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Nicola Rocca presenta “Due gocce d’acqua”

Ogni volta che si inizia a scrivere una storia, racconto o romanzo che sia, non si ha mai la certezza di dove si andrà a parare. Tantomeno se si riuscirà a portare a termine il lavoro.
Comincia tutto con un’idea, che frulla, frulla, frulla nella testa fino a divenire un’ossessione. Inizia a battere, prima piano, come se fosse una serie di gocce che scendono da un rubinetto chiuso male. Poi il battito diventa sempre più forte e insistente, fino a trasformarsi in un martello pneumatico che pulsa nelle tempie, senza una regolare cadenza.
A quel punto significa che è giunta l’ora di mettersi di fronte a un PC e lasciarsi andare. Ed è lì, proprio in quel preciso momento, che la magia ha inizio. L’idea fluisce dalla testa piano, piano e le mani sui tasti si muovono alla medesima velocità, come se stessero suonando un pianoforte. In un certo senso,  è proprio ciò che stanno facendo, perché tutto ha il suono di una piacevole melodia. Poi, d’un tratto, la testa comincia svuotarsi dell’idea in maniera sempre più rapida e lì i polpastrelli prendono a battere sui tasti in modo frenetico, quasi incontrollabile.
Quando un autore è ispirato, la storia è come se si scrivesse da sé.
Così è stato per “Due gocce d’acqua”.

In quel caso, l’idea primaria era un personaggio dalle caratteristiche insolite. Uno tosto, diciamo. Da diverso tempo sentivo il bisogno assoluto di collocarlo in una storia che fosse degna di lui, non in un raccontino di qualche pagina. Sapevo che non  mi sarei dovuto sforzare: prima o poi l’idea giusta sarebbe arrivata. Ci mise più del dovuto, ma solo per mia colpa. Avevo creduto fin dall’inizio che questo personaggio misterioso sarebbe stato il protagonista principale di questa vicenda. E invece no, cazzo! Quando compresi con chiarezza che il suo ruolo doveva essere marginale – ben delineato e determinante, ma pur sempre marginale – tutto mi fu improvvisamente più chiaro. L’idea mi si spalancò davanti, come un portone.
Così, una volta di fronte a uno sgangherato PC, il romanzo iniziò a fluire dalle mie mani fino a riempire decine e decine di pagine di un documento Word.
La prima stesura avvenne di getto. Veloce, diretta, senza tempi morti.
Be’, tutto qui?
Pensavo di avere concluso. Mi sbagliavo.
Fu durante la prima lettura che mi resi conto di essere giunto alla fine con l’amaro in bocca.
C’era qualcosa, nell’ultimo quarto del romanzo, che non convinceva. Non a livello di credibilità della storia, dei personaggi o dell’incastro di tutti i tasselli del puzzle. Qualcos’altro. Di molto più grave. Non c’era un vero motivo, era questo il problema!
Magari è solamente una mia paranoia, provai ad autoconvincermi. Così decisi di darlo in pasto ai miei due lettori di fiducia.
I commenti furono separati, distinti, ma il verdetto fu lo stesso. La storia era invitante, catturava, invogliava ad essere letta.  Ma qualcosa, nella fase finale del romanzo, non funzionava. Mancava qualcosa? Avevo scordato qualche ingrediente?
Trascorsi le settimane seguenti a riflettere, per cercare una via d’uscita. No, non ce n’erano.
Così mi rassegnai: quel romanzo sarebbe rimasto incompiuto.

Non mi avvilii più tanto, anche perché c’erano nella mia testa, ben radicate, le ampie basi per una nuova storia. Avevo già il titolo: “La morte ha l’oro in bocca”.
Una semplice idea, ma completa. L’intero romanzo era ben stampato nella mia mente, dovevo solamente trasferirlo su carta.
Al diavolo “Due gocce d’acqua”, mi dissi.  E al diavolo anche quell’ammasso di sgangherati personaggi che ne facevao parte. Fu così che mi dedicai interamente alla stesura della nuova storia. Fino alla pubblicazione.
“La morte ha l’oro in bocca” mi soddisfaceva: era un’ottima storia. Le vendite andarono bene, potevo ritenermi realizzato.
Infatti mi sentivo così, ma c’era qualcosa… Forse l’amaro che quella storia incompiuta mi aveva lasciato in gola; o forse il fatto in sé di averla lasciata incompiuta. No, bisognava assolutamente trovare un rimedio. Non si trattava di un progetto avviato e abbandonato a metà strada, si trattava di una storia scritta per intero. Mal conclusa, sì, ma pur sempre una storia da 400 pagine. E, sinceramente, non mi andava di buttare all’aria tutto quel lavoro.
Così mi sforzai di pensare… intensamente.
E una sera, mentre ero sotto la doccia – sì, le idee migliori mi vengono sempre quando non ho carta e penna con cui appuntarle – ecco che qualcosa venne in mio soccorso. Era un vero colpo di scena. Non uno dei tanti, di quelli normali, tanto per capirci. No, quello era un colpo di scena nel colpo di scena. Una chicca! Proprio ciò che mi serviva per togliere quell’amaro che si era annidato tra palato e gola a lettura ultimata. Intendiamoci: non che ora il romanzo abbia una fine “dolce”, è pur sempre un thriller, diamine! L’amaro nel finale è sempre presente, ma quello è intrinseco nella trama. È voluto dall’autore, non è un capitolo mal riuscito.

Ah, stavo dimenticando l’ultima perla: il prologo.
Quello che avevo scritto inizialmente non mi soddisfaceva. Così, insieme alla mia editor, decisi che lo avremmo sistemato alla fine, solo dopo aver editato il resto del manoscritto. Quando arrivò il suo momento, provammo a correggerlo e ricorreggerlo, ma qualcosa dentro di me mi diceva che non andava bene per niente.
Mi fermai qualche giorno a riflettere, poi, una sera, lo rilessi di nuovo e telefonai alla mia editor.

“Pronto?”
“Il prologo” dissi semplicemente.
“Be’?”
“Mi fa cagare!”
Secco. Deciso. Maleducato, forse. Ma pur sempre sincero come un bambino.
“Anche a me!” Ecco un’altra bambina. “Ma non avevo il coraggio di dirtelo.”
Entrambi avevamo pensato la stessa cosa riguardo a quel maledettissimo prologo, ma nessuno dei due aveva avuto il coraggio di dire che andava buttato e riscritto. Fino a quel momento, almeno.
“Dammi due giorni” ripresi. “Mi è venuta una nuova idea.”
E fu così che nacque il nuovo prologo, quello definitivo. Che, per l’ennesima volta – in tutti i miei romanzi è andata così – è stata l’ultima parte ad essere scritta.

OoO

Titolo: Due gocce d’acqua.
Autore: Nicola Rocca.
Genere: Thriller.
Editore: Self Publishing.
Prezzo: euro 3,49 (eBook). Prossimamente, sarà disponibile anche l’edizione cartacea.

Chantal ha sempre avuto tutto dalla vita. Affetti, amore, serenità e gioia. Poi, nell’ultimo anno, la vita ha smesso di sorriderle, togliendole tutto ciò che prima le aveva donato.
Un giorno, però, la fortuna torna a bussare alla sua porta.
In chat conosce Alfredo, titolare di un Bed & Breakfast in Toscana. I due chattano per qualche giorno, parlando del più e del meno. Infine, lui le propone un lavoro al B&B.
È una grande occasione, ma significherebbe trasferirsi a cinquecento chilometri da casa. Non è una scelta semplice.
Chantal mette sul piatto della bilancia i pro e i contro, e accetta la proposta di Alfredo.
Due giorni dopo si trova al Bed & Breakfast.
L’approccio non è dei migliori: quel posto è lugubre, isolato e sembra dimenticato da Dio.
L’intenzione di Chantal sarebbe quella di tornarsene da dove è venuta. Ma una soleggiata giornata di febbraio le fa cambiare idea. E poi c’è lui, Alfredo: una persona a modo, cortese, gentile. E molto, molto carino.
Così Chantal decide di restare.
Tutto sembra filare liscio, fino a che un giorno non è costretta a recarsi al paese. Lì sente le voci che girano.
Quel B&B è maledetto. C’è qualcuno che si aggira lì attorno. Che rapisce, stupra e uccide le ragazze che lavorano al B&B.
Chantal si sente mancare.
Sarebbe più semplice fare i bagagli e sparire. Ma qualcosa le dice che non potrà farlo, fino a che non avrà confermato o smentito quelle terribili voci.

Due gocce d’acqua è un thriller psicologico, che gioca con la psiche, i sentimenti, le sensazioni e gli stati d’animo dei personaggi. Un groviglio di figure prende parte a questa vicenda e sarà impossibile distinguere i buoni dai cattivi fino all’ultima pagina.
Dov’è il bene? Dov’è il male?
Impossibile dirlo, visto che molte volte i due sono talmente vicini che tra di loro si interpone solamente una linea sottile. Impercettibile.
Spesso il male è dentro di noi. Altre volte, invece, è nella persona che ci sta accanto.

OoO

Nicola Rocca nasce a Bergamo il 23 settembre 1982 e vive a Carvico.

Nel dicembre del 2013 esordisce nel mondo della narrativa con “FRAMMENTI DI FOLLIA” (Editrice GDS), un’antologia di racconti thriller/noir (finalista al Premio Giuseppe Matarazzo 2013).

Nell’estate del 2014 pubblica “CHI ERA MIO PADRE?” (Silele Edizioni), il suo primo romanzo thriller, che nel gennaio del 2015 scala le classifiche di Amazon, rimanendo in vetta per più di tre settimane.

A quel punto decide di provare la strada del self-publishing, pubblicando alcuni brevi racconti esclusivamente in formato digitale (Cold Case; L’unica soluzione possibile; Un ragazzo sveglio, Un impellente bisogno). Soddisfatto, sceglie di continuare sulla strada del self anche per LA MORTE HA L’ORO IN BOCCA.

DUE GOCCE D’ACQUA è il suo terzo romanzo.

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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