Interviste

Laura Costantini incontra Raistan Van Hoeck (2)

Prima di leggere la seconda parte dell’intervista di Laura Costantini a Raistan Van Hoeck, vi consiglio di assaporare queste riflessioni.

Tra i miei molti libri preferiti c’è, da sempre, “Intervista col vampiro” di Ann Rice. Vidi il film prima di leggere il romanzo. Il romanzo, nonostante il film sia bello e con un cast spettacolare, è più bello e coinvolgente. E l’idea di un giornalista che si trova, suo malgrado, a intervistare una creatura che non dovrebbe esistere mi ha affascinata subito. Se lascio parlare la mia parte giornalistica, posso dire che entrare in contatto con qualcuno o qualcosa preso pari pari dal regno dei sogni, delle fantasie o delle paure più recondite è un sogno. Che so, intervistare il pagliaccio di It, l’oscura presenza nell’Ombra dello scorpione, oppure Voldemort o Grinderwald. Ecco. Intervistare il protagonista della serie RVH di Lucia Guglielminetti, è stata un’occasione che non potevo lasciarmi sfuggire. E voglio spiegarvi il perché.

Raistan Van Hoeck è più che un personaggio di fantasia. Quando uno scrittore dà la vita, può sperare nel successo, ma quello che non può decidere a priori è se quel personaggio sarà vivo e reale. Perché non è lo scrittore a deciderlo. Ecco, Raistan è vivo e reale. Irritante, spesso. Spaventoso, e adora esserlo. Umano, e non sarà felice di sentirmelo dire. Fragile, sensuale, tenerissimo, feroce. Insopportabile, quasi sempre. L’idea di un’autobiografia lunga tre secoli, attraverso eventi che hanno segnato la storia dell’umanità, si dipana in cinque corposi volumi. Che scorrono veloci come sangue nelle vene di un povero umano terrorizzato. Ve li consiglio con alcune avvertenze necessarie: troverete violenza, morte, sesso, orrore, sofferenza, amore, solitudine, dolcezza, amicizia. E se non alzerete difese, Raistan Van Hoeck si insedierà nel vostro immaginario costringendovi a condividere la cosa che lo rende irresistibile: la malinconia di chi resta mentre tutto, intorno, passa.

La prima puntata dell’intervista potete leggerla QUI.

“Sente mai la mancanza della sua origine? Mi spiego: lei non potrebbe esistere se non ci fosse stato un ragazzo dai capelli biondi e dal testosterone esagerato al punto da farsi pestare a sangue in una specie di fight club ante litteram. Che fine ha fatto quel ragazzo?”
“È morto la notte del 24 giugno 1705, credevo fosse chiaro. E non importa a nessuno. Le uniche persone a cui fregava qualcosa sono morte anche loro, e da moltissimo tempo. Ho avuto quello che mi meritavo, umana, non sei d’accordo?”
“No!” Ho risposto di getto. Sincera. Ma su quali basi non saprei, visto che quello che so di lui è quanto ha raccontato sui suoi libri. Però reitero. “Non sono d’accordo. Ma non credo che il mio parere possa contare qualcosa. Lo dice sempre anche nei suoi libri. Che non le interessa di cosa pensiamo noi…”
Mi ha dato del tu, sbaglio? E lui odia che non si mantengano le distanze. Ho studiato, dovrebbe apprezzarlo.
“L’atteggiamento incosciente e autodistruttivo del Raistan del 1705 ha avuto conseguenze che vanno ben al di là degli eventuali errori commessi. Ma quello che volevo dire è che anche i semi muoiono per permettere all’albero di crescere e mettere radici. Senza il seme non esisterebbe, l’albero. Senza quel ragazzo, non esistere… sti tu.”
Invoco la reciprocità. Noi giornalisti tendiamo sempre a prenderci delle confidenze. Lo sbircio mentre fingo di consultare il taccuino. Accende un’altra sigaretta. Magari è buon segno…
“Non è una sigaretta come le altre. È… speciale. Vuoi favorire? Forse ti rilasseresti un po’, ti vedo così tesa… Coraggio, non mordo. Eheheheh.”
Credo che gli occhi stiano per uscirmi dalle orbite. Ridacchia. E mi sta offrendo un tiro da una canna. A chi mai potrò raccontarla? Comincio a ridacchiare a mia volta mentre allungo la mano verso la sua. Non mordo… Che gran bastardo.
Solo che lui la ritrae, la mano, e porta lo spinello alla bocca, con gli occhi animati da un’allegria… pericolosa.
“Potrebbe farti male… non è una miscela molto… legale, se fa effetto anche a uno come me. Sicura?”
A questo punto è una questione di orgoglio. E che diavolo!
“Alle volte bisogna rischiare, no? Tu sei un esperto in questo.”
Tendo la mano, di nuovo. E lui di nuovo fa il gesto di allungarla e poi di ritrarla, giusto per godersi i miei ridicoli tentativi di afferrarla. Poi però cede, guardandomi con aria divertita.

rvh1Io non fumo, ricordate? Ecco, poso le labbra dove ha posato le sue (questa cosa qui avrei fatto meglio a non pensarla, lo so) e aspiro. Un attimo dopo rischio il soffocamento. Tossisco cercando di mantenere un contegno ormai irrimediabilmente perso. Ma non mi arrendo. Riprovo. Va meglio. Ma aveva ragione. È come essere investiti da un treno. Che diavolo ci ha messo? Faccio fatica a restituirgliela. Mi trema la mano.
Ridacchia. “Te l’avevo detto… non so cosa contenga, la compro in Italia, da un tizio di nome Ciro. Stai bene? Io a casa non ti porto, ti avverto. O vuoi che lo faccia?” Altro tiro. Altro ghigno. Adesso sta tenendo la sigaretta di sbieco, osservando la brace con occhio critico, per poi leccarne il fondo con lentezza tutto attorno. E mentre lo fa, mi guarda.
Mi gira la testa. Di brutto. E lui ci mette del suo.
Okay, tiriamo fuori gli attributi. Dovrei averli, anche se non so più dove.
“Riprendiamo, vuoi? Hai rischiato una fine ingloriosa perché fanatici islamici vedevano in te un’arma di distruzione di massa. Visto quello che accade in questa epoca, non pensi che i veri mostri siano mortali, vulnerabili e senza canini?”
“L’ho sempre pensato. Gli umani si scannano da millenni per qualsiasi cosa, religione in primis, e poi danno i numeri di fronte a qualcosa di diverso da loro. Ipocriti schifosi, loro e i loro falsi dei. Non hanno rispetto per niente e per nessuno, nemmeno per loro stessi. Spero che si estinguano al più presto e cerco sempre di dare il mio piccolo contributo.”
Piccolo… Un umano al giorno, di media, per trecento e spicci anni. Se anche fossi lucida, non riuscirei a fare il calcolo. La cosa buffa è affrontare questa realtà senza percepirne la portata. Una strage senza nome. E l’artefice ce l’ho davanti.
“Se noi umani ci estinguessimo sarebbe una fortuna per l’intero pianeta. È un pensiero che mi è capitato di formulare più volte. Ma se ci estinguessimo, che ne sarebbe di creature come te? Un’esistenza da immortale, circondato da immortali, non sarebbe… noiosa?”
“E perché un’esistenza libera da esseri che ti vogliono solo sterminare, trascorsa senza più bisogno di nascondersi, dovrebbe essere noiosa? Davvero, vi sopravvalutate. La vostra convinzione di essere al centro dell’universo è patetica e irritante insieme. Invece siete soltanto dei parassiti di questo povero mondo. E noi siamo i parassiti dei parassiti, non è divertente?”
Non lo è, per me. Tendo a personalizzare. E non mi sento un parassita. Sono convinta che il Raistan umano la penserebbe come me. Forse sta tentando di dirlo in una qualche piega dell’anima della creatura tricentenaria che ho davanti. Se solo lo lasciasse affiorare…
Si protende in avanti, sta ancora fumando. Appoggia i gomiti sulle ginocchia.
“Non cercare quel ragazzo, umana. Cosa pensi che ne sia stato di lui dopo tre secoli di solitudine e di atrocità, commesse e subite? A quale prezzo pensi che una mente possa tollerare tutto ciò? La risposta è qui, davanti a te. Sono come un frutto bellissimo all’esterno, ma completamente avariato dentro. E lo sono al punto che non me ne importa. Anzi, la cosa mi diverte.”
rvh2Lo diverte. Ed è vero. Glielo leggo in faccia. Bellissimo all’esterno, nero e marcio dentro. Eppure non mi convince del tutto.
“È triste, però. Se rivendichi il male che hai dentro, non puoi stupirti dell’odio e del rifiuto che gli umani, salvo eccezioni, ti tributano. E se riuscissero a distruggervi tutti?”
Niente, sto per fondare la sede distaccata del WWF per la tutela dei vampiri dall’estinzione.
“O forse succederà finalmente il contrario… Umana.” Tira una lunga boccata allo spinello e trattiene il fumo all’interno per un tempo interminabile. D’altronde non ha il problema di respirare. Poi chiude per un attimo gli occhi e si lascia andare contro lo schienale del divano. Solo allora il fumo gli sfugge dalla bocca in lente volute azzurrognole.
“Per distruggerci dovreste coalizzarvi. E voi immortali non fate gioco di squadra. Almeno da quel che leggo nei tuoi libri. Oltretutto non siete moltissimi, noi siamo miliardi e, da bravi parassiti, anche molto tenaci. E se invece si cercasse di convivere? Noi lo stiamo facendo, no?”
Sempre amate le cause perse. Io.
Riapre gli occhi e mi fissa con aria fra lo schifato e lo scandalizzato.
“Sei stupida o cosa? Convivere? Voi? Voi che non riuscite a tollerare la diversità in alcuna forma, che scatenate guerre e persecuzioni di ogni tipo, da sempre, contro chiunque non si conformi ai vostri ideali del momento, potreste convivere con individui non-morti che si cibano, piccolo dettaglio, del vostro sangue? Dovrei essere io quello fatto, donna, non tu.”
Me la sono voluta. Lo so.
“Magari tu lo hai dimenticato, ma c’è un tipo di stupidità umana che si chiama sognare. Succede, soprattutto in una notte come questa. Posso farti qualche domanda frivola, adesso?”
“La Martin Luther King dei vampiri, ladies and gentlemen, un applauso!” Me lo fa davvero, con un’espressione di scherno che, devo dirlo, mi indispettisce parecchio. “Chiedimi pure quello che vuoi, ci mancherebbe. Ormai siamo amiconi, abbiamo persino condiviso la stessa canna…”
Quasi quasi, mi alzo e me ne vado. Che dite?
“Amiconi non credo proprio. E non perché non mi piacerebbe. Ma non siamo qui per stabilire ponti di comunicazione non graditi, quindi… qual è la città dove preferisci vivere, e perché?”
“Sento più come casa Parigi, ma Londra è più divertente. Anche New York non è male. Percepisco un gelo che prima non c’era, in te. Suvvia, non ti sarai mica offesa, no? Una personcina per bene come te che fa il muso…”
Mi alzo. Faccio un passo. Mi chino e gli punto un indice direttamente contro la T-shirt nera, proprio lì dove non batte il suo cuore.
“Tu, Raistan Van Hoeck, stai mettendo a dura prova la mia pazienza. Sappilo. E non venire a parlare a me di gelo, tu sei un portatore sano di vento polare. Non mi sono offesa, ma il sarcasmo è stupido di fronte alla sincerità. Tu lo sai che dico quello penso.”
rvh3“Hai delle belle tette, in questa posizione. Puoi restare così per il resto del tempo? Almeno la serata non sarà del tutto sprecata….”
“Anche tu non sei male. Ma la posizione è scomoda. Accontentati di quello che hai visto.”
Torno a sedere.
“Stilista preferito?” chiedo, senza alzare gli occhi dal taccuino.
“Non faccio molto caso a queste cose. L’ultimo abito elegante che ho comprato era di Zegna e mi è fruttato una serata interessante. A proposito, niente domande piccanti? Che peccato… eppure sento che ti piacerebbe sapere certe cosette…” Mi strizza l’occhio con fare cospiratorio e il solito ghigno strafottente.
“Ci stavo arrivando. Preferisci fare sesso con i tuoi simili o con gli umani? Donne, uomini o è indifferente?”
“Uhhhh che bello, fai sul serio. Dura e pura, Bam! Mi piace! Allora ti rivelerò qualcosa che forse nei libri non è chiara: il fine ultimo di ogni amplesso per noi è comunque il sangue. Non c’è estasi superiore a quella e un rapporto senza il morso è solo un pallido simulacro di quello che potrebbe essere. Per questo il sesso vampiro/vampiro è infinitamente meglio. Anche il nostro sangue è molto più potente. Però sappiamo accontentarci. Maschi, femmine…. Un po’ meglio queste ultime – il seno è una parte del corpo che adoro – ma… anything goes, you know.”
Posso dirlo? Sono esausta. Non è un’intervista, è una battaglia.
“Preferisci auto o moto? E che modelli?”
“Le amo entrambe e nel corso del tempo mi sono accaparrato dei pezzi interessanti. La Ferrari F-60 però è quella che mi procura dei veri orgasmi. Ops. Si può dire orgasmi in in un’intervista?”
“Ormai l’hai detto. E comunque non hai voluto che registrassi, quindi posso ometterlo se credi possa nuocere alla tua reputazione.”
“Per la mia reputazione posso anche dirlo, allora. Ti vedo stanca, Laura. Non ti diverti? Io tanto. Potrei continuare per tutta la notte…”
Gli faccio una smorfia.
“Mi divertirei di più se tu fossi meno… Va beh, lascia perdere.”
Prendo il cellulare.
“Posso farti una foto?” chiedo.
“Naturalmente no, ma non posso biasimarti per avermelo chiesto.” Sorriso candido.
“Neanche se prometto che la tengo solo per me?” Sorriso ancora più candido, il mio.
“No, mi spiace. Né foto né ritratti. Siamo spettri, non lo sai? Non veniamo nelle foto.”
“Non ci credo. La mano posso dartela, per ringraziarti?”
“Ringraziarmi di che? Di essere stato irritante, irriverente e spiacevole per quasi due ore?”
In ogni caso si alza dal divano e me la porge, salvo sottrarmela un attimo prima che io la possa stringere. Ride di nuovo. Poi però cede, e lo vedo seguire il movimento della mia con un’espressione particolare. La chiamerei apprensione. Quando appoggio il palmo contro il suo percepisco immediatamente quanto la sua pelle sia gelida. rvh4Ma non faccio una piega. Anzi. Esprimo il mio entusiasmo per quella concessione con un sorriso e stringendo con energia. Spero non diventi una sfida, altrimenti dovrò riscoprire la mia abilità di ex mancina.
Lui ritira la sua abbastanza in fretta, per poi abbassarsi in un inchino formale, anche se non smette di fissarmi con quello sguardo sornione, mentre lo fa.
“È stato un piacere, Raistan Van Hoeck” dico, e mi produco in una specie di riverenza. Non indosso una gonna, ma fingo comunque il movimento. “Spero di rivederti, un giorno. Anzi, una notte… cioè, sì, insomma, hai capito.”
“Mai dire mai, reporter.”
Lascio che sia lui a dirigersi alla porta. Un attimo prima c’è. Un attimo dopo, no. Mi viene da ridere. Questa caratteristica lo accomuna a Edward Cullen, ma se fosse qui a sentirmelo pensare, come minimo mi staccherebbe la testa. E farebbe bene.

rvh5

Sono passati tre anni dalle vicende narrate nell’ultimo libro e il vampiro Raistan si ritrova ad affrontare un’emergenza di tipo completamente diverso dal solito: a causa di un terribile incidente stradale, i bambini della sua famiglia umana preferita, gli Andrews, sono rimasti soli e lottano tra la vita e la morte. Cosa fare? Prenderli con sé, condannandoli da subito a un’esistenza estranea al mondo umano, o rinunciare per consentire loro di condurre una vita normale, ammesso che sopravvivano? Che ne sarà di Ellie? Diventerà mai la Compagna di Sangue di Raistan? Un’inedita finestra sul mondo vampiro e su quello di RVH.

Edizione digitale.

Edizione cartacea.

L’intera serie potete trovarla QUI.

OoO

Laura Costantini dice di sé: Mi chiamo Laura Costantini. Sono nata a Roma, e la considero una grande fortuna, mentre il mondo tirava un sospiro di sollievo dopo la fifa blu per la crisi dei missili a Cuba, ignaro che stava per assistere alla fine di due grandi uomini: J.F. Kennedy e papa Giovanni XXIII. Sono cresciuta tra sbarchi sulla Luna, contestazioni studentesche e anni di piombo. Sarà per questo che amo di equanime e incondizionato amore la cronaca e la Storia con la S maiuscola? Ho imparato a leggere, come più o meno tutti, a sei anni. E non ho più smesso. Ho iniziato a scrivere storie mie a otto anni. E non ho più smesso. Dal 1994 mi guadagno da vivere esercitando il mestiere più bello del mondo: il giornalismo.

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E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

3 Commenti

  1. Fernanda Romani
    9 dicembre 2016 at 15:08 — Rispondi

    Bellissima intervista! Complimenti, Laura! Non era un’impresa facile!

  2. Stefania
    9 dicembre 2016 at 15:24 — Rispondi

    Io sono una lettrice imperdonabile perché non ho ancora letto tutte le memorie di Raistan, ma lo amo. Posso dirlo? Lo leggerà? Posso dichiarargli il mio amore eterno e sperare anch’io un giorno di incontrarlo?

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