Gli amici del MagLa scheggia impazzitaRubriche

L’Alchimia degli Opposti IV, di Lucia Guglielminetti e Federica Soprani (prima puntata)

Grandi pericoli attendono Raistan Van Hoeck in questa quarta avventura de L’Alchimia degli Opposti. Riuscirà Guillaume de Joie a salvare il suo amico? Godetevi la Battaglia di Vauxhall Arches.

Vi ricordiamo che la storia è adatta solo a un pubblico adulto.

1

“Stai aggiornando il profilo su Facebook, Fiorellino?”

Guillaume arricciò appena le labbra senza distogliere gli occhi dallo schermo illuminato del laptop. Le schermate fitte di stringhe di codice si riflettevano nelle sue iridi rendendole simili a frammenti di specchio. Nemmeno quando la bocca di Raistan scese a impossessarsi del suo collo, mentre il braccio poderoso lo avvolgeva da dietro, staccò lo sguardo da quelle sequenze.

“Sto lavorando” annunciò con voce incolore, godendo del percorso di baci e morsi che l’altro andava tracciando sulla sua pelle. Si impose di non ribellarsi nemmeno quando il primo bottone della camicia saltò via, strappato dalla mano impaziente dell’Olandese. “Attento. È di Gucci” lo ammonì distrattamente, socchiudendo gli occhi e sollevando la mano per affondare le dita tra i capelli serici che gli solleticavano il collo.

“Ma non mi dire, fighetto” sussurrò Raistan, impossessandosi del suo orecchio e tormentandolo con la lingua e con i denti. “Se prometto di ricomprartela uguale posso strappartela di dosso?” aggiunse, e senza preoccuparsi della risposta afferrò il tessuto impalpabile con le mani e fece per lacerarlo.

“Che cosa ti sfugge nella frase ‘Sto lavorando’?” domandò Guillaume, bloccandogli i polsi. Nonostante le sue dita fossero più esili, le sue mani più affusolate, la loro forza fu sufficiente a interrompere qualsiasi iniziativa distruttiva stesse per consumarsi ai danni della camicia.

Raistan ringhiò sommessamente, come ogni volta che l’altro gli ribadiva in qualche modo la propria anzianità. In quel caso non era tanto per la forza con cui lo tratteneva. No, era il tono petulante con cui lo apostrofava, come se stesse spiegando un concetto relativamente semplice a un bambino poco sveglio.

“Capirai” borbottò, senza mollare la presa sul tessuto, “Cosa dovrai fare di così urgente? Un sudoku?”

“Se proprio ci tieni a saperlo, sto violando il sistema informatico della Banca Centrale Europea.”

“Eh…?” fece Raistan. Ma aveva capito benissimo. “Pure hacker… Non ti fai mancare proprio nulla, bravo. Va bene, dopo ti lascio giocare finché vuoi, ma adesso avrei in mente un altro genere di violazione…” continuò, insinuando la mano sotto la camicia di Guillaume e facendo saltare altri bottoni.

“Raistan, non ora” sospirò l’altro, opponendosi senza troppa convinzione a quel contatto.

“Eddai… piantala di fare la checca frigida” gli sibilò Raistan nell’orecchio. “Non hai bisogno di questi giochetti per farmi venire voglia…”

Lo schiaffo risuonò con uno schiocco sonoro nel silenzio della stanza, subito seguito dal ringhio rabbioso di Raistan.

“Chiamami ancora così e l’unico modo che avrai per bere sangue sarà con una cannuccia” scandì Guillaume. Era voltato verso di lui, ora, gli occhi duri come zaffiri taglienti, la mano con cui lo aveva colpito ancora levata. “Sono morto, stupido bestione. E lo sei anche tu. Ficcatelo in quella testa. Nessun calore. Nessuna passione. Sei frigido quanto me, Raistan Van Hoeck, prima lo comprendi e meglio sarà per tutti.”

Ciò detto tornò a voltargli le spalle come se niente fosse accaduto e non vide la tempesta di emozioni attraversare il viso dell’Olandese, immobile dietro di lui. Prima lo shock, poi la rabbia che gli fece stringere i pugni con tanta forza da conficcarsi le unghie nei palmi fino a farli sanguinare, infine la tristezza. Alzò una mano per accarezzarsi distrattamente la guancia colpita e la allungò fin quasi a sfiorare la testa del compagno, ma la ritirò all’ultimo momento, per paura di essere respinto di nuovo.

“Siamo morti solo se lo vogliamo. E io non voglio. Comunque, visto che la mia presenza non è apprezzata, andrò a divertirmi altrove, fiorellino. Posso ancora chiamarti fiorellino o devo rivolgermi a te chiamandoti ‘Sua Eccellenza De Joie’? Stronzo…”

Non attese la risposta dell’amico e uscì di casa sbattendo la porta, col desiderio irrefrenabile di fare del male a qualcuno. Poiché, tuttavia, fare a brandelli la prima persona che avesse incontrato non era socialmente accettabile nemmeno nella comunità vampira, doveva scegliere un posto in cui una bella carneficina non avrebbe suscitato lo scalpore che avrebbe avuto se fosse avvenuta in una sede del Lions Club, anche se non gli avrebbe dato la stessa soddisfazione. Il segreto per essere felici era accontentarsi, tuttavia.

2

Raistan montò in sella alla Harley, la mise in moto con gran fragore e partì come una scheggia verso quel luogo in cui aveva un conto in sospeso: Vauxhall Arches. Aveva promesso a quel piccolo topo sgusciante e ai suoi amici che sarebbe tornato, e quello gli pareva proprio il momento adatto. Era furioso con Guillaume per la reazione spropositata con cui aveva accolto le sue avance. Schiaffeggiato! Avesse potuto avrebbe fatto a brandelli lui, ma ancora una volta aveva dovuto riconoscere la propria inferiorità a livello di forza fisica rispetto al vampiro più antico, e questo lo faceva impazzire di rabbia. Sì, molto meglio strappare una decina di teste. Più salutare, almeno per lui. E, se avessero opposto un minimo di resistenza, sarebbe stato ancora più divertente. Attenti a voi, topi di fogna. Attenti a voi. La peste che vi sterminerà sta arrivando.

Parcheggiò la moto a una decina di metri dall’ingresso degli Archi, un gigantesco tunnel usato un tempo per il passaggio dei treni e che ora conosceva una stagione di abbandono pressoché totale. Si era trasformato in pochi anni in rifugio per disperati di ogni tipo, che nei suoi meandri trovavano riparo dai rigori invernali e dagli occhi indiscreti della gente normale, che là fuori lavorava, passeggiava, incontrava amici: viveva, in una parola. Quella che loro conducevano là sotto era solo un simulacro di esistenza, consumata tra abusi di ogni tipo. Nessuno sapeva quanti fossero, nemmeno Raistan, che di tanto in tanto si spingeva fin laggiù per una serata di caccia vera e ne usciva quasi sempre soddisfatto. Il decesso di un derelitto non faceva notizia, qualunque fossero le circostanze in cui esso avveniva. Nemmeno la Polizia osava spingersi là sotto, se non per qualche ispezione di tanto in tanto, di solito infruttuosa. I ratti sapevano come nascondersi per sfuggire allo sguardo degli Altri, ma Raistan non era un Altro comune, e li scovava fiutando la paura, che trasudava dalla loro pelle come gas tossico. La maggior parte, poi, era talmente stordita e indolente che non tentava nemmeno la fuga. Si lasciavano abbracciare e dissanguare con la stessa arrendevolezza di agnelli sacrificali.

Tranne l’ultima volta. Non era un bene quello che era successo. Secondo Raistan, il fatto che avessero tentato una reazione sovvertiva l’ordine naturale delle cose. Erano nati per essere prede, come osavano ribellarsi al loro destino? No, no, non andava. Quella sera avrebbe ristabilito le giuste gerarchie e l’universo intero avrebbe riacquistato il proprio equilibrio. Così sia. Per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Si inoltrò nella galleria, divisa al suo interno da muri che correvano paralleli per tutta la sua notevole lunghezza a creare i corridoi in cui si allungavano i binari; ogni tunnel comunicava con quello accanto grazie ad aperture che si succedevano nelle pareti con una decina di metri di intervallo tra l’una e l’altra. Malinconiche luci aggrappate al soffitto delle volte spezzavano il buio perpetuo di quel luogo che non conosceva né giorno né notte, ma più ci si addentrava nel regno dei topi, meno erano quelle funzionanti e certe zone erano immerse nel buio pressoché totale.

Il vampiro non aveva bisogno di luce per muoversi in quel labirinto. Ci vedeva quasi come all’esterno, e sondava le pozze di oscurità attento a ogni movimento, ogni respiro, ogni colpo di tosse, ogni battito di cuore. Il loro stesso essere vivi rappresentava per lui e per i suoi sensi acuti un faro nel buio, verso cui dirigersi senza esitazione alcuna. Eppure, quella sera, c’era qualcosa di strano. Non percepiva la loro presenza dislocata in modo casuale e disordinato come al solito. Non udiva i suoni della vita, seppure nascosta, intorno a sé. A fargli compagnia, solo il fruscio dei propri passi.

Dopo qualche minuto si fermò, perplesso, annusando l’aria. Disgustosa, come al solito, per di più calda, densa e umida come fiato di drago, ma il sentore di essere umano era sbiadito. C’erano state persone, forse fino a poco tempo prima, ma in quel momento erano assenti. I suoi sensi non mentivano, poco da fare, e gli suggerivano che la situazione era la stessa per tutto il tratto di tunnel percorso fino a quel momento. Ma che cazzo…? pensò, aggrottando la fronte e girando su se stesso un paio di volte, senza riuscire a capacitarsi di quel cambiamento così insolito.

Un lieve rumore lo fece voltare di scatto: alla sua sinistra, affacciato a una delle ultime aperture, un ragazzino lo stava guardando. Poteva anche essere lo stesso della volta precedente: il cappuccio della felpa calato fin quasi sugli occhi non aiutava a identificarlo e nemmeno aveva importanza. Allora non erano emigrati tutti al Club Mediteranee! Raistan provò un irrazionale senso di sollievo e si diresse verso di lui con apparente noncuranza, le mani affondate nelle tasche dei jeans neri e il passo lento e maestoso. Anche lui indossava un felpa nera con il cappuccio sollevato, ma i capelli ne sgorgavano comunque come una cascata argentea sul petto, unica nota di colore nel nero totale della sua figura. Quelli, e il volto di un candore quasi perfetto.

“Credevo che gli sbirri avessero fatto piazza pulita, amico. Che cazzo…” disse con tono strascicato, simulando la parlata di un tossico o di un ubriaco. Dovette detergersi la bocca con il dorso della mano, avvolta in un mezzo guanto di pelle nera, per impedirsi di sbavare. Pochi metri lo separavano dal piccolo bastardo. Dopo, la festa avrebbe potuto incominciare. Se Guillaume non avesse fatto lo stronzo, avrebbe portato anche lui e se la sarebbero goduta assieme. Che andasse a fare in culo, lui e la sua camicia Gucci del cazzo! Una volta tornato a casa, pienamente in forze grazie alla scorpacciata che si sarebbe concesso ed eccitato dall’euforia del sangue versato, se lo sarebbe scopato fino a fargli chiedere pietà. Anche quello era ristabilire l’equilibrio nell’universo. Sentì una fitta al basso ventre e si costrinse a dedicare la sua attenzione all’umano pelle e ossa che continuava a fissarlo senza muoversi; modificò anche la propria andatura, incurvando un po’ le spalle e rendendo più insicuro e ciondolante il proprio passo: voleva che il piccolo ratto non si sentisse minacciato e lo lasciasse avvicinare, scambiandolo per uno di loro. “Ehi, amico, dove cazzo siete, cazzo, ehi… hai un po’ di roba?” borbottò, a voce più alta, grattandosi le braccia come un drogato in astinenza. Per tutta risposta, il ragazzino gli mostrò il dito medio e sparì nel buio con uno scatto felino, lasciandosi dietro la scia di una risata.

Anche Raistan rise. Buttò la testa all’indietro e si concesse una sonora risata che risuonò sinistra nel tunnel, spezzandosi in mille eco diverse. Poi scattò nella stessa direzione presa dal ragazzo, individuandolo dopo pochi istanti. Se avesse corso alla massima velocità lo avrebbe raggiunto dopo un paio di secondi, ma non era quello lo spirito della caccia: il bello era illudere la preda. Fargli credere di aver raggiunto la salvezza. Portare la sua paura a livelli a stento tollerabili. Nutrirsi di tutte queste sensazioni, prima ancora che del sangue. Quello era un pasto davvero soddisfacente.

Vide il ragazzino lanciarsi nello spazio tra due tunnel e virò nella stessa direzione. Quel piccolo bastardo stava ancora ridendo. C’era una nota isterica, nella sua risata, senza dubbio, ma quella mancanza di rispetto lo stava irritando lo stesso. Sbucò nell’ennesimo corridoio, ma questo era molto più ampio dei precedenti, quasi uno spiazzo, con materassi ammassati ovunque lungo le pareti, carrelli da supermarket sbilenchi, cumuli di immondizia e sacchi pieni di merce non meglio identificata. Anche un paio di fuochi accesi qua e là. Quell’idiota lo aveva portato dritto al loro rifugio! Bene! E adesso dove si era ficcato? Dove si erano cacciati tutti quanti? Iniziò a provare uno spiacevole disagio, una sottile paura che strisciava in lui come una corrente fredda e che lo indusse a retrocedere verso il varco che aveva appena attraversato, guardandosi intorno cauto. Per la prima volta, l’idea di essere lui la preda gli si affacciò alla mente in modo orribile. Come schiudere una mela dall’aspetto succoso e scoprirla piena di vermi.

Non aveva ancora finito di formulare quel pensiero che qualcosa si infranse a poca distanza dai suoi piedi, sprigionando una fiammata; se non fosse stato per la sua prontezza di riflessi, il fuoco lo avrebbe investito alle gambe, causandogli gravi danni. Invece si scostò, lasciandosi sfuggire un ringhio di rabbia e di sorpresa. Un’altra bottiglia piena di liquido infiammabile fendette l’aria e si spaccò alle sue spalle, lanciata da una mano invisibile. Il calore lo fece voltare di scatto e indietreggiare a precipizio, non verso il varco, ma più all’interno della galleria, verso la parete di fondo. Stavano cercando di intrappolarlo, quei bastardi!

“Dove siete? Dove cazzo siete? Fatevi vedere, se avete il coraggio, miserabili rifiuti umani!” urlò, più spaventato di quanto non avrebbe mai ammesso. Un’altra bottiglia si ruppe e le fiamme divamparono a breve distanza da lui, costringendolo a indietreggiare ancora. Quando tentò di scagliarsi verso sinistra, dove si apriva l’ingresso ai Vauxhall Arches, centinaia di metri più in là, successe la stessa cosa. Due molotov, lanciate in sequenza, sprigionarono altre fiamme, alte e minacciose. Nel bagliore che le accompagnò, Raistan vide innumerevoli volti sbucare dall’oscurità, davanti e di fianco a lui, a qualche decina di metri di distanza, gli occhi che brillavano di malsana soddisfazione.

La sua paura crebbe, strappandogli un gemito costernato. Tentò allora di scattare verso destra, ma accadde la stessa cosa, costringendolo a bloccarsi. Ora il fuoco lo circondava su tre lati, mentre alle sue spalle incombevano le pareti gocciolanti umidità. Gli umani avanzavano inesorabili, armati di quelli che riconobbe con orrore come paletti di legno acuminati. Non poteva essere vero. Non era possibile. Come facevano a sapere che sarebbe arrivato proprio quella sera? Da quanto tempo si stavano preparando? Pensò a Guillaume, rimpiangendo che non fosse lì, ma rallegrandosene nello stesso tempo. Almeno lui era al sicuro. Almeno non avrebbe provato l’orribile sensazione di essere in trappola, qualcosa che aveva sperato di non percepire mai più. Oh, ma avrebbe venduto cara la pelle. Prima di morire ne avrebbe portati con sé a decine, di quei ratti!

“Credevi che ci saremmo di nuovo fatti cogliere di sorpresa, vampiro? Ti avevo già avvertito l’altra volta. Questa è casa nostra, e gli intrusi fanno una brutta fine. Di sicuro,tula farai” disse una voce dal buio.

“Fermatevi, o vi ucciderò tutti. Tutti! Voi non avete idea di contro chi vi siete messi. Fermatevi, ho detto!” urlò Raistan, quasi con le spalle al muro. Il calore delle fiamme e il fumo gli facevano bruciare gli occhi. E se bruciavano a lui, non-morto, non aveva idea di come facessero a resistere gli umani. Dio, erano tanti. Tantissimi. Almeno una trentina, forse di più, ed erano sempre più vicini. Guillaume… Guardò in alto e vide che il soffitto del tunnel, fino a dove il suo sguardo si poteva spingere, era ricoperto da una rete metallica. Spiccò un balzo fulmineo, aggrappandovisi, sollevando anche le gambe e puntando i piedi contro di essa. Le suole a carrarmato degli stivali riuscivano ad assicurargli una certa presa, ma era un vampiro, non Spiderman, e non sapeva per quanto sarebbe riuscito a resistere. Prese a muoversi al di sopra degli umani sbalorditi come un gigantesco ragno, ignorando il dolore alle mani, mentre l’orda urlava minacce e gli scagliava addosso tutto quello che poteva, senza riuscire a raggiungerlo.

Una barra metallica attraversava il tunnel in perpendicolare, a un certo punto: Raistan vi si appollaiò sopra per riposarsi un attimo, poi decise di tentare il tutto per tutto: si tuffò, letteralmente, in avanti, oltre il gruppo, atterrando sulle mani, eseguendo un’elegante capriola e rimettendosi in piedi, per poi lanciarsi in una corsa sfrenata verso l’uscita del tunnel, inseguito dal manipolo di senzatetto urlanti. Si lasciò persino sfuggire una risata di sollievo, non molto meno isterica di quella del ragazzino che aveva inseguito poco prima. Gioco, partita, incontro. Non lo avrebbero mai raggiunto, quegli idioti, pensò, voltandosi indietro per l’ennesima volta. Poi, un dolore spaventoso gli esplose nel petto, accompagnato da un urto fortissimo, come se si fosse scontrato con un muro di cemento. Non era un muro. Era un umano del cazzo, sbucato da chissà dove, e insieme finirono a terra in un groviglio scomposto di arti e di imprecazioni. L’umano rimase a terra, tramortito per la violenza dello scontro, ma altri due si aggrapparono addosso a Raistan, strillando come ossessi per richiamare i compagni. “Lo abbiamo preso! Lo abbiamo preeeeeesoooooo il bastardo! Bruciamolo! Bruciamolo!!” gridava una donna con voce stridula, strattonandogli i capelli e tentando di cavargli gli occhi con le unghie nere di sporcizia. L’Olandese se la scrollò via di dosso e le spezzò l’osso del collo, preparandosi ad affrontare il suo compagno, ma non ce ne fu bisogno, perché quello fuggì dopo aver tentato di piantargli qualcosa nel torace, urlando terrorizzato. Raistan si alzò, ma il dolore lo fece di nuovo piegare su un ginocchio.

Quando abbassò lo sguardo, vide qualcosa sporgergli dal corpo, all’altezza dello stomaco e sentì il sangue colargli copioso tra le dita che aveva portato alla ferita. Un paletto. Un merdoso paletto di legno, si era beccato. Sono cazzi, fiorellino… Se lo avesse tolto, avrebbe sanguinato ancora di più, perdendo rapidamente le forze – brutta bestia, il legno – quindi doveva tenerselo dentro fino a quando non fosse stato al sicuro.Se mai fosse stato al sicuro, e allo stato attuale la vedeva grigia, per concedersi un gergo da umani. Ignorando il dolore si alzò e riprese a correre più veloce che poteva, ma ogni passo era una tortura, come se avesse avuto dentro una bestia che gli strappava via brani di carne a morsi. Stavano arrivando, e la fine del maledetto tunnel non si vedeva. O forse era lui a non vederci più tanto bene, chi poteva dirlo?

Cadde sulle ginocchia, poi si rialzò e riprese a correre. Tale quale a un incubo e nemmeno il sollievo di svegliarsi. Mai. Mai più. Guillaume… oh, ti prego… Cadde ancora. Ormai gli umani erano a una decina di metri scarsi, ne sentiva le voci, i passi, l’odore. Pensò che forse, dopotutto, la ferita si sarebbe rimarginata più in fretta, se avesse tolto il paletto. Appoggiò la mano destra sotto lo squarcio. Con la sinistra strappò. Le gambe gli cedettero e un grido di dolore gli sgorgò dalla gola, assieme al sangue della ferita lungo il ventre, che le mani non riuscivano a bloccare, nonostante la pressione esercitata. Si mise di nuovo in piedi. Riprese ad avanzare. Camminando, adesso. Non aveva importanza. E, no, non sarebbe più fuggito.

Si voltò e si acquattò in posizione di attacco ruggendo di rabbia, dolore e indignazione. Contemporaneamente chiuse gli occhi, si concentrò e scagliò fuori da sé una spaventosa ondata di energia malefica, cristallizzando in essa ogni sensazione negativa che provava. Una delle malandate luci sul soffitto esplose e gli umani si bloccarono urlando, alzando terrorizzati lo sguardo. Attorno a loro si era alzato come un turbine di vento, che spediva nell’aria cartacce e ogni genere di sporcizia, obbedendo alla furia del vampiro. Alcuni lasciarono cadere le proprie armi e fuggirono. Altri si piegarono su se stessi e diedero di stomaco. Altri ancora si tenevano la testa stretta fra le mani e urlavano, come in preda al dolore. Altri, però, avanzavano, i paletti sollevati. Raistan ringhiava, i tendini del collo tesi come corde di violino, una mano premuta sulla ferita e l’altro braccio teso verso il gruppo, come a incanalare meglio la propria energia. Anche le altre luci esplosero e gli Archi piombarono nell’oscurità totale. L’Olandese scattò, strappando teste e arti, affondando i denti nelle gole, traendo dal sangue l’energia che gli serviva per resistere, in una cacofonia di urla e suoni liquidi che sembrava non finire mai. Poi, all’improvviso, l’oscurità calò come un maglio anche su di lui, e non vide né seppe più nulla.

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