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Pia Ferrara: giornalista e scrittrice

Di origine pugliese, Pia Ferrara vive e lavora a Milano, dove ha frequentato il Master in Editoria di Fondazione Mondadori, Università Statale di Milano e AIE – Associazione Italiana Editori. Si occupa di comunicazione presso Fondazione LIA – Libri Italiani Accessibili, no profit costituita da AIE che promuove il libro, la lettura e l’accessibilità delle pubblicazioni digitali ai disabili visivi. Al contempo, lavora come digital PR per autori indipendenti e case editrici.

L’interesse per la letteratura Fantasy la porta, nel 2009, a laurearsi in Semiologia del cinema presso la LUISS Guido Carli di Roma con una tesi intitolata Il fantasy. Approccio storico e semiologico al cinema di genere. Il caso Harry Potter.

logo-bGiornalista pubblicista, dal 2007 scrive per “Fantasy Magazine”, di cui è caporedattrice cinema, e per l’almanacco cartaceo “Effemme”, pubblicato da Delos Books. Tra le collaborazioni, il portale letterario “Diario di Pensieri Persi” e la rivista digitale “Speechless”, di cui è stata caporedattrice.

Autrice della prefazione all’antologia di racconti “I vampiri? Non esistono…” di Domino Edizioni (2011), ha pubblicato sotto pseudonimo alcuni racconti di genere fantastico: “L’urlo di Minerva” (365 racconti sulla fine del mondo, Delos Books, 2012), “No Hunting” (I fuochi di Samhain – Storie di streghe, Speechless Books, 2012), “Il ponte oltre la pioggia” (Storie di confine, Wildboar Edizioni, 2013).

Dal 2014 lavora a un progetto di saggistica piuttosto ambizioso sul fenomeno delle fictional crush, le cotte per i personaggi immaginari, di cui non è ancora venuta a capo.

Sei una giornalista e pertanto scrivere è il tuo mestiere. Scrivere per te è dunque lavoro a tempo pieno; ma come è nata questa tua passione? Come hai scoperto di voler fare la giornalista e vivere di scrittura?

Avevo circa nove anni e, ispirandomi a una storia letta su Topolino, avevo deciso di fondare un giornale dedicato ai miei compagni di classe, completo di articoli e disegni: si chiamava Spettegolissimo e, per oscure ragioni, era di colore rosa. Ci lavorai un sacco e credo che mia madre lo abbia conservato da qualche parte… Anni dopo, nell’adolescenza, mi appassionai sempre più alla scrittura, che mi permetteva di esprimere opinioni con una fermezza impensabile nella vita reale. C’è da aggiungere che provengo da una famiglia di giornalisti: lo è stato mio nonno, corrispondente Rai da Foggia negli anni Sessanta, e attualmente lo sono mio zio, redattore dell’Espresso, e mia cugina, critica enogastronomica per il Gambero Rosso.

Quando scrivi, prendi appunti con la penna sul tuo “Moleskine”, strumento che nell’immaginario collettivo è una sorta di MUST per il giornalista d’assalto o ti sei lasciata pure tu “sedurre” dalla praticità della tecnologia e usi iPad o Notebook per scrivere?

Il mio primo Moleskine risale ormai a tanti anni fa! Al momento, tra agende e taccuini, ne ho tre, Moleskine, Paperblanks e Peanuts, e li seleziono in base alle esigenze. Scrivere a mano mi aiuta a raccogliere le idee, ma non sono una fanatica della carta, mi capita di usare anche le note sullo smartphone. Quando scrivo “sul serio”, però, uso il portatile.

Chiaramente essendo la tua professione, scrivere lo dovrai fare a tutte le ore del giorno o della notte, ma esiste un momento della giornata o della settimana in cui lo fai solo per te, per ciò che non vuoi/puoi scrivere nei tuoi articoli e che trovi particolarmente adatto all’ispirazione?

Poiché sono giornalista pubblicista scrivere per me non è un’attività a tempo pieno. Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare, per dirla alla Pennac. Ho un momento preferito della settimana per dedicarmi alla scrittura ed è la domenica mattina! Ho parecchi post in bozza che forse, prima o poi, vedranno la luce sul mio blog su Medium…

Scrivere ti risulta sempre facile oppure anche a te, a volte, le parole, le frasi risultano difficili da formulare e/o soffri ogni tanto a scrivere ciò che scrivi e se sì, in quale circostanza?

Mi capita spessissimo di scrivere recensioni e a volte succede che libri o film mi scivolino addosso, senza piacermi né dispiacermi. In questi casi è difficile trovare le parole adatte a esprimersi, perché non si ha nulla da comunicare. In genere, mi limito a scrivere “come viene viene”, pensando che si tratta di una bozza e che se non sarò convinta del risultato basterà cancellare tutto. Il più delle volte funziona. E se così non è meglio chiudere e occuparsi di altro. Una notte di sonno crea le parole giuste senza sforzo.

Con il boom dei social network, come pensi sia cambiata la comunicazione e che direzione pensi che prenderà in futuro?

Credo che aggiungerei poco al dibattito che molti – antropologi, sociologi, massmediologi – sostengono da anni. L’informazione sui social network è dirompente, spesso non richiesta. Il lettore ha più opportunità di selezionare cosa vuole o non vuole vedere, quindi tutti si affannano a essere rilevanti. Penso che non esista un modo giusto di comunicare e che ognuno debba trovare la propria voce e parlare a chi ha voglia di starlo a sentire.

Dal tuo curriculum apprendiamo che sei un’appassionata di narrativa fantasy e che hai scritto sotto pseudonimo racconti anche pubblicati con Case Editrici. Nel tuo cassetto, nascosto alla vista di tutti, per caso, esiste anche un romanzo?

Un romanzo no. C’è una storia, ma manca la voglia di scriverla. Preferisco portarla avanti nella mia testa quando non sto pensando ad altro e non escludo, un giorno, di raccontarla a qualcuno perché la scriva al posto mio. Sono un demiurgo in cerca di scriba.

Hai partecipato a due antologie fantasy. Ce ne vuoi parlare?

Certo! Circa un anno fa, nell’idilliaca cornice di un McDonald’s come tanti, nel corso di un appuntamento con Marina Lenti, mi venne fatta una proposta che non potevo rifiutare: partecipare a un’antologia di saggi brevi sulla letteratura fantastica per ragazzi. Marina mi stava offrendo l’opportunità di condividere con altri lettori la mia passione e le mie considerazioni su una delle saghe letterarie che più ho amato, la Trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud. Come dire di no? Nel corso dell’incontro mi accennò a un altro progetto che stava curando, intitolato Hobbitologia, un’antologia di saggi brevi, stavolta su Lo Hobbit di JRR Tolkien. Non avrei dovuto prendervi parte, ma l’idea mi piacque così tanto da spingermi a prendere l’iniziativa: avevo un argomento “forte” ed ero decisa a portarlo avanti. Così, nel giro di una settimana, scrissi una prima bozza del mio contributo e gliela inviai. Credo di averla colpita, o ora non sarei nell’antologia…

Altra questione molto interessante di cui parli nella tua biografia è la “fictional crush”. Stai svolgendo ricerche in merito. Ce ne parli un po’?

Con piacere! Da tempo immemore ho numerosi fidanzati immaginari, personaggi dei romanzi che leggevo e dei film che guardavo di cui mi innamoravo per un certo periodo di tempo. Un paio di anni fa lessi “Il secondo sesso” di Simone De Beauvoir, e rimasi colpita da un passaggio in cui lei rifletteva sul fenomeno dei fidanzati immaginari delle signorine di buona famiglia, che non avevano modo di frequentare coetanei e trasferivano i loro bisogni emotivi su personaggi inventati o su uomini che conoscevano appena. Se pensiamo a “L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde ci verrà in mente la giovane Cecily, innamorata del fantomatico e ribelle Ernesto senza neppure averlo mai visto. Da lì l’idea di approfondire il fenomeno alla luce dei recenti Edward Cullen, Christian Gray e Harry Styles, che hanno fatto perdere la testa a milioni di donne di ogni età. Al momento il progetto è in fase di revisione e in cerca di editore.

Progetti futuri ulteriori?

Non amo pianificare. Non sono neppure in grado di prenotare le vacanze in anticipo. Al momento non ho ulteriori progetti di scrittura, ma finché il futuro non arriva non sappiamo quali sorprese ci riserva.

Grazie, per averci concesso quest’intervista.

Grazie a te Amneris!

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