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La stanza 555, Alexandra Maio

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Una vecchia misteriosa racconta una storia a Virginia, sposa novella, e le chiede di andare nella stanza 555 del Grand Hotel di Alba. Là, c’è uno specchio che…

 

La signora Anna – questo il nome con cui si era presentata mentre varcava con irruenza la soglia dell’appartamento – si accomodò sul divano e si guardò attorno. Era uno scricciolo, e così seduta, con i capelli bianchi vaporosi – una matassa di zucchero filato intorno al visino rugoso – sembrava in procinto di essere inghiottita dai cuscini.
«Non ti ruberò troppo tempo, caruccia»  disse la vecchia signora con la voce rauca e gracchiante di una rana. «Una mezz’oretta, o giù di lì. Giusto il tempo di scambiarci due chiacchiere. Hai detto di chiamarti Virginia?»
«Sissignora.»
«Siete dei novelli sposi, vero? Lo si nota dall’arredo nuovo di zecca. Suppongo che tu e tuo marito vi amiate ancora moltissimo.»
A Virginia non passò inosservata la parola ancora. Aveva le mani congiunte schiacciate tra le cosce unite e con un movimento impercettibile fece le corna. «Così sembrerebbe,» rispose con un timido sorriso.
«Ottimo.»
«Gradisce una tazza di tè?» chiese Virginia dopo un breve momento di titubanza. Non aveva ancora capito se la vecchia signora, esuberante come una mitragliatrice, le stesse simpatica o no, ma era abituata a comportarsi con cortesia verso gli ospiti, anche se non invitati.
«Ti ringrazio, tesoro, ma sono a posto così. Conosci Marina, mia figlia? Ha ereditato la mia capigliatura cespugliosa, ma da giovane si è presa la disgustosa abitudine di tagliarsi i capelli a spazzola. E indossa sempre quegli orecchini appariscenti! Povera cara; non ha mai avuto la fortuna di incontrare l’uomo giusto. Abita con un gatto nero nell’appartamento qui di fronte.»
«Sì, mi sembra di aver incrociato sua figlia un paio di volte nell’ascensore.»
Le labbra rugose della vecchia signora si allargarono in un sorriso, esibendo la rilucente dentiera.
«In verità, sono venuta a chiederti un favore,» dichiarò cambiando ancora una volta discorso.
«Se posso aiutarla…»
«Sei stata davvero brava con l’arredo del vostro nido d’amore. Hai scelto tu i mobili, no? Gli inquilini di prima non avevano di certo il tuo buon gusto. Un po’ mi ricorda la stanza 555 del Grand Hotel. Quello  di Alba. Una bella cittadina. Ci sei mai stata? Ne vale la pena, se non altro per i deliziosi tajarin con sugo di brasato al Barolo che servono al ristorante. Io e mio marito vi abbiamo soggiornato durante il viaggio del nostro quinto anniversario di matrimonio, tanto tempo fa. Per le nozze di legno.  Era il  1965… Che bei ricordi! Sai, caruccia, è tutto quel che mi rimane. I ricordi, s’intende. Se chiudo gli occhi è come se mi trovassi ancora lì. Un albergo da sogno!  E che stanza! Ampia, luminosa, decorata in modo eccelso. Proprio come il tuo appartamento. Antonio, mio marito,  mi voleva un gran bene. Anch’io lo amavo moltissimo. Per lui avrei fatto di tutto. Peccato che si sia innamorato della ragazza che abitava nello specchio.»
Virginia chinò la testa di lato, incerta sul significato preciso  di quelle parole.
«Molti anni prima che vi soggiornassimo noi» continuò la signora, «nella stanza 555 aveva alloggiato una giovane donna in fuga dal marito.  Sembra che lui la trattasse in modo poco carino, non so se mi spiego. La ragazza era molto infelice e, dopo  l’ultimo litigio, andò a rifugiarsi al Grand Hotel. Era così triste che non tornò mai più dal marito. Pare che lui sia andato a cercarla, ma la stanza era vuota. La ragazza era svanita nell’aria. Per interi giorni la polizia tentò di rintracciarla, perlustrando ogni centimetro dei dintorni. Fatto sta che alla fine ritrovarono il corpo in fondo a un lago, non molto distante dall’albergo. Aveva riempito le tasche di sassi, proprio come Virginia Wolf. Hai mai letto Virginia Wolf? Orlando?»
«No. Mi dispiace. Io…» balbettò Virginia.
La Signora Anna proseguì col suo racconto: «La ragazza si chiamava Giada, come la pietra. Si era tolta la vita ma, per una bizzarra congiura, pare che la sua anima non si sia mai allontanata dalla stanza 555.»
Virginia fissava  attonita la vecchia signora, che continuò: «La nostra permanenza al Grand Hotel è stata davvero fuori dal comune. Sai, tesoro? Spesso, quando io e Antonio andavamo a far colazione, o una passeggiata nei dintorni, lui diceva di aver dimenticato qualcosa, e ritornava in camera.  In pratica, passava tutto il  suo tempo in quella camera. Quando finalmente mi raccontò della ragazza che viveva nello specchio, tutto  si chiarì nella mia mente.  Le sue scappatelle avevano un senso. Pare che lei si fosse innamorata di lui la prima volta  che l’aveva visto. E da allora, appena  Antonio era solo, lei provava a sedurlo. Alla fine anche lui s’innamorò di lei. Finché – il nostro viaggio era quasi giunto al termine – Antonio sparì. Lo cercai dappertutto, ma non c’era più.  Svanito nel nulla, come Giada, la ragazza triste. Non  osai dire alla polizia di controllare in fondo al lago: avevo paura che sospettassero di me. Giuro che non avevo niente a che fare con quella storia! Dopo settimane, ero già tornata a casa, la polizia mi chiamò per comunicarmi che le ricerche erano state abbandonate. Immagino  si fossero convinti che Antonio  fosse scappato con un’altra.»
Virginia era sconvolta, sentire quella macabra storia le dava i brividi, ma non aveva il coraggio di interrompere l’anziana.
«La chiamata della polizia non mi colse di sorpresa, come avrai capito. La sera in cui era sparito Antonio, io l’avevo visto nello specchio. Si era affacciato a chiedermi scusa per il suo tradimento. Non era stato capace di resistere a Giada, mi aveva spiegato. Che ci potevo fare, io? Ho detto a mio marito che ormai la frittata era fatta e che di certo non volevo stare con uno che si era innamorato di un’altra. Giada era accanto a lui, dentro lo specchio: mi sorrise e mi ringraziò.  Era bella. Molto più bella di me. Si  capiva che aveva ritrovato l’amore ed era di nuovo felice.»
Virginia era perplessa, e anche un po’ imbarazzata.  Quella storia era incredibile.  Di sicuro frutto dell’immaginazione distorta della signora.
«Alcuni anni dopo sono tornata in quella stessa stanza con Giovanni, il mio secondo marito e, mentre ero sola, ho visto di nuovo Antonio nello specchio. Il concierge, persona gradevolissima, mi ha confidato che le donne innamorate che  soggiornavano in quella stanza con il marito, guardando nello specchio,  potevano vedere la coppia di innamorati.»
A questo punto l’anziana fece una pausa e fissò Virginia negli occhi: «Ecco il favore di cui ti parlavo prima. Mi piacerebbe che tu e tuo marito andaste a portare un saluto a Antonio, a nome mio. Vorrei tanto che sapesse che non l’ho dimenticato. Ci andrai. Vero, caruccia? Me lo prometti?»
Virginia provò a schiarirsi la voce ma le parole sembravano irrimediabilmente  incagliate in fondo alla gola. Tutta quella storia era pazzesca. Alla fine annuì con un movimento vigoroso della testa.
Soddisfatta,  la signora Anna si alzò un po’a fatica dal  divano.
«Ti ringrazio di cuore per avermi ascoltata con tanto interesse. Sei un amore. Ti saluto, carina.»
Virginia corse ad aprirle la porta e la vecchia signora se ne andò.

Nelle settimane successive, più volte Virginia incrociò la figlia di Anna per i corridoi del palazzo, ma a parte salutarla, non ebbe il coraggio di chiedere notizie sull’anziana. L’incredibile storia che le aveva raccontato la signora Anna non le usciva dalla testa, anche se capiva che non si trattava d’altro che di un racconto partorito dalla folle immaginazione di una mente senile.
Finché un giorno si ritrovò insieme a Marina nell’ascensore. Rinchiuse nell’abitacolo, Virginia osservò i capelli a spazzola della donna e gli orecchini appariscenti, trovando lo stimolo per chiederle di sua madre, che da allora non aveva più rivisto.
«Mia madre?» rispose la donna osservando Virginia con uno sguardo sorpreso. «Credo che mi stia confondendo con un’altra persona.»
Virginia batté le ciglia.
«La Signora Anna non è sua madre? Ero invece convinta che lo fosse. Mi aveva parlato di lei e mi aveva raccontato una storia che ancora adesso non mi esce dalla testa.»
La donna sgranò gli occhi. Era  confusa: «La Signora Anna? Che  cosa le ha raccontato?»
«Mi ha parlato della ragazza nello specchio e di suo marito. Mi scusi, forse ha ragione, mi sono sbagliata.»
Gli occhi di Marina si riempirono di lacrime.
«Cosa c’è? Non si sente bene?»  domandò Virginia, vedendola in quelle condizioni.
«Le ha raccontato di Giada?» chiese infine Marina continuando a fissare un punto dinanzi a sé.
«Sì, la ragazza nello specchio si chiamava Giada. E la Signora Anna, allora?»
«Sì, Anna era il nome di mia madre. Ma è morta molti anni fa.»

Seduta sul bordo del letto, Virginia si infilò le scarpe e si girò per abbracciare il marito.
«Comincia ad andare giù, amore. Arrivo tra un attimo. Fammi solo sistemare i capelli che oggi assomigliano a un nido di topi,» disse baciandolo sulla guancia. Che i suoi capelli assomigliassero per davvero a un nido di topi – o all’idea che Virginia aveva di un nido di topi – era irrilevante: lo sguardo di  Fabrizio raramente si era alzato al di sopra dell’altezza dei suoi occhi. Virginia aveva l’impressione che fosse una prerogativa maschile non accorgersi delle metamorfosi che attraversavano le capigliature delle loro donne.
«E cosa faccio, giù da solo? Lo sai che mi piace quando mi prepari tu la colazione, Vivy.»
«È già tutto pronto, amore, devi solo servirti. Siamo in un albergo e sotto ci aspetta un buffet, principesco. Te lo ricordi? Anzi, se mi prepari una tazza di earl grey mi fai un favore. Così, quando arrivo, si è già raffreddato.»
«Perché? Hai fretta di berlo?»
Virginia sbuffò, roteando gli occhi.
«Vai, vai,» disse alzandosi e spingendo il marito verso la porta. «Ce la puoi fare da solo, vedrai. Arrivo tra un attimo.»
Appena chiuse la porta della stanza 555 al Grand Hotel, Virginia si avviò a passi spediti verso il grande specchio ovale appeso al muro. Si fermò davanti al vetro che rifletteva i mobili sontuosi sparsi nella grande  camera, circondato da una cornice dorata a ghirigori. Il cuore le batteva  forte. Vedeva la sua figura ansiosa riflessa in primo piano. Era diventata pazza, ne era sicura, ma aveva giurato che non avrebbe mai raccontato la sua follia a nessuno. Sarebbe rimasta per sempre un suo segreto.

Aspettò, in attesa di vedere  apparire dentro lo specchio la coppia di amanti. A un certo punto incrociò le braccia e iniziò a rosicchiarsi le unghie. Fuori, il sole si nascose dietro a una nuvola e la camera divenne più buia. O almeno, così le sembrò  Subito dopo, un  violento fascio di luce uscì dallo specchio e Virginia fu sicura che quel fenomeno non avesse niente a che vedere con le normali condizioni atmosferiche. Socchiuse gli occhi, accecata dal riverbero, e fu allora che li vide. O meglio: allora lo vide. Lui. Un uomo. Da solo. Mezzo nascosto dietro a una nube fumosa che gli schermava il volto. Virginia sgranò gli occhi, il cuore che faceva salti olimpionici dentro il petto e le mani che tremavano come una banderuola al vento. Via via, le sembianze dell’uomo divennero sempre più nitide. Poi, in un batter d’occhi, la luce che usciva dallo specchio si spense e il nuvolone che copriva il sole si dissolse nel vento, o almeno così le parve, perché la luce esterna tornò a intrufolarsi nella stanza. Tutto ritornò alla normalità, tranne la figura maschile che la guardava dritto negli occhi da dentro lo specchio, i lineamenti nitidi come se si trattasse di una ripresa in HD.
L’uomo era bellissimo: possedeva una carnagione nivea come latte di montagna; i suoi occhi avevano il colore del mare caraibico e la bocca era bordeaux come una ciliegia matura. I  capelli erano così neri e splendenti che sembrava fosse appena uscito dal parrucchiere e una brezza di origine sconosciuta li faceva agitare con dolcezza, come fossero seta. Oltre alla bellezza dirompente,  possedeva un fascino nascosto che Virginia non fu capace di descrivere. La osservava con uno sguardo penetrante.
«Ti aspettavo, dolcezza.»
Un brivido le percorse la schiena. I peli della nuca e i capezzoli si drizzarono.
«Mi… aspettava? Non può essere… Mi scusi, ma si sbaglia. Lei si chiama Antonio, vero? Mi ha chiesto Anna di venire a portarle i suoi saluti. Mi ha detto di dirle che non  l’ha dimenticato. Ma Giada non c’è?»
«Giada? Giada è stata solo la prima. Se n’è andata tanto tempo fa. Dopodiché è arrivata Roberta, poi c’è stata Martina, Adele… be’, non mi sembra il caso di continuare.»
«Non capisco. Chi c’è, lì con lei?»
«Ora sono solo, tesoro. Te l’ho detto: ti stavo aspettando.»

Fabrizio entrò nella stanza.
«Vivy, dove sei? Perché ci metti così tanto a venire giù? Il tuo tè ormai si è freddato.»
Accostò la porta e si incamminò verso il bagno.
«Vivy, sei qui?»
La stanza piastrellata era vuota. Uscì dal bagno e si fermò in mezzo alla grande camera da letto, le mani appoggiate ai fianchi e lo sguardo perso altrove. Prima, mentre aspettava la moglie giù al ristorante dell’albergo, l’aveva chiamata. Il cellulare, però, suonava a vuoto. Era molto strano. Virginia e il suo telefonino erano inseparabili. Prese il cellulare e digitò ancora una volta il numero della moglie.
Mentre ascoltava il telefono squillare, un rumore quasi impercettibile richiamò la sua attenzione. Allontanando il  cellulare dall’orecchio, Fabrizio fece attenzione alla provenienza del suono. Si trattava di una sorta di deboli stridii, e sembrava provenire da dietro lo specchio. Fabrizio chiuse la chiamata e accostò  il viso alla parete, cercando di guardare dietro lo specchio. Ma non c’era nulla.  Il muro era pulitissimo; nemmeno una ragnatela.
Ora il rumore si era interrotto.
Fabrizio si allontanò e provò a richiamare la moglie. Non rispondeva, ma notò che il rumore nella stanza era ricominciato. Decise di non farci più caso. Probabilmente il suono proveniva dalla camera adiacente.
Chiuse la chiamata e il rumore cessò.
Chissà dov’era andata Virginia, pensò Fabrizio uscendo dalla camera deciso a cercarla altrove.

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Alexandra Maio è nata a Rio de Janeiro. A ventiquattro anni, subito dopo la laurea, è venuta con alcune amiche in Italia, e travolta dall’amore, nonni è più spostata. Vive felicemente con il suo compagno da più di vent’anni. Ha scelto di firmare con uno pseudonimo perché Fatima suona troppo religioso per gli italiani. Alexandra (al maschile) sarebbe stato il suo nome se fosse nata bimbo anziché bimba e Maio è la grafia portoghese del suo mese di nascita. Se volete leggere i suoi romanzi, li trovate QUI.

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1 Commento

  1. 5 ottobre 2016 at 7:21 — Rispondi

    Quando la paura ha il fascino di un uomo nello specchio…

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