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La Stirpe delle Tenebre (XII), di Federica Soprani

TRE DRAMMI IN UNO

“…A  me,
che ho disertato il mondo,
a  me che vivo, si può dire,
con la  morte,
la tua immagine è apparsa,
come a riportarmi in vita.
Nel dolore ho sognato che dai tuoi occhi umidi di pianto,
avrei potuto saziare la mia sete di conoscenza
con un unica sorsata d’amore.
Nella malattia, ho sognato
che dal tuo cuore sarebbe sgorgato il ruscello di vita
che mi avrebbe salvato.

– Dion Boucicault, “The Vampire”(Atto II, scena I, 47)

L’interesse per i vampiri, dunque, era ben lungi dall’essere esaurito.

Mentre in Inghilterra l’incredibile successo dei romanzi della serie Varney, the Vampire, or the Feast of Blood, che cominciarono ad uscire nel 1840, aveva reso evidente l’interesse riscosso dal tema dei vampiri non solo tra le classi più abbienti ed intellettualmente superiori, ma anche tra il proletariato, attratto dalle ingenti quantità di sesso, violenza e suspance offerta da queste letture 124, a Parigi la celebrità del poeta polacco Adam Mickiewicz, che esaltava l’immaginazione e la sensibilità del popolo slavo, rivendicando inoltre la religiosità connessa con l’evento teatrale, e, ancora di più, il caso del sergente Bertrand, necrofilo e profanatore di cadaveri, che divenne protagonista d’innumerevoli scenette e canzoni da music hall, mantenevano vivo il mito.

Quando, nel 1823, Alexandre Dumas père 125 giunse a Parigi, ebbe l’occasione di assistere, come prima performance teatrale, al famoso melodramma Le Vampire di Charles Nodier.
Di più, il giovane scrittore ebbe la fortuna di sedere proprio accanto all’autore del dramma, che, in incognito, studiava le reazioni del pubblico alla sua creazione.
In seguito a questo incontro del tutto fortuito, Dumas divenne uno dei protetti di Nodier, e fu da lui introdotto in tutti i salotti culturali parigini, e, soprattutto, nel salone dell’Arsenal Library in cui, ogni domenica sera, si riunivano i maggiori esponenti del Romanticismo francese: Vigny, Lamartine, Hugo, ecc.
Nodier spinse anche il giovane a cimentarsi nel teatro, e Dumas diede mano ad alcuni drammi storici, tra il melodramma e il dramma romantico, vicini allo stile di Hugo, ma influenzati anche da Schiller e Shakespeare, come Henry III et sa cour  e La Tour de Nesle.
Dal 1851, insieme al suo collaboratore Albert Maquet, Dumas cominciò a lavorare stabilmente per l’Ambigu-Comique, uno dei teatri tradizionalmente destinati al melodramma, con il Gaité ed il Port-Saint-Martin.
Qui, nel dicembre dello stesso anno, debuttò Le Vampire, “drame fantastique en cinq acts, en dix tableaux”.

Le Vampire di Dumas père.

Questa è certamente l’opera più elaborata, tra quelle scritte fino ad ora sui vampiri, per l’articolazione della trama, i cambiamenti di ambientazione (Spagna, Britannia, Circassia…), per la ricchezza di effetti speciali e, in generale, per l’attenzione agli aspetti visivi e pittoreschi 126.
La vicenda si sviluppa in circa due anni, durante i quali tre sono le vittime designate della sete del vampiro, benché solo due vi soccombano.
Vera vittima del mostro è, ancora una volta, un giovane, Gilbert de Tiffauges, cavalier servente della prima, sventurata fanciulla, Juana; fratello della seconda, Hélène; e fidanzato dell’ultima, Antonia, la sola a salvarsi dalle brame di Ruthwen.
Questo agire del vampiro, che uccide le donne per arrivare all’uomo a loro legato, rimanda al Dracula di  Stoker, in cui la vampirizzazione di Lucy e Mina è un’arma che il vampiro usa per indebolire il gruppo degli uomini.
Dopo l’uccisione della prima fanciulla, che avviene in Spagna, Gilbert ferisce a morte, per errore, Ruthwen, il quale lo invita a pronunciare il solito giuramento, e a esporre il suo corpo ai raggi della luna.
In questo modo egli può tornare, nel terzo atto, a minacciare l’inconsapevole sorella del giovane, nel castello di Tiffauges, in Britannia.
Qui riemerge la trama di Polidori, con la sorella fidanzata al vampiro ed il fratello creduto pazzo, nel suo tentare di dissuaderla dalle nozze, pur non avanzando nessun valido motivo.

Un elemento particolare che caratterizza questa pièce è la presenza di un secondo vampiro, femminile, innamorato di Gilbert, e che veglia su di lui come un angelo oscuro da sempre.
Si tratta di La Goule, creatura che appare anche ne Le Mille e una Notte, nella novella Storia di Sidi Norman 127, in cui è un mostro che si nutre di chicchi di riso e, occasionalmente, di cadaveri.
Qui La Goule è un vampiro a tutti gli effetti: per mantenersi giovane e bella, nel primo atto uccide Don Luis de Figeuroa, fidanzato di Juana. Ella ha anche la facoltà di mutare il proprio aspetto, e così la ritroviamo al fianco di Gilbert ora come una dama, ora come una zingara, ora come la misteriosa Ziska.
Un altro personaggio sovrannaturale è Melousine, creatura mitologica d’origine medievale, di cui abbiamo accennato nel capitolo precedente, e la cui immagine appare raffigurata in un arazzo nel castello di Gilbert. Nel terzo atto, in risposta alla preghiera di La Goule, ella prende vita, con tutto il suo seguito di silfidi, satiri e creature incantate, e mette in guardia, inutilmente, Hélène del pericolo che corre.
Summers ha criticato la presenza di queste creature, considerandola inutile, anche se di grande effetto teatrale 128.
D’altra parte, la presenza di Lazare, servo di Ruthwen, e poi al seguito di Gilbert, sorta di aiutante comico, sul genere di Figaro o Leporello, serve eccellentemente al suo scopo, introducendo una nota briosa alla lunga e complicata vicenda.
L’ultima parte si svolge in Circassia, dove, temendo l’ennesimo ritorno del vampiro (che ha scaraventato in un burrone, dopo che egli aveva ucciso sua sorella), Gilbert decide di porre fine alla propria vita insieme all’amata Antonia.
La Goule, che gli ha offerto la propria vita immortale, in cambio del suo amore, pur essendo stata rifiutata non ha cuore di lasciarlo morire, e gli rivela che Ruthwen può essere ucciso con una spada consacrata.
Nel gran finale, il vampiro è trafitto e rinchiuso in un sepolcro di pietra, mentre il cielo si riempie di angeli, tra cui si riconoscono Juana ed Hélène, venute a portare con sé La Goule.
Il dramma di Dumas può considerarsi per molti aspetti già un dramma romantico.
La visione dell’autore è oscura, più di quanto non lo fosse quella, ad esempio, di Nodier: il vampiro qui trionfa per ben due volte, e rischia di vincere, nel finale.
Il suo Ruthwen è crudele e oscuro, come e più di quello di Wohlbruck, elegante e seducente, sottilmente sarcastico, come saranno i suoi successori cinematografici.
Molti riprenderanno l’opera di Dumas, adattandola alle proprie esigenze, e grazie a questi adattamenti essa resterà in auge molto a lungo.

The Vampire e  The Phantom di Dion Boucicault

Dion Boucicault (1820-1890) 129, irlandese di nascita, si era formato, come autore di teatro, a Parigi.
Qui aveva appreso tutti gli elementi necessari a fare un buon melodramma, e  ad  essi aveva aggiunto, oltre ad un intelligente utilizzo delle tecnologie moderne come elementi scenici, un innato gusto per il catastrofico, presentando spesso sulla scena incendi, inondazioni e terremoti.
Come produttore e drammaturgo di Charles Kean, figlio del più celebre Edmund, Boucicoult approfittò del grande successo di Varney per riproporre il mito del avampiro sulle scene inglesi.
Il teatro scelto per la rappresentazione fu il Princess, da poco aperto, di cui Kean era il manager. Questo teatro era all’avanguardia per il suo apparato tecnico, che permetteva di rendere effetti speciali grandiosi e realistici: il diorama veniva utilizzato abitualmente per creare sfondi panoramici, e ad esso si aggiungevano trappole, luci particolari, ecc.
Tutti i drammi che Boucicault scrisse per Kean al Princess tennero conto delle possibilità offerte da questo apparato, e The Vampire, A Phantasm in Three Dramas non fu un’eccezione.

The Vampire

La vicenda è tratta direttamente da Dumas, con notevoli variazioni: tra i tre “drammi”, intercorrono cento anni, cosicchè l’azione si snoda per un periodo complessivo di circa trecento anni.
Il primo dramma è ambientato nel 1660, in un villaggio gallese. Una compagnia di nobili, guidati dal cacciatore Watkyn Rhys, trova rifugio da una tempesta nell’antico castello di Raby, dove viene raggiunta dal vampiro, Sir Alan Raby, che si presenta come Mr. Gervase Rookwood.
Poiché La Goule è stata eliminata, è quest’ultimo che uccide Roland Peveryl (Don Luis), la di lui fidanzata Lucy (Juana), ed è ferito da Lord Arthur Clavering (Gilbert).
Segue il giuramento e l’esposizione ai raggi della luna:
“Fountain of my life! Once more thy rays restore me. Death! – I defy thee!”
(Atto I, scena III, 25)

Il secondo dramma inizia nella stessa stanza, ma nel 1760. Vi appaiono i ritratti di Lucy e Roland, ed un quadro coperto da un velo nero (si tratta di un ritratto di Alan Raby eseguito da una delle persone presenti cento anni prima, in occasione della tragica notte).
Alice Peveryl attende il ritorno del fratello Edgar, che deve giungere portando con sé un misterioso compagno di viaggio, Mr Gervase Rookwood.
L’ingresso del vampiro è quasi identico a quello del primo atto. Mentre all’ospite è narrata la storia del castello, compresa la tragica fine delle persone raffigurate nei ritratti, un giovane servo, Watly Rys, discendente di Watkyn Rhys, riconosce il vampiro, e cerca di mettere in guardia i presenti.
Segue un’intensa scena d’amore tra Alice e Alan.
Lasciata sola, la fanciulla cade addormentata, e nel sogno vede i ritratti della stanza della torre prendere vita, ed avvertirla del pericolo.
Si sveglia di colpo, e corre a togliere il velo al ritratto di Raby, ma prima che lei possa fare qualcosa, questi si materializza all’improvviso, e la uccide.

Il terzo dramma ci riporta nel cortile della locanda del primo atto.
Il Capitano Charles Peveryl scopre che sua zia e la sua amata cugina Ada sono vittime del fascino di un sinistro personaggio, Mr. Gervase Rookwood.
La fanciulla, specialmente, cade in una sorta di stato ipnotico, alla presenza del vampiro, tanto che viene considerata folle.
Walter Rees, discendente di Watly Rys, indaga su Rookwood, e scopre la sua vera identità; inoltre, su un libro legge che al vampiro è necessario nutrirsi del sangue di una fanciulla ogni cento anni, la stessa notte, per sopravvivere.
D’accordo con Charles, porta indietro l’orologio della stanza della torre di un’ora.
L’ultima scena, di grande effetto, vede Alan e Ada nel cimitero in cui giacciono Lucy e Alice. Allo scoccare della mezzanotte, quando il vampiro si accorge di essere stato ingannato dall’orologio manomesso, i fantasmi delle due fanciulle escono dalle loro tombe, ed il crollo della torre seppellisce il mostro per sempre.
Tutto il testo del dramma, che non venne mai pubblicato, è corredato da meticolose indicazioni scenografiche, nonché da quelle degli effetti speciali da utilizzarsi.
Dal momento che, per impegni precedenti, Charles Kean non accettò il ruolo di protagonista, fu Boucicault stesso ad interpretarlo, meritando perfino le lodi della regina Vittoria, che assistette allo spettacolo due volte.
Nonostante il successo di pubblico, però, la critica accolse il dramma con freddezza, ed ebbe parole di scherno per l’autore e interprete.

The Phantom

Anche a causa di problemi insorti con Kean, Boucicault salpò, nel 1853, per gli Stati Uniti, dove fondò una compagnia sua.
Portò con sé la diciannovenne Agnes Robertson, che era stata l’apprezzatissima Alice Peveryl, e che in America divenne famosa come “the fairy star”.
Insieme, i due presentarono una nuova versione di The Vampire, intitolata The Phantom, che esordì a Philadelphia nel 1856, e fu poi rappresentato al Wallack’s Lyceum di New York a partire dal 1857.
Rispetto a The Vampire, The Phantom presenta una trama semplificata, con l’eliminazione di alcune scene d’effetto e dei personaggi minori; un maggior spazio per gli elementi comici; nuovi personaggi nell’ultimo atto; un differente finale.
Mentre il dramma veniva portato in tournè in America, l’autore apportò altre modifiche, tra cui la ripresa dell’origine scozzese del vampiro.
The Phantom è senz’altro inferiore, rispetto al suo predecessore, ma ugualmente pregevole.
L’elemento comico, inserito per andare incontro al gusto degli americani, non rovina l’atmosfera del dramma, come avveniva, per esempio, in  The Vampire Bride di Blink.

I Vampiri protagonisti dei drammi scritti intorno al 1850 risentono dei cambiamenti sociali ed etici di questo periodo: aumentano la loro violenza e la loro crudeltà, i loro poteri sono accresciuti, e le loro vittime, spesso, muoiono, anche se fuori scena, senza poter essere salvate.
Anche l’identità delle vittime cambia. Il vampiro continua a preferire fanciulle nubili, che non reputa più indispensabile sposare, ma esse non sono solo vittime inermi ed indifese: lottano per la loro vita.
Inoltre, in mancanza di una di esse, il vampiro può anche accontentarsi di un giovane uomo, come nell’opera di Boucicault.
Elemento importante nelle figure di vampiri di questo periodo è l’affermarsi di certi clichè, che si consolideranno fino a diventare parte integrante del mito anche e soprattutto in epoca moderna: la cappa, la paura delle croci, l’esistenza notturna.
Queste caratteristiche saranno considerate dal pubblico profano di oggi come parte della tradizione vampirica, mentre sono solo invenzioni recenti.
Infine, e soprattutto grazie a Boucicault, il vampiro assume una dimensione ancora più magnetica e seduttiva, avvalorata dalla presenza nei drammi di più eroine femminili da sedurre, nonché dalla cura riservata agli autori nella stesura delle scene d’amore.
Ci avviciniamo all’ideale portato prima in teatro, poi al cinema, da Bela Lugosi.

Satire e parodie

Nel 1870  assistiamo ad un nuovo ritorno d’interesse per il vampiro.
Non solo c’è una ripresa della tradizione folklorica, letteraria e teatrale sull’argomento, ma, soprattutto, il mito viene usato come parafrasi e simbolo di una nuova femminilità vorace e pericolosa, quella delle donne cantate da Baudelaire e Swinbourne, e dipinte da Moreau e altri pittori simbolisti e pre-raffaelliti.
Donne demoniache, che succhiano l’energia e l’anima dell’uomo, riducendolo all’impotenza, che lo ossessionano e lo distruggono, fisicamente e moralmente, e che spesso sono veicolo di dannazione per la sua anima.
Mario Praz 130 fa discendere queste figure da opere di gusto ancora prettamente romantico e gotico, come la Matilda di Lewis “the monk”, la Salamboo di Flaubert, la Carmen di Mérimée, e altre.
Nel frattempo, si era sviluppata una letteratura vampirica al femminile: abbiamo citato Aurelia di Hoffmann, a cui possiamo aggiungere Carmilla, protagonista del racconto omonimo pubblicato da Le Fanu nel 1872, e altre figure minori.
Vampirismo, dunque, come simbolo di degradazione sessuale, di schiavitù perpetrata dalle donne sugli uomini, di voracità d’appetiti e annientamento della volontà.
La società degli anni ’70 dello scorso secolo sembra sviluppare una vena misogina, forse anche in risposta al dilagare dei movimenti di emancipazione femminile e alla sempre più massiccia presenza di scrittrici donne.
Questo sarà solo uno degli aspetti della società messi alla berlina dal nuovo gusto per la satira, particolarmente presente in questo periodo, e portato avanti soprattutto dall’opera di due commediografi, autori di operette che spesso facevano il verso a drammi già noti, e, in generale, a quelli che erano i generi cari al teatro vittoriano: Gilbert e Sullivan.
La loro opera Ruddygore: or the Witch’s Curse!, che andò in scena al Savoy nel gennaio del 1887, è, per molti aspetti, una parodia di The Phantom di Boucicault, riprendendo i nomi di alcuni personaggi, la valenza generazionale della maledizione, la scena dei ritratti degli antenati che prendono vita.
Un’altra opera comica di questo periodo fu Frankenstein, or The Vampire’s Victim, burlesque extravaganza scritta da Richard Henry, e presentata al Gaiety Theatre nel dicembre del 1887.
La vicenda narra di Mary Ann, promessa sposa del mostro di Frankenstein, e frustrata dal fatto che, essendo egli non umano, non le è possibile nutrirsi del suo sangue.
Per molti aspetti, opere di questo genere ci rimandano agli innumerevoli film di serie B che avranno come protagonisti i vampiri dagli anni ’50 in poi, ma, ciò che più conta, ci mostrano la necessità da parte del pubblico di esorcizzare la violenza degli spettacoli offerti negli ultimi tempi, e le figure sempre più minacciose che andavano a profilarsi sulle scene teatrali.
Presto la tenebra si sarebbe concentrata in un solo punto, e avrebbe assunto la sinistra identità del conte Dracula.

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124 The Darkling. A treatise on Slavic Vampirism, cit., pp. 128-29
125 Davidson, Arthur E., Alexandre Dumas : His Life and Works, Londra  :  Archibald Constable, 1902
126  The vampire: his kit…, cit
127 a cura di Massimo Jevolella, Le Mille e una Notte, Milano  :  Mondadori,1984
128 The vampire: his kit…, cit., p.22
129 Fawkes, Richard, Dion Boucicault: A Biography, Londra  :  Quartet Books, 1979
130 La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, cit.

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Federica Soprani

Federica Soprani vive a Parma, sfortunatamente per lei, in questo secolo.
Scrivere le è necessario quanto respirare. E da parte di un’asmatica questa affermazione si ammanta di un pathos quasi insostenibile…
Tale necessità non sempre riesce a coniugarsi col suo lavoro presso uno studio grafico e con la gestione più o meno rocambolesca di una famiglia che ha più zampe che arti. Ma oltre che vivere occorre sopravvivere. Laureata in lettere moderne, indirizzo Storia del Teatro e dello spettacolo, con un tesi dal titolo “La figura del Vampiro nel Teatro tra ’800 e ’900″.
Da sempre coltiva la passione per la lettura e la scrittura. Scrive racconti di vario genere, dall’horror al fantasy. I suoi autori di riferimento sono Angela Carter, Tanith Lee e Paola Capriolo, oltre ai classici dell’800 e ’900.

2 Commenti

  1. macrina
    20 febbraio 2016 at 13:54 — Rispondi

    Molto interessante. Mi chiedo: ma raccoglierai il tutto in un saggio?

    • Babette Brown
      24 febbraio 2016 at 7:18 — Rispondi

      La Stirpe delle Tenebre è già un saggio: per la precisione, è una tesi di laurea.

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