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John Cassavetes: lezione di vita e di cinema

Un nuovo articolo di Alessandro Ceccarelli su un attore che, personalmente, ho amato moltissimo.

Fra tutti coloro che avranno commentato, sorteggeremo (lo so, è il festeggiato che di solito RICEVE i regali…) una copia cartacea di “Il demone di Brera”, di Ippolito Edmondo Ferrario, un noir con i fiocchi (Fratelli Frilli Editori).

“Per me i film hanno poca importanza. È la gente che è più importante” (John Cassavetes)

“Cassavetes ha spazzato via il vecchio vocabolario cinematografico. Quando ho visto quello che faceva, è stato come un’illuminazione: ho capito che era possibile, che anche io potevo fare un film se lo volevo” (Martin Scorsese)

Il suo lavoro è stato e resta straordinario. Siamo stati fortunati ad avere qualcuno come lui” (Jim Jarmush)

“Film come Una moglie e La sera della prima non soltanto offrono interpretazioni inarrivabili, ma sono anche innovativi nella forma. Vorrei poter fare film come quelli di Cassavetes, un giorno” (James Franco).

John Cassavetes è stato uno dei registi cinematografici più innovativi e sorprendenti degli ultimi cinquant’anni. I suoi film, purtroppo non molto conosciuti e apprezzati dal grande pubblico, hanno contribuito in maniera determinante all’evoluzione stilistica, estetica ed esistenziale del modo di concepire una pellicola.  Il cineasta newyorchese è stato il precursore e il protagonista assoluto della nascita del cinema indipendente (all’inizio degli anni ’60) che influenzò profondamente i registi ‘della nuova Hollywood’ come Coppola, Scorsese, Forman, Altman e Penn che emersero tra la fine degli anni ’60 e i primi anni del decennio successivo. John Cassavetes ha rivoluzionato l’arte cinematografica e il linguaggio immettendo il ‘concetto di improvvisazione’ durante le riprese (riproposto soprattutto da Robert Altman e Martin Scorsese). Per improvvisazione Cassavetes intendeva che gli attori fossero liberi di portare dettagli, espressività e battute che non erano scritte nel copione. Non diceva mai agli attori come dovevano recitare la scena. Prima delle riprese però parlava per ore ed ore del personaggio e del carattere. Altra caratteristica unica nel suo cinema era l’uso della camera a mano che seguiva da vicino il dramma interiore degli attori (soprattutto nel capolavoro “Faces” del 1968) che ha anticipato di quasi tre decenni il manifesto ‘Dogma 95’ dei registi Lars Von Trier e Thomas Vinterberg. Infine John Cassavetes oltre ad essere un artista eccezionale è stato un profondo amante e stimatore degli attori. Artisti come la moglie Gena Rowlands (forse la più grande attrice vivente), Peter Falk, Seymour Cassel, John  Marley e Ben Gazzara hanno avuto con Cassavetes un rapporto umano ben al di là della professione. Lavorare con un simile cineasta era soprattutto una lezione di vita in cui era chiaro il concetto di essere un uomo e un artista.

Una carriera dietro e davanti la macchina da presa

Per riuscire a finanziare i suoi film (impresa spesso difficile e complessa) John Cassavetes dovette lavorare anche come attore (un po’ come Orson Welles) in pellicole a volte mediocri. Con i soldi incassati per le sue splendide performance (ricordiamo almeno ‘Rosemary’s Baby’ di Roman Polanski, ‘Contratto per uccidere’ di Don Siegel, ‘Quella sporca dozzina’ di Robert Aldrich e ‘Di chi è la mia vita’ di John Badham), Cassavetes potè girare i suoi film migliori come “Ombre”(1959), “Gli esclusi” (1963), “Volti” (1968), “Mariti” (1970), “Una moglie” (1974) e “La sera della prima” (1977), che altrimenti non sarebbero mai usciti nelle sale. Il regista non era amato dai grandi produttori di Hollywood. Celeberrima rimane la rissa con Stanley Kramer che gli chiuse le porte dell’industria del cinema. I suoi film erano troppo complessi e innovativi per essere un business. Tra il 1951 e il 1989 (lavorò sino alla fine) recitò in ben 75 film per essere completamente libero di girare solo 12 film come regista e sceneggiatore. Il più alto incasso della sua carriera fu “Una moglie” che racimolò poco più di sei milioni di dollari, una cifra irrisoria rispetto alla media dei film hollywoodiani.

Gli ultimi film della sua vita

Negli anni ’80 divenne sempre più difficile per John Cassavetes trovare i finanziamenti per realizzare i suoi film. Dal 1980 al 1989 (anno della sua scomparsa) il cineasta newyorchese riuscì a girare solo tre pellicole: “Gloria”, “Love Stream” e “Big Trouble”. Per il primo film Cassavetes vinse il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia e ottenne lusinghieri consensi dalla critica e dal pubblico. Gli ultimi due furono girati invece tra enormi difficoltà con i produttori e soprattutto per il sopraggiungere della malattia che gli fu fatale. Durante le riprese di “Love streams” gli fu diagnosticato un tumore al fegato. Nel 1985 Cassavetes si aggravò e la malattia si rivelò incurabile. Il cineasta lottò sino al 3 febbraio del 1989 quando si spense a soli 59 anni al fianco del suo grande amore: Gena Rowlands, unica moglie della sua straordinaria vita.

Filmografia:

Shadows (1959)
Too late blues (1961)
A child is waiting (1963)
Faces (1968)
Husbands (1970
Minnie and Moskowitz (1972)
A woman under the influence (1974)
The killing of a chinese bookie (1976)
Opening night (1977)
Gloria (1980)
Love streams (1983)
Big Trouble (1985)

Da non perdere il volume “Un’autobiografia postuma”  (edito da Minimun fax, 534 pag. 18 euro), curata da Ray Carney, che è uno dei maggiori studiosi dell’opera di Cassavetes. In questo libro taglia e cuce dichiarazioni, interviste, articoli, conversazioni in cui Cassavetes racconta la propria vita e i propri film. Carney inserisce poi numerosi passaggi di raccordo, che rendono la narrazione lineare.

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512aICdO5NL._SX344_BO1,204,203,200_Due parcheggiatori abusivi trovano il cadavere di una ragazza in un magazzino abbandonato dietro al campo da bocce dei giardinetti Italo Calvino. Il titolare di un’agenzia matrimoniale specializzata in truffe sentimentali viene freddato con diciassette colpi di pistola nel suo ufficio al Quadrilatero. Il commissario Giorgio Paludi rientra forzatamente dall’aspettativa e si addentra in un’indagine impossibile: dalle case popolari al nuovo “ghetto” di San Salvario, dagli ex quartieri FIAT, alla collina che domina il Po. Una sottile linea rossa unisce la periferia della città alle altre periferie d’Europa: una madre surrogata di San Pietroburgo, un hotel di lusso del centro di Varsavia, un autobus carico di modelle che attraversa paesini sperduti della Transilvania, una bionda da strappare il cuore che traffica in cocaina. Da Budapest alla frontiera moldava, dal Mar Baltico a Piazza Vittorio. Una resa dei conti criminale si è data appuntamento in città. Un mistero dalle mille facce che Paludi cerca di decifrare scivolando tra le strade che l’hanno adottato. Una Torino dura e affascinante, sospesa tra la notte e il giorno.

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