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Mi chiamo Lévate e vivo per la strada, di Manuela Minelli

Il racconto “Mi chiamo Lévate e vivo per la strada”, di Manuela Minelli, si è classificato al secondo posto nel Concorso “Amore a modo mio” indetto dal Blog.

Le fotografie, che raffigurano cani randagi, sono state reperite su Google.

images-4Salve a tutti, mi chiamo Lévate e vivo per la strada.

In realtà questo non è il mio vero nome, ma un soprannome che mi affibbiarono quelli-con-i-vestiti, a cui mi avvicino ancora oggi a testa bassa per non disturbare troppo, per una sorta di istinto che mi porta verso di loro anche se io, dentro di me, so bene che di per sé non sarebbe una buona idea.

Mia madre era piccola e nera e già per questo era guardata male da quelli-con-i-vestiti, mentre mio padre era grande, buono e bianco e prese mia madre sopra un bel prato, proprio come cantava uno di quelli-con-i-vestiti, uno che in quanto a peli mi assomigliava molto. Ho sentito dire che mio padre era davvero bellissimo, veniva dai quartieri alti e, forse proprio per questo, sparì e non tornò mai più, neanche quando, qualche mese dopo il fatto del prato, mia madre partorì me, le mie tre sorelle e i miei quattro fratelli.

Neppure in quell’occasione quelli-con-i-vestiti furono granché gentili con lei, cosicché la mia mamma dovette nascondersi in una buca, vicino a una discarica in periferia, e allevarci lì dentro finché tutti e otto non fossimo riusciti ad arrangiarci da soli. Di quel periodo ricordo soprattutto l’odore, un puzzo acre che entrava nelle mie narici infantili, ma che a ripensarci adesso mi intenerisce, tanto da farmi venire il naso umido e gli occhi liquidi. Mia madre spesso ci lasciava soli nella buca e se ne andava in giro a rimediare qualcosa per mettere insieme il pranzo con la cena. Quando tornava era sempre allegra e, nonostante le preoccupazioni che pur non volendo le davamo, ci riempiva di baci fino a farci addormentare. In fondo quello era un buon periodo, nessun problema, nessun pensiero, avevo fame e lei riempiva il mio stomaco, avevo sonno e potevo dormire al calduccio, anche se conoscevo soltanto le pareti di quella buca, larga sì, ma pur sempre una buca.

images-1Ci fu un giorno, ai tempi della buca, che uno dei piccoli di quelli-con-i-vestiti si sporse sopra la nostra curiosa dimora e cominciò a gridare tutto contento che mi avrebbe portato a casa, che sarei diventato suo fratello e che avremmo giocato insieme. Forse ci avevo pure creduto, ma poi lui non venne più e fu lì che cominciai a pensare che quelli-con-i-vestiti erano gente davvero inaffidabile, sulla quale non si poteva contare. Di questo ebbi la conferma più avanti, quando capitai nelle mani di quattro, o forse cinque di loro. Mi trovarono che ero ancora molto giovane e inesperto, mi presero, mi diedero da mangiare e da bere e la cosa cominciava quasi a piacermi, finché il quarto giorno mi portarono in una sorta di recinto dove incontrai tre loschi figuri, più grandi e più grossi di me ma, soprattutto, molto più arrabbiati, che cominciarono a inveire e a picchiarmi lasciando sul mio giovane corpo delle ferite di cui ancora oggi, dopo tanti anni, porto le cicatrici. In realtà non mi picchiarono tutti insieme no, ma uno per volta, man mano che li facevano accedere a quella specie di ring improvvisato. All’inizio pensavo fosse un gioco, un po’ troppo volgare, ma comunque un gioco tra maschi e quando il primo picchiava picchiavo anche io, quando il secondo mi urlava contro urlavo anche io, quando il terzo arrivò a mordermi un orecchio, io gli saltai al collo con tutta la cattiveria di cui ero capace. Sempre poca però, visto che ci rimisi un pezzo di orecchio, ecco…vedete il sinistro…proprio qui, vicino alla guancia. Quando quello vide il sangue si eccitò ancora di più e mi venne addosso con tutto il suo peso, tentando di strapparmi la carne. Se ci penso, ancora me lo sento sopra. Mi sentii soffocare, credevo che mi avesse rotto tutte le costole, allora mi sdraiai a terra e feci finta di essere morto. Solo dopo seppi che è una vecchia tattica usata da tutti gli animali, ma a me venne naturale farlo. Intanto quel cane decise di lasciarmi perdere e venne allontanato, mentre uno di quelli-con-i-vestiti entrò, mi sollevò di peso e mi buttò in mezzo a mucchi di carcasse d’auto.

Aspettai che se ne fosse andato e… via, zoppicante e sanguinante, fuggii da quel manicomio.

Mi leccai le ferite e me ne stetti per diversi giorni lontano da tutti, solo come un cane, sentendomi l’essere più derelitto dell’universo. Avevo perso mia madre, mio padre non l’avevo mai conosciuto e i miei fratelli chissà dove erano finiti, non avevo una famiglia quindi, non avevo amici, e dovevo tenermi alla larga da quelli-con-i-vestiti, che erano dappertutto e sebbene proprio da loro provenisse il cibo di cui avevo bisogno per vivere.

images-3Fu proprio allora che incontrai Lei. Era bionda, slanciata, con grandi occhi nocciola da cerbiatta saggia. Pensavo non mi avesse neppure guardato, che già ero nato bruttino e in quelle condizioni il mio aspetto doveva essere a dir poco terrificante. Invece Lei mi venne accanto, mi guardò con quei suoi occhi pieni di compassione, si sedette vicino a me e cominciò a baciare e a medicare tutte le piaghe del mio corpo, così, in silenzio, parlandomi solo con quegli enormi occhi carichi di comprensione.

Non so se fu per i suoi baci, per il suo amore, o per il fatto che quando si allontanava tornava sempre con abbondanti provviste di cibo che dividevamo da buoni amici, fatto sta che guarii in tempi più brevi di quanto avessi mai potuto sperare. Non mi ero mai sentito così in forma e pieno di energie, nonché follemente innamorato. Eravamo diventati inseparabili e trascorrevamo notti piene di passione, vivendo alla giornata, senza mai preoccuparci di cosa sarebbe successo l’indomani. E poi accadde. Davanti ai miei occhi. Io ero dall’altro lato del marciapiede e l’aspettavo, fermo in mezzo alla gente. La vidi attraversare la strada, come faceva sempre, ma quella volta non si accorse di quel maledetto furgone bianco che la investì. L’autista scese e cominciò pure a strillare come un pazzo contro di lei per avergli rovinato la carrozzeria di quel suo fottutissimo furgone. Io mi precipitai e la vidi fremere, mi guardò per l’ultima volta con quei suoi occhi incredibili, per un attimo mi sembrò anche che sorridesse, poi il suo sguardo divenne di vetro, si bloccò per sempre nel mio e la sua testa bionda si appoggiò, immobile, da un lato. Mi sembrò di impazzire e cominciai a ringhiare a chiunque si avvicinava a quell’angelo senza più vita. Il traffico si bloccò e una folla vociante di quelli-con-i-vestiti si radunò attorno a noi e l’odio che provai in quel momento e la furia omicida mi costrinsero a saltare addosso all’uomo che aveva spento per sempre l’unica mia ragione di vita.

Credo di avergli fatto molto male prima di fuggire via, ancora solo, ancora braccato, ancora una volta disperato.

Di quello che accadde dopo ho ricordi confusi. Vagai per giorni senza mangiare, fradicio di pioggia e sporco come un maiale. Camminavo senza meta e senza fermarmi, finché credo di essere crollato dal sonno, dalla stanchezza e dalla fame.

imagesQuando mi svegliai, avevo fasciature in varie parti del corpo; provai ad alzarmi, inutilmente. Un tubicino che pendeva da una bottiglia finiva con un ago nella mia zampa destra e due paia di occhi di quelli-con-i-vestiti mi guardavano sorridendo, le loro mani accarezzavano il mio pelo ispido di un colore indefinito che copriva le costole ben visibili e indicavano i cuscinetti consumati delle mie zampe, colorati di disinfettante rosso.

Per i cinque mesi successivi non ho fatto altro che mangiare, ripulivo la mia ciotola, la prima che avessi mai avuto in tutta la mia vita, con una velocità che sorprendeva anche me. Per questo nella foto in cui mi vedete sotto l’albero di Natale, quella con il cappello rosso e bianco in testa che avevo accettato di fare per compiacere i piccoli di  quelli-con-i-vestiti, sembro un tacchino all’ingrasso.

Ma, andiamo per ordine.

Dunque, sono rimasto parecchi giorni in quella specie di ospedale a farmi curare da quelli-vestiti-di-bianco che, per essere umani, erano gentili con me. Ce ne era una, con una lunga treccia, che mi parlava con una voce così rassicurante e dolce, accarezzandomi la pancia ricoperta di tagli e graffi, che a me veniva di chiudere gli occhi e sognare. E nei miei sogni c’era sempre Lei, la mia compagna bionda con gli occhi da cerbiatta e io immaginavo che ora stava correndo in un prato infinito, dove c’erano ciotole ricolme di cibo prelibato ad ogni passo ed ero certo che prima o poi l’avrei ritrovata e allora niente e nessuno mi avrebbe mai più separato da lei.

Quando fui guarito, mi sistemarono in un recinto insieme a un tonto di cane basso e bianco a macchie marroni e nere che non faceva altro che saltellare, uggiolare e lamentarsi.

“Ehi amico, lo so che stiamo in una gabbia, ma abbiamo cibo e acqua pulita, un tetto sulla testa e due volte al giorno ci fanno anche scorrazzare nel prato qui dietro. Ci tirano la palla e chiedono solo di andare a riprenderla. Bisognerà pure ricompensarli in qualche modo questi bipedi, no?

Il calore di una famiglia? Le risate dei piccoli a due zampe dici? Boh… sono cose che non ho mai conosciuto e perciò non posso che dirti di stare zitto e accontentarti. Se avessi vissuto anche solo un pezzo della mia vita, stai certo che apprezzeresti la fortuna che hai!”

images-2Il tipo che divideva la cell… ehm… il recinto con me si chiamava Jack, un nome proprio originale per essere di razza Jack Russell… certo è che gli umani non brillano di fantasia! Bene, Jack era stato il regalo di compleanno di un riccone a sua moglie. Prima di arrivare qui godeva di una cuccia di velluto rosso e di un’altra, in giardino, di legno chiaro col tetto verde, calda in inverno e fresca d’estate. Ogni tanto gli veniva concesso di dormire sul letto dei piccoli di quelli-con-i-vestiti, che erano i suoi migliori amici e con i quali giocava e veniva ricompensato da biscottini, caramelle, abbracci e baci sul muso.

Poi pare che un brutto giorno lo caricarono in un’auto già carica di valigie, pacchi e mobilio e lo portarono in questo posto. Sentiva i piccoli di quelli-con-i-vestiti che piangevano, percepì termini come trasferimento, non possiamo portarlo, starà benissimo e quella stupida frase torneremo a prenderlo presto a cui lui si aggrappò per mesi. Trascorsi  tre anni da quel giorno, Jack non abbandonava l’idea che sarebbero tornati a prenderlo.

In effetti a ottobre sono venuti a prenderlo, ma non era la sua famiglia umana con la quale era cresciuto, ma una coppia di ragazzi giovani e carini. Se lo sono portato via tutti contenti. Lui mi ha guardato e, finalmente ha dimostrato un po’ di ottimismo, mi ha detto : “Vedrai amico, prima o poi verranno a prendere anche te. Io vado, buona fortuna!”. E saltellò tutto giulivo verso i suoi nuovi bipedi che sorridevano e facevano un sacco di moine.

Restai solo in quella gabbia. Passarono i giorni, le settimane, i mesi. Mangiavo, bevevo, dormivo, ingrassavo, non mi andava neppure più di riportare la palla che mi tiravano le tipe-con-i-vestiti che continuavano a farmi uscire lì intorno. L’unico momento felice era quando mi addormentavo e sognavo Lei e con Lei tornavo ad essere libero, in giro per la città e per i prati. Peccato che fosse  solo nei sogni.

Poi arrivò quel giorno, quello che gli umani chiamano di San Valentino. Faceva freddo, io stavo rintanato nella parte interna del recinto, sulla mia coperta. Quando arrivavano quelli-con-i-vestiti  per portarsi via uno di noi, era consuetudine tra noi reclusi farci vedere al meglio: scodinzolii, facevamo le feste, sorridevamo (fatica inutile, perché quelli-con-i-vestiti non si accorgono mai quando sorridiamo), insomma ci mettevamo in vetrina per farci vedere, con la speranza che ci scegliessero e ci accogliessero nella loro famiglia. A me questa cosa aveva sempre dato un bel po’ fastidio, mi sembrava poco dignitoso, così io di solito mi limitavo a passeggiare nel recinto, poi mi sedevo davanti a loro e facevo lo sguardo triste, più triste del solito. Loro passavano avanti, volevano i cuccioli, a noi grandi e grossi talvolta neppure ci guardavano.

imgresQuel giorno non mi andava neppure di farmi vedere, tanto… a che serviva? Non ero più un cucciolo, ero grande e avevo lo sguardo triste, troppo per loro che volevano un cucciolo che portasse allegria in casa.

E invece quel giorno uno dei piccoli di quelli-con-i-vestiti si era impuntato e voleva per forza vedere chi c’era in quel recinto apparentemente vuoto. Così la ragazza con la treccia, quella che mi aveva parlato con voce dolce quando mi avevano recuperato dalla strada, aprì il cancelletto, entrò e mi fece uscire. “Ci sono visite, cagnolone, ci facciamo vedere?” Io più per compiacerla che per altro, uscii e vidi due di quelli-con-i-vestiti alti e due piccoli. La piccola di quelli-con-i-vestiti disse “Mamma voglio lui!”. Ero sicuro di aver capito male.

“Ma tesoro è un po’ grande…” rispose la bipede madre.

“Meglio signora! Non dovrà faticare a insegnare ad un cucciolo a sporcare fuori e non si troverà le zampe dei mobili rosicchiate. Lui è un cane molto educato e, mi creda, ha una storia molto triste alle spalle. Scegliendo lui, oltre ad accontentare la sua bambina, compirà un grande atto d’amore. E oggi è San Valentino!”. Poi lei si girò verso di me e mi fece l’occhiolino.

Tutto sommato qualcuno di quelli-con-i-vestiti è proprio niente male.

Ed ora scusatemi ma devo andare, mi stanno chiamando… sentite? È l’ora della passeggiata e non mi fido a mandarli da soli. Ve l’ho detto, no? Quelli-con-i-vestiti sono inaffidabili.

Ehi… a proposito … mi hanno pure cambiato nome. Non sono più Lévate, ora mi chiamo Lucky. Il perché lo capite da soli, no?

OoO

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2 Commenti

  1. Christiana V
    27 febbraio 2016 at 7:06 — Rispondi

    Che piantooooo!!!

  2. 27 febbraio 2016 at 15:58 — Rispondi

    Bello. Un po’ troppo antropomorfizzato il cane, avrei risparmiato qualche insistenza ironica. Ma è un modo originale di raccontare l’amore.

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