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Francesco Mastinu, dalla Sardegna con amore

Francesco Mastinu è nato nel 1980 sotto il segno dell’Acquario e vive a Cagliari, vicino al mare. Convive con il suo compagno e spera ancora di poterlo sposare anche se si trovano entrambi in Italia. Ha sempre i quattro gatti di famiglia che sovrintendono a ogni sua attività quotidiana.

Dopo aver pubblicato numerosi racconti in antologie collettive di alcuni editori italiani, ed essersi dilettato con il genere erotico sotto pseudonimo, ha ufficialmente esordito con il romanzo  “Eclissi” (Lettere Animate, 2012) seguito poi da “Polvere” (Runa Editrice, 2014) secondo classificato alla terza edizione del Premio Città di Ciampino, sez. Editi,  la raccolta di racconti brevi “Concatenazioni” (Edizioni 6Pollici, 2014).

“Falene” e “Foglie” sono i suoi ultimi romanzi, pubblicati da Amarganta per la serie “Emozioni del nostro tempo”.

Collabora con l’editore Amarganta per la collana LGBT e per la gestione del portale “Vite Arcobaleno” (http://www.vitearcobaleno.wordpress.com)

Il suo blog: http://www.jfmastinu.wordpress.com

1.     Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando?

Scrivere segna un passaggio importante nella vita delle persone, perché avviene quando siamo piccoli e impariamo il valore della lingua e della parola messa nero su bianco. Sembra banale, ma quello secondo me è un passaggio che segna in modo indelebile la crescita. Che dire? Io non ricordo nemmeno perché e come ho iniziato a scrivere, ricordo solo che per tanti anni durante l’infanzia e l’adolescenza sono stato attratto dall’idea del potere che solo una storia raccontata può detenere, mediante la lettura. Ho avuto con la scrittura, in quegli anni, anche tanti conflitti, fino a quando, al liceo, non decisi che dovesse essere quella la mia strada. E da allora mi sono impegnato al massimo per riuscire a farlo, nel mio piccolo, ma soprattutto per non perdere l’entusiasmo e la passione che vivo solo mentre scrivo e rimango tra le mie storie. Scrivo prioritariamente perché ho qualcosa da raccontare: me ma soprattutto ciò che penso. Non vivo di vendite e fatturato, mi basta l’idea che quello che scrivo arrivi al cuore di chi legge. È la ricompensa più grande per me.

2.     Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone?

No no, io sono all’antica. Penna e carta, carta e penna ovunque. La pagina vuota del pc si riempie solo se prima sono riuscito a buttare giù un’intera storia su quadernoni. Con me le cartolerie non falliscono mica! Anche se per molti, in un epoca digitale, può apparire una follia, io mi concentro solo se ho la penna in mano, la fase digitale è quella successiva, dove ribatto tutti i miei deliri e piano piano li rielaboro.

3.     C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?

I momenti si creano, fondamentalmente, sulla base della disponibilità. Per poter vivere ho anche dei doveri, come lavorare, gestire la casa e stare in famiglia e con gli amici. Per cui di solito, la fase creativa la curo negli spazi liberi, tendenzialmente la notte o la sera, quando riesco a ritagliarmi il tempo per potermici dedicare. Sono un tipo rigoroso e metodico, per cui se mi concentro, devo avere la mente sgombra da ogni altra incombenza.

4.     Che cosa significa per te scrivere?

Direi tutto. Stare bene, emozione, relax, vivere una vita che magari non posso fare nella realtà e avere il privilegio di poter parlare con la carta(anche digitale) a chi magari ha bisogno di affrontare i temi che io tratto, o semplicemente riuscire a trasmettere l’emozione che provo a chi si ritrova a leggerla. Vivrei benissimo in mezzo ai miei libri e alle mie storie, se non avessi dei doveri verso me stesso e soprattutto verso chi amo. Ma anche le emozioni del mio quotidiano mi aiutano a raccontare a volte quello che voglio trasmettere. Scrivere è il motivo per cui mi sveglio, e quasi sempre l’ultima idea con cui mi addormento. Che scrivere corrisponde al mio tutto l’ho già detto?

5.     Ami quello che scrivi, sempre, dopo che lo hai scritto?

Se dicessi di sì mentirei. Ok, non fraintendetemi: io amo quello che scrivo e ogni pubblicazione per me assurge allo status di figlio nato. Ma sono anche sincero e riconosco che scrivere è sempre un’arte in evoluzione, anche personale, per cui quello che ho scritto anni fa oggi potrebbe non essere del tutto soddisfacente. Se lo fosse, sarebbe finita la mia evoluzione, e io penso invece che nella scrittura si debba sempre sentirsi in cammino, in continuo cambiamento. Poi, come tutti gli autori, vivo dei feedback che ricevo, per cui, preferisco che siano i lettori ad amare quello che scrivo, più che io. Io è molto facile che dopo qualche tempo rimetterei mano alla mia parola stampata!

6.     Rileggi mai i tuoi libri, dopo che sono stati pubblicati?

Per gli stessi motivi che ho citato prima, tendo a non farlo, a meno che non sia proprio necessario. Di certo, una volta che non scovo altre migliorie che posso concordare post pubblicazione, non mi leggo più. Anche per via del poco tempo, che non voglio rubare al piacere di leggere altri libri (non miei) come anche allo scrivere magari delle nuove storie. Poi, non ho un percorso così tanto esteso da pensare di tornare indietro a rivedere le origini, ecco. Tra qualche decennio, se magari continuerò a pubblicare come mi auguro, potrei anche farlo.

7.     Quanto c’è di autobiografico nel tuoi libri?

Per domande del genere scomodo sempre un grande, padre di tutti di noi romanzieri o aspiranti tali. Sì, intendo proprio Flaubert, che ci diceva “Madame Bovary c’est moi!”. Al di là di tutte le spiegazioni possibili legate al motivo per cui lo disse, per me significa solo confermare che in quello che di norma scriviamo, c’è qualcosa che ci appartiene. Ci siamo noi stessi, in qualche modo, sia nel messaggio che nell’agire. Per cui sì, c’è qualcosa di me stessi, a maggior ragione nel mio caso che descrivo emozioni al giorno d’oggi o anche di ieri, ma sempre emozioni comuni al vivere di tutti quanti noi. Ovviamente di più non dico, perché voglio lasciare a lettori il gioco divertente di scoprire in che termini, dove. È loro appannaggio scoprire il perché e farsi una propria idea di dove io sia nella vita di Manlio, come in quella di Rino e Bastianu o di Riccardo.

8.     Quando scrivi, ti diverti oppure soffri?

Dipende da quello che sto scrivendo. Mi diverto sempre, perché come vi confidavo prima scrivere mi rilassa molto, mi trovo nel mio mondo su cui ho una parvenza di comando e lascio l’immaginazione libera di fluire e di agire. È come se vivessi un’altra vita, diversa eppure desiderata tanto. E per me è molto importante. Quando le mie creature soffrono, soffro anche io. Se piangono, piango davvero anche io. Se sono felici, rubo un pezzetto della loro felicità e me ne approprio. Sembrerà assurdo, eppure è proprio così che funziona.

9.     Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo?

Se così non fosse stato, sarei fallito in partenza. È fisiologico che la mia scrittura si sia evoluta in questi anni e ancora oggi sia in crescita costante. Perché secondo me non si finisce mai di imparare e di migliorarsi, e la sfida diventa quella di raccontare qualcosa in un modo sempre diverso. Scrivere va di pari passo anche con l’età e con l’esperienza. Sia nella forma che nei contenuti. E questo dettaglio va tenuto sempre a mente. Chi si osanna come un genio, chi pensa di essere arrivato (a meno che non lo sia sul serio, ma ci sono pochi esempi nel mondo) ha già fallito. Così come si mette al di sopra degli altri. Scrivere e confrontarsi significa essere umili e avere sempre voglia di imparare. Impari leggendo, esercitandoti, studiando. Sia la grammatica che il dizionario che anche le materie collaterali e magari legate alla storia che vuoi raccontare. Scrivere significa produrre tantissima documentazione e allargare le proprie conoscenze. Anche solo se, come me, vuoi arrivare al cuore della gente. Anche se parlo di argomenti che conosco bene in posti che conosco bene, come l’Italia e l’omosessualità, non smetto mai di studiare, dai saggi alle produzioni di esperienze altrui. Continuo ad  accumulare il mio bagaglio, sia per essere una persona migliore che per diventare uno scrittore migliore.

10.  Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa?

Di sicuro il fattore tempo è determinante, nel bene o nel male. Faccio un lavoro che mi assorbe molto sia per impegno quotidiano che per carico emotivo, e devo dire che scrivere mi aiuta parecchio a distrarmi e a ricaricarmi. Però purtroppo non ho sufficiente tempo per coltivare la mia passione come vorrei, soprattutto perché è anche importante dedicarsi agli affetti, che sono la spinta vera per andare avanti. Diciamo che cerco di calibrare le mie passioni e il mio quotidiano per non trascurare nulla.

11.  Ti crea problemi nella vita quotidiana?

No, per il momento no. Vivo con un partner piuttosto paziente in questo senso. E comunque per ora riesco a fare del mio meglio in ogni campo, mantenendo comunque una situazione in equilibrio.

12.  Come trovi il tempo per scrivere?

Cerco di trovarlo, con le giuste pause. Ci sono periodi in cui magari, trovandomi nella stesura, sono più assorbito dalla scrittura, altri invece dove mi dedico alla correzione o al lancio delle mie pubblicazioni e magari non scrivo nulla di nuovo. Tutto non si può fare e purtroppo è impossibile per me poter vivere di scrittura. Faccio dei sacrifici, come tutti, per conciliare tutti gli aspetti di vita. Di solito riservo alla scrittura magari quei momenti destinati a me e basta. Mi accontento, e sto bene così, scrivendo. Mi rilassa e mi mette in sintonia con me stesso.

13.  Gli amici ti sostengono oppure ti guardano come se fossi un alieno?

Scrivere intorno a me ha sempre generato tanta curiosità, anche se spesso il mito dello scrittore presente nell’immaginario collettivo non aderisce alla realtà delle cose che io, come tanti, rappresento. In generale gli affetti mi sostengono in questo mio percorso, tanto più che in parecchi comunque hanno avuto l’opportunità di ritrovarsi (in senso lato) tra le mie pagine. Poi, ovviamente, ci sono stati momenti in cui certe persone hanno dimostrato disinteresse per quello che facevo, credo per i motivi più disparati. Se prima me la prendevo, adesso ho imparato a prendere la questione (e quelle persone) per ciò che sono. Posso comunque contare su uno zoccolo duro di affetti che so di avere vicino nelle gioie come nelle frustrazioni e nelle insoddisfazioni che il cammino dello scrittore implica. Il resto… alla fine penso che siano loro a perderci, non io.

14.  Nello scrivere un romanzo, “navighi a vista” come insegna Roberto Cotroneo, oppure usi la “scrittura architettonica”, metodica consigliata da Davide Bregola?

Io prediligo le mezze misure, ho bisogno sia dell’istinto che della struttura nei miei lavori di scrittura. Certo, seguo rigorosamente i miei rituali personali, e mi trovo a mio agio a perseguire un’idea traducendola poi in schema. Creo schede personaggi, creo una sinossi di trama che poi suddivido in capitoli che a loro volta vengono smembrati in scene, e infatti i risultati pubblicati ricalcano un po’ questo mio approccio. Ma per me, che amo scrivere su piani temporali livellati e magari che amo giocare con l’alternanza di voci, è necessario mettere su carta una mappa concettuale del percorso del libro che scrivo. Ma comunque non abbandono mai la bussola dell’istinto e dell’emozione che mi spinge a scrivere, al di là degli schemi, proprio perché penso che trasmettere sia la funzione prioritaria di chi scrive. E l’emozione deve arrivare al lettore, faccio di tutto per raggiungere questo obiettivo.

15.  Quando scrivi, lo fai con costanza, tutti i giorni, come faceva A. Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione?

Cerco di essere metodico. Se ho in corso un lavoro, mi sforzo di dedicarvi il tempo programmato giornaliero o comunque settimanale. Rimpiango un po’ i tempi in cui mi facevo spingere dall’ispirazione, magari per un semplice testo o un racconto, ora sono occupato fondamentalmente a romanzi, e il tempo per curare il resto è sempre poco. A ogni modo, quando inizio un progetto, mi ci dedico in modo rigoroso fino a che non è concluso, questo significa scrivere quasi tutti i giorni, per portarlo a termine in un tempo ragionevole. Quello che non sopporto è di sicuro lasciarmi alle spalle incompiuti.

16.  Tutti dicono che per “scrivere” bisogna prima “leggere”: sei un lettore assiduo? Leggi tanto? Quanti libri all’anno?

Sono un lettore assiduo ma non sempre costante, ci sono dei periodi in cui leggo parecchio e altri invece in cui faccio fatica non solo ad affezionarmi alle storie, ma anche a concluderne la lettura in tempi ragionevoli. Sono comunque convinto che per scrivere in maniera passabile sia necessario confrontarsi con il mondo letterario e in primo luogo è fondamentale leggere parecchio, per aprire i propri orizzonti e andare magari oltre i propri schemi. Purtroppo la mia difficoltà maggiore è riuscire a reperire i bei libri, quelli di qualità. Ci sono tanti autori e autrici poco conosciuti che scrivono cose bellissime e che per poter leggere devo rivolgermi purtroppo al mondo di internet, per via dell’irreperibilità nelle librerie di questa qualità. Ed è un vero peccato per noi lettori. Se stimo una media, mi aggiro tra i 40 e i 60 libri l’anno, compresi ovviamente tutto ciò che posso utilizzare per mia documentazione personale quando mi dedico a un’opera di mia produzione.

17.  Quale è il genere letterario che prediligi? E’ lo stesso genere che scrivi o è differente? E se sì, perché?

Come lettore sono uno che va per tutte le ruote. Leggo con piacere il romantico ma anche le storie di vite comuni e nel loro piccolo eroiche, mi piace il mainstream tanto odiato, così come l’horror e il fantasy. Non leggo quasi mai il genere giallo o il thriller perché non mi appassiona per nulla. Poi, ovviamente, mi dedico molto alla lettura dei romanzi a tematica LGBT, che poi è il genere che fondamentalmente scrivo. A me piace parlare delle cose che conosco e che sono in grado di poter rappresentare con verosimiglianza, per questo scrivo comunque di persone normali o di relazioni omoaffettive, anche se l’etichetta è qualcosa che non mi piace avere addosso. Io penso che l’amore sia amore e che i generi sono altri, indipendenti dall’affettività dei suoi protagonisti. Ma leggo comunque molto di autori affermati e non, in merito al mondo LGBT, serve per confrontarmi, per crescere come autore.

18.  Autori/Autrici che ti rappresentano o che ami particolarmente: citane due italiani e due stranieri.

Oddio, che mi hanno ispirato ne ho ben più di quattro. Se penso agli stranieri, su tutti cito David Leavitt e Jean Genet. Grazie a loro mi sono avvicinato al genere, prima come lettore e conseguentemente come autore. Avevo bisogno di capire meglio me stesso, e l’ho finita per raccontare me stesso per essere di aiuto agli altri. Un meccanismo un po’ contorto, ma non so esplicitarlo meglio. Devo molto a loro, così come a tutti gli altri autori e autrici che hanno portato l’omoaffettività su carta, facendola uscire dallo schema del pregiudizio e inserendola in una dimensione normale. Anche se penso agli italiani ho l’imbarazzo della scelta: ho letto tante belle cose di tanti scrittori contemporanei. Per ragioni di spazio cito solo Pier Vittorio Tondelli, una voce che in Italia manca tanto e in termini moderni Matteo B. Bianchi, perché apprezzo molto il suo modo di scrivere e il tipo di storie che racconta.

19.  Di gran voga alla fine degli anni ’90, più recentemente messe al bando da molte polemiche in rete e non solo; cosa puoi dire a favore dell’insegnamento della scrittura e ai corsi che proliferano un po’ ovunque e cosa contro?

A favore potrei dire che di sicuro un passaggio importante nella vita di un autore è il confronto e l’apprendimento della tecnica e delle migliorie per andare avanti. Che sia un corso o una buona attività con altri pari competenti, per me non ha importanza. Di sicuro possono essere utili per riflettere con altre prospettive che difficilmente un autore da solo e senza contatti può raggiungere. Il contro, non lo so. Forse il fatto che frequentare un corso di scrittura non ti abilita a scrivere. Riesce a scrivere chi ha la capacità di comunicare al lettore in modo chiaro e comunque in modo da rimanere impresso, ossia ci vuole talento. Senza questo dettaglio, uno può anche frequentare centomila insegnamenti all’anno, conoscere a menadito tecniche, grammatica e regole, ma se non sa usarle in modo creativo, non arriverà mai da nessuna parte.

20.  Dei tuoi romanzi precedenti, ce n’è uno che particolarmente prediligi e senti più tuo? Se sì qual è, vuoi descrivercelo e parlarci delle emozioni che ti ha suscitato a scriverlo?

Non mi piace fare delle distinzioni, i romanzi e le nostre pubblicazioni sono, alla fin fine, come dei figli. Di sicuro posso dire che Falene è quello a cui sono legato maggiormente perché è il primo che ho scritto ed è legato a doppio filo alla mia vita e ai miei affetti, a cosa sono per me. Ma come potrei dire che Eclissi è meno importante, proprio lui che mi ha aiutato a esordire tre anni fa? O ancora Polvere, che comunque è il lavoro che sta ottenendo più consensi di tutti, aggiudicandosi anche dei premi?

Davvero, è difficile. Ognuno di loro (parlo solo per gli editi) per me vuol dire qualcosa di importante, che diventa difficile preferirne uno sugli altri. Ognuno di loro è connotato da un’emozione ben precisa. Polvere mi racconta il senso di rivalsa che ho provato nel voler dare voce a una storia d’altri tempi ma ancora attuale, Eclissi era stato gestito dalla rabbia per l’assenza di diritti civili, Falene mi emoziona perché mi riporta indietro nel tempo, rispetto a cosa significhi per me avere il coraggio di vivere, amare gli affetti e le amicizie, e lo vivo un po’ (sia lui che i seguiti di prossima pubblicazione) come la metafora delle mie esperienze. Se per questo sono legatissimo anche a Valzer di Famiglia, che pare sia la cosa migliore che ho scritto, ma per ora è inedito e tale rimarrà fino a nuova decisione.

21.  Hai partecipato a concorsi letterari? Se sì, quali?  Li trovi utili a chi vuole emergere e farsi valere?

Faccio più che altro delle distinzioni: di solito prediligo i concorsi dove in palio c’è la pubblicazione di un racconto per un editore serio e free, altrimenti partecipo solo a concorsi per editi. Ne ho provato diversi, e mi sono anche aggiudicato il secondo posto con Polvere alla terza edizione del Premio Città di Ciampino – Mondoscrittura, partecipando anche alla serata di premiazione giusto il mese scorso, ed è stata una bellissima esperienza.

Secondo me, se si tratta di concorsi seri e con determinati criteri, è un’opportunità in più per gli autori per farsi conoscere.

22.  A cosa stai lavorando ultimamente e quando uscirà il tuo nuovo romanzo?  Vuoi parlarcene?

A dicembre ho pubblicato per Amarganta Falene, una storia che parla di amore, amicizia e senso del vivere, ambientata nella mia amata Cagliari. È il primo romanzo che ho scritto, a cui sono legatissimo, inizia con il giovane Manlio che, nonostante si ritrovi a vivere una vita che sembra pre-ordinata, dovrà fare i conti con gli imprevisti e le emozioni che essi sono capaci di suscitare. Ci ho messo tanto tempo a completare la sua storia e a metterci dentro tutto quello che sentivo di analizzare anche della mia sfera personale.

Subito dopo, ho iniziato a scrivere i seguiti, si tratta di Foglie, che è appena uscito sempre per Amarganta, e di Fiamme, che sto ultimando in queste settimane. A questo nucleo fondamentale è legato anche Sono solo parole, un crossover su due personaggi collaterali della storia principale, che si interseca con il passato di Falene, il suo presente e si proietta nel futuro dei protagonisti, inserendosi tra le vicende di Foglie e quelle di Fiamme. Così è nata la serie “Emozioni del nostro tempo” su cui ho lavorato, oltre che per Falene, negli ultimi due anni. Una serie che comunque non è completa, perché ne prevedo altri due nel futuro prossimo venturo, ma a cui non mi dedicherò subito. Ho altre idee da coltivare e da seguire a cui dare precedenza nei tempi più brevi.

23.  Un consiglio a un aspirante scrittore?

Di non temere i confronti e di andare avanti senza svendere i sogni. Che vuol dire mai e ripeto mai pagare un editore per essere pubblicati. E poi impegno costante, essere pronto anche a imbattersi in giudizi negativi e a sfruttarli a proprio vantaggio per crescere e crescere ancora. E poi, sarò noioso e poco originale, ma Leggere e Leggere e Leggere. Quando sarà convinto di aver letto molto, beh è il punto di partenza per continuare a farlo con ancora più libri. Penso che queste siano le cose davvero importanti per gli autori che voglio cimentarsi in questa passione con professionalità ed entusiasmo.

24.  E  ne avresti uno anche per chi ha già pubblicato il primo romanzo e deve orientarsi per ottenere una seconda pubblicazione?

Guardarsi intorno e studiare il mondo editoriale con estrema attenzione. Scegliere un editore a cui sottoporre il proprio lavoro è un passaggio importante e molto delicato, per cui bisogna averne estrema cura. Meglio studiare gli editori, anche spulciando il loro catalogo e tra le loro pagine stampate per farsi un’idea precisa, evitando salti nel buio o invii multipli alla cieca che alla fine non garantiscono nulla, né l’editore né tantomeno l’autore. La stessa cosa vale anche se sei in cerca di un agente letterario. Affidarsi nelle mani sbagliate solo perché ti viene fatta un’offerta, magari pure allettante, può essere deleterio per la propria carriera di autore e soprattutto per il proprio libro. Quando si accetta,bisogna esserne convinti onde evitare brutte sorprese. Poi, a volte succedono delle cose impreviste e molto belle, ma non è la normalità. Con l’editore ci devi convivere per gli anni a venire, e devi essere sicuro che quello che firmi sia un contratto che ti garantisca ciò che vuoi realizzare. Ho conosciuto davvero tanti autori che hanno firmato un’offerta di pubblicazione per poi pentirsi dopo di averlo fatto, quando magari le loro idee non corrispondevano alla realtà che invece l’editore o chi per lui offriva loro. Meglio sempre essere preparati. E comunque, ogni scelta, va suffragata dal desiderio di crescere e migliorarsi, la scrittura, come dicevo all’inizio, è un percorso. E come tale va affrontato e tutelato il più possibile.

Grazie per averci concesso questa intervista.

Grazie a voi per avermi concesso questo spazio!

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