’uomo-anfibio a farsi avanti. Non c’è rifiuto, né da una parte, né dall’altra. Ci sono curiosità, stupore, accettazione, amicizia, desiderio, amore. La diversità diventa preziosa.

Il generale Hoyt stabilisce un termine per l’uomo-anfibio e Strikland costringe gli scienziati a obbedire. Saranno Elisa, Zelda, Bob e Giles a organizzare la fuga del Deus Brânquia. Sarà Elisa a ospitarlo, ad amarlo, a curarlo.

Gli eventi precipitano e… La conclusione la leggerete, se amate la letteratura. Qui è inutile distinguere e parlare di narrativa, di romance, di fantasy: siamo in presenza di qualcosa che tutti noi lettori cerchiamo. Una storia meravigliosa, una fiaba in un tempo inquieto. La consiglio con tutto il cuore.

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

2 Commenti

  1. Lidia Calvano
    13 aprile 2018 at 8:16 — Rispondi

    Grazie, bellissima recensione. Il film mi era molto piaciuto, il libro giace sul comodino per colpa di un inizio che mi risulta lento e di uno stile telegrafico che non mi ha catturato. Mi hai convinto a riprenderlo e a dargli un’altra opportunità. ☺

  2. Silvana Sanna
    13 aprile 2018 at 10:56 — Rispondi

    Che bella recensione! Avevo già sentito parlare di questo romanzo e sapevo che ne era stato tratto un film, ma, chissà perché, non mi attirava. Ora, dopo aver letto il tuo commento, mi incuriosisce e credo che lo leggerò. Sono sicura che ci starò male (soffro di empatia grave anche nei riguardi di personaggi inventati), ma a quanto pare ne vale la pena. Grazie Annamaria.

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