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Passione… in “noir”, Mariangela Camocardi

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Apre la nostra rassegna di racconti Mariangela Camocardi, con Passione… in “noir”. L’autrice si è divertita a scrivere una storia che si discosta completamente da quelle che siamo abituati a leggere. Vi piacerà.

Meeka aveva la pelle color cioccolato, profondi occhi neri e un corpo che a un uomo andava dritto al cervello: guardarla provocava su di lui lo stesso effetto di un drink superalcolico bevuto a digiuno. Federico non riusciva a controllare la voglia di lei. Quando erano insieme, il bisogno di toccarla lo faceva sentire una specie di maniaco sessuale.
Non gli era mai successo con nessuna donna.

Si erano conosciuti a una fiera di artigianato artistico. Lei era nello stand dell’arte etnica africana e sembrava una Venere dalle fitte treccine nere e i  denti di perla. Una statua di carne tra le sculture di ebano messe in mostra  negli espositori di cristallo. Erano manufatti di pregio e lui aveva acquistato quasi l’intero stock senza neppure mercanteggiare sul prezzo. Con Meeka si era accordato per avere in esclusiva monili di gioielleria locale scelti dai cataloghi che lei gli aveva mostrato. Rifornire con pezzi di qualità il suo negozio di oggettistica esotica non era ovviamente l’unico motivo per cui l’aveva invitata a cena. Meeka non si era fatta pregare. Davanti a un piatto di fettuccine ai funghi, il ghiaccio tra loro si era sciolto in fretta, tra una battuta e una risata. Ascoltandola raccontare della sua gente in Congo, lui si era incantato. Discendeva da un re dal nome impronunciabile che aveva sottomesso diverse tribù nemiche, almeno un paio di secoli prima.
All’epoca  l’Africa non era ancora stata sfruttata da sciami di speculatori attirati dalle enormi ricchezze del continente misterioso. Comunque in Meeka c’era qualcosa di inafferrabile e seducente da esserne stregato. L’accento straniero, cantilenante come quello di una sacerdotessa pagana, si riverberava sui suoi sensi: impossibile concentrarsi su altro, con Meeka a meno di mezzo metro. Faceva da sottofondo il tintinnio dei numerosi braccialetti che lei portava ai polsi sottili. Era bellissima e lui trovava ipnotico il semplice schiudersi delle labbra carnose: sorrisi afrodisiaci che alimentavano la sua eccitazione.

Seduta di fronte a lui, posando il bicchiere dopo l’ultimo sorso di vino, lo aveva fissato dicendo: «Mi offri un caffè a casa tua?»
Poteva forse risponderle no?
Si erano spogliati e avvinghiati appena messo piede nel suo appartamento da scapolo. La bocca tumida di lei aveva ribaltato il precedente concetto di erotismo di Federico. Gli sguardi che gli aveva scoccato prima, durante e dopo la passione, gli avevano messo a nudo l’anima più del corpo.
Nei tre mesi che erano seguiti il loro rapporto si era così intensificato da far scaturire in Federico l’esigenza di stare sempre con Meeka. Lei lavorava in un centro di accoglienza per migranti e aveva orari impossibili, perciò era persino disposto a sposarla, caso mai fosse contraria alla convivenza. Prima che lui potesse anche solo discutere di un eventuale futuro con lei, da un giorno all’altro era comparso sulla scena, reduce dal villaggio africano di Meeka, un tizio dal gergo incomprensibile e con un fisico che nulla aveva da invidiare a un nerboruto guerriero Masai. Probabilmente Babukar, così si chiamava il nuovo arrivato, aveva cacciato leoni e tigri fino al momento di prendere l’aereo per l’Italia.
Spiazzando Federico, si era installato nel bilocale di lei perché l’ospitalità era sacra per Meeka, e diamine, mica poteva offendere un cugino.

“Cugino?” si era detto Federico, divorato dai crudeli morsi della gelosia. Nelle occhiate che Babukar le lanciava c’era la concupiscenza di uno con la mentalità da branco, altro che affetto parentale. Il sospetto che l’intruso nutrisse sentimenti di genere ben diverso per Meeka era sorto spontaneo, mettendo solide radici nella sua mente fin troppo dubbiosa.
Non bastasse, lei aveva diradato i loro incontri per dedicarsi al cugino, e i due trascorrevano praticamente ogni minuto in reciproca compagnia. Per Federico, ovviamente, Meeka non aveva più tempo.
Voleva forse lasciarlo, si tormentò di nuovo, osservandosi nel vetro della finestra. Federico era conscio di non essere il clone di George Clooney, ma alle donne piaceva. Aveva una corporatura alta e asciutta, capelli e occhi chiari, l’eloquio ironico e accattivante… dannazione, finora se l’era cavata senza problemi perché ci sapeva fare con loro. L’aspetto di Babukar non era affatto banale e rappresentava per lui una spina nel fianco, doveva riconoscerlo, a cominciare da quell’aura selvaggia e indomita, da quei denti bianchissimi da lupo, da quelle spalle possenti…
Inoltre, come rivale era certamente avvantaggiato dalle abitudini e da gusti che coincidevano perfettamente con quelli di Meeka.
Era per questo che lei lo sfuggiva? Gli preferiva Babukar, ora?

Esasperato nel sentirla elusiva anche al telefono, l’aveva attesa al varco sotto casa.
«Sono innamorato di te, Meeka, e affermavi di esserlo anche tu, al punto da volermi presentare alla tua famiglia.»
«Sì, loro sanno del nostro legame e quanto tengo a te.»
«Allora perché mi trascuri per quel tuo cugino?»
«Devi sforzarti di capire, Federico.»
«Che cosa dovrei capire? Che mi stai scaricando?»
«Ho degli obblighi: Babukar è spaesato e il mio supporto è fondamentale per lui.» Meeka si rifiutava di incontrare i suoi occhi.
«Obblighi? Quali? Per che maledetto motivo continua a bivaccare da te? Gli hai trovato lavoro, perché non si sposta in un altro alloggio?»
«Federico, tu vuoi sposarmi, vero?»
«Anche domani.»
Lei fece un sospiro. «La famiglia non ostacola la mia volontà di stare con te, ma lui è il marito che loro mi hanno scelto.»
«Cosa?! E io?»
«Tra noi le cose potrebbero proseguire come prima, credimi.»
«Ma in che senso, scusa?»
Lei si morse il labbro. «Ho cercato di ribellarmi a questa nostra tradizione, ma se voglio stare con te devo accettare qualche compromesso. Vedi, lo zio di Babukar è uno stregone e lancerà una maledizione su di me e su tutta la mia famiglia se non sposo suo nipote.»
«Non crederai veramente a scemenze nate dell’ignoranza e da superstizioni ormai obsolete…?» Federico era rimasto allibito.
«Ho delle responsabilità verso le persone che dipendono da me.»
«Sul serio?»
«Dalle nostre parti non si scherza con gli spiriti maligni. Il potere della superstizione esiste ed è terribilmente concreto. I miei genitori hanno preso un impegno con il clan di Babukar: devo onorare la parola data da mio padre a quello di lui.»
«Se è così, tra noi due è finita.»
«Come vuoi.»

Se n’era andato furibondo, consapevole di non poterla dimenticare, la qual cosa acuiva la sua frustrazione. Ma l’indomani, rincasando, Federico aveva notato la porta aperta. Meeka era lì.
«Ti ho riportato le tue chiavi.»
Lui non riusciva a distogliere gli occhi dai seni delineati dal tessuto leggero del vestito. «Non lasciarmi.» Quelle parole gli erano uscite irrefrenabili.  Rinunciare a lei equivaleva a morire di nostalgia.
«Non sono forse qui con te?» sussurrò lei prima di baciarlo.
La passione esplose come un temporale d’estate, violenta e liberatoria.
«E ora?» la sondò più tardi, tenendola stretta tra le braccia.
«Se tengo Babukar mi è consentito tenere anche te.»
«Cioè? Se lui è tuo marito per le vostre leggi tribali, io sarei l’amante su cui si chiuderebbe un occhio?»
«No, un marito con pari dignità. Nel mio popolo la poliandria consente a una donna di sposare più uomini non congiunti da vincoli di parentela che convivono con lei, o si alternano nel visitarla secondo turni prestabiliti. Un privilegio connesso alla elevata posizione sociale della moglie.»
«Questo significa che dovrei dividerti con un altro individuo?»
«Non ti amerei di meno e rispetterei il volere della famiglia.»
«Stai mettendo a dura prova la volontà di un uomo che ti ama.»
«Ti amo anch’io, ma nei paesi poveri di risorse come il mio, ci sono ancora tradizioni  che  si praticano da secoli» gli spiegò lei, «per salvaguardare il patrimonio familiare.»
«Sacrificando la tua felicità?»
«No, perché non posso pensare di non averti nella mia vita.»
«E se rifiutassi…?»
«Mi perderesti e ti perderei per sempre, ma se mi ami farai questo per me e saresti il preferito.» Lei lo seduceva con quei suoi occhi di velluto.
Federico ci stava riflettendo dal giorno prima: l’amore per Meeka era forte e viscerale e lui non era tanto stoico da contemplare un addio definitivo.
Il rimpianto lo avrebbe ucciso.
All’inferno Babukar, si disse, prima di risponderle semplicemente sì.

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Mariangela Camocardi, la regina del romance storico italiano, collabora con il nostro Blog. Potete trovate QUI gli articoli della Rubrica La Belle Époque.

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Mariangela Camocardi

Mariangela Camocardi

6 Commenti

  1. 29 agosto 2016 at 10:25 — Rispondi

    bellissimo! 🙂 grazie per questo racconto, Mariangela!

  2. Maddalena
    29 agosto 2016 at 11:07 — Rispondi

    Bellissimo racconto. Brava la Camocardi!!!

  3. 29 agosto 2016 at 12:52 — Rispondi

    Grazie Amneris e Maddalena, sono felice che vi sia piaciuto. E grazie anche a Babette e a tutto il suo staff per l’encomiabile, bellissima iniziativa!
    AD

  4. Fernanda Romani
    29 agosto 2016 at 14:33 — Rispondi

    Molto bello! E originale! Mi è piaciuto moltissimo!

  5. 29 agosto 2016 at 17:42 — Rispondi

    Bello. Davvero originale.

  6. Marco Canella
    29 agosto 2016 at 18:49 — Rispondi

    In una parola sola: fantastico! Grazie, Mariangela, per questo favoloso regalo! 🙂

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