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Luna che fu, Grazia Maria Francese

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Grazia Maria Francese ci riporta indietro nel tempo. Siamo a Luna, la splendida città tra il mare e le Montagne Bianche. Tutti dicono che la città è condannata. Perché? Che cosa sta succedendo?

«Acciughe! Acciughe grasse, sale fino! Cacio con il marchio della luna! Si scioglie in bocca! Vino dei sogni! La febbre sparisce dormendo!»
«Ne compriamo, papà? Chissà che a mamma non faccia bene!»
Rifredo si ferma. Di vino dei sogni non ha mai sentito parlare. Ci sono altri ciarlatani, che vendono rimedi contro la febbre, ma questo non l’ha mai incontrato: è un vecchio avvolto in un mantello grigio. Dal cappuccio calato sulla fronte emerge un viso che sembra intagliato nel legno d’ulivo, tutto bozzi e solchi, forse vecchie cicatrici. Chissà da dove arriva! Alla fiera viene gente da tutte le parti. I più giungono in barca, da qualche località della costa o dalle isole, altri dalle montagne, e questo sembra il caso del vecchio. Chissà come mai è così sfigurato.
«Hai ragione» dice alla figlia. «Abbiamo già tentato rimedi di ogni genere, tanto vale provare anche questo! Chissà che non abbiamo fortuna.»
Il vecchio fa una smorfia che vuole essere un sorriso. «Fortuna? No, senher: non farci conto. La fortuna ha voltato le spalle a questa città. Fareste meglio ad andarvene da qui.»
«E allora tu cosa ci vieni a fare?» chiede bruscamente Rifredo. Non ne può più di quelli che ripetono la vecchia solfa: Luna, la splendida Luna tra il mare e le Montagne Bianche, è una città condannata. Non ha nessuna intenzione di andarsene. Lui, scabino della contea, ha una bella casa, campi coltivati, servi: un incarico che gli permette di raggranellare ogni anno un gruzzolo sufficiente a far vivere la sua famiglia, se non nel lusso, almeno in modo decente. Vero è che Mathelda s’è presa le febbri. Ma questo succede a tanti, e non solo lì. La costa impaludata è piena di gente che ogni tre o quattro giorni comincia a battere i denti ed è costretta a mettersi a letto.
«Sono qui per aiutarti, vedrai» sussurra il vecchio. Scoperchia un’anfora: servendosi di un mestolo travasa la mistura densa, che profuma di erbe, in una fiaschetta di legno intagliata a forma di idolo dalla testa grossa. La richiude premendo delicatamente il tappo di sughero e mormorando qualcosa, forse un incantesimo. «Fa’ bere questo a tua moglie quando la febbre sta salendo: mezza dose basterà, se non è troppo grassa.»
«Mamma non è affatto grassa!» protesta offesa la bambina. «È molto bella. Quando andavamo insieme in città, gli uomini si voltavano a guardarla.»
«Ah! Per questo s’è ammalata» commenta il vecchio. «È sempre così: l’invidia è un veleno potente. La giovenca più bella, quella che ha il pelo lucido e le mammelle grosse, sarà presa dai lupi. La nave migliore, quella che ha fianchi curvi e vele robuste, incapperà nella tempesta e affonderà. La città dove il commercio è fiorente e sorgono splendidi edifici sarà colpita da molte sciagure, com’è successo a Luna. Non sei d’accordo, senher?»
«Non è soltanto Luna a vedersela brutta» risponde asciutto Rifredo. «Sono tempi difficili, le cose vanno male dappertutto. Il mare è pieno di nemici.»
«Oh, questo è vero. Saraceni, e adesso anche i pirati del nord. Le loro navi sono venute qui per questo: Luna li ha attirati con le sue mura bianche.» Sogghigna. «Sono così ignoranti che l’hanno scambiata per Roma, nientemeno! Ma a parte quelli non ti sembra, senher, che qui le cose vadano proprio male? Prima c’è stato il terremoto.» Addita i muri diroccati dell’anfiteatro. «Poi la sabbia ha cominciato a invadere il porto… ancora un po’ e riusciranno a entrare solo barchette di pescatori.»
«Beh, allora Saraceni e pirati ci lasceranno in pace, forse» taglia corto Rifredo. «Quasi tutti i pirati l’hanno già fatto, le navi nere se ne sono andate.»
«Quei pochi però sono rimasti!» ribatte il vecchio.
«Che danno possono mai fare una ventina di uomini? Il loro capo, Hasting, ha chiesto al vescovo di battezzarlo e poi s’è stabilito qui. Pare sia stufo di vagare qua e là, e voglia dedicarsi al commercio. Il vescovo ne ricaverà un buon profitto.» Ignora la risata sarcastica del vecchio. «Quanto ti devo?»
«Quello che vuoi, senher.»
Si fruga in tasca e gli mette in mano una moneta. «Tieni. È davvero troppo un pezzo d’oro per questo intruglio ma, se a mia moglie gioverà anche poco, sarà ben speso.»
Si mette in tasca la fiaschetta, prende per mano la figlia e se ne va. Un’esclamazione lo fa voltare indietro: il vecchio fa segno di avvicinarsi. «Aspetta, senher! Devo dirti una cosa importante!»
Trattiene a stento un’imprecazione. La vampa del sole di mezzogiorno si riflette sul marmo bianco delle gradinate, sente gli occhi bruciare. Non vede l’ora di tornare a casa e riposarsi un po’ nella frescura del giardino, accanto alla fontana. «Che diavolo vuoi ancora?»
Si guarda intorno. Alle bancarelle ci sono gruppetti di gente, ma a lui non s’è avvicinato nessuno: sembra protetto da un cerchio magico. Cala il cappuccio fin sul mento. La voce è un bisbiglio. «Ho fatto un sogno. Un sogno che fa paura, perché è vero. In chiesa c’era un morto. Lo aspergevano d’acqua benedetta. Poi il morto ha scoperchiato la bara ed è balzato in piedi…»
Rifredo scoppia a ridere. «Un morto che resuscita! Il nostro vescovo è un brav’uomo, ma non ha di queste capacità. Dovresti bere meno, tu! Hai spaventato mia figlia. Andiamo, Viniberga.»
La voce lo insegue mentre si allontana verso l’uscita dell’anfiteatro: «Dammi retta, stupido! I bambini sanno quando c’è da aver paura. Non devi giudicare le persone dal loro aspetto, ma da ciò che fanno. Da me hai avuto buona medicina e buon consiglio. Appena senti dire che uno degli stranieri è morto, prendi la tua famiglia e scappa! Di questa città non resterà pietra su pietra!»
Circonda con il braccio le spalle della figlia. «Non piangere, piccola! Quel vecchio parla troppo bene per essere un montanaro, chissà chi è veramente. A ogni modo, prima di far bere il vino a tua madre, sarà meglio farlo assaggiare alla cuoca.»

«Davvero ti senti bene?»
Mathelda, la moglie di Rifredo, fa segno di sì. I capelli neri, che da qualche tempo erano sempre arruffati, sono raccolti con grazia in una lunga treccia: le guance sempre pallide hanno ritrovato un po’ di colore. «Oh, era da tanto che non mi sentivo così! La notte scorsa ho fatto sogni orribili, però questa mattina sto benissimo. Ho una fame da lupi!»
«Allora mangia questi, cara! Li ho presi per te, si chiamano datteri. Vengono dalla terra dei Saraceni, ma pare siano molto nutrienti.»
Mathelda ne prende uno e lo assaggia con cautela. «Buono! Sembra macerato nel miele.»
«È il loro sapore naturale. Costano una bella cifra, ma ne vale la pena.»
«Posso prenderne uno anch’io, papà?» chiede Viniberga.
«Certo, tesoro. La mia bambina è stata molto coraggiosa, ieri! Quel vecchio l’ha spaventata con i suoi discorsi strambi, ma la paura le è passata subito.»
«Anche lui fa brutti sogni» dice la bambina. «Sogni di morti che resu… come si dice?»
«Resuscitano. Sciocchezze, piccola. Solo Nostro Signore Jesu Christo sapeva resuscitare i morti. Il vescovo non può… ehi, cosa ti succede, moglie? Stai di nuovo male?»
Mathelda è sbiancata in viso. Depone mezzo dattero sulla tavola. «No, sto benissimo. Ma è strano, anch’io la notte scorsa ho sognato un morto che resuscitava.»
Rifredo scoppia a ridere. «Oh, quella medicina fa fare gli stessi sogni a tutti, allora! Il vecchio ne deve aver scolato un otre intero, prima di vendere il resto.»
«Sarà. Però è strano, non trovi? Il sogno era talmente vivido che mi sembra ancora di vederlo!» Rabbrividisce. «In chiesa c’era un morto. Il vescovo stava celebrando il rito funebre quando la bara s’è scoperchiata e il morto è saltato fuori: doveva essere uno dei Norreni, perché aveva i capelli rossi raccolti in tante trecce. Tutti si sono messi a gridare. Il morto ha sguainato la spada e tranciato di netto il collo del vescovo. Schizzava sangue… poi mi sono svegliata. Ero fradicia di sudore.»
«Sì, come ha detto lui!» approva la bambina, e prende un altro dattero.
«Lasciane qualcuno per tua madre, golosa!» la sgrida Rifredo. «Lei ha bisogno di rimettersi in forze, non tu. A ogni modo, sudare deve averti fatto bene, mia cara: oggi hai un aspetto splendido. Sei ancora più bella del giorno che t’ho sposata.» Si china a deporre un bacio sulla guancia della moglie. «Continuate a fare colazione, io sono sazio. Vado in città.»
«Devi andare dal vescovo, padre?» chiede Lotario, il figlio maggiore, che ha già dodici anni.
«Anche. Prima però torno alla fiera. Voglio vedere se il vecchio è ancora lì: e, se lo trovo, fare incetta di quella medicina che fa guarire la mia Mathelda.» Si allaccia la cintura e vi aggancia la spada. «Che c’è di buono a pranzo, quest’oggi?»
«Il pescatore ha portato una cesta di triglie freschissime. Ho detto a Mesula di farle cuocere al forno con le erbe aromatiche, come piacciono a te.»
«Mmh… ho l’acquolina in bocca! Se dovessi tardare, tenetemene qualcuna in caldo sotto la cenere, e voi mangiate: all’ora sesta in punto, mi raccomando. State buoni, ragazzi! Se sento ancora dire che avete fatto disperare il precettore, questa sera vi tocca pane e acqua. D’accordo?»
Si leva un coro di proteste e Rifredo esce di casa con il sorriso sulle labbra.

La grande fiera di San Giovanni, evento molto frequentato a Luna, dura dieci giorni. La spianata al centro dell’anfiteatro è piena di gente come il giorno prima, ma non c’è traccia del vecchio. Rifredo si aggira tra le bancarelle chiedendo notizie agli altri venditori e ai loro clienti: nessuno sembra averlo visto, né oggi né ieri. Sgranano gli occhi sentendo parlare di un vecchio con la faccia butterata.
«Oh, dannazione! Stava proprio lì. Non crederete che me lo sia sognato, vero?» Ma è proprio quello che sembrano pensare tutti. Nel capannello che s’è raccolto attorno a lui c’è gente che scrolla la testa e si batte l’indice sulla tempia, a significare che lo credono tocco. Alla fine si rende conto di fare la figura dello stupido, fa un cenno di saluto e se ne va.
«Peccato! Speriamo che l’effetto duri: Mathelda stava proprio bene stamattina. Più tardi provo a chiedere alle guardie. Da qualche parte sarà pur entrato in città! Ora però si va dal vescovo, prima che arrivi l’ora di pranzo.» Sorride tra sé. I pranzi di Ceccardo, vescovo di Luna, sono baldorie dove non c’è modo di parlare d’affari. Si beve, si canta, s’incontrano donne; al vescovo non dispiace la compagnia femminile. Gli sembra di sentirlo ridere con la sua grossa voce: «Facciamo un po’ di festa! Non siamo monaci, noi!» Dopodiché scaglia immancabilmente battute perfide sui monaci di Bobbio, che vanno a letto con le streghe, o quelli di Borgnato, che lo fanno con le capre.
Quando arriva a palazzo, però, l’atmosfera non è affatto festosa, la campana della basilica sta suonando a morto. Il vescovo dev’essere appena rientrato. Il suo cavallo dalla gualdrappa di seta viola, che i servi stanno portando verso le scuderie, è coperto di polvere. Rifredo aggrotta la fronte. È raro che il vescovo esca di città; la scorta staziona ancora davanti al portico.
«Sua Eccellenza è andato a spasso questa mattina?» chiede.
Uno degli uomini fa una smorfia. «Altro che spasso! Fino a Santo Stefano c’è toccato andare, dove c’è il campo dei Norreni. Il loro capo, quell’Hasting, s’è preso le febbri. Il vescovo sperava di arrivare in tempo a somministrargli il sacramento dell’unzione, ma era troppo tardi.» Sputa in terra. «Uomini del nord! Sembrano forti: poi basta un po’ di febbre e via, stecchiti. Non hanno la nostra resistenza. Mio fratello…»
Rifredo sente un brivido lungo la schiena. «Vuoi dire che è morto, Hasting?»
«Come no? La campana è per lui. Quei miscredenti sembrano diventati davvero buoni cristiani. Hanno supplicato il vescovo di seppellirlo vicino ai Corpi Santi. Appena ha acconsentito si sono caricati la bara in spalla. A quest’ora devono aver già fatto un bel po’ di strada, tra poco saranno qui. Il vescovo fa le cose in grande: ha convocato tutti i diaconi. Il tempo di mangiare un boccone in piedi, poi ci sarà il rito funebre… ehi, dove vai, Rifredo? Il vescovo ha chiesto di te!»
«Torno subito! Mi sono scordato delle carte importanti.»
«Perché non prendi un cavallo, allora?» chiede l’uomo stupito. «Faresti prima, non ti sembra?»
«Sì, che stordito! Questa è una buona idea. Prestami il più veloce che hai.»
Poco dopo un cavallo grigio galoppa a rotta di collo sulle strade selciate di marmo bianco. “In fretta!” grida dentro di sé Rifredo. “Devo fare in fretta!”

Nell’anno 860 d.C. la colonia romana di Luna fu semidistrutta dai Vichinghi. Il loro capo Hasting, dopo aver fatto allontanare le navi nascondendole dietro un promontorio, dichiarò al vescovo di volersi convertire al Cristianesimo. Poco dopo, finse di ammalarsi e di morire: i suoi uomini chiesero che gli fossero concessi funerali cristiani all’interno della città. La finta salma fu portata a Luni con un piccolo corteo segretamente armato. Una volta nella cattedrale, Hasting saltò fuori dalla bara e trucidò il vescovo: era il segnale convenuto per dare il via al saccheggio, che fu particolarmente violento. Solo pochi superstiti trovarono scampo sulle montagne prima di tornare ad abitare le rovine della città. Col tempo sorsero agglomerati di casupole, ma Luni – che un tempo contava 50.000 abitanti – era ormai condannata. In seguito fu presa dai Saraceni, che la distrussero definitivamente. L’insabbiamento del porto, completato nel XII secolo, ne decretò la fine.

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Grazia Maria Francese è nata a Novara nel 1955, lavora come medico di medicina generale, è autrice di romanzi storici e racconti ambientati nell’alto Medioevo. Terza classificata al concorso letterario Verbania for women 2016.

Potete trovare i suoi romanzi su Amazon.

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
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