Recensioni

Mi chiamo Bloody Mary, di Emiliana De Vico

“Ciao a tutti, sono Alice, ho ventisette anni e mi
hanno costretto a partecipare all’incontro. I miei genitori sono convinti che
io sia un’alcolista, invece non è vero. Non ho bisogno della terapia di gruppo.”


Titolo: “Mi chiamo Bloody
Mary”.
Autore: Emiliana De Vico.
Editore: Amazon Media EU.
Prezzo: euro 1,51 (ebook).
La mia valutazione: tre stelline e mezzo.
Alice guarda il mondo attraverso il cristallo di un
calice sempre torbido. Giovane alcolista arranca tra serate di sballo fatte di
sesso e alcol, e crolli emotivi. Solo quando è costretta a frequentare un
gruppo di terapia di alcolisti in trattamento si rende conto di quanto sia
profonda la sua dipendenza. Quello che non sa è l’importanza della
condivisione, di avere una spalla cui appoggiarsi. Trova un sostegno nello
psichiatra che segue la terapia, fino a che la sua presenza non diventa
qualcosa che va oltre il semplice aiuto. Alice sperimenta il senso d’inadeguatezza,
il sapore amaro delle ricadute e il sollievo della sobrietà. Il tutto
attraverso gli occhi di Andrea. Scoprirà, così, qual è la sua vera dipendenza:
l’amore.

Alice non è mai entrata nel
Paese delle Meraviglie. Alice si è persa in un bicchiere di vino.

Crudo, ai limiti del fastidio
fisico, “Mi chiamo Bloody Mary” è un’opera coraggiosa. Il problema dell’alcolismo
è messo in luce con tenerezza spietata, senza finzioni, senza compiacimenti. Ne
risulta un erotico sui generis, che ti arriva addosso come un pugno.
La copertina trae in inganno.
Vediamo una bella ragazza, distesa a terra, con accanto un bicchiere di vino.
Un party in piscina? Una festa privata? Dopotutto, ci diciamo, è un erotico:
molto sesso e una storia a legare i vari amplessi. Oh, il sesso c’è, il più
delle volte disperato, nauseante. Alice non sa fare l’amore, Alice scopa. Perde
un pezzo della sua anima a ogni bicchiere, a ogni incontro con uomini cui non
chiede nemmeno il nome. Un inferno personale dal quale non sa/vuole uscire.
Costretta dai genitori a
seguire un gruppo di alcolisti in terapia, non trova di meglio che negare la
sua dipendenza, assumendo atteggiamenti provocatori.
Il legame che s’instaura con
uno degli psichiatri del centro è, secondo me, la parte debole della storia. Certo,
serve per assicurare il lieto fine d’obbligo, ma distorce “a fin di bene” la
vicenda terribile di Alice.
Nonostante questa parte meno
riuscita, il romanzo merita una lettura attenta e partecipe.
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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

3 Commenti

  1. 21 luglio 2014 at 14:32 — Rispondi

    vero, un'autrice da seguire e incoraggiare!

  2. 21 luglio 2014 at 19:35 — Rispondi

    Grazie, Babette, per lo spazio che dedichi a noi esordienti. Penso di dover riflettere sul legame tra la protagonista e lo psichiatra che, in origine, non mi sembrava così complesso. Ma la lettura attenta di terzi è utile proprio per vedere lati poco consci di ciò che si scrive. Un abbraccio a Lullibi che trovo tenerissima nel difendere a spada tratta ciò in cui crede.

  3. Babette Brown
    22 luglio 2014 at 18:39 — Rispondi

    Grazie a entrambe.

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