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Recensione: Attrazione gravitazionale, di Angel Martinez

Quando ho letto la sinossi di Attrazione gravitazionale mi sono detta: è mio. Vuoi che mi lasci scappare un romanzo in cui ci sono tormenti psicologici, disagi, disabilità? Giammai, è il mio pane quotidiano! E allora mi sono immersa in questa storia alla Star Trek: ed è stato bello.

Attirato da una misteriosa richiesta di soccorso, l’equipaggio della nave mercantile *Hermes* trova alla deriva nello spazio un vascello militare in apparenza vuoto. Al suo interno, sangue e resti umani imbrattano i corridoi e vi è un unico sopravvissuto, rinchiuso in una cella di custodia. L’uomo, bellissimo ma traumatizzato, attira l’attenzione dell’addetto alle comunicazioni della nave, Isaac Ozawa, che decide di prendersene cura, offrendogli la gentilezza e il calore di cui l’altro ha bisogno dopo gli orrori vissuti.

Isaac ha imparato sulla propria pelle cosa significhi essere diverso, essere un emarginato, e questo rafforza il loro legame. Un tempo pilota promettente, ha subito dei danni fisici dopo che il suo cervello non è riuscito a fondersi con l’impianto necessario a pilotare i potenti caccia della Flotta. Il cervello di Turk non è da meno. Come risultato di un esperimento militare fallito, le sue naturali capacità sono state aumentate a livelli pericolosi.

Quando un ammiraglio senza morale e assetato di potere rapisce Isaac, usandolo per convincere Turk a diventare l’arma catastrofica che ha sempre sognato, saranno necessari tutta la forza di Turk, l’ingegnosità dell’equipaggio della *Hermes*, l’aiuto degli enigmatici Drak’tar e la testardaggine dello stesso Isaac per riuscire a salvare l’intero universo.

Titolo: Attrazione gravitazionale.
Autore: Angel Martinez.
Traduzione: Victor Millais.
Genere: Romance M/M; Fantascienza.
Editore: Dreamspinner Press Italia. 7 marzo 2017.
Prezzo: euro 6,60 (e-book).

Io non sono amante del genere sci-fi, non guardo neanche i film. Roba (la ucciderò, n.d.r.) tipo “Indipendence Day” mi ha annoiata pure quando ero piccola e poteva avere più attrattiva su di me (per dire, non vado pazza neanche per Avatar, quindi figuriamoci); eppure qui la situazione è stata così diversa, così coinvolgente, che mi sono appassionata.

Forse molto ha giocato il fatto che Isaac, uno dei protagonisti, presenta dei problemi al cervello tali per i quali non può più svolgere il suo lavoro pregresso (ovvero pilota dei caccia della Flotta) e proprio a fronte di questo si lega emotivamente allo strano, schivo e pericolosissimo Turk, un uomo di razza aliena, biologicamente umano, ma dalle capacità cognitive così potenziate, da esperimenti militari falliti, da renderlo una bomba ambulante.

Ho un po’ storto la bocca quando ho visto all’inizio il glossario con tutti i vocaboli alieni, perché per me non è funzionale alla lettura (avrei preferito le note che si aprivano come popup a ogni parola, per esempio, perché sarebbe stato molto più semplice seguire tutto invece che sforzarsi di ricordare il significato di questo o quello), ma pian piano ho preso dimestichezza con il linguaggio di Turk e amen: mi sono innamorata di questo cristone grande e grosso e… uomo.

Mi piace molto la visione d’insieme di come l’autore vede un probabile futuro, la sua idea utopica di benessere, di avanguardia, di fratellanza, anche se reputo altamente improbabile che in un futuro ideale si smetta di amarsi tra uomini e donne e si cominci a procreare in vitro (ma questa è una variante particolare che nulla ha a che fare con la Terra, su cui, ovviamente, ci sono degli xxxx colossali). Ho adorato perfino il fatto che sulla Terra si sia arrivati, in questo futuro (come chiamarlo? Distopico? Utopico? Non sono sicura…) a impiantare le ovaie agli uomini in maniera da permettere loro di fare figli (lo so, qua storcerete la bocca, ma in un futuro ideale nel quale non esistono differenze tra uomini e donne e dove le donne se la comandano che “te dico fermate” ci sta di brutto). Mi è piaciuto il fatto, inoltre, che entrambi i protagonisti siano uomini forti, con i propri punti certi e i propri ideali (prendi Isaac che adora volare e invidia il compagno perché può farlo: ho amato quel peccato veniale, perché lo ha reso così umano ai miei occhi che non avrei davvero potuto chiedere di più).

E allora perché quattro stelle e non cinque? Perché ‘sta cosa del sol’aetenis è stata portata così all’estremo che a un certo punto ho iniziato a girare gli occhi ogni volta che lo leggevo. Nella lingua Corzin (o Drak’tar?!) significa, in maniera semplicistica, “l’amore della vita”, quello senza il quale non si può essere completi, ed è un concetto stupendo…. Però Turk, grande e grosso, gagliardo e forte, lo ripete tipo trecento volte al minuto, reclamando per sé Isaac come Fred con la clava, e a un certo punto mi viene da dire: take it easy, babe! Partiamo da un carattere schivo, difficile da avvicinare, all’inizio, per ritrovarci con un tipo insicuro, che non fa altro che ripiegarsi sui sentimenti propri e del compagno. Un po’ è ok, portato all’estremo no.

Nonostante questo (che comunque mi rendo conto essere un problema mio, alla stessa maniera dello zucchero mieloso di Cardeno, per dire) il libro spacca e lo consiglio vivamente a tutti, anche a quelli che non sono avvezzi al genere come me: merita.
Quattro stelle e passa la paura!

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Federica D'Ascani

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