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L’amante di Lady Chatterley, Silvia Menini

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Alla fine del racconto, decidi, ma che ti sia piaciuto oppure no, rifletti.

Un famoso romanzo da leggere e un’avventura da vivere. La protagonista avrà entrambe le cose. E forse ancora di più.

Abbandono il vento pungente per inabissarmi nei cunicoli della metro. Una puzza nauseabonda mi accoglie e mi fa storcere il naso. Copro la bocca con la sciarpa di cashmere che mi ha regalato lui a Natale. Dovrebbe sapere che a me il viola non piace. È il colore del lutto. Eppure insiste sempre affinché la indossi, soprattutto stamattina perché, ha detto, mi porterà fortuna. Come se l’esito di un colloquio dipendesse da ciò che indosso! Quando sento il rumore del treno, zigzago veloce tra la gente sperando che le porte non si chiudano prima di avermi risucchiata all’interno.
Pensando all’amuchina che mi spruzzerò sopra più tardi, ancoro la mano destra alla barra di metallo, mentre la sinistra viene solleticata in tasca dalla vibrazione del telefono.
La sua voce familiare mi accoglie con un «ciao» quasi ostentato. È tipico, da parte sua, chiamarmi per un saluto dopo appena poche ore che sono uscita di casa. È rassicurante, come una calda coperta che ripara dal gelo invernale. Io però mi sento soffocare e ogni molecola del mio corpo reclama aria.
«Sono in metro. Ci sentiamo più tardi?» bofonchio sottovoce. Estraggo dalla borsa L’amante di Lady Chatterley, lo apro seguendo il segnalibro, e fisso le pagine con brama crescente.
«C-certo…» mi risponde lui, tentennando. So di averlo deluso, ma scrollo le spalle, incurante.

Le persone sposate come te e Julia si portano appresso le loro belle targhette, proprio come i bauli da viaggio.[…]L’attività dello spirito richiede una casa confortevole e una cucina apprezzabile.

Mi chiedo spesso perché. Perché mi ostino a restare con lui se non sono felice? Per la casa? Per le cose che abbiamo comprato insieme? O perché non voglio stare sola?
Lo amo. Ecco. Lui è la sicurezza. Mi fa sentire protetta, mi ama e c’è sempre quando ho bisogno.
Rimetto il cellulare in tasca e mi concentro sul libro, ma a un tratto la metro frena, perdo l’equilibrio e mi aggrappo… Alzo gli occhi e incrocio i suoi. Sono caldi, scuri, in tono con la carnagione della pelle abbronzata e levigata dal sole. Un ricciolo gli cade sulla fronte, mentre il resto della capigliatura è tenuta a bada da un generoso strato di gel. Mi sorride, evidenziando due fossette ai lati della bocca, e mi aiuta a risollevarmi.
Farfuglio un «grazie» e riprendo la lettura ignorando le mie guance infuocate.

Lancio una veloce occhiata fuori. Fermata Cadorna. Il flusso di gente in entrata e in uscita mi disturba e, quando un posto si libera, colgo l’occasione per sedermi, accoccolandomi con la borsa sulla gambe. Eppure la concentrazione non è lì, su quelle pagine ruvide, ma sull’uomo che mi ha accolta tra le sue braccia. Un senso di calore che parte dal basso ventre mi pervade, e non mi resta che alzare gli occhi alla ricerca di qualche segnale che svii l’attenzione da questa eccitazione che sento. Ma i miei occhi incontrano i suoi, che mi fissano  provocatori e mi fanno avvampare.

L’amore, il sesso e tutte le altre storie non erano che ghiaccioli. Ghiaccioli da leccare e da lasciare perdere. Se si smette di assillarsi con il problema, quello passa. Non è niente. Il sesso poi, prima di tutto. Bisogna farsene una ragione e si è a posto. Il sesso è come un cocktail: ha più o meno la stessa durata, più o meno lo stesso effetto e quasi lo stesso significato.

Vorrei scacciare via il pudore che mi frena, come si fa con una zanzara fastidiosa. Vorrei fermarlo, passare la lingua su quelle fossette e attorcigliare i suoi riccioli attorno al mio dito. Vorrei…

Non sei d’accordo con me che il sesso occasionale non è molto importante se lo si confronta con una vita passata insieme? Non pensi che si possa subordinare il sesso alle necessità di una vita intera? Farne uso, semplicemente, dal momento che ne siamo costretti. Dopo tutto, importano davvero questi eccitamenti passeggeri? Non è forse la vita, una lenta e graduale costruzione di una personalità equilibrata? Non è forse vivere una vita completa? Una vita incompleta non ha davvero senso. Se la mancanza di sesso ti fa sentire incompleta, allora vai e fai del sesso.

Le porte si aprono. Fermata Duomo. Scendo, seguendo le altre persone, e non mi volto. Vorrei, ma desidero anche che esca dalle mie fantasie.
Seguo la fiumana di gente che scende le scale e si inabissa verso la linea gialla. Guardo per terra e conto i passi. Uno… due… trenta… cinquantatré…
Quando finalmente arrivo alla banchina, mi fermo e mi volto. Lui è lì e mi sorride, le mani infilate nelle tasche del cappotto di taglio sartoriale. Rimaniamo immobili a fissarci per qualche secondo, o minuto, finché il vento della metro in arrivo mi scompiglia i capelli e mi costringe a voltarmi per permettere alle persone di scendere. Sento la sua presenza dietro di me, il suo respiro. Salgo sulla carrozza, le porte si chiudono portandosi con sé ogni via di fuga. Sei fermate e ci sono.
«Ciao» mima con le labbra, senza emettere alcun suono. Gli rispondo con un sorriso imbarazzato e alzo il braccio sinistro mettendo il libro sul cuore come protezione. Penso a chi mi aspetta a casa. Alle sue chiamate, alla sua presenza costante, alla casa, a noi.

Può o no renderla felice? Se non lo può, non ha alcun diritto su di lei.

Fermata Centrale. Lui mi prende per mano e mi trascina fuori dal vagone, incurante della gente che segue la nostra stessa direzione in maniera sparpagliata. Pesto piedi, tiro gomitate, ma non vi bado e non chiedo scusa. Quando saliamo le scale che ci portano all’aperto, lui si volta a guardarmi, mi sorride, ma non si ferma. Attraversa invece la piazza come se sapesse già dove andare e, alla fine, lo vedo anch’io. L’hotel.
Attendo paziente nella hall, osservo le tende in velluto blu, i divani di pelle beige, i tavolini in vetro con sopra dei fiori freschi. Mi concentro sulla faccia accomodante del signore che sta porgendo una carta da firmare al mio amante sconosciuto.
Il cuore batte all’impazzata quando mi prende di nuovo la mano e mi spinge dentro l’ascensore baciandomi con un impeto improvviso. Mi slaccia il cappotto, quindi passa alla camicetta di seta bianca e mi sfiora con la mano facendomi rabbrividire. Una volta in camera gli allento la cravatta e poi mi spoglio.

Era spaventata, molto spaventata, ma lasciò che lui desse sfogo alla sua sensualità sfrenata, priva di vergogna, una sensualità che la scosse sino nel profondo, una sensualità che squarciò in lei gli ultimi veli e che la rese una donna completamente diversa. […] Eppure la passione continuò a fare scivolare la lingua lungo il suo corpo, consumandola, e quando quella fiamma le scese nelle viscere, le attraversò il petto, pensò di essere sul punto di morire. Morire di una morte eccitante e meravigliosa.

Lo desidero. Ormai la passione e la volontà di farlo mio hanno preso il sopravvento, e la ragione non è che un lontano ricordo. Quando lo vedo nudo di fronte a me, mi sdraio sul letto e chiudo gli occhi, aspettando di sentire il suo corpo sopra il mio, la sua pelle, la sua lingua che cerca una via per entrare. Aspetto di sentirmi sua.

E lui, mentre entrava dentro di lei, si rese conto che quella era la cosa che doveva fare: rimanere in tenero contatto con lei, senza perdere il suo orgoglio, la sua dignità e la sua integrità di uomo.
[…]E mentre il suo seme sgorgava in lei, anche la sua anima sgorgava verso di lei, in un atto creativo che è ben più che procreativo.

Mentre mi rivesto mi rendo conto che non so il suo nome. Scrollo le spalle: non importa. Sento l’acqua della doccia che scroscia, prendo la borsa ed esco.
In metropolitana mi siedo. Tiro fuori il cellulare. Tre messaggi. Li ignoro e guardo l’ora: sono le dieci e venti. Ho ancora dieci minuti per arrivare puntuale al colloquio. La brioche che mi volevo concedere per darmi la carica, però, salta.
Entro e mi accomodo nella sala d’attesa. Mentre mi sistemo la camicetta sgualcita, mi accorgo che non ho più la sciarpa. Cerco di fare mente locale e ho solo una risposta: l’ho lasciata in quella camera d’hotel. Sento chiamare il mio nome e scaccio il pensiero che suggerisce un segno premonitore. Seguo la zelante signorina che ondeggia leggiadra su tacchi così alti che sembra voglia spiccare il volo, poi attendo che apra la porta, ringrazio ed entro.

Lui alza la testa e, con uno sguardo che tradisce sorpresa e imbarazzo, mi fa accomodare. Aspetta paziente che la porta venga richiusa, incatena i suoi occhi ai miei e mi sorride.
La mia sciarpa. Indossa la mia sciarpa.

“Vuoi che te lo dica?” gli disse guardandolo in faccia “Vuoi che ti dica cos’hai che gli altri uomini non hanno, e che creerà il futuro? Vuoi che te lo dica?”
“Dimmelo” rispose.
“È  il coraggio della tua tenerezza, ecco cos’è: come quando mi metti la tua mano sul fondo schiena e mi dici che ho un bel fondo schiena”.

Le frasi tra virgolette sono tratte da “L’amante di Lady Chatterley“, di David Herbert Lawrence.

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Silvia Menini nasce nel 1981 a Verona; quando torna in Italia dopo un lungo peregrinare in giro per il mondo, decide di unire al suo amore di sempre per la lettura una nuova passione: la scrittura. Frequenta la scuola Holden di Torino e poi scrive ben tre romanzi, che tiene custoditi nel cassetto sperando che un giorno qualcuno li tiri fuori. Giornalista pubblicista e sommelier, collabora con la rivista online “Mondo Rosa Shokking” dove scrive di vini, libri e un po’ quello che le capita; ha il blog “Il Cavalibri”, dove abbina a ogni libro un vino.

A luglio 2016 pubblica per la Rizzoli YouFeel “Se bella vuoi apparire” di genere ironico.

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

3 Commenti

  1. Caela
    21 settembre 2016 at 18:14 — Rispondi

    Raccolgo l’invito anche se io non sono degna di commentare nomi importanti. Io ho trovato due cose che mi colpiscono in questo brano.
    1) l’alternanza/confronto della lettura con la vita reale, cioè il presente della protagonista. Io non l’avevo mai letto, ma forse non ho fatto le letture giuste. Se invece è una personale tecnica narrativa, a me scappa di rubarla e mettermela via, non si sa mai.
    2) particolari nel brano e la frase finale mi piacciono.Mi attizza l’idea che sia la donna a prendere l’iniziativa, anche questa è una novità, visto che di solito siamo in vetrina noi e scelgono loro.

    • Babette Brown
      21 settembre 2016 at 19:07 — Rispondi

      Molto interessante, Caela, il tuo commento. Anch’io sono stata colpita dalla commistione fra il romanzo e la storia della protagonista del racconto.

  2. Marilena
    21 settembre 2016 at 21:26 — Rispondi

    Bellissimo! Brava Silvia 🙂

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