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Le interviste di Amneris Di Cesare: Pino Scaccia, giornalista e scrittore

Storico inviato del TG1, Pino Scaccia ha seguito i più importanti avvenimenti degli ultimi trent’anni, realizzando reportage in tutto il mondo. Alcuni suoi “colpi” hanno scritto la storia del giornalismo: è stato il primo reporter occidentale a entrare nella centrale di Černobyl dopo il disastro, a scoprire per primo i resti di Che Guevara in Bolivia e a mostrare le immagini dell’Area 51 nel deserto del Nevada. Si è occupato di mafia, terrorismo e sequestri di persona oltre a terremoti e disastri naturali.

Ricordiamo solo alcuni riconoscimenti: il premio cronista dell’anno per lo scoop su Farouk Kassam, il premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi e il premio Paolo Borsellino. È stato docente all’Università LUMSA di Roma (Master in giornalismo radiotelevisivo).

Molto attivo sul web con il blog “La Torre di Babele”, ha pubblicato: “Armir, sulle tracce di un esercito perduto”, “Sequestro di persona”, “Kabul, la città che non c’è”, “La Torre di Babele”, “Lettere dal Don”, “Shabab – la rivolta in Libia vista da vicino” e “Mafija” (dalla Russia con ferocia).

La prendo un po’ alla larga: sei un giornalista e pertanto scrivere è il tuo mestiere. Un lavoro a tempo pieno, dunque; ma come è nata questa tua passione? Come hai scoperto di voler fare il giornalista e vivere di scrittura?

Forse nella culla. So che è sempre stata la mia passione, fin da bambino. Alle elementari già mi ero inventato una specie di romanzo di fantascienza, illustrato oltretutto. Alle medie addirittura un giornalino: lo avevo chiamato ‘2000’ pensa un po’, come se fosse un traguardo lontanissimo. A 17 anni ho scritto il mio primo articolo per un giornale vero. Scrivevo di sport all’inizio: al primo appuntamento con il sogno attraversai Roma a piedi, una follia. Insomma, la voglia di raccontare me la porto davvero dietro da sempre. L’altro sogno, parallelo, era di viaggiare. Sono riuscito a farne di entrambi la mia vita, mi sento molto fortunato.

Quando scrivi, prendi appunti con la penna sul tuo “Moleskine”, strumento che nell’immaginario collettivo è una sorta di MUST per il giornalista d’assalto o ti sei lasciato pure tu “sedurre” dalla praticità della tecnologia e usi iPad o Notebook per scrivere?

Assolutamente il Moleskin. Ne ho ancora conservati a decine, solo che sono scritti in fretta e dunque risultano incomprensibili, ma ognuno profuma di un viaggio. Il tablet l’ho regalato a mio figlio, non ci capisco niente. Però non sfuggo ai nuovi strumenti tecnologici: possono essere utili, se ben usati. Soprattutto per i libri.

Chiaramente essendo la tua professione, scrivere lo dovrai fare a tutte le ore del giorno o della notte, ma esiste un momento della giornata o della settimana in cui lo fai solo per te, per ciò che non vuoi/puoi scrivere nei tuoi articoli e che trovi particolarmente adatto all’ispirazione?

Con l’età si cambia. L’ora migliore per scrivere per molti anni è stata la notte, adesso mi trovo meglio in tarda mattinata o al pomeriggio, quando sono più fresco: questione di metabolismo probabilmente. Ma qualcosa delle vecchie abitudini è rimasto: talvolta mi sveglio e prendo appunti dove posso.

Scrivere ti risulta sempre facile oppure anche a te, a volte, le parole, le frasi risultano difficili da formulare e/o soffri ogni tanto a scrivere ciò che scrivi e se sì, in quale circostanza?

Nessuna difficoltà. Scrivo sempre con molta facilità e anche velocemente. Mi riesce in maniera naturale. Anche questa probabilmente è una fortuna.

Sei stato uno dei primi giornalisti a intuire l’importanza della comunicazione via web, aprendo uno dei blog più seguiti e più amati fin dall’inizio dell’avventura del social writing nei primi anni 2000. Ora, con il boom dei social network, come pensi sia cambiata la comunicazione e che direzione pensi che prenderà in futuro?

Sicuramente è molto cambiata. E probabilmente in peggio. Il blog è stato uno spartiacque importante: invitava a scrivere e soprattutto a ragionare. I social network hanno di fatto ammazzato queste risorse, salvo rare eccezioni. Il cosiddetto popolo della Rete si è moltiplicato, come le informazioni, ma ha un approccio sbagliato: mettere un like o condividere – senza magari leggere – non significa assolutamente niente. Purtroppo penso che ci avviamo verso una generazione di copia-incolla. Senza capire che senza il contributo dei testimoni il web può essere solo una scatola vuota. Peccato, perché si sta umiliando un’opportunità incredibile: la libertà assoluta di espressione. Si interviene, nella maggior parte dei casi, solo per esserci, per dimostrare di esistere. Ma è un discorso doloroso.

Hai scritto diversi libri/inchiesta e saggistica. Ma nel tuo cassetto, nascosto alla vista di tutti, per caso, esiste anche un romanzo? E se sì, di che genere?

Sì, esiste. Ti rivelo anche il titolo: “Attacco finale”. Ipotizzo la fine dell’impero occidentale attraverso una serie contemporanea di attentati in tutto il mondo. Romanzato, ma con protagonisti reali che ho conosciuto nei miei decenni nel pianeta difficile. L’ho cominciato molti anni fa, ma ogni volta mi fermo perché la realtà supera abbondantemente la finzione. Spero che non diventi pure questo…saggistica.

Stai per uscire/sei appena uscito con due libri inchiesta, uno sulla Mafia, uno sul web. Ci vuoi parlare di entrambi?

In realtà “Mafija”, sulla mafia russa, è dell’anno scorso. E’ andato bene, sono soddisfatto, perché racconto un pericolo sottovalutato (l’invasione degli oligarchi che stanno comprando i nostri tesori, come se non bastassero arabi e cinesi) e affrontato anche alcune questioni spinose come la deportazione di Alma Shabalayeva, le tante Chernobyl nascoste o la strage di giornalisti. Ogni anno ne scrivo uno perché mi permette di incontrare gente e girare la penisola, dopo tanto tempo in giro per il mondo. Casualmente stavolta ne ho prodotti due quasi insieme. Uno, appena uscito, si chiama “Nell’inferno dei narcos”, edito da Mondadori, ed è frutto dell’incontro tanti anni fa con una corriera della droga italiana nel carcere di Bogotà. Si chiama Miriam e la sua storia è così incredibile che sembra un romanzo, anzi una fiction, con due fughe, un figlio dal comandante dei guerriglieri e una battaglia contro il cancro. Ma è anche un modo per valorizzare l’universo Colombia, una terra fantastica e contradditoria, un pianeta magico e sfortunato.  Per l’altro è questione di giorni ed è un vero e proprio saggio: si chiama “Giornalismo, ritorno al futuro” frutto di tutte le mie esperienze. Diviso in due parti: la prima affronterà il pianeta parallelo, cioè proprio il web, affrontando pregi e specialmente difetti, la seconda sulla fantastica ma difficile vita da inviato.

Ti abbiamo conosciuto come inviato in Afghanistan, abbiamo seguito insieme a te le vicende della caduta delle Torri Gemelle, della seconda guerra del Golfo, il rapimento e l’uccisione di Enzo Baldoni; come inviato hai seguito importanti vicende a sfondo internazionale del nostro tempo. Cosa pensi ci sia ancora da scoprire sugli eventi a cui hai assistito e cosa ti è rimasto dalle persone che hai conosciuto?

Ci sarebbero tante cose ancora da scoprire. Soprattutto da capire. C’è gente che ha troppe certezze, forse perché spaventata dai dubbi, eppure basterebbe un po’ di curiosità, o di buonsenso, per rendersi conto che siamo sommersi dai misteri. Ho l’impressione talvolta di vivere in un mondo finto. Tutto resta dentro ovviamente. Persone importanti, anche se umili. Soprattutto mi porto dietro i bambini, i nostri angeli.

E alla luce di quanto sopra domandato, come vedi, tu, il prossimo futuro di questo nostro malandato mondo?

Sono sincero: non lo vedo bene. Penso che stiamo attraversando un momento di grandi cambiamenti, alcuni possono risultare traumatici. Credo che il mondo di domani sarà molto diverso da quello di oggi.

Progetti futuri?

Mah, guai a vivere senza progetti. Sarebbe come avviarsi verso la fine della stagione della vita. Uso spesso una frase: “finché c’è inchiostro nel calamaio”. Ecco, fino all’ultima goccia cercherò di riannodare il filo della memoria e trasferire la mia ricchezza di conoscenza. Io ho vissuto da privilegiato, non posso tenere tutto per me questo patrimonio. In fondo mi basta poco per scrivere un nuovo libro, giusto qualche frammento di ricordi. Spero solo di non finire mai quel famoso progetto di romanzo. Sarebbe drammatico.

Grazie, Pino, per avermi concesso quest’intervista.

OoO

La Torre di Babele (il Blog di Pino Scaccia): http://pinoscaccia.it (adc)

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Amneris Di Cesare

Amneris Di Cesare

3 Commenti

  1. 5 gennaio 2016 at 11:25 — Rispondi

    Bella! Amneris ci sta rubando il mestiere, a noi giornalisti.

  2. Macrina
    5 gennaio 2016 at 12:44 — Rispondi

    Grazie Amneris. Anche io ho tutta una serie di agende, agendine, quadernini sempre pieni di appunti, ma purtroppo, non sarò mai brava come Pino Scaccia.

  3. Fernanda Romani
    10 aprile 2017 at 14:23 — Rispondi

    Molto interessante! Complimenti, Amneris!

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