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La piccola storia di un grande amore, Erika Bissoli

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Sessantasei anni d’amore… e non sentirli. La storia di Giuseppe e Virginia.

Non si sente il freddo, quando si è giovani.
Non come lo sentono gli adulti, probabilmente.

Giuseppe uscì di casa con l’entusiasmo dei suoi diciassette anni e un solo obiettivo in testa: raggiungere la casa di Virginia, la sorella del suo migliore amico Gigi, impiegando il minor tempo possibile.
Con il vapore che usciva dalle labbra a ogni respiro, il ragazzo correva a perdifiato nei campi brulli, perché quella era una giornata speciale.
Speciale per lui e per il suo futuro, almeno.
Non erano molti a credere nella magia del San Valentino, presi dalle mille incessanti attività che riempivano le giornate invernali, ma lui sì e aveva atteso di proposito quel giorno.
Rallentò in prossimità della casetta dell’amico per riprendere fiato: non era bello presentarsi alla gente con il respiro affannoso dovuto a una lunga corsa; usò poi il tempo impiegato per arrivare a destinazione a rassettare la giacca blu della domenica, ereditata dal fratello Vinicio, a cui ora non entrava più.
Con il cuore in gola che batteva all’impazzata, si fermò sull’ultimo scalino del porticato e bussò alla porta di legno.
«Arrivo» strillò qualcuno dall’interno.
Qualche secondo dopo, la signora Tania aprì l’uscio, facendone cigolare i cardini arrugginiti.
«Ah, ciao Giuseppe. Gigi è nei campi.»
«Buongiorno, signora. Veramente non sto cercando Gigi. Sono qui per incontrare il papà di Gigi, il signor Alfonso.»
«Ah» sospirò la donna, facendogli cenno di entrare. «Alfonso!» chiamò la donna. «Giuseppe Finderli vuole parlare con te.»
Il freddo sembrò farsi strada nel ragazzo, mentre muoveva qualche passo nella camera riscaldata dal calore della stufa a legna, eppure non si lasciò trasportare dai timori, si fece forza e raggiunse il signor Alfonso.
«Buonasera, signore» lo salutò quando gli fu davanti.
«Ciao, Giuseppe. Ti serve qualcosa? I tuoi stanno bene?»
Tipico del signor Alfonso informarsi sullo stato di salute dei suoi genitori: aveva un cuore grande anche più della pancia che debordava dai pantaloni e faceva tirare i bottoni della camicia a quadri.
«Sì. Tutto bene. Io sono…» cominciò svelto Giuseppe, con un groppo d’emozione che gli chiudeva la gola. «Sono qui per chiedere il permesso di vedere Virginia.»
Ecco, lo aveva detto. Così, tutto d’un fiato, come a voler sputare un boccone troppo grande per essere ingoiato.
Alfonso non rispose subito, aumentando il senso di disagio del ragazzo, ma quando, infine, parlò, lo fece con un tono neutro, quasi condiscendente. «E Virginia lo sa?»
«Sono venuto prima a chiedere a lei.»
«Tania, chiama Virginia, per piacere» disse Alfonso alla moglie. «Comunque, per me va bene. Non ho niente in contrario.»
Giuseppe si rese conto di non aver tirato il fiato fino a quel momento; l’arrivo della quindicenne nella stanza gli provocò un tuffo al cuore: Virginia era graziosa anche in quel momento, con i vestiti da casa e i capelli lunghi raccolti in una treccia spettinata.
«Dimmi papà» esclamò svelta, entrando nella stanza. Rallentò quando lo vide, stupita. Le gote si arrossarono appena, rendendola ancora più bella ai suoi occhi. «Ciao, Giuseppe.»
«C…ciao, Virginia.»
«Giuseppe mi ha chiesto di poter uscire con te» le spiegò il padre.
Il rossore accese ancora di più le guance colorite di ragazza; il sorriso trattenuto che le vide nascere sulle sue labbra incoraggiò Giuseppe e  lo fece ben sperare.
«Io ho detto di sì» concluse il padre, passando lo sguardo dall’uno all’altra.
«Grazie, papà.»
«Naturalmente, se va bene a te.»
«Sì, che va bene a me» sussurrò Virginia, liberando finalmente il sorriso.
«Grazie» gorgogliò Giuseppe, sull’orlo delle lacrime.
Quella stessa domenica, Giuseppe e Virginia sedettero l’uno accanto all’altro tra le file dei banchi della chiesa.
Anche se non poteva vederla bene in viso per via della veletta che le copriva i capelli e una parte di volto, Giuseppe sapeva che era terrorizzata per via delle chiacchiere della gente: li aveva visti, i compaesani, additarli e subito bisbigliare.
“Se potessi, chiuderei a tutti la bocca, perché tu possa essere felice” pensò Giuseppe.
Al termine della funzione, i due ragazzi uscirono insieme nel cortile, sotto l’occhio vigile dei genitori di entrambi. Solo qualche parola, prima che ognuno tornasse alle rispettive dimore, ma a Giuseppe bastò il suono della voce di Virginia perché la temperatura si alzasse all’improvviso e il sole arrivasse a riscaldarlo fin dentro le ossa.

Fu solo un anno dopo che Giuseppe si dichiarò apertamente alla sua Virginia, chiedendo la sua mano. O meglio, la domandò ad Alfonso, che accolse la richiesta nemmeno tanto stupito, affermando che, per quanto lo riguardava, si sarebbero potuti sposare appena la ragazza avesse raggiunto l’età giusta.
Giuseppe aveva scelto con cura la data, aveva parlato con il signor Alfonso il 13 febbraio, in modo da potersi proporre a lei il quattordici, quel giorno speciale.
E lo fece.
Armato di un fiore non ancora in boccio, all’uscita dalla messa la accompagnò a casa e, restando a qualche passo di distanza dai suoi genitori, parlò.
«Io… ti vorrei sposare.»
Le parole rotolarono fuori dalle labbra secche, ma sicure dei sentimenti di entrambi.
«E io ti sposo» fu la risposta.
«Tuo papà ha detto che vuole che aspettiamo che compi diciotto anni» spiegò Giuseppe, tirando fuori dalla tasca dei pantaloni un anellino per l’amata: aveva lavorato sodo per tutta l’estate  per poterglielo comprare. «Questo è per te.»
Virginia lo prese e lo mise al dito, sorridendo con le lacrime che le riempivano gli occhi. «Grazie» mormorò.
«È per dimostrarti che faccio sul serio. Che ti amo e che ti voglio sposare. E voglio passare tutta la mia vita con te. Renderti felice.»
«Sono sicura che saremo felici. Insieme.»
«Sì» si trovò d’accordo.
Il futuro prometteva di essere radioso. Giuseppe avrebbe tanto voluto prenderla tra le braccia e stringerla a sé, ma la presenza dei genitori di lei, della strada e delle convenzioni sociali lo fermarono.
“Te lo prometto… anzi, te lo giuro: farò di tutto per renderti felice”, fu il pensiero di Giuseppe.
L’ufficialità del fidanzamento permise loro di avere un poco più d’intimità. Giuseppe riuscì a rubare un bacio, il suo primo bacio, a Virginia in uno splendido pomeriggio del mese di aprile, con il cuore che gli batteva forte nel petto e le mani che tremavano di emozione, le dita perse tra i suoi bei capelli fulvi.
Si sposarono subito dopo il compleanno di Virginia, il dodici di giugno, il giorno più atteso. Faceva un caldo insopportabile per essere quasi estate, ma la felicità del momento faceva passare ogni disagio in secondo piano.
Virginia era bellissima col suo abito bianco e il velo candido che le copriva il capo; i capelli ricadevano sulla schiena in morbidi boccoli e il viso era reso ancor più luminoso da un trucco leggero  e inconsueto.
Proprio lei che non si truccava mai.
Il banchetto del loro matrimonio si tenne a casa di Virginia: avevano arrostito la carne e mangiato cacciagione finché, all’imbrunire, i due sposi erano stati accompagnati alla loro nuova casetta tra auguri e sciocche, immancabili allusioni.
Era iniziata così la loro vita insieme.
Qualche volta, nel corso degli anni, Giuseppe e Virginia avevano avuto dei momenti difficili, sia economici che di coppia, ma tutto aveva sempre trovato la giusta risoluzione, nei giusti tempi.
Dalla loro unione, erano nati tre figli meravigliosi: Giovanna, Adriana e Francesco. Tutti quanti, ognuno a suo modo, avevano dato grandi soddisfazioni ai genitori. Giovanna era ora proprietaria di un negozio di dolci, Francesco era diventato medico condotto e Adriana era una donna felicemente sposata e contenta di fare la mamma a tempo pieno.

Quella mattina, Giuseppe si era chiuso nella piccola serra che lui stesso aveva costruito insieme a  Francesco e Doriano, il marito della figlia. Era particolarmente importante riuscire a portare a termine il suo obiettivo nel minor tempo possibile, visto che quell’anno il fattore meteorologico non aveva collaborato: l’inverno, fino a quel momento era stato rigido, le temperature erano scese parecchie volte sotto lo zero, rischiando di compromettere il suo duro lavoro.
Certo, sarebbe stato facile andare a comprare dei fiori, ma non sarebbe stato lo stesso per lui: era una pratolina quella che voleva regalare a San Valentino alla sua Virginia.
Quella che aveva sancito il loro impegno formale.
Quella che aveva accompagnato, ogni anno, il loro grande amore.
Purtroppo, però, il tempo non voleva saperne di collaborare, la piantina prelevata dal giardino in tutta segretezza e impiantata in un vasetto, di nascosto dalla sua Virginia, non era ancora riuscita a sbocciare.
Giuseppe restò con la margherita per tutta la mattina. La pose più vicina al sole, a tratti la accostò al telo di nylon nella speranza che il calore producesse il miracolo, e ancora, di nascosto, s’intrufolò in casa e provò a usare un asciugacapelli.
Niente.
Era quasi mezzogiorno, quando cedette ed entrò in casa con il vasetto stretto tra le mani rugose.
Per la sua Virginia.
Eccola lì, la sua compagna di vita, la sua metà di cuore: intenta ai fornelli nella cucina linda e ordinata; si muoveva lentamente, quanto le permetteva l’età ormai avanzata. Giuseppe sapeva che avrebbe ritrovato il solito sorriso che le piegava all’insù gli angoli delle labbra.
«Era ora che entrassi» disse lei, accorgendosi della sua presenza senza nemmeno alzare gli occhi dal proprio lavoro, tutta impegnata a cucinare il pranzo. «È pronto.»
«Ho una cosa per te» rispose Giuseppe, trascinando i piedi sul pavimento per andarle vicino. Zoppicava parecchio negli ultimi tempi, segno che la sciatica aveva ripreso a farlo dannare.
«Una cosa per me?»
Virginia si voltò a guardarlo, volse lo sguardo ormai cadente cercando gli occhi del marito e poi lo posò sulle mani, e sorrise alla vista della piantina in boccio.
«Ce l’hai!» esclamò, contenta come una bambina.
«Potevo mancare il nostro solito appuntamento?»
«Ha fatto tanto freddo quest’anno» osservò Virginia.
«E infatti, quest’anno non sono riuscito a farla aprire.»
«Non importa. Non avrebbe fatto differenza nemmeno se tu non l’avessi portata.»
«Mi vuoi sposare?» le domandò, sentendo la sua stessa voce incrinarsi nel pronunciare quelle parole così famigliari.
«Sì» rispose Virginia, afferrandogli le dita con le proprie, deformate ormai dall’età e dall’artrosi. «Sono sessantasei anni che me lo chiedi.»
«Lo so.»
«La conosci la mia risposta.»
«E per ogni anno che avremo a disposizione, io ti chiederò di sposarmi. Anche se conosco già la tua risposta.»
«Giuseppe, io ho scelto di sposarti ogni giorno della mia vita.»
Ogni altra parola non sarebbe bastata per spiegare il sentimento che li univa da tutta una vita. Bastarono gli sguardi, quelli di due persone che hanno condiviso ogni singolo giorno, per scambiarsi altre promesse d’amore.

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Erika Bissoli potete trovarla QUI, se volete (sì, che volete) leggere i suoi romanzi.

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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