Eventi

Notte eterna, Maddalena Cafaro

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Anna vive un’avventura che la porta in un mondo lontano. Al ritorno, una sorpresa l’attende… e la storia si tinge di giallo.

Piccole gocce d’acqua le cadevano sulla guancia. Aprì gli occhi ma non riuscì a vedere nulla, se non l’oscurità che la circondava. Si mise a sedere, cercando di capire dove fosse; le sue mani sentivano la nuda roccia, l’aria era viziata, ma riusciva a percepire un vago sentore d’umidità.
Un’altra goccia le cadde sulla fronte, mentre lei alzava il viso ne sentì una seconda bagnarle le labbra. Le leccò con avidità, erano secche. Provò ad alzarsi cercando a tentoni un appiglio; lo trovò nella parete alle sue spalle, che usò come sostegno. Una volta in piedi, restò immobile, colta da un senso di nausea che impiegò qualche minuto per scomparire.
Provò a concentrarsi sul respiro per tranquillizzarsi, aveva la mente avvolta dalla nebbia e non ricordava dove fosse né come ci fosse arrivata. Il silenzio l’avvolgeva, così provò a parlare, pur non sapendo se fosse una buona idea.
«C’è nessuno?»
«Allora, Anna, dove sei finita? Pensa, pensa e cerca un modo per uscire di qui.»
L’ultimo ricordo che aveva era di se stessa che lasciava il cinema, poi solo l’auto nera. Era stata rapita!
Ebbe un flash, un’immagine delle ultime ore: era fuggita e aveva trovato rifugio in quella caverna.

Doveva accendere la torcia per tranquillizzarsi e poi si sarebbe diretta verso l’uscita. La torcia! Che fine aveva fatto? Non l’aveva addosso! Si mise carponi e tastò il terreno nella speranza che non fosse andata perduta. Stava per rinunciare, ma le punta delle dita ne sfiorarono l’impugnatura, doveva essere rotolata lontano quando era caduta. Pregò che non si fosse rotta; le dita tremanti cercarono il pulsante e lo schiacciarono, un fascio di luce inondò l’antro in cui si trovava.
Nella corsa sfrenata era giunta a un bivio, ma la paura che i suoi inseguitori la raggiungessero l’aveva resa imprudente, non aveva riflettuto imboccando il corridoio più vicino a lei, così si era ritrovata intrappolata in un vicolo cieco.
Stremata dalla fatica, alla fine aveva urtato contro una stalagmite. E, a giudicare da quanto le faceva male la testa, doveva averla sbattuta da qualche parte. Quanto era trascorso da allora? Non ne aveva idea, il tempo era diventato un concetto astratto.
Spense la torcia, le batterie potevano non durare ancora a lungo; utilizzando le mani sperò di riuscire a percorrere il corridoio a ritroso. Ben presto si accorse che nonostante l’oscurità riusciva a distinguere la forma delle rocce, la struttura del corridoio iniziò a cambiare quando si avvicinò al bivio. L’aria era meno viziata e non arrivava più a toccare contemporaneamente entrambe le pareti laterali, si sedette in una rientranza nella roccia, voleva essere certa di essere sola. Respirò piano, doveva assolutamente calmarsi, concentrarsi su ciò che la circondava. Udiva l’acqua gocciolare sulle rocce, l’aria immobile. Tutto il resto intorno a lei taceva. Con la punta delle dita sentì una pietra, ne percorse i contorni: aveva un’estremità appuntita, non era molto grande e stava bene nel palmo della sua mano.
Respirò a fondo lasciando che l’aria uscisse lentamente dalle labbra, accese la torcia e si alzò. Il cuore le martellava in gola, la mano aumentò la stretta intorno a quell’arma improvvisata, stringendola così forte da rallentare l’afflusso del sangue, mosse alcuni passi e raggiunse il bivio. Vide una piccola pozzanghera, si chinò a bere ma il contenuto placò a malapena l’arsura.
Nulla, intorno a lei non c’era nessuno. Si volse verso il passaggio più lontano e si avvicinò, il fascio di luce squarciò le tenebre. La formazione rocciosa in quella zona era diversa. Le pareti dovevano contenere qualche minerale, grazie alla luce le venature presenti brillavano. Per qualche attimo si distrasse a quello spettacolo, ma si riscosse quasi subito ricordando a se stessa che doveva trovare al più presto una via d’uscita.
Sentiva la sete e la fame aggredirla, renderla sempre più debole. Girò intorno a una colonna, era consapevole che se non fosse riuscita a uscire al più presto quei luoghi sarebbero diventati la sua ultima dimora.
Il riflesso della luce su una rientranza attirò la sua attenzione, aveva trovato un’altra pozza d’acqua, ma la fenditura era talmente piccola che non fu facile avvicinarsi. Provò ad allargare l’apertura utilizzando la pietra che aveva in mano come fosse un piccone. Lavorando incessantemente, riuscì a staccare un pezzo di roccia. Il liquido prezioso iniziò a scorrere, appoggiò le labbra alla parete e sentì la superficie dura e fredda contro la pelle, poi finalmente l’acqua. Un rivolo sottile le bagnò la lingua, era ghiacciata ma anche così rinfrescante! Il tempo volò via, continuò a bere finché non si sentì completamente rinfrancata. Non avendo un contenitore per portare con sé l’acqua, decise di strappare un pezzo della sua maglietta. Bagnò la pezzuola improvvisata, sperando che bastasse o che nel frattempo riuscisse a trovare un’altra fonte.
Si costrinse a muoversi, guardò bene il corridoio che aveva dinanzi a sé e spense la luce della torcia. La terrorizzava l’idea che la sua unica fonte di luce potesse non accendersi più. Continuò a camminare fino a quando non sentì i muscoli pesanti. Cercò un punto dove fermarsi, il suo giaciglio improvvisato non era molto comodo, eppure si addormentò subito.

La pelle umida venne sfiorata da una brezza leggera, portava con sé il profumo di erba e salsedine. Quell’odore così lieve non fu registrato dalla sua mente intorpidita dalla stanchezza. Solo quando si svegliò, si accorse di quell’odore e del messaggio che portava con sé. Riusciva a vedere anche senza utilizzare la torcia, intorno a lei c’era il sole. Quella che credeva essere una rientranza, altro non era che un’intersezione che conduceva a un’uscita.
Vedeva lo spiraglio di luce che si affacciava, così invitante, eppure non corse subito verso quella che poteva essere la sua salvezza. Si costrinse a essere prudente. Non era nelle condizioni ideali per un’eventuale fuga. Con cautela si avvicinò all’uscita, come un animale che, pur fiutando la trappola, non riesce a restare lontano dall’esca.
Il vento le sferzò il viso, si guardò intorno, ma quella che credeva essere un’uscita non era altro che l’ennesima illusione. Sotto di lei c’era il mare che aggrediva con ferocia gli scogli, sopra di lei s’innalzava il fianco della montagna, non eccessivamente alta ma altrettanto impossibile come via di fuga. Il sole era appena sorto; una volta che fosse stato alto in cielo, il calore sarebbe stato un altro avversario da affrontare.
Guardò dietro di sé. Poteva scegliere l’oscurità di quell’eterna notte senza stelle che l’attendeva, oppure poteva provare a risalire la scogliera.
Controllò la parete intorno all’ingresso; sulla destra c’era un piccolo sentiero molto stretto che si snodava verso l’alto, se non guardava in basso forse poteva farcela. Doveva provare subito; attendere non avrebbe avuto senso e avrebbe corso il rischio che i suoi rapitori la trovassero.
Fece cadere la pietra a terra, ma poi decise di riprenderla e la infilò nella tasca di quelli che erano stati i suoi pantaloni e che ora non erano altro che un’accozzaglia di sporcizia e brandelli, la maglietta bianca oversize che un tempo era stato un capo d’alta moda ora nemmeno si riconosceva. Incastrò la torcia nei pantaloni, utilizzò la striscia di tessuto che aveva ricavato dalla maglietta per legarsi i capelli. Era ancora umida, ma ormai inservibile per placarle l’arsura.
Guardò una sola volta verso il basso, chiuse gli occhi e con decisione iniziò a muoversi lateralmente lungo il costone di roccia. Le correnti d’aria erano forti ma non tali da farla desistere, a ogni passo saggiava la resistenza del percorso prima di appoggiare il peso. Non era una scalatrice, ma se non cedeva al panico poteva riuscire ad arrivare in cima, era questo che continuava a ripetersi. Il cornicione s’interrompeva a un metro da lei, circa tre metri in altezza la separavano dalla salvezza. Poco sopra il suo piede destro c’era uno spuntone: l’avrebbe utilizzato per raggiungere la roccia più in alto. Continuò così, parlando a se stessa, incoraggiandosi, contando i metri che la separavano da quella linea di terra che l’avrebbe messa al sicuro.
Un metro, solo un metro… Poteva vedere i primi ciuffi d’erba aveva le mani graffiate, le unghie spezzate, e il sangue le si era raggrumato sulle dita per le numerose escoriazioni che si era procurata. Strinse i denti, non voleva arrendersi. Non doveva arrendersi.
Allungò una mano, sentì la terra sotto i polpastrelli, l’erba umida di rugiada. Un ultimo sforzò e si tirò su. Si distese, la terra dura sotto la schiena aveva un che di rassicurante. Il cielo azzurro sopra di lei era grande e luminoso. Iniziò a piangere, si lasciò andare a una crisi liberatoria che non durò molto. Era vero che non si trovava più sottoterra, eppure non era ancora al sicuro né tantomeno era vicina a tornare a casa.

Intorno a lei c’erano prati verdissimi, poco distante un sentiero che sembrava condurre su una spiaggia, la sabbia anche a quella distanza era nera come la notte. In lontananza si intravedeva il contorno di un ghiacciaio.
Rendersene conto fu un trauma. Girò su se stessa guardando nuovamente l’oceano. L’aria era fredda. Nelle caverne non aveva fatto caso alla temperatura ma, ora che era lì, capì di non trovarsi più in Italia. Cadde in ginocchio. Le mani affondarono nel terreno artigliando i fili d’erba, ansimava. Non sapeva come, ma avrebbe trovato il modo di tornare a casa.
L’eco di alcune risate la raggiunse, c’era qualcun altro lì vicino. Con energie che non credeva di avere, si spinse fino al sentiero; non le aveva notate in precedenza, eppure c’erano delle persone sulla spiaggia.
Iniziò a discendere quasi correndo, la ghiaia rendeva tutto difficile, ogni passo rischiava di farla inciampare. Si decise a rallentare l’andatura, l’ultima cosa che voleva era rompersi qualcosa.
Decine di persone stavano facendo… Ma dov’era finita? Sembrava il set di un film in costume: non erano pescatori, e indossavano abiti così stravaganti! Appena toccò la sabbia, sentì le sue energie dissiparsi.
Una coppia si accorse che era in difficoltà e si avvicinò. Una ragazza e un ragazzo, indossavano abiti di foglie e pelle, la scrutarono come se stessero vedendo un animale esotico.
«Si sente bene?»
La voce non voleva uscire dalle labbra secche, si sforzò di parlare ma l’unico suono che riuscì a emettere fu roco e incomprensibile.
«Ennon, portale del nettare da bere, sii gentile.»
La ragazza annuì, tornò portando con sé una ciotola di legno colma di un liquido ambrato, la aiutò a tenerla ferma, le mani tremavano e rischiava di versarne il contenuto. Bevve con avidità.
I due giovani iniziarono a parlare tra di loro.
«Guardala, Ryan, ha bisogno di un curatore.»
«Portiamola alla rimessa,.»
Sentirli parlare le fece girare la testa, il loro accento era molto musicale, era sicura di non trovarsi in Italia eppure capiva bene quello che dicevano.
«Chi siete?»
«Io sono Ennon, milady. Lui è Ryan, il mio compagno» la ragazza le parlava come si fa con un bambino, cercando di non spaventarla.
«Aiutatemi, sono italiana… sono stata rapita. Vi prego, aiutatemi a ritornare a casa. Non so dove sono, vi prego sono giorni che non mangio né dormo decentemente.»
«Tranquillizzatevi, milady, vi porteremo al caldo, chiameremo un curatore e cercheremo i vostri cari.»
La aiutarono a rimettersi in piedi; camminando piano sulla sabbia nera e morbida, arrivarono ai margini della costa dove c’erano dei cavalli. Ennon montò in sella con eleganza, era esile, sottile come un giunco. Una volta a cavallo, sentì la forza della donna che la tratteneva a sé, il suo calore le si trasmise sciogliendo un po’ del gelo che aveva nelle ossa.
«Dove ci troviamo?»
«Siamo nelle terre del Ljossalfheim, nei pressi del nostro villaggio: Sowelo. Come avete fatto a giungere sino a qui? Le porte sono chiuse da secoli.»
«Ma di cosa state parlando? Io ero a Milano, sono stata rapita e credo di essere stata drogata perché non ricordo molto altro se non la fuga dai miei carcerieri, ma non so come sono arrivata sino a qui.»

Nelle vicinanze del villaggio, rallentarono l’andatura dei cavalli. Le case erano in legno, sembravano opere d’arte. La meta del loro viaggio si rivelò essere un piccolo cottage dalle pareti simili ad appendici di alberi, le curve s’innalzavano intrecciandosi con i rami dei due salici alle sue spalle, era impossibile capire dove iniziasse la natura e dove l’opera dell’uomo.
Ennon e Ryan la fecero accomodare accanto a una stufa a legna, le braci erano ancora calde e bastò aggiungere qualche ciocco affinché il fuoco riprendesse vita. In breve il calore si propagò in tutta la stanza. Ryan si diede da fare prendendo dalla credenza diversi sacchetti, lo vide pestare, mescolare e poi versare un liquido caldo. Anna avvertì chiaramente un forte odore di noce moscata, anice, menta e altre spezie che non riuscì a identificare. Il ragazzo si avvicinò porgendole una tazza di legno, lei la strinse con forza non riuscendo ancora a controllare il tremito delle mani, e amò il calore che percepiva attraverso il legno. Il liquido era scuro e aveva un profumo inebriante.
«Come vi chiamate?»
«Scusatemi, mi chiamo Anna Pellizzoli, sono di Milano, la mia famiglia sarà preoccupata. Oramai devono essere passate delle settimane da quando sono scomparsa. O meglio, da quando sono stata rapita, in effetti ho i ricordi piuttosto confusi, ricordo l’auto e ricordo la grotta, ma non so bene quanto tempo sia trascorso.»
«Rammentate qualcosa di quando siete stata rapita?»
«Ricordo che era l’8 agosto, ero appena uscita dal cinema e una macchina mi veniva incontro a tutta velocità.»
Ryan ed Ennon si guardarono perplessi.
«Non capiamo di cosa state parlando.»
Anna li guardò. «Cosa non è chiaro?»
Ryan si sedette di fronte a lei. «Anna, voi parlate per enigmi, nominate luoghi che non esistono o che comunque non sono presenti qui. Cosa sono cinema e macchine?»
Com’era possibile che non sapessero di cosa stava parlando? Eppure non poteva trovarsi troppo lontano da casa, quei ragazzi parlavano la stessa lingua ma avevano nominato una città che non si trovava in Italia.
Nella frenesia del momento, si accorse che nei suoi ospiti c’era qualcosa di diverso: la corporatura e i visi erano particolari.

«Chi siete? O meglio, cosa siete? Vedo i vostri lineamenti così belli, eppure tanto diversi da ciò a cui sono abituata. Siete talmente aggraziati quando vi muovete e i vostri abiti… Non capisco cosa sta succedendo.»
Attese che i due rispondessero.
Ennon la guardò e nel suo sguardo mutò qualcosa. «Anna è un nome molto esotico, qui non lo usiamo. Voi dite di vederci diversi eppure noi siamo elfi esattamente come voi, non riesco a comprendere se stiate fingendo. In questo caso, dovrei congratularmi per la vostra bravura. Oppure siamo dinanzi a qualche maleficio.»
Ennon le girò intorno, le prese tra le mani una ciocca di capelli rossi e mossi.
Anna vide quella ciocca, la toccò e sentì la consistenza setosa, portò la mano alla testa e guardò spaventata i due ragazzi.
«Non è possibile! Io non ho mai avuto i capelli rossi. I miei capelli sono sempre stati neri! Io ho i capelli neri e corti! Non possono essere cresciuti così tanto in poche settimane. Oh, mio Dio! Sto impazzendo, vero?»
Mentre la mano continuava a viaggiare tra le ciocche di capelli, si toccò le orecchie, i polpastrelli seguirono i contorni di quella estranea appendice e, sentendole stranamente lunghe, iniziò a urlare. Stava vivendo un incubo, non poteva essere vero. Il panico prese il sopravvento impedendole di pensare, anche respirare divenne difficile finché l’oscurità non l’accolse nel suo tranquillo abbraccio.

Nei giorni che seguirono, Anna si chiuse in se stessa. Non riusciva a trovare una spiegazione logica per quanto le stava accadendo; passò ore dinanzi uno specchio cercando di trovare qualcosa di familiare nel proprio riflesso. Gli occhi erano verdi e invece dovevano essere nocciola, i capelli neri e corti ora erano lunghi e rossi, la pelle olivastra era diventata diafana, persino il suo tatuaggio era scomparso. Cercò segni di una qualche operazione chirurgica, ma non ne trovò alcuno.
Iniziò a bere solo acqua e preparava da sola i propri pasti nel timore che le fosse somministrata qualche droga.
Ogni volta che credeva di aver trovato una risposta, ecco che questa veniva smentita.
Ennon e Ryan la osservavano, controllandola come si fa con un pazzo o qualcuno molto vicino a diventarlo. Anna passava da momenti di assoluta tranquillità a momenti di febbrile frenesia, in cui arrivava anche a fare del male a se stessa.
Dopo l’ennesima giornata priva di risposte, s’impose di calmarsi. Agitarsi non serviva, riusciva a ottenere solo che Ryan le desse una tisana rilassante. La notte stava calando e decise che si sarebbe goduta il tramonto seduta sui gradini del suo cottage. Tra le mani stringeva una tazza con dell’acqua, guardava il cielo scurirsi e si trovò a scrutarlo nella speranza di scorgere qualcosa di familiare.
Una folata di vento le portò dinanzi agli occhi i capelli. Quando li sistemò dietro le orecchie, si accorse di non essere più sola.
Si alzò in piedi e scrutò tra le ombre: vedeva la sagoma di qualcosa ma non riusciva a distinguere null’altro.
«Ennon? Ryan? Siete voi? Non vi aspettavo così presto.» In realtà non attendeva nessuno e una sensazione di disagio la spinse a fare un passo indietro verso la porta.
Dall’oscurità giunse una voce, era familiare, ne conosceva la proprietaria ma non ricordava il suo nome: «Vai già via? Ho atteso a lungo che tu fossi sola, e ora non vuoi nemmeno parlare con me?»
«Chi sei? Come fai a conoscermi?»
«Chi sono? Lo sai benissimo chi sono, mia piccola Anna dagli occhi scuri. Noi due ci conosciamo da tutta la vita. Ma solo ora abbiamo l’occasione di parlare.»
Anna indietreggiò fino a toccare la maniglia della porta, l’ombra si avvicinò e restò ai margini della luce proiettata dalla lanterna.
«Scappi di nuovo? Dovresti aver capito che è inutile. Sono qui, parliamo. È tutta la vita che voglio farlo.»
«Di cosa vuoi parlare?»
«Di noi due, ma sopratutto della tua debolezza!» L’urlo e la rabbia di chi si celava nell’ombra squarciarono il silenzio della notte.
Anna sobbalzò dinanzi a tanta violenza, provò ad aprire la porta ma la maniglia era bloccata. Si concentrò quindi sull’ombra, sperando che l’urlo avesse richiamato l’attenzione di qualcuno.
«Io non sono debole, dici che ci conosciamo da tutta la vita, ma non ci credo. Se così fosse, perché resteresti nell’ombra? Perché non ti mostri?»
«La signorina vuole vedermi, la signorina non crede che ci conosciamo… Eppure, era a me che facevi appello quando hai deciso di tatuarti quello stupido scorpione su una chiappa. Era a me che ti sei rivolta quando l’ultimo cretino di turno ti mollava. Era sempre a me che ti rivolgevi quando le tue cosiddette amiche ti convincevano a fare qualche cretinata!»
«Come fai a sapere del tatuaggio? Ero da sola, non c’era nessuno con me. Io non ho mai detto a nessuno… qualcuno dei miei ex te ne ha parlato, vero? Chi c’è dietro a tutto questo? Che stupido scherzo è?»
L’ombra si avvicinò, dalle tenebre della notte spuntò una mano, piccola e delicata e dalle unghie perfettamente curate, colorate di rosso.
«Non è uno scherzo. Siamo qui perché tu ci hai portate qui! Per colpa della tua debolezza, ora siamo incastrate qui!»
«Smettila! Parli di debolezza, ma non mi hai ancora detto in cosa sarei stata debole. Sono fuggita ai miei rapitori, ho attraversato una caverna immensa, scalato un costone roccioso… e mi definisci debole?»
«Sono queste le cazzate che ti stai raccontando? Che sei stata rapita? Piccola idiota! Ma quale rapimento! Ti sei lasciata convincere ad andare a vedere uno stupido film fantasy e, mentre stavi uscendo dal cinema, un’auto ci ha investite. La tua cosiddetta amica Camille ci ha lasciate in fin di vita su un marciapiede, e ora siamo incastrate in questa tua versione personale del Signore degli Anelli.»
La violenza di quelle parole riportò a galla frammenti di ricordi, il dolore dell’impatto, le urla della gente, l’odore di pneumatici, le luci dell’ospedale.
«Chi sei?»

L’ombra entrò nel cono di luce, lunghe gambe fasciate da jeans sbiaditi a vita bassa, una casacca di seta grigia leggermente pendente su una spalla, il collo sottile. Anna si trovò a fissare se stessa: i suoi occhi nocciola, che lei ricordava così caldi, la scrutavano freddamente.
«Non può essere… tu sei…»
«Sì, diciamo che sono la versione migliore di te, quella con più carattere, quella a cui non interessano le false amicizie che coltivi. Se fosse dipeso da me, a quest’ora non saremmo qui. Guarda dove siamo finite. Guardati. Cosa sei? Per l’amor di Dio, t’immagini come una sorta di Galadriel? È così che ti vedi? Ma ti prego!»
Si avvicinarono l’una all’altra, Anna non riusciva a credere a quello che le stava accadendo.
«Perché sei qui?»
L’altra sé allungò una mano e le accarezzò i capelli. «Sono qui per avvertirti, il nostro tempo sta finendo, ti stai arrendendo. Il nostro corpo sta morendo e io non voglio morire, ci sono tante di quelle cose che voglio ancora provare.»
«Nemmeno io voglio morire. Cosa devo fare?»
«Speravo che lo chiedessi. Non prendertela a male, tesoro. Ma tu sei troppo debole per riuscire a farcela, così dal momento che non voglio diventare un agnello sacrificale ho trovato una soluzione.»
«Quale?»
«In effetti è molto semplice, mia cara. Devi morire!»
Un dolore acuto la invase, lo sguardo si abbassò verso il ventre dal quale spuntava l’elsa di un pugnale. Si toccò, ma il dolore era tale da mozzarle il fiato. S’irradiava nel suo corpo, sentiva il sangue sulle mani, caldo e viscido.
«Vedi? Se tu morirai, io prenderò il tuo posto e, diciamocelo, sai bene che sono più adatta di te. Tu non fai altro che commiserarti, lamentarti di questo e di quello. Ora, mia cara, è il mio turno là fuori.»
Anna cadde a terra lo sguardo fisso verso il cielo. Contemplò quella notte scura e un ultimo pensiero razionale la colpì: si rese conto che, da quando era giunta lì, in realtà non aveva mai visto una stella.

Il silenzio venne interrotto da un suono costante, l’odore di disinfettante si fece strada in lei, sentiva le dita delle mani intorpidite, eppure i polpastrelli toccavano qualcosa di fresco e ruvido allo stesso tempo. Un sospiro interrotto a metà. C’era qualcosa che le impediva di respirare. Un attimo di panico, non poteva… doveva respirare!
Una voce calma, forte e gentile al contempo le parlò, cercando di infonderle una serenità che non credeva di avere: «Stia tranquilla, Anna, ora voglio che lei prenda un bel respiro con il naso, e poi espiri forte con la bocca. Le toglieremo il respiratore, le darà un po’ di fastidio alla gola ma vedrà che passerà in fretta.»

Anna cercò di aprire gli occhi, sbatté le palpebre per mettere a fuoco, ma la luce era talmente forte che la costrinse a chiuderle nuovamente. Qualcosa le venne sfilato dalla gola, procurandole un bruciore acuto. La sete la investì con prepotenza, attese qualche attimo deglutendo nella speranza che la poca saliva che aveva potesse alleviare l’arsura.
Un pezzo di ghiaccio le fu adagiato sulle labbra, il freddo le procurò un brivido, ma aprì la bocca lasciando che quelle poche gocce le dessero il sollievo che agognava.
La voce gentile e forte tornò: «Anna, vorrei che provasse ad aprire gli occhi, abbiamo abbassato le luci.»
Piano, molto piano, aprì le palpebre. La luce ora era soffusa, arrivava dal corridoio gettando ombre ambigue in tutta la stanza. Seduto accanto a lei, sul bordo del letto, c’era un uomo vestito di bianco, le passava gentilmente un cubetto di ghiaccio sulle labbra e le sorrideva. I suoi modi le trasmisero tranquillità.
«Sei il mio angelo personale?»
«No, Anna, sono il suo medico. Si ricorda cosa è successo?»
«Ero al cinema con un’amica e un’auto mi ha investita.»
«L’auto c’era, ma lei era sola, è stata soccorsa dall’autista e dai passanti.»
«Si sbaglia, ero al cinema con un’amica, Camilla Regonesi. Sono sicura.»
«Va bene, controlleremo. Ora invece pensiamo a te, ti controllerò gli occhi. Sarà un fastidio momentaneo. Spero non ti dispiaccia se ti do del tu, ma siamo praticamente coetanei.»
Dal taschino del camice estrasse una piccola torcia, il fascio di luce le arrivò dritto in faccia, accecandola per un attimo. «Gli occhi reagiscono bene, vuoi provare a riposare? Ora sono le due di notte, sei stata in coma per tre giorni.»
«No, non voglio dormire. Tre giorni? Mi sembra sia trascorso molto più tempo. Dottore, sarebbe possibile guardare il cielo?»
«Non puoi alzarti, ma vediamo se si può fare qualcosa.»
Il dottore aprì la tendina delle finestre e spinse il letto fino a che non fu possibile per lei guardare il cielo.
«Meno male, qui ci sono le stelle.»
«Perché?»
«Dove mi trovavo prima, le stelle non c’erano, il cielo era sempre nero.»
«Dov’eri, Anna?»
«Lasci stare, credo di aver sognato.»
«Devo terminare il giro dei pazienti, riposati e se hai bisogno di qualcosa schiaccia questo pulsante.»
Nell’allontanarsi, le avvicinò un piccolo telecomando.
«Dottore?»
«Sì?»
«Non so il suo nome.»
«Mi chiamo Ryan Venezia.»
«Ha un bel nome.»
«Grazie. Ora riposa, Anna.»
Il silenzio tornò ad avvolgerla. Ora poteva guardare fuori dalla finestra, il pezzo di cielo che vedeva le restituiva una visione di oscurità puntinata da una manciata di diamanti luminosi. La finestra la proteggeva dal clima esterno, ma non dal proprio riflesso: il suo viso era esattamente come se lo ricordava, i capelli corti e neri e gli occhi… i suoi occhi ora sembravano diversi, più grandi e decisi.

La polizia si presentò nella sua stanza d’ospedale la mattina successiva, per raccogliere la sua deposizione.
«Signora Pellizzoli, sono il brigadiere Minio e avrei la necessità di farle alcune domande. Il primario ha acconsentito, cercheremo di non stancarla.»
«Si accomodi.»
«Il dottor Venezia, che era presente al suo risveglio, ha dichiarato: “La paziente ha dimostrato lucidità nell’affermare di non essere stata sola al momento dell’incidente.” Può dichiarare, per il verbale, cosa è successo prima dell’incidente?»
«Sì. Mi ero recata al cinema con un’amica, Camilla Regonesi. Siamo colleghe, lavoriamo nella stessa azienda: la Sinery. Io lavoro in amministrazione mentre lei nelle risorse umane. Mi ha invitata al cinema e ho accettato. Dopo la visione del film, mentre ci stavamo salutando, mi sono accorta che un’auto stava percorrendo la strada a velocità sostenuta. Ho avuto il tempo di pensare che fosse un folle. Poi non ricordo più nulla.»
«Frequenta qualcuno al momento? Dobbiamo avvisare un fidanzato, un marito?»
«No, al momento sono single, ma cosa c’entra?»
«Prima dell’incidente aveva bevuto?»
«No, sono astemia, ma questo dovrebbe risultare dalle analisi che mi sono state fatte.»
«Ecco, questa è una cosa molto strana, le sue analisi sono pulite, eppure i suoi abiti emanavano odore di alcol. Può spiegarlo?»
«No, non posso spiegarlo.»
«Abbiamo ricevuto una denuncia da parte dell’amministratore delegato della Sinery, sono stati rilevati degli ammanchi dai registri contabili. Sembra siano stati gonfiati gli stipendi di alcuni dipendenti, poi la differenza è stata versata su conti correnti off-shore. Sa, non tutti possono sopportare il senso di colpa per certe azioni, ma parlare è già un inizio.»
Un tempo sarebbe crollata sotto quelle accuse, ma ora sentì nascere dentro di sé non solo la rabbia per essere accusata ingiustamente ma anche la forza per difendere se stessa e il proprio lavoro.
«Terzo cassetto dell’armadio alla sinistra della mia scrivania alla Sinery.»
«È lì che troveremo il denaro?»
«No, è lì che troverete le copie delle registrazioni contabili degli ultimi dieci anni. C’è un server di backup. Due anni fa, quando iniziai a lavorare alla Sinery, ci fu un problema con il server principale, tutti i dati contabili furono persi a causa di blackout. Il mio predecessore chiese che venisse installato un server di backup. Ogni settimana scarichiamo la contabilità attiva, passiva e dei dipendenti, nonché le mail in entrata e in uscita dell’amministrazione. Controllate pure e vedrete che io non ho mai toccato nemmeno un centesimo.»
«Il server potrebbe essere stato manomesso.»
«Non da me, non ho la password. E comunque solo l’amministratore delegato, il sistemista di rete, io e il mio predecessore siamo a conoscenza della sua esistenza.»
«Potrebbero essere stati salvati dei dati alterati.»
«Il salvataggio avviene in automatico ogni sera alle 18:00, non appena i dipendenti si disconnettono dalla propria postazione. È tutto automatico, non c’è alcun intervento umano. L’attività in remoto è gestita dall’amministratore di sistema che si trova a Roma. Glielo ripeto, sono tranquilla, so di non aver fatto quello di cui mi accusa e so che troverete nel server le prove di ciò che dico.»
«Sa che la collega che lei dice averla invitata al cinema ha fatto una dichiarazione molto interessante nei suoi confronti? Gliela leggo: “Mi ha fatto pena, ultimamente è molto depressa, sempre sulle sue, nervosa, tutta casa e lavoro, non so se abbia mai avuto un ragazzo, di sicuro non ne ha parlato con le colleghe.” Non ha mai accennato di essere stata con lei al cinema.»
«Mi ha mandato un messaggio per invitarmi, controllate il mio cellulare.»
«Ci autorizza?»
«Certamente!»
Il brigadiere si avvicinò all’armadio, lo aprì e cercò la borsa di Anna, la portò sul letto e ne svuotò il contenuto, il suo cellulare era ancora intero ed era lì, tra il portafoglio e la pochette portadocumenti.
«Le chiavi!»
«Quali chiavi?»
«Le chiavi dell’ufficio non ci sono.»
«È sicura?»
«Sì che lo sono, sono attaccate a un portachiavi a forma di maialino nero.»
«C’è altro che manca?»
«No.»
«Il suo cellulare ha il pin, me lo può dire?»
«Sì, è la mia data di nascita, 14101977.»
«Ecco, si ricorda se ha ricevuto un sms oppure un whatsapp?»
«Sms.»
«Bene, qui c’è un messaggio della sua collega, dove vi mettete d’accordo per il giorno e l’ora in cui vedere il film.»
«Vede? Non stavo mentendo.»
«Se non le spiace, prenderò il cellulare. I colleghi vorranno esaminarlo.»
«Fate pure, ma per favore restituitemelo. Ho ancora venti rate prima di terminare di pagarlo.»
«Non si preoccupi, lo tratteremo con cura.»

Dopo una settimana di degenza, Anna venne accompagnata dal dottor Venezia all’ingresso dell’ospedale. Tra una battuta e un sorriso si accordarono per vedersi per un aperitivo. Mentre camminavano, passarono dinanzi il bar dell’ospedale, l’odore di caffè e brioche aleggiava nell’aria e un cartellone mostrava le prime pagine dei giornali. Anna si fermò per leggere un titolo in particolare.
«Ti spiace se entro a prendere il giornale?»
«No, anzi, ne approfitto per ordinare la colazione. Mi fai compagnia?»
«Scherzi? Con questo odore di brioche calde? Non hai nemmeno da chiedermelo.»
«Caffè e brioche, quindi?»
«No, succo d’arancia e brioche.»
«Ottimo, ordino e ti aspetto a quel tavolo lì in fondo.»
Anna prese una copia del giornale, pagò e lo aprì, quello che le interessava era l’articolo in terza pagina. Il titolo era: Consigliere amministrativo e Responsabile Risorse Umane truffano holding internazionale. La Sinery riesce a recuperare un milione di euro.
Al tavolo trovò non solo Ryan ad aspettarla, ma anche il brigadiere Minio.
«Vedo che il giornale mi ha rovinato la sorpresa.»
«Non ho ancora letto l’articolo.»
«Volevo informarla di persona. La sua ex collega Regonesi, insieme con il consigliere amministrativo Gatti, è stata accusata di truffa e tentato omicidio.»
«Chi avrebbero… perché?»
«L’avrebbero usata come capro espiatorio, lei accusata di truffa ma impossibilitata a difendersi e loro a godersi il denaro. Ma, grazie alle prove trovate nel server di riserva, siamo riusciti a smascherarli. Ringrazi il suo predecessore.»
«Lo farei, ma è venuto a mancare un anno fa.»
«Allora deve essere stato lui a proteggerla.»
«Non riesco ancora a crederci.»
«Nei prossimi giorni avremo bisogno di convocarla in caserma, fino ad allora si riposi.»
«Sì.»
Ryan la fece accomodare, togliendole dalle mani il giornale le disse: «Come tuo medico, ti ordino di mangiare la brioche e bere il succo, avrai tempo per preoccuparti di tutto questo. Ricorda che sei viva e che loro non possono più nuocerti.»

Quella sera rimase a guardare il cielo stellato, consapevole della forza che aveva scoperto di possedere e che ora le avrebbe permesso di costruirsi una nuova vita. Solo per un attimo pensò a un cielo diverso, che ancora tormentava i suoi sogni, un cielo oscuro privo di stelle. Scacciò subito quel ricordo, preferendo ritornare a letto, dove il corpo addormentato del suo medico privato l’attendeva.

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Maddalena Cafaro è una delle collaboratrici del Blog. Potete trovare i suoi libri QUI.

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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