Interviste

Intervista: Lucas Fuica

Lucas Fuica, argentino classe ’73, ha studiato cinematografia all’Emerson College di Boston e come attore e recitazione alla Escuela Internacional Juan Carlos Corazza di Madrid (dove ha studiato anche Javier Bardem, per capirci).
Come attore ha ricoperto, dopo moltissime particine,  il ruolo di protagonista nel film venezuelano La Ley (La legge) e nella pellicola spagnola Viaggio a Surtsey.
Ha svolto ruolo di direttore della fotografia in due documentari di Oliver Stone (South of the border e My friend Hugo) ed è stato cameraman e secondo aiuto regista in Maradona by Kusturica, oltre ad aver lavorato con diversi grandi nomi di livello mondiale (Spike Lee, Manu Chao, Fernando Léon de Aranoa, i fratelli Wachowski, ecc.). Scrive anche sceneggiature.
Il prossimo mese impersonerà il padre del protagonista in un film di produzione filippina su Ignacio de Loyola.
Personaggio che affascina Lucas Fuica Poklepovic. Se non  lo fosse per i progetti in cui via via s’impegna, di sicuro lo sarebbe per il modo in cui cerca di portarli avanti.


Muoversi negli ambienti artistici è difficile ovunque e qualunque sia l’ambiente, che si tratti di cinema o che si tratti di libri. Lucas Fuica ha vissuto e vive, tra le altre cose, la scrittura come sceneggiatore tra una parte e l’altra come attore, cameraman, e qualsiasi altro ruolo gli si presenti davanti.  L’ho scelto come emblema di un’arte che non s’inventa ma in cui ci si deve inventare una volta in un ruolo, una volta in un altro, cosa che sono costretti a fare anche molti autori italiani di oggi. Un’arte che richiede sacrifici alle volte pesanti, soprattutto in termini economici e, perché no, anche qualche compromesso, se non con gli altri con se stessi.

Lucas, mi dici che per l’artista scrivere è il processo più difficile. Perché secondo te?
Non so se lo sia per l’artista, ma di sicuro per me è così. Credo che “scrivere” non sia molto difficile, hai bisogno di molta disciplina e tempo per farlo. Ma scrivere “bene”, questo é un’altra storia. In questo caso ci vogliono tante altre qualità oltre alle suddette. Quante sceneggiature sono banali?  Per me la grande maggioranza…

Vivi di emozioni, sia che giri un documentario da cameraman, sia che reciti o scrivi. Quale emozione senti in particolare, che ti dice che una sceneggiatura o una ripresa è quella giusta?
Veramente non credo che ci sia una ripresa o una sceneggiatura “giusta”.  Credo che tanto in un documentario come in un film romanzato ci sia sempre un “tema centrale” che condiziona tutte le decisioni artistiche; da un semplice angolo in una ripresa alla selezione di una parola in una certa frase di una sequenza. Per quello, con tutte le circostanze date in quello stesso momento, devi cercare di raccontare il “tema centrale” sul miglior modo possibile.

Nella gamma di talenti che hai, quale metodo espressivo ti fa sentire più adrenalina, e quale preferisci invece quando vuoi entrare in contatto con te stesso?
Credo che l’adrenalina si senta di più quando le cose possono cambiare in qualsiasi momento. Ad esempio, questo mi puó accadere in teatro, non nel cinema. Può anche accadere nel documentario, o in una trasmissione in diretta. In definitiva, quando non c’è seconda ripresa.
E in quanto a “entrare in contatto con me stesso”, non so. Credo che anche questo certe volte lo ottengo quando sto recitando, sia nel teatro che nel cinema.

Vivi e hai sempre vissuto di espressività e comunicazione.  Sei così anche nel privato, o riesci a farlo soltanto in determinati, programmati momenti?
Credo di esserlo sempre… Anzi troppo! Per me, è molto difficile concentrarmi nel mio habitat e il modo migliore di scrivere è uscire della città, preferibilmente in un posto dove non conosco nessuno e ho più tempo per me stesso. Ma anche cosi c’è sempre  il maledetto cellulare con Whatsapp, Internet, Facebook e un lungo eccetera…

Stai parlando a un pubblico per la maggior parte composto da lettori e autori. Ci vuoi dire qual è la differenza più grossa che trovi tra lo scrivere una sceneggiatura e lo scrivere un libro?
Io non ho mai scritto un libro, e sceneggiature poche. Sono due linguaggi totalmente diversi. La sceneggiatura è una semplice guida per girare un film. Per quello in spagnolo “sceneggiatura” si dice “guión” che arriva dall’ origine etimologica di “guiar” (guidare).
Le sceneggiature tante volte cambiano quando gli attori fanno le prove con il regista. Cambiano anche in seguito, quando si sta girando il film. E finalmente cambiano (e a volte tanto) con il processo di montaggio. Le sceneggiature sono un mezzo per fare un opera audiovisiva, una guida.

Fai una promessa a te stesso.
Ti dirò che me le sono fatte spesso, ma tante purtroppo non le ho mantenute. Quando ero al college mi sono detto che non avrei mai lavorato in pubblicità. Indovina quale è stato il mio primo lavoro appena uscito il college? (ride!) Guarda, ho usato la mia faccia per vendere Burger King, Coca Cola, Kentucky Fried Chicken, Banco de Santander, Telefónica, eccetera.. ho anche girato con i militari e fatto tante altre cose dal genere…  Tutto questo l’ho fatto per ‘fare una vita’ (in spagnolo si dice “per guadagnarti la vita”) come se la vita fosse da guadagnare!
A questo punto l’unica cosa che posso promettere a me stesso è che quando porterò avanti un progetto personale lo farò secondo i miei valori, senza tradire me stesso.
Grazie a tutti!

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