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Massimo Padua: una valanga di domande

Massimo Padua è nato a Ravenna nel 1972. Ha compiuto studi in campo artistico ed è stato cantante di pianobar e attore teatrale per alcune compagnie.

Ha esordito con il romanzo “La luce blu delle margherite” (Fernandel, 2005; seconda edizione nel 2010) che si è aggiudicato il Premio Opera Prima Città di Ravenna. Nel 2008, con l’editore Bacchilega, ha pubblicato “L’eco delle conchiglie di vetro” (Premio Tammorra d’argento) ed è stato tra gli autori del romanzo collettivo “Byron a pezzi” (Fernandel). Nel 2009 è uscito il mystery/noir “L’ipotetica assenza delle ombre” (Voras edizioni) con il quale ha vinto, tra gli altri, il Premio Perelà 2010 per il miglior romanzo edito. Per la raccolta di racconti “Si sta facendo buio” (Voras edizioni) nel 2012 ha ricevuto il Premio Ravenna e le sue Pagine, riconoscimento assegnato dalla Confesercenti e dall’Associazione Librai Italiani in occasione del Bancarella nelle Scuole. Nel 2014 è uscito il romanzo “A un passo dalla luna piena”, edito da Fernandel, che ha ricevuto accoglienza entusiastica da parte della critica e ottenuto un attestato di merito al Premio Internazionale Città di Cattolica. Nel 2015, oltre alla nuova edizione de “L’ipotetica assenza delle ombre” per l’editore Fernandel, è uscita la raccolta di poesie “Con pelle di spine” (Gilgamesh editore). È del 2016 il thriller/gotico “Attitudine alla notte”, pubblicato da Runa editrice. Ha collaborato con la Voras edizioni fino al 2012 e attualmente è direttore editoriale di “Oscura”, la collana di narrativa noir/thriller della Tombolini Editore. Suoi racconti sono presenti in varie antologie, tra le quali “Racconti nella rete” (Nottetempo, 2008) e “Io mi ricordo” (Einaudi, 2009).

222636_1752488608134_6314122_n-21 – Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando?

Scrivere significa approfondire la conoscenza con l’io interiore, sondare il terreno dell’inconscio, ma anche divertirsi, sebbene costi un certo sacrificio. Quando ho cominciato, ai tempi del liceo, è stato più che altro per gioco. Non pensavo sarebbe divenuta una “necessità”. Ho iniziato con alcuni racconti che molto spesso abbozzavo durante le lezioni (ma i professori non se ne sono mai accorti) e poi sviluppavo a casa. La logica conseguenza è stata quella di provare ad addentrarmi in una storia di più ampio respiro ed è nato il primo romanzo. Durante i cinque anni di liceo ne ho scritti quattro, ma ancora oggi sono custoditi gelosamente in un cassetto. Non perché li ritenga dei capolavori, anzi… direi proprio per l’esatto contrario: non vorrei mai che finissero tra le mani di qualcuno! Li ricordo con un misto tra affetto e “orrore”, esercizi propedeutici che, a meno di una profonda revisione, non proporrei mai a un editore.

2 – Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone?

Il primo romanzo che ho scritto al computer è stato “La luce blu delle margherite”, che poi è quello con il quale ho esordito, e non ti dico che fatica è stata per me, abituato fino a quel momento a scrivere a mano su quadernoni. Sembra di parlare di secoli fa, e invece sono trascorsi “solo” poco più di dieci anni. È ovvio che ormai si utilizzi il computer per tutto, e ci mancherebbe altro, e adesso per me è impensabile usare carta e penna. Il guaio è che non riesco quasi più a scrivere a mano… pensa che ho difficoltà perfino a firmare! Molto di rado prendo appunti, e succede solo quando uno spunto, una frase, o magari un titolo intrigante mi attraversano la mente. Ecco, in questi casi devo avere a portata di mano una penna e un pezzo di carta, altrimenti, così com’è arrivata, l’intuizione se ne va senza lasciare traccia.

3 – C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?

Fino a un po’ di anni fa scrivevo soprattutto durante la notte. Adesso trascorro così tanto tempo al computer che non ci riuscirei più. I miei occhi si stanno ribellando e quindi ho imparato ad adottare un po’ di metodo. Scrivo principalmente di mattina, a mente più o meno fresca, e, tra un impegno e l’altro, riguardo tutto durante il pomeriggio. In questo modo, la sera posso rilassarmi, anche se la mente spesso resta incatenata alle storie che sto raccontando.

222636_1752488688136_6428865_n4 – Che cosa significa per te scrivere?

Significa vivere tante vite, indossare i panni di personaggi molto spesso lontanissimi da me, perfino trovare soluzioni a circostanze nelle quali difficilmente mi troverei. Significa uscire dal proprio orticello e incamminarsi verso strade diverse. Il fatto che queste strade siano virtuali non cambia di molto la concezione di avventura, il gusto della scoperta, perché in fondo non so mai dove andrò a finire. A volte questo comporta un impegno che mi fa domandare chi diavolo me la faccia fare… ma finché non troverò una risposta varrà la pena continuare.

5 – Ami quello che scrivi, sempre, dopo che lo hai scritto?

No, non sempre. O meglio, amo ancora tutte le storie che ho scritto, ma sono molto autocritico, quindi trovo sempre difetti, modificherei termini, espressioni, limerei aggettivi, taglierei. È ovvio che in alcune cose che ho scritto anni fa non mi riconosco più molto. Vorrei poter rimaneggiare, perfezionare, addirittura cancellare, ma questo credo sia un aspetto non estraneo a chi pubblica. Fa parte del gioco e la regola principale è cercare di migliorare ogni volta.

6 – Rileggi mai i tuoi libri, dopo che sono stati pubblicati?

Soprattutto appena sono usciti. Poi li ignoro quasi totalmente, tanto è vero che a volte faccio fatica, specie nel caso di trame più articolate, a ricordare alcuni passaggi e perfino i nomi dei personaggi.

7 – Quanto c’è di autobiografico nel tuoi libri?

Troppo, almeno in alcuni. Forse più di quanto io stesso sia disposto ad ammettere. Il trucco è camuffare quanto più possibile, e spesso nemmeno io me ne rendo conto immediatamente. In fondo, scrivere è anche trasferire frammenti di sé e disseminarli tra le pagine. È affidare segreti a piccoli scrigni.

8 – Quando scrivi, ti diverti oppure soffri?

Un mix non sempre calibrato tra le due cose. E alla fine ricordo solo il divertimento.

9 – Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo?

Spero di sì. Credo di scrivere con maggior controllo e consapevolezza, però è anche vero che ogni storia richiede uno stile appropriato. E poi c’è da considerare il fatto che non sempre i romanzi che vengono pubblicati seguono l’ordine con il quale sono stati scritti.

1424460_10201076296525682_1258057023_n10 – Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa?

Purtroppo, in certi periodi, mi rendo conto di portare via tempo alla vita privata che, a dispetto di tutto, resta pur sempre la sfera più importante, per me. Per fortuna, però, posso godere di molta comprensione da parte di chi mi sta al fianco, senza considerare che abbiamo gli stessi interessi, anche se li viviamo in modo differente. In ogni caso, come dicevo prima, adesso tendo a produrre e a scrivere durante il giorno, cioè quando le persone normali sono al lavoro, perciò credo di aver trovato un buon compromesso tra le due cose.

11- Ti crea problemi nella vita quotidiana?

No, non penso. Forse a volte posso apparire un po’ frastornato e qualcuno può pensare a me come a una persona con la testa perennemente tra le nuvole. In realtà sono molto più pratico e concreto di quanto non sembri. Riesco a mantenere per quanto possibile una parvenza di dignità!

12 – Come trovi il tempo per scrivere?

Il tempo per scrivere (e per leggere, aggiungerei) si trova sempre, se lo si vuole. Soprattutto quando una storia o dei personaggi ti tormentano più del dovuto. E poi io non sono il tipo di scrittore che si mette davanti al computer per forza, anche quando non ha idee o non ne ha voglia. Non credo molto nella “tecnica” del produrre tutti i giorni. Secondo me si lavora molto anche quando non si scrive. Le idee migliori, infatti, arrivano spesso quando mi dedico a tutt’altro.

13 – Gli amici ti sostengono oppure ti guardano come se fossi un alieno?

Da questo punto di vista posso dire di essere davvero fortunato. Ho molti amici speciali, insostituibili, che sì, magari mi vedono come un alieno, ma non per questo non mi sostengono. C’è chi legge tutto quello che scrivo, chi mi dà consigli, chi mi critica con sincerità (cosa che apprezzo sempre), e anche chi non ha alcun interesse verso la lettura in generale. Questi ultimi non li amo certo di meno, anzi… però devo ammettere che sono io a considerarli un po’ “alieni”!

14 – Nello scrivere un romanzo, “navighi a vista” come insegna Roberto Cotroneo, oppure usi la “scrittura architettonica”, metodica consigliata da Davide Bregola?

All’inizio e per buona parte della stesura di un romanzo tendo a non indagare troppo. Lascio liberi i pensieri, l’istinto, senza pormi limiti di alcun genere. Questo non significa che io scriva a occhi chiusi. Dentro di me in genere riconosco se la storia che ho tra le mani merita di essere raccontata, se ha buone possibilità di approdare a un epilogo. Poi, quando mi avvicino alle battute finali, allora sì: cerco di chiudere il cerchio progettando con semplici punti i passaggi che mi porteranno alla conclusione. Ma anche in questo caso, resto sempre con le antenne dritte, pronto a cogliere qualsiasi segnale che mi possa far deviare dal percorso predefinito. Le sorprese dell’ultimo minuto mi piacciono sempre e, se posso, non mi rifiuto di accoglierle.

10302061_10202052304805279_5768693059377431127_n15 – Quando scrivi, lo fai con costanza, tutti i giorni, come faceva A. Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione?

Scrivo tutti i giorni solo quando comprendo di essere giunto alla conclusione della storia… oppure quando sono proprio costretto da scadenze o impegni importanti. Poi ci sono casi in cui non si può evitare di staccarsi dallo schermo, perché si sente una specie di tormento. E questi sono i momenti più magici.

16 – Tutti dicono che per “scrivere” bisogna prima “leggere”: sei un lettore assiduo? Leggi tanto? Quanti libri all’anno?

Lo sono, lo sono sempre stato e credo che nemmeno la cecità potrebbe dissuadermi dal leggere! Se non avessi avuto la passione per la lettura, la curiosità verso i pensieri e le parole degli altri, l’idea di scrivere e raccontare non mi avrebbe nemmeno sfiorato la mente. Per un aspirante scrittore è necessario leggere, basilare direi. Un concetto che a me sembra ovvio, ma mi rendo conto che non per tutti lo è.

17 – Quale è il genere letterario che prediligi? È lo stesso genere che scrivi o è differente? E se sì, perché?

Non c’è un genere che io prediliga. Leggo quasi di tutto, dipende dal momento o da quello che mi capita tra le mani. Mi comporto nello stesso modo anche con la scrittura. So che in linea di massima sono identificato come uno scrittore di genere noir e simili ma, anche se la cosa non mi dispiace, non penso che sia del tutto vero. Anzi, ho esordito con un romanzo di formazione un po’ fuori dagli schemi, ho proseguito con la storia di un uomo senza memoria alla ricerca di sé, ho pubblicato racconti di diversi generi. Poi, con l’uscita del mystery “L’ipotetica assenza delle ombre” (pubblicato dalla Voras nel 2009 e tornato in libreria nel 2015 nella splendida edizione Fernandel) i lettori hanno cominciato a pensare a me in questi termini. Ma nel 2014, sempre per Fernandel, è uscito “A un passo dalla luna piena”, un romanzo drammatico sul disfacimento di una famiglia descritta, principalmente, dal punto di vista di un bambino di otto anni, e ho proseguito con una raccolta di poesie. Poi è vero, il mio ultimo romanzo è un thriller gotico, quasi horror, quindi un altro passo verso la parte oscura che è in noi…

10644961_10205933240786253_5915554499540267030_n18 – Autori/Autrici che ti rappresentano o che ami particolarmente: citane due italiani e due stranieri.

Due autori italiani che amo molto? Non è facile scegliere. Tra i “nuovi classici” direi Tabucchi. Per quanto riguarda i giovani voglio citare un mio caro amico, per me davvero una delle penne più promettenti e valide del panorama attuale: Sacha Naspini. Provare per credere! Tra gli stranieri, per non ripetere sempre la Kristof, come in quasi tutte le interviste, ti faccio questi due nomi: Milan Kundera e il giovane francese Olivier Adam.

19 – Sei di recente diventato curatore per la Antonio Tombolini Editore. Ci parli un po’ di questa tua nuova posizione e dei progetti futuri che hai in programma?

Devo ammettere che è stato davvero un onore accettare la proposta di dirigere una collana di narrativa che mi piace definire “oscura” (come appunto il nome della collana in questione), quindi noir, mystery, thriller, horror. E anche qui entra in gioco “l’etichetta” che mi porto dietro! È un po’ il lavoro che facevo per la Voras edizioni, anni fa, quindi non è esattamente una novità. Ho sempre cercato di aiutare gli autori che per me valgono, quindi da parte mia c’è tutto l’impegno e, essendo io prima di tutto uno scrittore, anche la solidarietà di chi è nella stessa barca. Questo, però, non significa che mi piaccia tutto quello che mi viene proposto. A volte sono costretto a rifiutare lavori che possono anche essere interessanti, ma che non mi trasmettono quella sensazione speciale in più. Mi dispiace sinceramente per chi se la prende davanti a un no, ma fa parte del gioco e, soprattutto, nessuno è infallibile. La storia è piena di casi di editori che hanno rifiutato romanzi che poi hanno ottenuto un successo clamoroso. Di case editrici ne esistono migliaia, perciò, se lo scritto ha un suo valore, si troveranno altri approdi. L’importante, secondo me, è affidarsi a realtà serie che prevedano percentuali per gli autori e che, quindi, non spillino soldi a chi farebbe qualsiasi cosa pur di vedere il proprio nome su una copertina.

Per tornare alla collana “Oscura”, proprio in questi giorni dovrebbe uscire il primo titolo. Si tratta di un romanzo di Bernardo Cicchetti, “Il rifugio dell’orco”, un testo che mi ha entusiasmato fin dalle prime battute.

12189729_10205145411971025_6717116003802152401_n20 – Come scegli i manoscritti da pubblicare? Che caratteristiche devono avere per colpirti e farti dire “sì, questo vale la pena”?

Non mi interessa seguire la scia delle mode, quindi devono essere prima di tutto sinceri. Magari anche non perfetti, un po’ “sporchi”, ma si deve percepire un autentico rispetto per quello che si propone.

21 – Dei tuoi romanzi precedenti, ce n’è uno che particolarmente prediligi e senti più tuo? Se sì qual è, vuoi descrivercelo e parlarci delle emozioni che ti ha suscitato a scriverlo?

Ogni volta che mi viene posta questa domanda, sono sempre indeciso. O meglio, la risposta cambia sempre. Oggi, per esempio, mi va di rispondere “A un passo dalla luna piena”, edito da Fernandel. Un romanzo che mi ha avvolto completamente durante la scrittura. Un testo che, a detta dei lettori, è delicato, commovente e crudo allo stesso tempo. La storia di una famiglia, di un padre burbero ma sensibile, una madre insofferente e decisa a ribellarsi alle imposizione della società, e un bimbo innocente che vivrà un viaggio terribile che lo farà crescere troppo in fretta.

22 – Hai da poco pubblicato un romanzo con Runa Editrice? Vuoi parlarcene?

Sì, è uscito a fine marzo. Si intitola “Attitudine alla notte” e, sebbene non sia semplicissimo “etichettarlo”, è stato definito un thriller gotico. Il protagonista, Gabriele, si trova ad affrontare una situazione inquietante che non gli concede di dormire la notte. Si sente quasi contagiato da un malessere che lo spinge a uscire e a vivere nel buio. Tutto quello che lo circonda e che dovrebbe essergli familiare assume aspetti insoliti e minacciosi. In tutto questo, non ha neppure l’appoggio della moglie, dalla quale è separato, né del migliore amico di sempre, che pare scomparso nel nulla. In una dimensione quasi horror, Gabriele si muove con curiosità e titubanza, fino a ritrovarsi nel buio di una casa in un bosco a fare i conti con una presenza che insiste a volergli fare ricordare un evento passato, probabilmente quello dal quale tutto è cominciato. Si tratta, ovviamente, di una storia molto dark, dalle connotazioni quasi horror, specie nel finale. In realtà ho voluto raccontare, attraverso una metafora, le dinamiche che alimentano la famiglia – o “il clan” – che si nutre di se stessa. È anche una storia di lotta o di accettazione dei “mostri” che ci animano o che ci divorano. Siamo troppo spesso portati a indicare il “diverso” come un mostro, dimenticando che anche noi agli occhi degli altri possiamo essere considerati tali.

12191389_10205145410170980_720493610015112779_n23 – Un consiglio a un aspirante scrittore?

Consiglierei di leggere molto, soprattutto – ma non solo – autori italiani contemporanei. Poi suggerirei una buona dose di tenacia mista a umiltà. E ascoltare i giudizi di chi ha più esperienza senza sentirsi offesi. Solo cercando di migliorare si può approdare a una pubblicazione almeno dignitosa. Un’altra cosa che non mi stanco mai di ripetere: non cedere alle lusinghe dell’editoria a pagamento. Ognuno è certamente libero di compiere i passi che ritiene migliori, e un “incidente di percorso” può capitare, però la credibilità dell’autore è importante.

24 – E  ne avresti uno anche per chi ha già pubblicato il primo romanzo e deve orientarsi per ottenere una seconda pubblicazione?

Si dice che sia più facile esordire che pubblicare il secondo testo. E io sono d’accordo, anche perché per me è stato così. Quello che posso consigliare è di restare con i piedi per terra, lavorare sodo e fare tesoro di ciò che si è imparato in precedenza.

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