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Le interviste di Amneris Di Cesare: Fabrizio Colonna, scrittore

Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando? Iniziai alle elementari, appena imparato a scrivere. Avevo l’enorme necessità di trasporre in racconti tutto ciò che immaginavo giocando o addirittura di creare fanfiction basandomi sui libri letti o sui cartoni animati. Era davvero un’esigenza, dovevo assolutamente ‘esportare’ le mie fantasie sulla carta.

Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone? Avendo una pessima calligrafia, ho abbandonato l’uso di carta e penna non appena mio padre poté permettersi il mio primo personal computer (usato). Usavo i programmi di videoscrittura a scuola, quindi cominciare fu spontaneo, così come riscrivere tutto. L’uso di un computer mi ha permesso una maggiore cura del testo, inoltre ha reso più facile la condivisione. Provai anche con la macchina da scrivere, meccanica ed elettrica, ma nulla ha potuto più di un computer.

C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi? Per la vita frenetica che faccio è difficile stabilire un momento in cui posso permettermi di avere delle preferenze di scrittura, quindi scrivo quando riesco, spesso ritagliandomi con la forza il tempo. Il lavoro che faccio, inoltre, influenza molto il mio tempo libero: vi sono dei giorni in cui non ho nemmeno il tempo di grattarmi, alternati ad altri in cui il tempo libero abbonda (anche troppo).

Il problema avviene quando ho l’ispirazione e non c’è il tempo di scrivere, così come l’opposto. Per mia fortuna batto la tastiera come un lampo e spesso e volentieri il testo è bello pronto nella mia testa: basta accendere le dita e tutto scivola nel documento, anche capitoli interi in meno di un’ora.

Che cosa significa per te scrivere? Vorrei poter dare una risposta altisonante o esistenziale, in realtà sarà piuttosto semplice: mi piacciono le storie, mi piace fantasticare e desidero condividere con gli altri tutto questo. Quello che da ragazzino era una necessità oggi è un’ambizione, ogni volta che elaboro una storia e mi preparo a scriverla leggo qualsiasi cosa sul genere e studio un linguaggio che possa servirmi a renderla comprensibile e, soprattutto, divertente. Scrivere diventa così un’attività come potrebbe essere l’obbiettivo di ottenere una cintura nera in una qualunque arte marziale, o una medaglia in atletica, o una coppa su qualche campo. Un sogno che però non si riduce al mero fantasticare, bensì a lavorare duro per realizzarlo.

Ami quello che scrivi, sempre, dopo che lo hai scritto? Nient’affatto, ho scritto delle autentiche porcherie ed è giusto essere onesto con me stesso ammettendolo. Ciononostante non ne sono pentito, alla fine anche una schifezza è un esercizio, un atto di pratica che, poi, ha contribuito a realizzare qualcosa di buono. Questo aiuta anche a essere obbiettivo, perché alcuni miei lavori mi piacciono particolarmente senza che mi ci foderi gli occhi ignorandone i difetti. Così come aiuta a non cadere nell’opposto, ovvero a essere sempre negativo e critico con me stesso. L’equilibrio è importante, mi rendo conto di quanto sia difficile essere obbiettivi con se stessi, ma alla fine è a quello che dobbiamo puntare.

Rileggi mai i tuoi libri, dopo che sono stati pubblicati? Miliardi di volte e ci trovo sempre qualcosa che avrei cambiato. In altre occasioni li rileggo per rivivere certe scene, o le emozioni che avevo quando le scrissi. Devo ammettere che alcune parti de Il Cavalier Buffone le rileggo per il puro piacere di leggere qualcosa che considero bello: stiamo sempre a cercare difetti nel nostro lavoro, o a considerarlo perfetto, e spesso dimentichiamo che si possono avere delle parti preferite che, obbiettivamente, sono venute proprio bene.

Quanto c’è di autobiografico nel tuoi libri? Tutto e niente. Tendo a inserire personaggi reali o che mi hanno ispirato dalla realtà. In alcuni casi eventi curiosi o interessanti che vado a gonfiare, romanzare o adattare a un contesto diverso. In fin dei conti l’ispirazione maggiore viene sempre dal quotidiano. Per i personaggi è facile cadere nel tranello di trascrivere qualche amico o conoscente, spesso fidanzati/e, mogli o mariti. Stravolgere i loro ruoli, poi, è un vero spasso.

Quando scrivi, ti diverti oppure soffri? Mi diverto come si avessero messo tra le mani un Nintendo di nuova generazione. Ogni volta! Anche se scrivo qualcosa che rievoca elementi reali e dolorosi, alla fine mi sento sempre molto felice. In fin dei conti scrivere è ciò che amo di più. Dopo leggere.

Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo? C’è ovviamente un divario enorme tra come scrivevo nell’adolescenza e oggi. Diciamo che la rottura col passato è avvenuta nel 2006, quando iniziai a lavorare sul Cavalier Buffone. Avendo necessità di un particolare tipo di linguaggio, andai a studiarmi molti testi, lessi tanti libri e poesie, allo scopo di creare uno stile proprio. Doveva sembrare arcaico, ma con un ritmo e una musicalità moderni; inoltre doveva cambiare tono all’occorrenza, diventando ora festoso e poi cupo, senza perdere alcuno stile o mutando in modo drastico. Questo studio ha comportato diversi mesi di preparazione prima di cominciare sul serio a lavorare e spesso molte parti sono state riscritte perché in seguito tale linguaggio si è perfezionato. Dopo averlo terminato, però, ho pensato di acquisire nuovi stili e così ho letto altra roba, sviluppandone un altro, che attualmente uso. Penso, in conclusione, che avere uno stile proprio che mi riconosca non mi sarà possibile, perché non lo voglio: mi piace cambiare pelle, mantenendo però un’identità di fondo.

Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa? Mi pare evidente che non ci riesca affatto! Mi alzo alle 6:30 ogni santo giorno, vado a lavorare, torno a casa e, per due giorni la settimana, sono in palestra. Se si eccettuano i weekend dove mi toccano corsi di aggiornamento e stage. Quando entro in casa ci sono moglie e figlia che richiedono attenzione. Quindi quando scrivo? Quando tutti si voltano, quando la bambina gioca per i fatti suoi, la moglie è al telefono e finisco tutto ciò che devo fare al lavoro. Sono sempre di corsa, per questo devo organizzarmi tutto: scrivere avviene nel tempo che riesco a ricavare tra una corsa e l’altra, e corro proprio per avere quel tempo.

Ti crea problemi nella vita quotidiana? Enormi. Spesso con la testa sono altrove perché penso a una storia, o elaboro una scena, o vorrei scrivere ma in quel maledetto istante non posso. C’è da diventare matti. Mia moglie mi riprende spesso perché sto con lo sguardo perso nel vuoto o, addirittura, mimando una scena che ho immaginato finisco col parlare da solo.

Gli amici ti sostengono oppure ti guardano come se fossi un alieno? Mi sostengono, in linea di massima, anche se cerco di non coinvolgerli troppo. Per esperienza indiretta, un autore che insiste troppo coi suoi libri gli amici se li… inimica. Meglio un po’ di moderazione, annunci, se hai da offrire offri, ci fai due battute e poi si parla d’altro. Poi dipende dagli amici e da cosa sei solito condividere con loro, ho amicizie tra gli autori e quindi si parla di scrittura per la maggiore, con altri non mi azzardo nemmeno, giusto perché non è argomento condiviso. Per nessuno, fortunatamente, sono alieno. Almeno credo. Spero.

Nello scrivere un romanzo, “navighi a vista” come insegna Roberto Cotroneo, oppure usi la “scrittura architettonica”, metodica consigliata da Davide Bregola? Se non mi organizzo muoio. Tutto quello che scrivo nasce da una scaletta, che elaboro in parte all’inizio e poi approfondisco. Ho elenchi di personaggi suddivisi in documenti Excel, database di sinossi passo per passo, archivi di informazioni e nomi su ogni argomento che vado a toccare, per non parlare di appunti relativi a certe lingue straniere che ho intenzione di usare nella storia.

Per me scrivere una storia non è una questione di pancia, ma di cervello: devo pianificare perché creo trame complesse che devono chiudersi senza lasciare dubbi o troppi interrogativi. Mi hanno fatto delle domande sul Cavalier Buffone, dubbi del tutto comprensibili che però potevano essere compresi nel testo. Non pretendo che un lettore vada a cogliere ogni sfumatura, tuttavia mi piace inserire indizi per coloro che si divertono a cercare riferimenti o significati nascosti. Non è necessario, però può essere divertente per alcuni.

Tutti dicono che per “scrivere” bisogna prima “leggere”: sei un lettore assiduo? Leggi tanto? Quanti libri all’anno? Partiamo da un presupposto: da cosa viene l’impulso o l’ambizione di scrivere? Di solito parte dall’aver letto un libro, o un racconto, come può essere un atto spontaneo per ‘esportare’ emozioni o pensieri. Il punto, però, è un altro. Se qualcuno ha l’ambizione di diventare scrittore, necessita non solo di idee ma anche (e soprattutto) della tecnica necessaria per esprimerle. Troppe volte mi sento dire che la tecnica non conta, che c’è il talento (dove?) e quello basta. No. Il talento, se c’è, si lega anche alla consapevolezza di una necessaria preparazione tecnica, nozioni grammaticali e lessicali che magari non verranno usate, ma che è importante siano ben radicate in chi scrive.

Questo perché non è accettabile, a mio avviso, che un aspirante scrittore si permetta di infarcire il suo testo di errori grammaticali, di non curare la forma o di cercare soluzioni che rendano la lettura più agevole, di non perdersi e, in generale, di non tenere in considerazione che qualcuno quella roba la andrà a leggere. Non regge la motivazione ‘artistica’, scrivo così perché mi viene, è il mio stile, arrangiatevi. E’ offensivo, perché se è per te stesso che scrivi allora non infestare le caselle di posta di un editore, tienitelo nel cassetto quel libercolo.

Poi sono gli stessi che si offendono se qualcuno fa loro notare che scrivono male. La lettura è il miglior esercizio tecnico che esista, oltre a essere un incommensurabile piacere. Attraverso i libri altrui scopriamo storie e personaggi che potrebbero ispirarci, così come notare uno stile o un uso della lingua in grado di insegnarci come usarla a nostro vantaggio.

Farò un esempio moderno, che coi classici sono buoni tutti. Sentivo tanto parlare di Martin e del suo Trono di Spade, ho visto la serie in televisione e ho sentito la necessità di rivolgermi ai libri. Ho sentito discorrere a lungo sulle sue storie, i personaggi, gli intrighi eccetera, ma nessuno mi aveva detto che scrivesse pure bene. Martin ha uno spiccato dono della sintesi, capace di condensare descrizioni complesse in un semplice paragrafo; crea dei dialoghi eccezionali, caratterizza i personaggi in modo sublime e li rende così vivi da riuscire a evitare di ripetere certe descrizioni che li riguardano, perché il lettore si aspetta proprio che facciano una determinata cosa dato il loro carattere. Si perde sugli abiti, forse, ma non importa: in 800 e più pagine riesce a non annoiare e questo va preso come un elemento da considerare.

Quindi se io, Fabrizio, da lettore mi trovo uno scrittore che afferma senza problemi di non leggere lo evito come la peste, perché è un controsenso: è come un istruttore di guida che circola solo in bicicletta. Per quanto mi riguarda leggo appena posso, ho una vita davvero incasinata e mi è molto difficile ritagliarmi del tempo. Grazie al digitale, però, posso portarmi ovunque qualsiasi libro con un semplice eReader. Se sono ospite me lo porto, se sono a casa sta sempre vicino al divano, talvolta lo uso nelle pause pranzo quando sto al lavoro. In vacanza, soprattutto, arrivo a leggere un libro intero ogni due giorni e di solito torno a casa che ne ho fatti fuori sei o sette. Non ho una media precisa annua, una volta li contavo ora non mi ricordo più.

Quale è il genere letterario che prediligi? E’ lo stesso genere che scrivi o è differente? E se sì, perché? Per un lungo periodo smisi di leggere. Non era mancanza di voglia o tempo, semplicemente non trovavo in giro nulla di interessante. A un certo punto mi sforzai, presi un classico, 1984, e lo divorai in poco tempo. Continuai, sempre coi classici fino a colmare la mia grande colpa: Il Conte di Montecristo. Da lì è stato un susseguirsi di libri moderni e meno, ma tutti accomunati da un elemento: non c’era distinzione di genere.

Il Cavalier Buffone è, da un punto di vista formale, un fantasy, ma è soprattutto una commedia. Ebbene, io leggo sia fantasy che commedia, così come romance, horror, noir, fantascienza, pulp, saggi e tantissimi fumetti. Qualsiasi cosa sembri interessante la leggo. Ho però una predilezione per le storie malate, strane, con un’ambientazione originale o che stravolgano i cliché del genere. Penso alla saga dei Guardiani della Notte, non eccezionale da un punto di vista letterario, ma un ottimo esempio di urban fantasy moderno e adulto. Penso a Metro 2033, che tanto mi ha appassionato, per passare attraverso molti libri di esordienti (il bellissimo Mr Bad Guy, Apologia di Uomini Inutili, Strix Julia, Nient’altro che amare, Bentesoi) che hanno interpretato generi classici inserendo una personalizzazione tale da farli spiccare, come qualità, rispetto a molti romanzi mainstream. Il che, per paradosso, mi ha riportato proprio al mainstream, aiutandomi a distinguere il pessimo materiale da quello buono, perché non è che tutto ciò che pubblica una Mondadori è da buttare.

Forse una piccola casa editrice ha più fegato, anche se meno soldi per permetterselo, ma non posso negare a certi big di aver trovato un po’ di attributi, ogni tanto. L’assenza di ricerca di genere come lettore, infine, si ripercuote come autore. Il Cavalier Buffone è un fantasy, ma è anche un romance e una commedia. Un ibrido. L’ultimo mio manoscritto (inedito) è avventura giovanile, romance e fantascienza e ora sto lavorando a uno urban fantasy e a qualcosa per ragazzi, dopo aver scritto un racconto sul calcio e uno sul paranormale. Potrà sembrare poco coerente, ma non posso precludermi un genere come lettore e poi farlo da scribacchino: quella è incoerenza.

Autori/Autrici che ti rappresentano o che ami particolarmente: citane due italiani e due stranieri. Ancora una volta vorrei escludere gli autori classici, troppo facile. Un italiano che mi ha sorpreso negli ultimi anni è stato Daniele Nadir, col suo Stagno di Fuoco. Un romanzo assurdamente bello e, per quanto ne so, poco compreso. Lo consiglio se cercate qualcosa di davvero originale e fuori di testa. Posso tranquillamente dire che dopo averlo letto ho capito che l’idea del Cavalier Buffone poteva funzionare.

Un altro italiano ve lo prendo sempre dagli emergenti: Andrea Memmo. Il suo Mr Bad Guy è stato considerato da parecchi un romanzo giovanile, non sempre in modo gentile, eppure è zeppo di idee e con una particolare struttura che, per quanto non originale, lo trasforma in un puzzle. In pratica è un gioco di ricomponimento della storia, una sfida per il lettore. Ma ci sono lettori e lettori. Alcuni prediligono essere presi per mano (atto legittimo), altri amano essere sorpresi e coinvolti, come il sottoscritto. Spero proprio che continui a stupirmi.

Stranieri moderni facilissimo. George RR Martin su tutti, sta scrivendo cose incredibili, è un personaggio più assurdo di tutti quelli che crea, un adorabile nerd da prima linea e adoro il suo stile. Poi c’è Sergej Luk’janenko, ideatore e autore della saga dei Guardiani della Notte. Nessuno di questi due scrittori verrà mai considerato un eroe letterario, entrambi scrivono romanzi di puro intrattenimento, ma il punto è questo. Oggi per noi Il Conte di Montecristo e I Tre Moschettieri sono classici, per l’epoca erano fregnacce ignoranti. Non dico che i loro libri un giorno saranno classici, ma il mondo, i lettori, chiunque ha bisogno di storie, qualcosa con cui e per cui sognare. E’ per le storie che leggiamo romanzi, altrimenti il nostro libro preferito sarebbe la Treccani, per questo nomino questa gente: amo le storie e voglio sognare e loro soddisfano questo desiderio.

A cosa stai lavorando ultimamente e quando uscirà il tuo nuovo romanzo?  Vuoi parlarcene? Ho un manoscritto romance/sci-fi in giro da… troppo tempo. Comincio a preoccuparmi. Pazienza, comunque non mi sono fermato.

Sto lavorando a una saga, ultimamente sono un po’ ambizioso, ho scritto due capitoli di prova e ora sto reperendo e organizzando tutte le informazioni che mi servono per continuare. Vorrei scrivere qualcosa di più semplice del Cavalier Buffone, in effetti già ci sono riuscito con l’ultimo manoscritto, ma vorrei puntare a qualcosa di meno cerebrale e più d’intrattenimento. Coniugare una scrittura semplice ma efficace con una storia avvincente: questo è il mio obbiettivo.

Un consiglio a un aspirante scrittore? A dire il vero l’aspirante sarei io, però un briciolo di esperienza me la sono fatta.

Direi, tanto per cominciare, di ascoltare i consigli dei più esperti. Sembra una fesseria a dirsi, ma molti non lo fanno e ciò è MALE. Ascoltate e mettete in pratica, prima di archiviare per inefficacia, non partite presuntuosi.

Sempre a tal proposito, il libro non si scrive né si corregge da solo. Il Cavalier Buffone ha richiesto due anni di editing. Due anni. L’ho odiato, ma ne è valsa la pena: prima non lo voleva nessuno e poi sono arrivati in tre. E’ dalla parola ‘Fine’ che comincia il vero lavoro.

Poi c’è la parte più dura: non siate permalosi. Se vi dicono che il libro fa schifo forse è davvero così, se sostengono che sia scritto male rileggetelo con un po’ di umiltà. E poi tenete conto che non si può piacere a tutti. A nessuno piacciono le critiche, anzi, è normale inalberarsi. Purtroppo fanno parte del gioco, dobbiamo starci. Se mi alteravo con tutte le bacchettate ricevute a quest’ora stavo a rosicare davanti al romanzo pensando che nessuno fosse in grado di capirmi.

Scrivere è un lavoraccio, ci sono troppi elementi da tenere conto: una preparazione tecnica, il tempo, l’ispirazione, l’organizzazione, le critiche (appunto), la ricerca di un editore, anche solo di un lettore che non sia un parente/amico. Vi consuma.

In ultimo, una richiesta. Se riuscite a pubblicare, non state a spammare il vostro libro sui social, nei forum e in tutto l’internet come se domani scoppiasse l’apocalisse zombie: non è il libro che vende, ma voi. Prima siate voi la merce in vendita, fatevi avanti, conoscete i potenziali lettori, rendetevi interessanti, anzi, siatelo: voi non siete il vostro libro e il vostro libro non è voi. Sono due cose distinte, perché il testo esce dalla vostra testa, quindi un lettore guarderà prima quella di ciò che ha partorito. Questo, ovviamente, secondo quanto ho avuto modo di constatare.

E  ne avresti uno anche per chi ha già pubblicato il primo romanzo e deve orientarsi per ottenere una seconda pubblicazione? Mi piacerebbe averlo, ma ora occorre soprattutto a me 😀

Grazie per averci concesso questa intervista. Grazie a voi.

OoO

Fabrizio Colonna nasce a Bollate (MI), classe 1974. Impiegato per fame, istruttore di arti marziali e aspirante autore per passione.  Ha partecipato al romanzo collettivo Dodicidio (La Gru Edizioni) scrivendo il capitolo Agosto, uscito nel 2013. In seguito ha collaborato per l’antologia 99 Rimostranze a Dio (Ottolibri), pubblicata nel 2014. Il Cavalier Buffone, edito da Lettere Animate e pubblicato nel giugno 2014, è il suo romanzo d’esordio. Scrive deliri su due blog, uno letterario, Wormhole Diaries (https://wormholediaries.wordpress.com), e uno sui videogame, As We Play (http://asweplay.wordpress.com).

OoO

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