La scheggia impazzitaRubriche

La Stirpe delle tenebre (XV), di Federica Soprani

CONCLUSIONE

“Le larve, prima dell’avvento del Cristianesimo, erano le anime dei morti malvagi. Roma fu devastata da un’epidemia, e Romolo capì che la colpa era delle larve, errabonde e pericolose, comandate dall’anima di Remo. I vampiri sono figli delle larve, non c’è dubbio. Per i romani larva divenne anche il termine usato per descrivere la maschera, il finto volto nato insieme all’arte drammatica.

La larva è una maschera. Vampirizzando un volto vivo, la maschera si nutre del suo sangue e identifica il volto con se stessa.

Il vuoto della maschera è riempito dalla forza vitale del volto, e questa forza è risucchiata dalla maschera. La larva si anima grazie alla vita vampirizzata, solo per poter ingannare. La maschera fa credere quello che non è, l’inesistente, il non fatto.” 134

Sono interessanti le teorie dello studioso genovese sul vampiro e la recitazione: egli sostiene che il metodo Stanislavskij sia una sorta di vampirizzazione attuata dall’attore nei confronti del personaggio, nel suo aderire ad esso, interiorizzarlo…

Se ciò che scrive è vero, l’attore chiamato ad interpretare un vampiro viene a sua volta vampirizzato dal proprio personaggio. Dicevo nella prefazione che  il  vampiro  è  una creatura istrionica ed esibizionista: la sua mimica è esagerata, ogni suo gesto, ogni sguardo deve essere caricato di una valenza e di un’intensità profonde.

Quando la maschera del vampiro viene posta sul volto di un attore, difficilmente egli potrà liberarsene. Ciò vale per il teatro quanto per il cinema, e non c’è bisogno di prendere come esempio la tragica fine di Bela Lugosi, morto pazzo nel suo castello pseudo-gotico, e sepolto col suo costume di scena…

Abbiamo seguito l’evolversi del dramma vampirico nell’arco di quasi due secoli, il delinearsi via via più netto del personaggio, nelle caratteristiche che gli attribuiamo oggi, gli sforzi degli scrittori per adattarsi ai gusti del pubblico e all’ideologia del loro tempo.

Fin dall’inizio il vampiro ha svelato la propria innegabile valenza erotica, che si è sviluppata in modo differente nei diversi paesi, ma che si è conservata ed amplificata, man mano che il mutare dei tempi consentiva di mostrare di più.

Da sempre presente anche la componente esotica e fantastica, ereditata dal romanzo e dal melodramma gotico, ed espressa dalla scelta delle ambientazioni e dall’utilizzo degli effetti speciali. In questo, il dramma vampirico si offre come teatro d’intrattenimento e svago, una fiaba dalle tinte un po’ cupe che permette agli spettatori di viaggiare per il tempo di una recita in mondi fantastici ed irreali.

Nel tardo Ottocento, soprattutto con la comparsa di Dracula, e soprattutto in ambito inglese, il teatro dei vampiri acquista anche una componente più profonda, dal punto di vista sociale e psicologico.

Il vampiro diviene simbolo della diversità, di ciò che viene da fuori per turbare gli equilibri politici e sociali del mondo civile, per liberare pulsioni oscure che è buono e saggio reprimere.

La sua dimensione sessuale si carica di tinte più fosche: le donne che soccombono alla sua sete non sono più vittime inermi, ma spesso accettano il bacio oscuro con una segreta voluttà, e diventano vampire fameliche, rivelando l’esistenza di una nuova tipologia femminile, vorace sessualmente e dominatrice di uomini.

Sempre in ambito sessuale si pone il motivo della trasmissione del vampirismo, attraverso il ‘bacio’, che rende il contagio per molti aspetti paragonabile alla sifilide.

Abbiamo visto come, col passare del tempo, la carica eversiva e orrorifica dei primi spettacoli è andata ora stemperandosi in tinte più tenui, ora esasperandosi, perdendo spesso di vista il suo significato originario. Ciò è dipeso essenzialmente dall’evolversi dei gusti del pubblico, sempre più smaliziato e desideroso di cose ‘forti’. Noi stessi possiamo verificarlo, osservando l’effetto che suscita in noi la vista di un vecchio film con Bela Lugosi, o con Cristopher Lee: le loro smorfie e i loro atteggiamenti, studiati per spaventare il pubblico di qualche decennio fa, a noi strappano tutt’al più un sorriso.

Ma, oggi come allora, come sempre, il vampiro si adegua al nuovo tempo, creatura proteiforme e camaleontica, e cerca nuove maschere, con cui incantare e spaventare le platee del Duemila.

OoO

134 Il libro dei vampiri, cit., p.27

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Federica Soprani

Federica Soprani

Federica Soprani vive a Parma, sfortunatamente per lei, in questo secolo.
Scrivere le è necessario quanto respirare. E da parte di un’asmatica questa affermazione si ammanta di un pathos quasi insostenibile…
Tale necessità non sempre riesce a coniugarsi col suo lavoro presso uno studio grafico e con la gestione più o meno rocambolesca di una famiglia che ha più zampe che arti. Ma oltre che vivere occorre sopravvivere. Laureata in lettere moderne, indirizzo Storia del Teatro e dello spettacolo, con un tesi dal titolo “La figura del Vampiro nel Teatro tra ’800 e ’900″.
Da sempre coltiva la passione per la lettura e la scrittura. Scrive racconti di vario genere, dall’horror al fantasy. I suoi autori di riferimento sono Angela Carter, Tanith Lee e Paola Capriolo, oltre ai classici dell’800 e ’900.

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