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Maria Silvia Avanzato: non arrivava mai nessuno a farmi visita per merenda

Maria Silvia Avanzato nasce nel 1985 a Bologna. Finalista Mystfest 2010 e Giallo di Romagna 2010, vincitrice di Esperienze in giallo 2010, Nero di Puglia 2011 e Lama e Trama 2011. È inoltre vincitrice del Premio La Caravella 2010, Mad For Guitar 2010, Degustibus 2010, Premio della critica Il Matraccio e numerosi altri concorsi. Vince il premio Panchina 2009 come paroliere musicale, la canzone “Scrittore” è stata musicata da Daniele Dall’Omo, chitarrista di Paolo Conte. Ha pubblicato una trentina di racconti in antologie. Autrice del giallo per ragazzi “Ratafià per l’assassino” (Forme Libere, 2010), finalista concorso Passi nel Buio. Pubblica in seguito il chick lit “Granturco su foglia di the (causa disguidi lo stilista è cieco)” (Arpanet, 2010), vincitore ChickCult 2010. Il romanzo di formazione “L’età dei lupi” (Voras, 2011). Il noir a quattro mani “Ciprivaniglia” (Damster editore), vincitore Eroxé 2011. A partire dal 2012 alcuni suoi romanzi brevi saranno distribuiti in Germania. Primo della serie è “Darcy non esiste (e piove sui cuscini a pois)“, diffuso da Chichili Agency.

I suoi racconti compaiono su carmillaonline, l’appzine L’Indro e altre testate web. Cura una rubrica di criminologia per il portale di letteratura erotica My Secret Diary. Di prossima pubblicazione è il romanzo noir “Il morso degli angeli” per Senzapatria editore. Scrive articoli per il web, soggetti teatrali e testi musicali. Le piace oscillare fra ironia e noir e convive con un editor inflessibile dai ferrei giudizi: sua nonna. Nel 2013, per Fazi editore, ha pubblicato Crune d’aghi per cammelli e nel 2015, sempre per Fazi In morte di una cicala. Per Amarganta ha scritto Olivia e le Ombre, racconto brevissimo per bambini dai 3 ai 6 anni illustrato da Annelisa Bonetti. 

Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando? A cinque anni per solitudine. Vivevo in una grande casa di campagna e non avevo amici, mettere insieme le lettere formando parole in un empirico italiano divenne il mio passatempo. Non arrivava mai nessuno a farmi visita per merenda, ma carta e penna erano sempre pronte a farmi compagnia. Meglio di niente.

Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iPhone? Scrivo a computer, ne alterno tre. Ho un grande pc fisso, la tastiera ha tasti spaziosi e morbidi, lì scrivo le cose che devono essere lasciate a decantare più a lungo e le più impegnative, inclusi i soggetti teatrali. Ho un portatile piccolo e difettoso da tenere sulle ginocchia per le cose da scrivere al volo ogni giorno, fra tasto e tasto ci sono briciole e peli di gatto, si surriscalda in un attimo, è esausto, non mi sopporta più. Uso il portatile del mio ragazzo quando scrivo per la radio, lo porto a spasso con me ed è più moderno di tutti gli altri computer di casa. Altro metodo che uso da tempo è registrare la mia voce, ho un piccolo registratore, gli parlo, giro per casa e racconto. Nel frattempo faccio altro, dal preparare un caffè all’innaffiare i fiori. Mando le registrazioni a una mia preziosa collaboratrice che le mette per iscritto, spesso si diverte a seguire il filo delirante dei miei pensieri. Le cose che registro sono solitamente quelle che non amo, sono private del contatto diretto, spesso sono testi commissionati da terzi e non li scrivo personalmente a mano perché non provo per loro alcun trasporto.

C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi? Di notte. Semplicemente perché tutti dormono e aggiro le distrazioni.

Che cosa significa per te scrivere? Lasciare un po’ di me in un luogo incustodito. Chi passa di lì può prendere una manciata e farla sua.

Ami quello che scrivi, sempre, dopo che lo hai scritto? Al contrario. Amo ciò che scrivo fintanto che non viene pubblicato. Dopo la pubblicazione ho un rifiuto istintivo verso il libro e comincio a pensare al successivo, come se il precedente non mi appartenesse più. I miei romanzi sono pelli di biscia.

Rileggi mai i tuoi libri, dopo che sono stati pubblicati? No. Salvo casi in cui qualcuno mi segnala di aver amato o odiato un passaggio in particolare. In quel caso rileggo il passaggio in questione e in genere non lo riconosco mai come “mio”.

Quanto c’è di autobiografico nel tuoi libri? Dipende dalla storia. Ad ogni modo credo che un po’ di me s’insinui in tutti i personaggi, negli alberi, nelle case. Ma è una piccolissima parte e nascosta bene.

Quando scrivi, ti diverti oppure soffri? Mi diverto con lieve angoscia. Quando capisco che l’idea funziona avverto un bisogno viscerale di proseguire nella scrittura, poi però corro il rischio di dormire molto poco e rinchiudermi in una convivenza asfissiante: in breve mi accorgo di passare più tempo con il libro che con gli esseri umani. Mi diverte, sì, ma mi priva di tutto.

Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo? Di fondo sono sempre stata barocca, ma anni fa limavo attentamente la mia scrittura per renderla più efficace, piena di immagini immediate, volevo sentirmi moderna e mi imbavagliavo. Invecchiando ho capito che posso permettermi di essere ciò che sono. Ora sono consapevolmente e felicemente barocca, non mi affanno più per entrare in un vestitino di parole taglia 38. Quando posso straripare lo faccio, le forme sono alla luce del sole, la scrittura che amo è umida e grassa, ricca e corposa. Non è detto che piaccia a tutti, ma è giusto che ognuno possa mostrarsi con il vestito di parole che preferisce.

Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa? Me lo chiedono spesso le mie amiche, non ho idea di quale sia la loro percezione di me dall’esterno. Io vivo con mia nonna e mi occupo di lei, è una vispa ottantaduenne che non si fa mancare merendine proibite a base di torta, letture scelte, telefonate alle amiche, medici che visitano a domicilio e ogni tanto persino infarti. Rappresenta la mia famiglia, il mio legame più profondo, per questo mi occupo di lei anche ora che la sua salute barcolla e attraversa la stagione più delicata della vita. Come tale vivo attentamente. L’attenzione per lei è costante, gestisco visite mediche e somministro farmaci, preparo da mangiare e mi occupo della casa, svolgo commissioni all’esterno e mi prendo cura di nonna, tre gatti sfortunati e un fidanzato. La scrittura trova spazio in tutto ciò, sono piccoli spazi qualitativi.

Ti crea problemi nella vita quotidiana? Come dicevo non è fondamentale la quantità del tempo quanto la qualità dello stesso. Io ritaglio spazi, semplicemente. Il tempo non abbonda, ma riesco ugualmente a scrivere romanzi, fare ghostwriting per altri autori ogni giorno (al momento scrivo quattro diversi romanzi commissionati), metto su carta soggetti teatrali e successivamente li metto in scena. A questo si aggiunge la conduzione di una trasmissione radiofonica quotidiana, un progetto di volontariato a sostegno degli animali, la scrittura di articoli per una rivista di critica cinematografica, la conduzione di serate letterarie e organizzazione di workshop, di recente mi è stata affidata la scrittura di un testo destinato alle scuole. Sono molte attività, ma ognuna di loro ha un prezioso e definito momento. L’importante è che ci sia quel momento, non occorre un’ora, anche dieci minuti fanno la differenza e poi le donne sono equilibriste esperte: non sono forse loro a far combaciare famiglia, casa e lavoro in un incastro perfetto? Siamo naturalmente portate a far fronte a più situazioni contemporaneamente. Ora, tuttavia, sembrerà più chiara la funzione di quel piccolo registratore che dicevo all’inizio…

Come trovi il tempo per scrivere? Lo decido. Guardo la giornata che mi aspetta e individuo la fessura striminzita dove inserire i miei impegni. Quando il tempo non basta chiedo aiuto al mio ragazzo, ho la fortuna di aver accanto una persona dal cuore grande. Intuisce le mie giornate no e corre in mio aiuto, si fa carico di alcune commissioni e mi regala un po’ di tempo libero. Dividersi il peso di ogni singolo giorno dovrebbe essere la premessa all’amore, a mio avviso. Ho frequentato la mia parte di muraglie cinesi, troppo solide per avvertire il mio “toc toc” in cerca di aiuto, sicure e svettanti, inamovibili. Gabriele, il mio ragazzo, è una grande casa di campagna dal portone spalancato: aiuta e accoglie, abbraccia e consola. Non ha le pretese di una muraglia cinese, ha la semplicità di un posto che si possa chiamare “casa”, un posto sul quale contare, un posto intimo e caro.

Gli amici ti sostengono oppure ti guardano come se fossi un’aliena? All’inizio alcuni storcevano il naso, erano quasi tutti amici “lì per lì” che con gli anni sono si sono allontanati senza lasciare incolmabili vuoti. I miei amici, quelli “non soltanto in superficie”, amano e incoraggiano il mio lavoro. A volte sono più entusiasti loro di me. Molti diventano complementari e complici. Annelisa Bonetti è l’illustratrice e grafica che regala una splendida veste ai miei pensieri, Teresa Fava è l’attrice che recita ciò che scrivo, Fabio Cicolani, Gianluca Morozzi, Amneris Di Cesare, Daniela Bortolotti, Antonio Bendini, l’elenco è lungo. Apparteniamo tutti al contesto creativo. Chi non è creativo manifesta comunque un grande interesse verso le attività che svolgo e per questo ringrazio. Quasi mi stupisco.

Nello scrivere un romanzo, “navighi a vista” come insegna Roberto Cotroneo, oppure usi la “scrittura architettonica”, metodica consigliata da Davide Bregola? Navigo a vista e non solo quando scrivo. Anche quando passeggio, canto e mi innamoro. Quando mi fido, quando mangio, quando pianto fiori nel mio giardino in campagna. Di strutturato e architettonico ho ben poco. Al massimo prendo appunti a mano e poi comincio a scrivere. Senza rispettare gli appunti.

Quando scrivi, lo fai con costanza, tutti i giorni, come faceva A. Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione? Scrivo almeno una volta al giorno, non per regola personale ma per reale necessità. Se la giornata si conclude senza aver scritto una riga vado a letto scocciata. E mi rimprovero, cosa che mi riesce benissimo.

Tutti dicono che per “scrivere” bisogna prima “leggere”: sei un lettore assiduo? Leggi tanto? Quanti libri all’anno? In media sul mio comodino ci sono due libri alla settimana, li leggo in sette giorni poi passo ad altri due. Sono quasi sempre libri usati, non compro quasi mai testi nuovi, sono un tipo da mercatino, libreria di nicchia o grande offerta su eBay. Può sembrare un buon numero di letture, ma non lo è: mia nonna ne legge due al giorno, lei sì che sa il fatto suo.

Quale è il genere letterario che prediligi? E’ lo stesso genere che scrivi o è differente? E se sì, perché? Scrivo noir e commedie, ma leggo storie di vita. Quando scrivo mi metto alla prova e quando leggo mi affido a qualcuno, ecco perché non potrei mai leggere solo commedie o solo noir, la scoperta dell’altro è un territorio più vasto. Io leggo vite, avventure, ingiustizie e soprusi, mi piace conoscere il tessuto sociale di altri paesi, smarrirmi in altri periodi storici, spesso leggo saggi. Quando leggo mi nutro di cose e “sedere a tavola” per mangiare “solo un antipasto di noir” sarebbe un po’ limitativo, alla lunga mi darebbe la nausea. Io ho bisogno di piatti ricchi ed elaborati, di sapori robusti e nuovi. Se il noir o la commedia sono fra le portate, le gusto volentieri. Ma una bella cena è fatta di molto altro, anche un pizzico di sale diventa importante quando si è affamati come me. Perché non assaggiare frutta esotica? Il biscotto accanto al caffè cambia sapore al caffè stesso. Qualcosa di piccante, qualcosa di crudo, qualcosa di arrostito, una crema, una cialda, una salsa, le spezie. Il mio palato è curioso.

Autori/Autrici che ti rappresentano o che ami particolarmente: citane due italiani e due stranieri. Per gli stranieri Janet Frame è in assoluto la mia musa. Anche Jamaica Kincaid sfiora le corde della mia           sensibilità con efficacia indiscussa. Entrambe sono maestre della sofferenza, incartano le parole con dolore e dolcezza, hanno una scrittura intensa e spesso olfattiva. Restituiscono i loro paesi, la Nuova Zelanda e l’isola di Antigua, fino al profumo dell’ultimo fiore che vi sboccia.

Per gli italiani cito Grazia Deledda, una maga che grida la Sardegna al vento e ne svela gli incantesimi più arcani. Mi rapisce allo stesso modo Salvatore Niffoi, altro sardo dallo stile raffinato, “La leggenda di Redenta Tiria” è un libro dal quale mi separo difficilmente. Se mi concedete un terzo autore, vi dico che Emanuele Navarro della Miraglia è uno scrittore da riscoprire. Un verista siciliano d’eccellenza, elegante e squisito nelle descrizioni.

Di gran voga alla fine degli anni ’90, più recentemente messe al bando da molte polemiche in rete e non solo; cosa puoi dire a favore dell’insegnamento della scrittura e ai corsi che proliferano un po’ ovunque e cosa contro? Il mestiere di scrittore non si insegna, si racconta premettendo che ciascuno vivrà un percorso personale e non esistono pertanto regole “valide per tutti”. Io credo ai corsi che pongono gli alunni davanti all’esigenza di aprirsi e raccontarsi, credo allo stimolo, alla sollecitazione, al confronto costruttivo e all’incontro di idee. Se fossi iscritta a un corso di scrittura preferirei imparare a sfiorare le mie emozioni, piuttosto che imparare a scrivere un incipit a regola d’arte. L’incipit, per quanto perfetto, non vale la metà di una ruvida emozione appena ripescata e pronta ad essere sparsa sulla carta. A parer mio si scrive con la pancia, non con la penna: cesellare ciò che si scrive è sempre bene, ma un bravo insegnante di scrittura deve indurre chi ha di fronte a guardarsi dentro e frugare a fondo.

Dei tuoi romanzi precedenti, ce n’è uno che particolarmente prediligi e senti più tuo? Se sì qual è, vuoi descrivercelo e parlarci delle emozioni che ti ha suscitato a scriverlo? “L’età dei lupi” edito dalla piccola e ormai scomparsa Voras edizioni. Unico libro dichiaratamente autobiografico, piccolo, piccolissimo e ormai oscurato dai titoli successivi. Eppure l’ho scritto con il cuore allegro e gli occhi umidi. Ho raccontato la mia adolescenza da ribelle in un istituto religioso, sempre a caccia del primo fallimentare amore. Ci sono le discoteche frequentate solo per imitare le altre, i miei pessimi look, le cattive amicizie, l’esuberanza di mia madre, l’inarrivabile biondino del momento. Quel libro è il diario segreto che non ho scritto a quindici anni. Scritto e pubblicato parecchi anni dopo, ridendo di me stessa e delle mie bravate.

Hai partecipato a concorsi letterari? Se sì, quali? Li trovi utili a chi vuole emergere e farsi valere? Ne ho vinti numerosi, per un certo periodo mi hanno chiamata “quella che vince i concorsi”, non avevo nulla di pubblicato ma una sfilza di vittorie su pergamena. Nero di Puglia, Esperienze in Giallo, Lama e Trama, Mad for Guitar, la finale del Mystfest e molti altri. Si può dire che ho partecipato a tutti i concorsi nazionali, li vedevo come una palestra, volevo mettermi alla prova. Qualche mito è da sfatare: all’epoca si sentiva dire “tramite i concorsi si conoscono gli editori che ti pubblicano”. In parte è vero, ma si conoscono per un brindisi e quattro chiacchiere, l’incontro con loro non è sinonimo di un contratto editoriale. Detto ciò si conoscono persone e questo è fondamentale: nessuna di loro è necessariamente un trampolino verso qualcosa, molti sono “addetti ai lavori” che si interessano a te, si raccontano, valutano il tuo stile. Nel tempo, in genere, li incontri di nuovo: si possono realizzare progetti, sodalizi artistici, momenti di condivisione. I concorsi creano una rete di contatti, gruppi di amici, persone di tutta Italia accomunate da una passione per la scrittura. Questo è importante, forse addirittura più del famigerato contratto editoriale che tutti si aspettano.

A cosa stai lavorando ultimamente e quando uscirà il tuo nuovo romanzo? Vuoi parlarcene? Sottoporrò a giorni un nuovo romanzo al mio editore, mi è stato richiesto alcune settimane fa e attualmente non posso aggiungere molto altro. Frattanto sto scrivendo il mio nuovo spettacolo teatrale per il ciclo itinerante “Dimenticate storie”. Dopo l’inatteso successo di Typhoid (sei repliche per uno spettacolo nato per gioco, sono ancora incredula), sto curando la stesura di Maladresse!, nuovo prodotto di questa nostra allegra filiera teatrale. Ancora una volta Annelisa Bonetti cura la scenografia, Gabriele Vincis è alla regia e Teresa Fava è attrice sul palco. Stavolta vi porteremo in una Francia di fine Ottocento, saremo multimediali ed energiche, ci caleremo nel ruolo di due sorelle, due signorine attempate e piuttosto ciniche. Di pari passo sto portando avanti il progetto Feed a Cat, Read a Book (*) assieme a Ivana Bonafede, Annelisa Bonetti e l’Associazione Culturale Diciottoetrenta che su Bologna è il nostro punto di riferimento. Di recente la favola illustrata “Olivia e le ombre” è stata pubblicata da Amarganta. Tengo particolarmente a quella storia perché mi riporta con la mente a un periodo un po’ amaro della mia infanzia. Oggi è un libro colorato, allegro, che invita al gioco delle ombre cinesi e si propone di raccontare qualcosa ai bambini nella mia stessa situazione di tanti anni fa.

Un consiglio a un aspirante scrittore? Non ascoltare tutto ciò che gli altri ritengono di doverti dire. Molti parlano per rimpianto e per frustrazione. In pochi apprezzano la bellezza di un talento coraggioso che accetta una sfida, è più facile mettere in crisi le sue certezze per vederlo crollare: oggigiorno gli altri cercano di “allinearci” e un aspirante scrittore è uno che esce da certi schemi prestabiliti. Non pretendere che gli altri capiscano, ringrazia per i consigli e va dritto per la tua strada.

E ne avresti uno anche per chi ha già pubblicato il primo romanzo e deve orientarsi per ottenere una seconda pubblicazione? Leggi i libri che pubblica una casa editrice e poi valuta se spedire il tuo manoscritto o meno. Non aprire quelle pagine Facebook dove ti definisci scrittore e non farlo nemmeno fra altri tre romanzi, rimani persona che scrive, persona che vive. Mangia, dormi, leggi, va al cinema, fa l’amore e porta a spasso il cane: non devi pubblicare oggi e nemmeno fra sei mesi, non c’è nessuna urgenza, meglio attendere a lungo e finire in buone mani che gettarsi in pasto al primo che si fa vivo. Non sentirti arrivato nemmeno quando sarai arrivato, chi crede di aver tagliato il traguardo tende a fare un errore fatale, si ferma. Se ne vedono parecchi di “arrivati caduti in disgrazia” e se ne vedono tanti altri di “non arrivati che si credono tali”, i secondi sono peggio dei primi. Non sgomitare per entrare in nessuna delle due sin troppo nutrite categorie, resta nel tuo giardino e cura ogni piccola pianta, un giorno verranno a complimentarsi per i tuoi fiori e tu faticherai a crederci. Non essere granitico, l’ambiente è elastico, adattati ai contesti e togliti dalla bocca il “mi sento un po’ sacrificato”: un operaio che lavora alla catena otto ore al giorno può sentirsi un po’ sacrificato, tu metti per iscritto delle storie, ridimensionati. Buona fortuna, quella serve. Ma se sorridi, ti impegni e sei leale, se scrivi per amore e non per vanità, se ringrazi quando ti esaltano e ringrazi due volte quando ti prendono a calci, allora sei sulla strada giusta. Infine, ricordati di tagliare i rami secchi: un po’ di gente che incontrerai in questo ambiente, come in tutti gli ambienti di lavoro, è comodamente trascurabile. Scavalca. Procedi. Lasciali indietro e non cercare di rovinarli, lo faranno egregiamente da soli.

Grazie per averci concesso questa intervista.

(*) Feed a Cat – Read a Book: articolo nel nostro Blog:

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