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L’alchimia degli Opposti, di Lucia Guglielminetti e Federica Soprani (seconda puntata)

Ecco la seconda puntata di L’Alchimia degli opposti, il racconto Urban Fantasy di Lucia Guglielminetti e Federica Soprani. La prima è stata pubblicata il 16 marzo.

Ricordiamo che la storia presenta connotazioni tali da renderla adatta solo a un pubblico adulto. Buona lettura!

10

La moto sfrecciava lungo Hogart Lane.
Si erano lasciati alle spalle Knightsbridge e le luci del centro e procedevano lungo strade decisamente meno affollate. Raistan seguiva le rare indicazioni di De Joie, ignorando con caparbietà la pressione del suo petto nudo contro la schiena e le labbra pericolosamente vicine al suo collo. Dove accidenti alloggiava quel fanatico? Dopo circa quindici minuti di percorso, all’Olandese venne in mente che lo stesse solo attirando in un posto fuori mano per vendicarsi del suo scherzo nella toilette.
“Non siamo ancora arrivati?” gridò, per superare il rombo del motore e il fragore del vento che li avvolgeva.
“Quasi” rispose l’altro, assestandosi meglio contro l’ampio appoggio offerto dalle sue spalle.
Ma proseguirono ancora per cinque minuti buoni, finché Guillaume gli chiese improvvisamente di fermarsi su Kew Road.
“Mi stai prendendo per il culo?” mormorò Raistan, mentre il francese lo liberava finalmente dal suo abbraccio e scendeva dalla moto, barcollando sul ginocchio dolorante. “Non puoi vivere dentro i Kew Gardens!”
“E invece sì” rispose Guillaume, serafico. “E siccome per colpa tua non posso scavalcare il cancello da solo, ti conviene trovare il modo di farmi arrivare di là” aggiunse, indicando l’imponente cancellata che s’innalzava per dieci metri buoni a dividere il parco dal resto del mondo.
“Potrei lanciarti… quanto peserai, una settantina di chili?”
“Ottanta. E non ci pensare nemmeno, non sono un sacco di patate. Se per caso ricadessi sul ginocchio che tu mi hai massacrato, penso che potrei morire. Dovrai portarmi dall’altra parte in spalla, non c’è altro modo” dichiarò, incrociando le braccia sul petto e guardando imbronciato Raistan. L’Olandese ricambiò lo sguardo, diffidente.
“Il fatto che ti abbia dato un passaggio non significa che sia diventato la tua balia. Non vorrei che ti facessi strane idee, io ti trovo insopportabile esattamente come prima. Quanti anni hai? Circa 500? Mi stupisce che tu sia vissuto tanto a lungo, irritante come sei. Aspetta che il ginocchio guarisca e poi scavalca da solo. Non è un problema mio.”
“E se sorgesse il sole prima che io ci riesca? Dai, cosa ti costa? In fondo è colpa tua se sono in questa situazione difficile!”
Raistan avvicinò il viso a quello del francese, puntando gli occhi nei suoi: “Se non mi avessi fatto incazzare con le tue pretese da principino viziato non sarebbe successo! Io volevo solo starmene per conto mio, stronzo!”
Guillaume abbassò gli occhi e assunse un’espressione così addolorata che Raistan dovette distogliere lo sguardo per non provare una stilla di compassione per lui. E dire che la sua soglia di empatia era molto, molto alta. Per non dire inesistente.
“Mi sentivo solo… Da tanto non incontravo un membro della nostra specie, volevo solo fare un po’ di conversazione. Tu non ti senti mai solo, Raistan Van Hoeck?” sussurrò Guillaume, per poi inchiodare l’Olandese con occhi improvvisamente arrossati.
E che cazzo!
“Se succede, non sono affari tuoi. Avanti, aggrappati. Ma è l’ultimo favore che ti faccio, poi voglio tornarmene a casa. La serata non è stata facile nemmeno per me, caso mai ti interessasse.”
Sì abbassò leggermente per permettere al francese di sistemarsi sulla sua schiena, con le gambe incrociate attorno ai suoi fianchi; lo sentì annusargli i capelli con un lungo respiro voluttuoso e alzò gli occhi al cielo, poi prese a scalare l’enorme cancello nero, imprecando tra sé e sé.
“Come cazzo si fa ad abitare in un cazzo di parco botanico, dico io?!”
“Mi piacciono i fiori, ed è un posto tranquillo… Ho un bellissimo nascondiglio a prova di luce. Se vuoi, te lo mostro.”
Raistan non gli rispose. Arrivato in cima, scavalcò agilmente le punte metalliche svettanti verso il cielo e cominciò la discesa. Ancora non si spiegava come avesse fatto a concludere la serata con una checca logorroica sulla schiena, ma si sa che la vita riserva sempre un mucchio di sorprese.

11

Quando il vampiro atterrò sul morbido manto d’erba, ebbe l’impressione di essere stato sbalzato in un altro mondo. Oltre le sbarre poteva vedere ancora la strada asfaltata, la moto parcheggiata accanto a un lampione. Si udiva perfino il rombo lontano di un’auto, che ben presto però svanì, lasciando solo il silenzio.
Ma dall’altra parte della cancellata, beh, era tutto un altro discorso.
Il primo pensiero di Raistan fu che il francese lo avesse drogato in qualche maniera, trascinandolo in un trip stile Alice nel Paese delle Meraviglie. Del resto Guillaume aveva qualcosa del Bianconiglio, o del Cappellaio Matto.
Mosse qualche passo dimenticandosi del proprio fardello.
Durante il giorno i Kew Gardens erano una delle tante attrazioni di Londra. Si trattava di una vasta area a ovest della città, occupata da giardini, serre, orti botanici, piccole pagode d’epoca. Erano famosi per ospitare una delle più varie collezioni floreali del mondo. Patrimonio dell’umanità per l’Unesco, nientemeno. Pullman di turisti e scolaresche li visitavano quotidianamente, scattando foto e correndo attraverso i prati e gli eleganti edifici risalenti all’epoca vittoriana, sotto lo sguardo vigile dei tanti operatori.
Ma di notte era tutta un’altra storia.
Dal punto in cui erano entrati, un sentiero bianco, che sembrava composto da cristalli di zucchero scintillanti sotto i raggi della luna, si snodava attraverso prati che riverberavano di luce azzurra. Volute di foschia si alzavano dal terreno umido in archi argentei, creando architetture fantastiche ed evanescenti. In fondo al sentiero s’intravedeva un’immensa struttura stagliata contro il cielo, un palazzo delle fate fatto di rugiada e ombre splendenti.
“Allontaniamoci dalla strada, ti va?” propose Guillaume. Solo allora Raistan tornò cosciente della sua presenza abbarbicata alle proprie spalle, della voce suadente che gli sussurrava nell’orecchio.
Il Bianconiglio, il Cappellaio matto. Anche la Regina di cuori, a ben vedere.
L’Olandese avrebbe voluto ribattere che il suo dovere lo aveva fatto, che lo aveva portato oltre i cancelli come stabilito e che ora poteva anche andarsene al diavolo.
Ma un usignolo aveva iniziato a cantare, da qualche parte nel folto di alberi secolari che delimitavano il paesaggio, oltre il prato e un altro gli faceva eco, in un duetto vertiginoso.
Guillaume premette lievemente le ginocchia sui suoi fianchi e Raistan si ritrovò ad avanzare, inoltrandosi lungo il sentiero, vagamente inebetito.
Il palazzo delle fate acquistava consistenza mentre si avvicinavano. Non era fatto di rugiada, anche se le sue pareti di cristallo non sembravano meno fragili, destinate ugualmente a svanire alla luce del mattino.
“Quella è la Palm House” bisbigliò Guillaume. Doveva avergli letto nel pensiero, perché Raistan stava per chiedergli che accidenti di posto fosse quello. Per non dargli soddisfazione si limitò a grugnire.
Il francese non ne fu punto impressionato e continuò leggiadro: “Ospita importanti collezioni di fiori rari e piante tropicali, alcune in via d’estinzione. Non ci crederai, ma c’è anche un’orchidea che porta il mio nome.”
“Questo vuol dire che c’è speranza che ti estingua anche tu a breve?” domandò caustico Raistan, palesando un improvviso interesse.
“Sei proprio un tipaccio, eh?” lo rimbrottò giocosamente Guillaume, soffiandosi via dal volto i capelli dell’Olandese. Sotto i raggi della luna essi sembravano più che mai argentei e si sollevavano prendendo vita come spiritelli flessuosi.
La Palm House sorgeva in posizione lievemente sopraelevata e dominava una spianata erbosa circondata da un anello di alberi svettanti. Con le sue forme morbide e le sue cupole bombate sembrava un grande fiore di cristallo sul punto di schiudersi.
“Che aspetti a entrare?” si informò Guillaume.
“Abiti qui dentro?…” domandò Raistan, dubbioso.
“Ma che ti salta in mente? È una serra, nel caso non te ne fossi accorto!” lo canzonò l’altro, con feroce allegria. “Ferro e cristallo sotto il seppur debole sole inglese. No, decisamente non fa per me.”
“E allora perché diavolo vuoi entrare?” obiettò l’Olandese che, passata in parte la fascinazione dovuta al luogo, stava riacquistando la consueta diplomazia.
“Ma come, non vuoi vedere il fiore che ha il mio nome?” esclamò Guillaume, scandalizzato.
Per Raistan era abbastanza.
Se lo scrollò di dosso senza troppe cerimonie, facendolo atterrare sulla ghiaia fine. Non fu stupito nel vederlo rizzarsi in piedi con un unico movimento fluido, nonostante una smorfia gli increspasse il volto. Non doveva essere abituato ad avere qualcuno che torreggiasse su di lui, il Cappellaio matto.
“Esattamente, perché mi hai portato qui, psicotico del cazzo?” si informò Raistan.
Guillaume alzò gli occhi al cielo. Aveva ricominciato a fare quella cosa col naso, ad arricciarlo mostrando i denti.
“Ma a che ti serve poter vedere ciò che i comuni mortali nemmeno percepiscono se poi non ti prendi nemmeno la briga di guardarti intorno, Raistan Van Hoeck?” esclamò esasperato.
Questa volta fu il turno di Raistan di alzare gli occhi al cielo, masticando peraltro una bestemmia.
“Bene, hai finito con ‘I dolori del giovane De Joie’? No, perché andrei di fretta…”
“Conosci Goethe? Sono impressionato” lo interruppe Guillaume. “L’ho conosciuto anch’io. Di persona intendo. Persona amabilissima, non fosse quando alzava il gomito, come tutti i tedeschi del resto…”
Ma l’Olandese gli aveva già dato le spalle e stava tornando sui propri passi, ripercorrendo il sentiero di zucchero.
Guillaume rimase a seguirlo con lo sguardo per un istante, l’alta figura che incedeva con passo quasi marziale, lasciando dietro di sé la scia luminosa dei capelli.
“Ah, c’è un’altra cosa, Van Hoeck!” gli gridò. Nascose un sorriso scorgendo il moto di irritazione che attraversò le spalle del vampiro, mentre si arrestava in mezzo al sentiero. Era proprio un bastardo spassoso!
“Mi hai polverizzato un ginocchio e mi hai lasciato in un bagno lurido con quattro energumeni ipodotati, da tutti i punti di vista. Non penserai di cavartela con un passaggio in moto, vero?”
Questa volta Raistan gli fece la grazia di voltarsi verso di lui, pur restando in mezzo al sentiero.
Probabilmente stava pensando a quanto stesse facendo sul serio. È questo l’inconveniente con i matti. Non puoi mai saperlo.
Le labbra arricciate in un sorriso, Guillaume si incamminò lungo il sentiero per raggiungerlo, claudicante ma determinato.
“Che cosa ti fa pensare che io mi senta ancora in debito con te? Tu non mi conosci, stronzetto. Il senso di colpa non fa parte del mio DNA.”
“Allora perché non sei fuggito, una volta uscito dallo Steel? Avresti potuto, invece sei rimasto ad aspettarmi. Devo dire che mi hai sorpreso. Perché lo hai fatto?”
L’Olandese scrollò le spalle e distolse lo sguardo. “Fatti miei. Allora, che cosa vuoi da me?”
“Voglio che passiamo insieme questa notte, conversando e divertendoci. Chiedo troppo? Sei capace di divertirti, a proposito? Sei un tale musone…”
“Non è detto che il mio e il tuo concetto di divertimento coincidano, fiorellino. Tu, ad esempio, mi sembri parecchio orientato verso… l’altra parte della barricata. Io no, quindi non farti strane idee, ok?”
“Barricata, che brutta parola… fa pensare a muri e proibizioni. Non dirmi che non hai mai passato quel confine! Saresti una vergogna per la nostra razza!” disse Guillaume, ridacchiando e strizzandogli l’occhio.
“Il confine lo passo quando lo decido io, se non ti dispiace. Aspetta, ho lasciato una cosa sulla moto, devo andare a recuperarla.”
Raistan mosse un passo ma Guillaume gli si parò davanti. Adesso l’espressione di diffidenza era la sua e l’Olandese sospirò. “Prometto di non andarmene. Dammi un minuto, ok? E non cadere nel laghetto delle ninfee. Non ho intenzione di venire a recuperarti.”
“Va bene.”
Raistan sfrecciò via e Guillaume raggiunse una panchina sotto un lussureggiante salice piangente. Il ginocchio gli faceva ancora un male dell’accidente, diavolo. Meglio non sforzarlo troppo.
Un paio di minuti dopo, l’Olandese era di ritorno e Guill sorrise, nel vedere cosa portava. La bottiglia di vodka che gli aveva regalato. Raistan scoprì i denti in un ghigno da alligatore, facendosela rimbalzare nel palmo della mano.
“Ci facciamo un goccetto, cheri?”

12

Guillaume dovette ammettere con se stesso di essere sorpreso.
Condizione non facile, da quando potesse ricordare. Aveva sperimentato talmente bene le infinite sfumature dell’animo umano, nella sua breve vita mortale e in quella troppo lunga seguita alla Rinascita, che difficilmente riusciva a imbattersi ancora in qualcosa che lo stupisse con un sapore diverso e nuovo.
Avrebbe voluto illudersi che i suoi simili avessero maggiori probabilità di soddisfare quella fame e quella sete, ma non era così. Al contrario. Troppo incasellati in una condizione che, ben lungi dall’elevarli al di sopra dei limiti umani, creava per loro ancora più resistenti e pressanti catene. Naturalmente esistevano le eccezioni.
La cosa che lo sorprendeva maggiormente in Raistan Van Hoeck era che avesse iniziato a dimostrarsi collaborativo proprio nel momento in cui lui aveva deciso di farla finita, di saltargli alla gola, bere il suo sangue e lasciarlo ad aspettare l’alba in mezzo a un prato nei pressi della grande Pagoda. Strano uomo. Strano vampiro.
Anche vederlo tornare dopo che si era allontanato aveva un che di affascinante. O forse, in fin dei conti, quel bestione era davvero più matto di lui.
Cercò di dissimulare lo stupore dietro uno dei suoi sorrisi e l’atteggiamento morbido e rilassato di chi non aveva dubitato neppure per un istante di non essere lasciato solo nel parco.
“Una bella bevuta. Proprio quello che avevo in mente!” commentò deliziato. Il pensiero del collo eburneo dell’Olandese che si schiudeva sotto le sue labbra come la pelle di un frutto maturo rese ancora più autentica la sua espressione di piacere.
Di norma preferiva non bere alcolici, a meno che il loro contenitore non fosse fatto di carne e sangue. Ma rifiutare la coupe de l’amitié che l’Olandese gli offriva sarebbe equivalso a vanificare tutti i loro recenti progressi.
Prese la bottiglia che Raistan gli porgeva, l’aprì, se la portò alle labbra e reclinò indietro la testa, riempiendosi la bocca con un bel sorso. Il liquido bruciava come fuoco quando scese nella sua gola. Più doloroso che piacevole, ma andava fatto.
Allungò la bottiglia a Raistan, che imitò il suo gesto con palese soddisfazione. Vedendo il modo in cui il collo dell’Olandese si arcuava all’indietro, mostrando per un lungo momento una curva vulnerabile e quanto mai seducente, Guillaume fu colto dal dubbio che forse, dopotutto, la coupe de l’amitié non giustificasse un simile spreco.
Quando Raistan gli riconsegnò la bottiglia, se la posò sulle labbra e si riempì la bocca di un’altra sorsata di liquido ardente. Poi, avvicinandosi all’Olandese, gli fece un cenno che voleva significare: “Posso?”
Non attese risposta, perché ci sarebbe voluto troppo. Alzandosi in piedi prese il volto di Raistan tra le mani, e prima che l’altro potesse reagire premette le labbra sulle sue e le socchiuse, lasciando cadere nella sua bocca la vodka mista al proprio sangue.
Raistan lo lasciò fare, poi fece un passo indietro e squadrò il francese leccandosi lentamente le labbra. “Che cosa ti fa pensare che volessi sentire che gusto hai, fiorellino?”
Guillaume non rispose subito. Alla luce dei lampioni che rischiaravano l’area intorno alla panchina i suoi occhi aveva assunto nuovamente quella colorazione torbida, che faceva pensare al mare agitato da una tempesta in procinto di scatenarsi.
Col dorso delle dita si tamponò le labbra, ancora arrossate dal sangue che aveva deliberatamente offerto all’Olandese.
“Pura intuizione. Sbagliavo?” gli rispose porgendogli nuovamente la bottiglia. Sorrideva ancora, ma il suo sorriso non arrivava agli occhi.
Anche Raistan beveva raramente alcol non mischiato al sangue. Lo rendeva terribilmente imprevedibile e violento. Eppure in quel momento non si sentiva aggressivo. Non più del solito, insomma. Solo… curioso e in qualche modo più libero, come se una catena dentro di sé si fosse allentata. Lasciò scendere in gola un’altra lunga sorsata, rabbrividendo per la vampata di calore che lo invase, con gli occhi ancora fissi in quelli di Guillaume, molto più liquidi di prima.
“Allora? Ho avuto un’intuizione sbagliata?” gli chiese quello.
“Vedremo. Sono stanco.” Guillaume annuì.
C’era anche un altro sentimento che premeva per uscire, in Raistan, ma doveva rimanere a tutti i costi celato dentro di lui, perché non sapeva a cosa lo avrebbe condotto.
Nostalgia.
La verità era che quello strano individuo gli ricordava per certi versi il suo amico Stefan e il loro primo incontro. Anche allora aveva provato lo stesso impulso a uccidere e la stessa confusione per non essere riuscito a spaventare e a tenere a distanza il nuovo arrivato. Certi individui, evidentemente, nascevano con il ricettore del pericolo disattivato o sviluppavano un’incoscienza tale da renderlo del tutto inutile. E costoro lo spaventavano, perché vanificavano i suoi sforzi di tenere l’intero, dannato mondo chiuso fuori.
Si lasciò cadere sull’erba perché all’improvviso si sentiva privo di ogni forza, con le gambe molli come gelatina. Avrebbe potuto rimanere lì per sempre, alba o no, e fondersi con la terra. Bevve un’altra lunga sorsata. Tutto, pur di non pensare. Di non ricordare.
Gli sovvenne anche una cosa che teneva custodita nel portafoglio e sorrise. Lo sfilò dalla tasca posteriore dei jeans e ne estrasse uno spinello, poi si tastò sul davanti alla ricerca dell’accendino, ma venne anticipato da Guillaume, che gliene stava porgendo uno d’oro. Era coricato al suo fianco e si reggeva la testa con una mano, sempre con quel vago sorriso ad animargli il volto.
“Grazie” borbottò Raistan e aspirò una lunga boccata dalla sigaretta. Anche se in teoria il loro sistema nervoso era morto e refrattario alle sostanze chimiche, aveva trovato in Italia una terrificante miscela dai componenti sconosciuti, capace di mandarlo in orbita. Avvertì la coltellata in gola portata dal fumo e l’immediata sensazione di distacco dalle cure terrene che tanto amava. Sorrise, poi porse la canna al francese che la accettò, ma rimase a fissarla con le sopracciglia aggrottate, come se non sapesse bene che farsene.
Raistan ridacchiò e quasi si fece andare per traverso il fumo. “Devi aspirare, hai presente? Ti piacerà.”
“Ne dubito, amico mio. Che effetto vuoi che abbia su quelli come noi?”

13

Era uno strano vampiro, quel Raistan Van Hoeck. Abbastanza antico da essere approdato a un livello di disumanità non indifferente, indugiava tuttavia in vizi e debolezze spaventosamente umani.
Guillaume non se la sentiva di essere in collera con lui per il fatto di aver bevuto il suo sangue senza offrigliene in cambio. Dopotutto si trattava di un gesto che preludeva a tutta una serie di sottintesi per i quali l’Olandese non sembrava affatto pronto. L’aveva ferito, certo, come inevitabilmente ferisce un rifiuto. Ma non gli era sfuggito il suo mutamento, quell’improvviso ripiegamento su se stesso, che si manifestava con una disponibilità a mostrare il fianco che prima non c’era. Poteva avere a che fare col sangue o no quel velo di tristezza nei suoi occhi, quella vulnerabilità appena percepibile nei movimenti, nel modo in cui si era abbandonato sull’erba preda di una stanchezza che non aveva ragione d’essere.
Non aveva molta importanza.
Guillaume aveva visto vampiri rischiare la propria immortalità solo per una goccia del suo sangue, altri precipitati in un abisso di follia senza ritorno per averlo bevuto. Sentimenti, pulsioni, istinti, passione, tutto era veicolato dal sangue, tutto cominciava e finiva in esso. Quello antico era un catalizzatore potente, per la loro stirpe, l’unica fonte dell’autentico piacere, dell’autentico dolore. Tutto il resto, ogni tentativo di vicinanza fisica e mentale, il sesso stesso, ne erano solo un pallido riflesso, un anelito spezzato che lasciava un senso di insoddisfazione e incompletezza frustrante e amaro.
Aspirò il fumo aromatico che Raistan gli aveva offerto, percependo solo l’eco di un respiro di quasi cinquecento anni prima nei propri polmoni atrofizzati. Qualunque cosa contenesse quella mistura, in qualche modo riusciva tuttavia ad agire sul suo corpo morto, attraverso le mucose, la pelle. O forse era solo suggestione.
Restituì la canna all’Olandese, guardandolo attraverso le volute di fumo azzurrino. Se non altro la sensazione di vuoto scaturita dal suo rifiuto sembrava essersi affievolita.
Reclinò il capo all’indietro, fino a sfiorare l’erba con i capelli. Il cielo stellato si spalancava sopra di loro, frastagliato dalle fronde nere degli alberi. La rugiada penetrava gli abiti, insieme all’odore intenso dell’erba schiacciata. Allungò il dito indice verso una stella particolarmente luminosa, il pollice alzato a mimare una pistola pronta a far fuoco. Socchiuse un occhio, prendendo la mira e sussurrò a fiori di labbra: “Bang.”
Inaspettatamente, la stella palpitò per un istante e poi si spense.
Guillaume sgranò gli occhi.
“Che ti prende?” domandò Raistan, vedendolo rialzarsi di scatto. Il francese lo guardò, una volta tanto senza parole. Poi gettò indietro la bella testa bionda e proruppe in una nuova risata, simile a cristallo spezzato.
“La tua droga è magica, Van Hoeck” esclamò, inarcando un sopracciglio. “Ti dà il potere di spegnere le stelle!”
E poiché Raistan lo guardava visibilmente dubbioso, puntò di nuovo il dito al cielo, scelse il suo prossimo bersaglio e fece fuoco.
Un quarto d’ora dopo avevano fatto fuori una mezza galassia e stavano ridendo come matti.
“Quella! Quella! Spara a quella!” urlava Guillaume e Raistan, che si era fatto prendere la mano, alzava a turno due dita o simulava la raffica di una mitragliatrice accompagnando il gesto con i suoni più adatti, per poi ragliare altre risate a cui si univano quelle del francese.
Se qualcuno del Clan lo avesse visto, la sua reputazione sarebbe stata rovinata per sempre e Shibeen, la sua creatrice, lo avrebbe preso per matto. Era proprio così che si sentiva in quel momento. Pazzo. E gli stava bene così.
Entro poche ore la notte sarebbe finita e forse non avrebbe mai più rivisto quello strambo francese; per una volta sentiva il dovere di approfittare del momento. Goderselo anziché rimpiangere, subito dopo, di non averlo fatto. Quante occasioni aveva perduto? Quante parole e gesti aveva tenuto imprigionati dentro di sé, per poi pentirsi di non averli manifestati?
Fu sull’onda di questi pensieri che rotolò su un fianco con un movimento rapidissimo e poi salì a cavalcioni di Guillaume, guardandolo dall’alto in basso con un sorriso malefico. Ebbe un violento capogiro, lì per lì, ma riuscì a scacciarlo chiudendo gli occhi per un attimo.
Il francese, in compenso, non aveva mosso un muscolo e ricambiava lo sguardo, in attesa. Scostò la cortina dei suoi capelli, che gli sfioravano il viso, solleticandolo, poi seguì il contorno della sua mascella con un dito, percependo sul polpastrello la ruvidezza della barba chiarissima, appena accennata.
Raistan si teneva un po’ sollevato sulle ginocchia e non lo schiacciava, ma nei punti in cui i loro corpi si toccavano De Joie sentiva quasi un formicolio, come se gli si fossero accese nella pelle terminazioni nervose che non ricordava di possedere.
Raistan si abbassò su di lui, lo prese per i polsi e glieli inchiodò al suolo al di sopra della sua testa, i visi ormai vicinissimi.
“Che cosa devo fare con te, fiorellino?” gli chiese con voce roca, eccitato per l’assoluta sottomissione del vampiro più antico, che non faceva niente se non fissarlo con un vago sorriso.
Non attese la sua risposta e scattò in avanti con la testa, affondando i canini nella tenera pelle della sua gola.

14

Guillaume si inarcò per riceverlo, accompagnando il suo movimento. Nessuna delicatezza, da parte dell’Olandese, ma non si era aspettato altro. Certe premure erano superflue per tipi come loro.
Quando Raistan cominciò a bere dalla sua gola, lo fece con sorsate ingorde. Guillaume chiuse gli occhi. Il sangue erompeva potente dalla ferita, denso e ricco come vino di re. Raistan Van Hoeck faticava a contenerne il flusso nella propria bocca. Con esso giunse una pulsazione lenta, solenne, come il rintocco di una campana a morto. Lampi violenti deflagrarono dietro le palpebre chiuse dell’Olandese sbocciando in fiori di luce. Avvertì vagamente le braccia di De Joie che lo cingevano, la sua mano che si insinuava tra i suoi capelli, ad afferrargli la nuca, accompagnandolo nell’atto del bere. Poi il cielo parve infrangersi, come la vetrata di una cattedrale colpita da un sasso, e precipitò in frammenti taglienti tutt’intorno. Raistan si sentì precipitare con esso, inghiottito dal flusso di quella vita che gli scorreva dentro. Provò l’istinto di ritrarsi, di cercare un appiglio. Ma fu solo un attimo. La tenebra si sciolse in lacrime, infinite albe in arcobaleni di madreperla. Poi fu altro, fu altrove. Uccelli invisibili gridavano sotto un cielo sconosciuto, di un bianco accecante. Quando si alzarono in volo con un gran frullare d’ali, lo oscurarono completamente. Raistan rimase a guardare quel volo scomposto, solo su un argine incoronato da cipressi svettanti.
Fu ancora dentro De Joie, immerso nel torrente dei suoi ricordi, troppo rapido per leggerne la storia, un caleidoscopio di volti, emozioni, una cacofonia di grida, canti, risate, sussurri. Poi un vuoto, un vuoto spaventoso, al limitare del quale gli parve di vacillare e precipitare.
La stretta di Guillaume sulla sua nuca si accentuò, gentile ma ferrea. Era tempo che lo lasciasse andare.

15

Un ringhio minaccioso scaturì dalla gola di Raistan, quando percepì la forza che cercava di allontanarlo dall’estasi e le sue bUn ringhio minaccioso scaturì dalla gola di Raistan, quando percepì la forza che cercava di allontanarlo dall’estasi e le sue braccia si strinsero come una morsa attorno al corpo del francese. Non poteva. Non ancora. Oh, per favore, non ancora.
Tentò di rituffarsi nel flusso amico che lo aveva cullato in sé, divincolandosi dalla presa che lo voleva strappare ad esso, scrollando selvaggiamente la testa come un cavallo imbizzarrito, ma le sue labbra erano ormai state allontanate dalla fonte.
E allora pianse. Il pensiero che non avrebbe mai più potuto tornare in quel luogo fatto di cielo e di suoni e di voci era spaventoso, più di quanto non riuscisse a sopportare. Tanto valeva morire.
Guillaume accompagnò il suo corpo sull’erba, raggomitolato in posizione fetale con un braccio a coprire il volto, come un bambino che temesse di essere picchiato, e come a un cucciolo accarezzò la testa, sussurrandogli parole dolci per consolarlo. Conosceva quel dolore. Lo strazio del distacco. Quasi come una seconda morte.
Quello che non si aspettava era che Raistan balzasse in piedi con un movimento fulmineo e si acquattasse davanti a lui in posizione d’attacco, ringhiandogli con i denti arrossati e lunghi filamenti di sangue a colargli dalle labbra, il viso striato come una maschera da guerra indiana.
“Bastardo. Cosa mi hai fatto?!” gli sibilò, fissandolo con odio. Il suo volto sembrava animato da volontà propria. Come se fosse una lavagna su cui un artista folle si stesse divertendo a sovrapporre un’espressione all’altra. Prima rabbia, poi strazio, poi di nuovo furia seguita dalla disperazione più nera. Ansiti irregolari si mischiavano a singhiozzi intervallati da ringhi minacciosi. Con movimenti lenti e ponderati, il francese si alzò in piedi a sua volta, le mani tese davanti a sé in un gesto accomodante.
“Shhh, calma, cheri… Va tutto bene. Lascia che ti dimostri che va tutto bene.”
“Un cazzo, va bene” rispose l’Olandese, ma con tono meno feroce di prima e una stilla di esitazione in esso. Guillaume vedeva i suoi muscoli guizzare sotto il tessuto nero degli indumenti, le mani che si stringevano e si rilasciavano e sentì nascere in sé il desiderio. Non sarebbe rimasto a bocca asciutta – nel vero senso della parola – per la seconda volta. Non gli avrebbe permesso di respingerlo di nuovo.
Avanzò verso Raistan sempre mantenendo le mani alzate. Lui indietreggiò incespicando e alle altre espressioni sul suo viso si aggiunse la confusione.
Nessuno gli andava incontro quando era a un passo dall’attaccare. Non era previsto. Non funzionava così. Ebbe paura. Tanta quanta forse non ne aveva mai avuta in vita sua.
Si voltò e corse via e il vialetto di zucchero gli sembrava interminabile e il cancello addirittura remoto, come nei sogni. Quando lo raggiunse vi si schiantò quasi contro e si aggrappò alle sbarre, incominciandone la scalata, ma una forza immane lo strappò dal metallo e lo avvinse e parole dolci gli solleticarono l’orecchio e a nulla valsero i suoi sforzi per liberarsi, le sue minacce e le sue imprecazioni.
Percepì un forte dolore sul lato del collo e la stessa sensazione di quando era rinato, di sprofondare e levitare assieme. Le gambe gli cedettero, ma non cadde, perché braccia forti lo sostenevano. Si abbandonò in esse, la testa reclinata sulla spalla e gli occhi socchiusi, come un Cristo sulla croce.
Si ritrovò strappato alle sbarre e alla visione rassicurante della strada illuminata, trascinato nel folto di una corona di cespugli di bosso in cui l’oscurità si addensava più fitta.
Laggiù, tra le foglie roride e l’odore di terra bagnata, Guillaume si immerse in lui, senza mai cessare di tenerlo imprigionato tra le braccia, nemmeno quando avvertì le sue membra rilasciarsi e ogni tensione abbandonare i suoi muscoli in una disperata resa. Allora distese le mani su di lui, ancora scosso da un lieve tremito e tenendolo premuto contro il proprio petto lasciò che il sangue gli raccontasse la storia di Raistan Van Hoeck. La notte si riempì di alte strida, come di gabbiani su una spiaggia remota. Sulle loro ali screziate Guillaume volò radente solcando il mare impetuoso e plumbeo, tagliando un orizzonte d’infinita solitudine. Le strida dei gabbiani divennero un pianto struggente, poi grida di terrore. Il senso di abbandono svanì, per lasciare il posto a un selvaggio trionfo, a un impeto sfrenato. Guillaume godette di quella disperata rivendicazione di sé, di quel grido scagliato contro il cielo indifferente. Assaporò la furia del combattente, l’ebbrezza del vittorioso. E poi il sangue divenne cenere, in bocca, amaro fiele e il dolore infranse ogni singola fibra del suo corpo, scagliandolo alla deriva nel cielo. Precipitò per mille anni con la sola compagnia delle proprie grida, dello strazio della carne e dell’anima che gli veniva strappata via brandello dopo brandello. Giacque esanime. Il mondo non era che un cimitero di statue spezzate, in cui spirava un vento gelido e tutto era desolazione e silenzio.

16

Lacrime scarlatte solcarono le guance di Guillaume De Joie, mentre sfiorava quella solitudine fin troppo nota, mentre beveva dalla carne di Raistan Van Hoeck il vino aspro dell’esilio. Sentì l’Olandese tremare tra le sue braccia. Se non fosse stato lui a fermarsi forse lo avrebbe lasciato fare, avrebbe lasciato che bevesse fino all’ultimo guizzo di vigore, per poi lasciarlo svuotato di sé tra i cespugli, in quel giardino delle meraviglie al confine del tempo. Forse.
Ma Guillaume non ne aveva l’intenzione. Sì slanciò ancora una volta nel flusso di sensazioni altalenanti, quell’avvicendarsi di trionfo e agonia che era il sangue di Van Hoeck, assaporando l’amore e l’abbandono, la passione bruciante e il vuoto siderale e algido. Poi, quando si rese conto che trattenendosi ancora un istante in lui non sarebbe più stato in grado di smettere, staccò le labbra dal collo dell’Olandese e leccò la ferita finché la pelle non tornò a chiudersi integra. Anche allora non lo lasciò andare, ma percorse la curva del suo collo con una collana di baci lievi come fiocchi di neve, affondando nella nuvola serica dei lunghi capelli argentei. Le sue mani si sciolsero in carezze lungo il suo corpo ancora abbandonato, ridisegnando i contorni del suo petto maestoso, seguendo il percorso delle spalle, delle membra possenti ora sciolte nella culla delle sue braccia. Desiderò ciò che aveva desiderato da quando poteva ricordare, da quando la sua esistenza era divenuta quell’inutile morire vivendo. Che la notte non finisse mai.

EPILOGO

Il luogo in cui aveva condotto Raistan, che con l’approssimarsi dell’alba dava segni di comprensibile apprensione, era posto sotto il basamento della grande Pagoda, una delle tante meraviglie architettoniche dei Kew Gardens. Accessibile solo da una botola di servizio nascosta da cespugli di erica, era poco più che una rimessa, in disuso da anni, occupata solo da vecchi attrezzi arrugginiti e sacchi di juta.
Sebbene l’alloggio di Guillaume De Joie a Londra fosse un appartamento all’ultimo piano di un sontuoso palazzo in stile edoardiano a Belgravia, gli era davvero già capitato di passare le ore diurne in quel rifugio. Si augurò che Raistan Van Hoeck lo trovasse all’altezza delle sue aspettative. Non che avesse molta scelta. Erano entrambi troppo deboli per rischiare di essere sorpresi dal sorgere del sole. Avrebbe dovuto farselo andare bene.
Non era stato facile convincerlo a seguirlo.
Quando aveva ripreso i sensi, Raistan si era alzato a sedere di scatto con un rantolo e si era guardato intorno con aria stravolta. Dopodiché si era messo in piedi soltanto per ricadere pesantemente sull’erba umida e imprecare tra i denti, sotto il suo sguardo pigro e divertito.
“Dove stai andando?” gli aveva chiesto, notando le sue ridicole manovre per riacquistare la stazione eretta.
“A casa, dove cazzo vuoi che stia andando?” gli aveva risposto l’Olandese, in quel momento carponi.
“Sta schiarendo, non farai in tempo. Resta qui con me, prometto di comportarmi bene.”
Raistan non gli rispose. Era riuscito a rialzarsi e avanzava zigzagando verso il cancello, ma quando cadde per l’ennesima volta rimase immobile, col capo chino.
“Dove sarebbe questo rifugio?” ringhiò, senza guardare il francese.
“Adesso ti ci porto” rispose lui e non riuscì a trattenere un sorriso soddisfatto.
“Non ti avrei detto tipo da rintanarti in posti come questo, fiorellino…”
Quella parole furono interrotte da un tonfo, quando la testa di Raistan colpì il basso architrave della porta. Guillaume sorrise nel buio, udendo il rosario di bestemmie che ne seguì.
“Attento, il soffitto è basso” lo avvertì, premuroso. Alle bestemmie seguirono gli insulti snocciolati verso la sua persona.
“Io mi rintano dove è opportuno, raggio di sole” rispose candido, sistemando alcuni sacchi di juta su delle cassette di terra, per creare un giaciglio di fortuna. “Questo posto è buono come un altro. Non ha finestre, l’ingresso si può bloccare e comunque nessuno lo utilizza da anni. In più sento il profumo dell’erica e della terra umida.”
“Un paradiso. Degno di un angelo come te” borbottò l’Olandese, muovendosi senza esitazione nell’oscurità completa. Ostentava più padronanza di sé di quanta in realtà non avesse. Non doveva essere facile per uno come lui riconoscere turbamento o debolezza. Guillaume lo comprendeva, e non pretendeva nulla di diverso da quella nuova maschera arrogante. Erano più simili di quanto si potesse intuire di primo acchito.
Raistan prese posto sul letto di terra e sacchi di juta, adattando come poteva l’alta figura nello spazio angusto. Guillaume attese che si fosse sistemato per sdraiarsi a sua volta accanto a lui.
“Tieni le mani a posto” lo avvertì l’Olandese. Nonostante la mancanza totale di luce poteva scorgere il suo profilo leggermente aquilino sbalzato come un ricamo d’argento nel buio.
“Tranquillo, non attenterò alla tua virtù, o a quel poco che di essa rimane, Van Hoeck” sospirò, accoccolandosi contro il suo fianco, la fronte che sfiorava la sua spalla.
Percepì le labbra dell’altro che si aprivano per pronunciare un’ultima sgradevolezza, ma ne uscì solo uno sbuffo, tra il feroce e il divertito.
Nel buio vellutato e odoroso di terra Guillaume De Joie sorrise.
Era trascorsa una buona manciata di minuti, quando la voce profonda e un po’ impastata di Raistan risuonò nel silenzio della cantina. L’alba era ormai alle porte, ma l’Olandese non riusciva a prendere sonno. Che notte folle, era stata! E lui era passato dall’irritazione e dall’antipatia iniziale per quello strano vampiro a un sentimento diverso, che non era nemmeno in grado di definire. Di certo non provava più l’assoluta urgenza di liberarsi di lui. Forse… magari…
“Ehi, francesino… dormi?”
“Ci riuscirei se tu stessi fermo, raggio di sole. Che cosa ti angustia?”
“Niente” rispose Raistan con prontezza un po’ troppo eccessiva perché fosse la verità.
“E allora perché mi hai chiamato? Non sei stanco? Eppure dovresti, con tutto il sangue che ti ho rubato. Non che tu ti sia fatto mancare qualcosa in proposito.”
“Io stanco per i due sorsi che ti sei fatto? Non mi conosci ancora, cheri.”
In realtà era sfinito e avrebbe ricordato quell’esperienza come una delle più sconvolgenti della sua intera non-vita. D’altronde, l’unico sangue di vampiro antico che Raistan avesse mai bevuto apparteneva alla sua creatrice e a Vincent, il capo del suo Clan, ma erano come di… famiglia e la suggestione era stata inferiore. La loro linfa portava guarigione ed energia, non quella cacofonia mentale, spaventosa e attraente insieme, che aveva sperimentato col sangue di Guillaume.
“Oh certo, scusa, dimenticavo. Il grand’uomo. Allora, cosa volevi dirmi? Posso toccarti, a proposito, mentre parli? Il tuo corpo mi piace moltissimo.”
“No, non puoi. Ecco, ho comprato una nuova casa a Kensington. Un cottage di pietra, isolato. È molto bello, ma è quasi vuoto, non ho mai tempo per andare a vedere dei mobili e la mia creatrice è lontana. Inoltre non mi intendo molto di queste cose, mentre tu mi sembri uno che ci sa fare. Quindi, pensavo, magari potresti… ecco… passare una volta, a darmi due dritte…”
Guillaume si sollevò su un gomito con un sorriso incantevole che gli illuminava il viso, anche se Raistan poteva solo intravederlo.
“Mi stai invitando a casa tua, Raistan Van Hoeck?” gli chiese, mentre la sua mano faceva avanti e indietro sulla coscia dell’Olandese che a onor del vero non faceva nulla per spostarla.
“Come arredatore, sì, insomma… sì.”
Il francese rise e gli scoccò un bacio sulla bocca, a cui Raistan reagì con l’ennesimo sbuffo irritato.
“Verrò con piacere.”
“Bene. Ora dormo” dichiarò Raistan e si voltò su un fianco, dandogli la schiena. Nel buio sorrise e lasciò che Guillaume gli cingesse la vita con un braccio, poi entrambi sprofondarono nel sonno di morte.

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E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

4 Commenti

  1. Stefania
    18 marzo 2016 at 9:15 — Rispondi

    Cosa si può dire di una scrittura così maestosa? Non conosco ancora bene Raistan e di Guillame pare esserci poco, ma li trovo due personaggi davvero affascinanti.
    Non vedo l’ora di continuare a leggerli insieme.

    • Babette Brown
      21 marzo 2016 at 7:17 — Rispondi

      Guillaume è un personaggio ancora in fieri nella mente di Federica Soprani.

  2. Silvia Ami
    18 marzo 2016 at 21:32 — Rispondi

    Mi hanno conquistata 🙂

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