Interviste

Intervista: Max Santarossa

È uno degli autori del momento, Massimiliano Santarossa. Senza alcun dubbio si distingue dagli altri autori anche se non vuole, ma non può sottrarsi da questo destino che lui stesso si è involontariamente cercato.
Perché? Perché fin da ragazzo ha fatto di tutto per non rientrare nelle masse inconsapevoli, per non lasciarsi fagocitare da alcun sistema, mettendosi a leggere e a studiare quando era nelle condizioni in cui qualsiasi altro ragazzo forse avrebbe fatto di tutto per non farlo.
Lascio però che sia lui o le sue parole a raccontarci Santarossa e il suo modo di vedere la vita.

Max, essere emerso come intellettuale da un mondo difficile come la strada e quello operaio è motivo di orgoglio o, in parte, può pesare? In fondo tu sei un po’ schivo e odi essere preso ad esempio…

Sono loquace, anche molto, ma solo quando conduco la parte pubblica del mio lavoro: presentare i romanzi. Invece mi nascondo completamente nei periodi di scrittura o di studio. Sto perennemente ai margini, zero contatti con altri scrittori, zero feste, zero frequentazioni, zero di zero. Vivo in un mondo di solitudine, ma colmo di storie che io cerco, sono voci e suoni onirici. Per cui mi sento bipolare: orgoglioso quando presento un mio romanzo, cioè orgoglioso di portare la voce di chi non ha mai avuto voce: gli ultimi. Ma vivo anche la pesantezza di quando nella mia città qualcuno si avvicina, mi saluta quasi fosse un amico, per poi chiedermi dei romanzi, mentre io vorrei stare completamente nell’ombra. Ma tutto questo non è interessante, la mia vita non interessa nessuno. Parlano sempre e solo i romanzi.

Perché non dovresti essere un punto di riferimento? Sarebbe così terribile e disonorevole?

Terribile e disonorevole sono parole forti, inadatte alla mia persona, in fondo io scrivo romanzi, e fine. Se qualcuno vuole leggerli li legge, altrimenti per me cambia niente. Il punto è un altro, ben più profondo: la continua ricerca di simboli, di archetipi, la continua ricerca della scappatoia e della strada semplice. Di me si dice, semplificando, che in fondo se è diventato scrittore lui senza studiare, possono diventarlo tutti. E questo è vero, è assolutamente vero. Ma non deve e non può fare di me un riferimento, né tantomeno un esempio. Se uno vuole fare lo scrittore o il ginnasta o il motociclista o l’ingegnere o l’operaio o il metalmeccanico o qualsiasi altra cosa nella vita, deve impegnarsi di suo, deve condurre la propria strada. Da solo. Vincere o perdere facendo le proprie scelte. Io agli altri non servo a nulla. Ribadisco: di uno scrittore restano i romanzi, mai la sua vita.

Sto leggendo Metropoli, tuo ultimo romanzo da poco uscito, e non posso fare a meno di riflettere sulla tua visione della società. Vuoi spiegare tu ai lettori perché l’uomo ha dignità in quanto tale, in quanto respira, e non in base a quanto produce? Sembra domanda banale, ma spero non lo sia…

Non è affatto una domanda banale, la tua. Anzi. Su questo tema si muove la dignità dell’essere umano e la fallibilità dell’economia e dei suoi derivati come la finanza e la produzione. L’essere umano vive su questo pianeta da svariati millenni, ha affrontato catastrofi di ogni genere, il suo dna si è mutato lungo la storia, ha costruito e distrutto imperi, ha condotto violentissime guerre fratricide e inventato l’arte, scoperto la medicina, raggiunto la Luna. L’essere umano in qualche modo “governa” il pianeta da millenni. L’economia e i suoi derivati sono invece una cosa piccola nel tempo, hanno nemmeno cento anni, nella forma ipertrofica che conosciamo e con tutta probabilità a breve saranno destinati a essere superati da altro. Per cui come possiamo solo immaginare di dire una frase del genere: “Il lavoro dona dignità all’essere umano”? Come possiamo sostenere un’idiozia così grave, credendoci pure. L’essere umano ha dignità in quanto tale: in quanto essere umano. E il “lavoro” è solo una delle miriadi di condizioni passeggere sul pianeta terra.

Noi stessi autori siamo spesso valutati in base alla nostra ‘produzione’, se così vogliamo chiamarla. Non c’è contraddizione con quello che sostieni sulla dignità dell’uomo?

No. Gli scrittori, gli artisti in generale, devono essere valutati unicamente per la qualità della loro opera. E la qualità di un’opera la determina solo il tempo. Chi pensa di poter oggi valutare per davvero una qualsiasi opera letteraria, o musicale, o artistica, appena nata, si sbaglia del tutto. I critici possono unicamente esprimere la loro opinione, che è sacrosanta, ma resta l’opinione di una persona e niente più.

Come risponderesti se qualcuno paragonasse Metropoli all’ Orwell di 1984? Complimento o detrazione?

Enorme complimento. La critica letteraria mi ama da anni. E io ancora non mi spiego il motivo.

Hai mai difficoltà a far convivere scrittura e vita quotidiana?

No. Nessuna difficoltà, anzi. La vita quotidiana è di per sé scrittura. Quello che faccio, che vedo, che sento, che tocco, che vivo sulla mia pelle e sulle mie terminazioni nervose, è sempre letteratura, solo in altra forma, al momento.

Hai qualcuno che ti rende in qualche modo più facile scrivere (che so: qualcuno che ti ispira, o ti motiva…)?

Sì. Ma è una cosa talmente intima che non la svelerei nemmeno sotto tortura.

Qual è il prezzo che paga Santarossa alla sua scrittura, sia emotivo che pratico?

Altissimo. Pago un prezzo altissimo. Chi dice “si scrive per uscire dal proprio inferno” dice una menzogna. Scrivere vuol dire frequentare i propri lati oscuri, le proprie paure inconfessabili, è tornare nei luoghi del dolore, di nuovo, e ancora, e di nuovo. Scrivere è ferirsi, riga dopo riga. Perché lo si fa? Perché senza non si può stare, semplicemente per questo.

Te la senti di fare una promessa a chi ti legge?

Certo. Una promessa semplicissima per me, ma anche vitale: non pensare mai a loro. Non pensare ai lettori è l’unico modo che ha chi scrive per rispettare pienamente l’indipendenza di chi legge.

Dai, immaginiamo anche la penitenza se non dovessi mantenerla…

La peggiore delle peggiori, imperdonabile: avere scritto banalità in un romanzo.

La fotografia di Max Santarossa è di Donata Cucchi.

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