Recensioni

Macrina Mirti ha letto “Se quel giorno a New York”

Marta aveva tanto insistito per combinare quell’incontro: Riccardo vive lì da anni e sarà felicissimo di farti vedere la città! Mica puoi girarla tutta da sola! Raramente lei aveva la forza di dire no a Marta che, per quanto potesse sembrare assurdo, la batteva in ostinazione. Inoltre aveva ragione: sarebbe stato bello visitare la città con qualcuno che la conoscesse bene. O anche solo con qualcuno.

“Se quel giorno a New York” è il romanzo d’esordio di Aliénor J. O’Hara. Il romanzo è stato pubblicato nella Collana Only Digital dalla casa editrice Harlequin Mondadori Editore, dopo essersi qualificato al terzo posto alla prima edizione del premio letterario Italian Talents 2015, indetto dalla stessa casa editrice.

“Tutta la vita di questo romanzo” racconta l’autrice “è stata una lunga emozione, dalla prima pagina, fino all’ultimo sudato commento della revisione, e certo non è ancora finita! Questa è stata un’avventura magnifica e del tutto insperata.
Scrivere questo libro è stata un’autentica sfida. Una sfida meravigliosa.
L’intento (del romanzo) non è concentrarsi sul proprio passato, né tanto meno affrontare un discorso più filosofico come la predestinazione, assolutamente. Il concetto invece è la responsabilità. Ognuno di noi è responsabile delle proprie scelte, e spesso la nostra vita cambia in conseguenza di piccole decisioni, che sovente giudichiamo di poco conto. Come ad esempio, scegliere di non presentarsi a un appuntamento in un parco…”

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La vita di Isabelle è perfetta così com’è: ha una bella casa, un lavoro che adora, nessun problema economico e dei vicini di casa, Carlo e Marta Pelli, che ama come se fossero la sua famiglia. Non ha certo bisogno di un uomo per essere felice, e quando incontra Rick è convinta di potersi godere il momento senza mettere a rischio il proprio cuore: bellissimo e sexy, lui sembra la distrazione perfetta per staccare un po’ dal lavoro. Finché non scopre che Rick in realtà è Riccardo, l’amatissimo nipote dei Pelli, l’odioso individuo che avrebbe dovuto incontrare appena un anno prima a New York e che invece le aveva dato buca senza una ragione. E come se non bastasse, lei ha appena accettato di ospitarlo! E così, di colpo, tutto si complica…

Se quel giorno a New York Rick fosse andato all’appuntamento con Belle, tutta questa storia non sarebbe mai stata scritta e credo che in pochi se ne sarebbero disperati. Avete capito che il romanzo breve di Alienor J. O’ Hara non mi è piaciuto. Ho aspettato parecchio prima di scrivere questa recensione. Detesto essere antipatica, però ho assunto l’impegno di recensirlo e credo sia giusto mantenerlo. Il romanzo ha vinto il terzo premio al concorso di Elit, si tratta pur sempre di un Mondadori, per cui, avendo già valutato un altro dei vincitori, mi sarei aspettata una lettura piacevole e invece, l’unica cosa di cui non posso lamentarmi è la presenza di refusi nel testo. Editing ben curato, non c’è che dire. Ma ora passiamo alla storia.

La protagonista, Isabella detta Belle, è una blogger di successo, bellissima e ricchissima, naturalmente. Orfana di entrambi i genitori, si è legata a una famiglia di vicini la cui figlia sedicenne, Sabrina, è malata di cancro (anche questa novità assoluta). Siccome la nostra è pure generosa, riesce, a suon di lauti stipendi (è scritto così), a dare ai due vicini, Carlo e Marta, tutto ciò di cui hanno bisogno per curare la figliola, che ogni tanto viene ricoverata in ospedale in fin di vita, ma poi riappare sempre vispa come un pesce. La vita di Belle scorre tranquilla, ma il destino è in agguato. Il bel Rick, che di mestiere fa l’amministratore delegato a New York (originale, vero?) torna dagli zii Carlo e Marta perché ha problemi di donne (non vi dico quali). In un locale di amici comuni, incontra Belle, che ha l’abitudine di lavorare non in ufficio, come noi, poveri tapini, ma seduta al tavolo di un bar. L’incontro è fulminante, dato che lui, come la vede, prova subito “un’intensa eccitazione che premeva dolorosamente contro i jeans.” L’eccitazione amorosa è talmente intensa che il poverino “Sentiva ogni muscolo contratto nello sforzo di trattenersi dal saltarle addosso e prenderla proprio là, su quei tavolini.” L’attrazione è reciproca e i due si trovano a letto in men che non si dica. Nel mezzo del momento culminante, l’amplesso si interrompe di colpo. Lui riceve una telefonata che lo fa fuggire sul più bello, lasciando la nostra povera eroina a domandarsi che cosa possa essere accaduto. È successo che Rick è il cugino di Sabrina, che è stata ricoverata all’improvviso per un attacco quanto mai opportuno della malattia. I due innamorati non hanno ancora scoperto chi sono, ma succederà presto, con le ovvie conseguenze del caso. La narrazione si snoda per ben 159 pagine proseguendo con tutta una serie di amenità del genere.  La scrittura è in linea con la storia: ogni nome è corredato da almeno due aggettivi (ma possono essere anche di più, come a pag. 77, quando parla di un tizio dallo “sguardo attento e intelligente seppure ermetico”) e da un paio di avverbi di modo. Un esempio? Pag. 78: “Belle restò sconvolta dal modo in cui Alessandro aveva così semplicemente, quasi candidamente, ecc. …”. A pag. 79, Sabrina dice a Belle che: “È in pratica l’unico privilegio dell’avere ormai un piede nella fossa: tutti vogliono farti felice a qualunque costo.” Mi chiedo: ma l’autrice si rende conto di ciò che sta scrivendo?  Privilegi del piede nella fossa? La chicca di pag. 81 è imperdibile: “Riccardo era l’unico imbecille che lottava per starle lontano, mentre il resto del mondo maschile avrebbe anche venduto un testicolo per averla.” A domanda, mio marito ha risposto che nessun uomo venderebbe mai un testicolo, per nessuna ragione al mondo. Ma che importa? Lui è dotato di un membro grande e generoso e lei studia ogni modo per attirare la sua attenzione, anche quello di indossare abiti “vergognosamente succinti” sculettandogli intorno.

Non mi è piaciuto e credo che storie così scontate e insipide facciano male al romance e a tutta la letteratura femminile in genere. Io non amo le favole e non credo né ai principi azzurri né alle principesse sul pisello. Mi piacciono le donne vere, che lottano e si guadagnano da vivere, che soffrono e combattono per raggiungere i propri sogni e i propri obiettivi. Bellezze stereotipate e ricchissime non mi interessano, e neppure amministratori delegati che hanno fatto fortuna a New York. Il cancro, poi, è una cosa seria e dolorosa. Teniamolo fuori dai romanzetti leggeri. Leggerlo è stato un sacrificio e non lo rifarei, ma so che certe storie entusiasmano molte lettrici. Dipende dai gusti. Quindi, fate un po’ voi. A qualcuna potrebbe piacere.

Due stelline. Di più non mi è possibile.

OoO

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2 Commenti

  1. 29 gennaio 2016 at 11:14 — Rispondi

    Finalmente il romance estero si svela per ciò che è: un’accozzaglia di luoghi comuni, una zuppa di cui si può fare a meno.

    • Babette Brown
      30 gennaio 2016 at 11:25 — Rispondi

      Non sarei così severa (senza aver letto il libro, poi. Ricordo che le nostre recensioni sono anche pareri personali). Il romanzo è stato scritto da un’autrice italiana, niente di estero, quindi. Grazie per il commento.

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