Interviste

Interviste: Maria Teresa Casella.

Maria Teresa Casella è conosciuta al grande pubblico anche con lo pseudonimo di Theresa Melville. Sono lieta di averla qui, tra le mie grinfie.

Che tipo
di scrittrice sei e qual è il genere che più ti rappresenta?

Sono una romanziera professionista, entusiasta e
orgogliosa di scrivere narrativa da oltre venticinque anni. La scrittura è parte
integrante della mia vita, è intrecciata nel bene e nel male al quotidiano;
forse per via di questa compenetrazione mi piace scrivere e leggere storie
ancorate alla realtà, compresa quella storica dei romance, le cui trame, nel
mio caso, a volte contraddicono i canoni del genere.
Per risponderti sulla mia tipologia di autrice, mi
rifaccio a un commento riportato sul sito di Leggereditore, marchio editoriale
che presenta in questi giorni in libreria una riedizione del mio romance “Rossa
d’Irlanda” (prima edizione 2002, “I Romanzi” Mondadori). Il post
è tratto da una vecchia recensione del blog La mia biblioteca romantica e recita:
“le storie non sempre confortanti, i personaggi a volte spigolosi fanno di
Theresa Melville un’autrice spesso al limite… “. Non sono riuscita a
risalire all’autrice della recensione, ma la ringrazio per aver colto questa
mia caratteristica. Sono in effetti una scrittrice “al limite”, anzi,
lo sono stata. Alla fine del 2013 ho festeggiato l’uscita di “Mai notte
più dolce”, romanzo conclusivo della trilogia dei Tourangeau, decidendo che
di limiti alla scrittura non ne avrei messi più. In questa ottica va
considerata la mia tendenza al noir. Il racconto “Progetti per il
futuro” edito da MilanoNera Ebook ne è la prova: la storia sembra negare
l’essenza dell’amore, in verità racconta un messaggio assai diverso, e lo
racconta senza blocchi strutturali né interpretativi.  
Tornando alla tua domanda circa il genere
letterario, il romance è quello che contraddistingue la maggior parte dei miei
titoli. Dai tempi di “Inconfessabile”, un rosa erotico
dell’esordiente Terry Domino uscito nella seconda metà degli anni ottanta, ho
pubblicato circa settanta titoli tra romanzi e racconti con svariati
pseudonimi, il più fortunato Theresa Melville; di questi testi, solo una decina
appartengono al genere noir.   

Hai un autore (o un’autrice) al quale
(alla quale) ti ispiri?
Ad ispirarmi sono molti autori, per
caratteristiche diverse. Mi riferisco a Zola, Thomas Hardy, Virginia Woolf, Hemingway,
Verga, Daphne Du Maurier, la Duras, ma la lista non finisce qui. Considero
alcuni dei modelli di riferimento stilistico, come Calvino e Steinbeck.     

Quale sarà il tuo prossimo
romanzo?
Sto lavorando a una storia contemporanea, che si
dipana lungo un percorso di maturazione della protagonista alle prese con un legame
amoroso complesso, costellato di incognite e difficoltà; il traguardo
rappresenta una scelta che condizionerà in maniera irreversibile l’esistenza
della coppia. È un romanzo che mi piacerebbe leggere, una trama che mi
appassiona. Se tutto va come spero, dovrei riuscire a terminare la prima
stesura a ridosso dell’estate.       

Da dove arriva l’ispirazione?
L’idea mi arriva da un’immagine, da qualcosa di
concreto e reale. Può essere il dettaglio di un paesaggio, la scena di un film,
un antico ritratto o il volto di chi mi sta vicino in autobus. A quell’immagine
che mi ha colpita, associo impulsivamente un’atmosfera e pongo al centro un
personaggio.
Uno dei miei romanzi che più ho amato, “Charlene”,
nacque osservando la fotografia di un dipinto di Eugène Delacroix chiamato
“Ragazza orfana al cimitero”. Nell’espressione della fanciulla
ritratta vidi la forza, la ribellione e la tenacia di una poetessa male in
arnese che lotta per affermare il proprio talento. Ambientai la storia di
Charlene, la protagonista, nel Romanticismo letterario francese e feci di
Delacroix uno dei personaggi comprimari.
Avverto potenziali trame nei modi e nei momenti
più bizzarri. Purtroppo non ho il tempo di scriverle tutte.
Hai un
luogo speciale nel quale ti rifugi per scrivere?
Nessun rifugio: uno studio con la porta sempre
aperta, dove me la cavo con l’autodisciplina. Con ritmi più o meno serrati
scrivo tutti i giorni, e sono ormai abituata a farlo anche nella confusione
inevitabile in una famiglia di quattro persone, due cani e un gatto.
Qual è
il tuo metodo di scrittura?
Scrivo un soggetto di un paio di cartelle,
analizzo le varie possibilità inerenti lo sviluppo della trama e metto a punto i
personaggi principali, caratterizzandoli rispetto ai comprimari; nel caso dei
romanzi storici, contestualizzo la vicenda nel periodo scelto
contemporaneamente alla stesura del soggetto. Scrivo la scaletta dei capitoli,
anche se non sempre poi mi attengo a quanto prestabilito; l’elaborazione mi
serve per ragionare sulla trama, è un sorta di brainstorming solitario. Solo
dopo passo all’incipit, sul quale mi soffermo in genere a lungo, prima di sentirmi
pronta a proseguire.     
Come
tieni separate (se ci riesci) la vita di tutti i giorni e l’attività di
scrittrice?
Le due cose s’intrecciano e si condizionano.
Lavorare in casa è un privilegio, ma impedisce di staccarsi dalla realtà
famigliare, quindi le priorità vanno stabilite di volta in volta. Capita spesso
che coinvolga mio marito o i miei figli in una scelta narrativa sulla quale
tentenno, e sono momenti molto divertenti. 
 
Vuoi
mandare un saluto a tutte le Ewwe?

Non solo le saluto, ma le ringrazio per aver
accolto con tanto calore la nascita di EWWA. Come socia fondatrice, per il
primo anno mi sono occupata delle iscrizioni – ora l’incarico è passato alla
bravissima, e mia preziosa amica, Viviana Giorgi – ma ancora conservo intatta
l’emozione procuratami dai primi messaggi di sostegno traboccanti di entusiasmo.
Perciò grazie a te, Babette, per l’intervista e grazie a tutte le Ewwe, con
l’augurio di condividere ancora molti progetti sotto l’egida della nostra
associazione.

“Rossa d’Irlanda” potete trovarlo qui:
“Progetti per il futuro” potete trovarlo qui:
Post precedente

La Vie En Rose - Firenze 2015

Post successivo

Celeste era il mare, di Sabrina Grementieri

Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

2 Commenti

  1. Teresa Siciliano
    26 gennaio 2015 at 9:32 — Rispondi

    Sono molto affezionata a questa autrice, anche se a volte abbiamo un po' discusso sulle sue scelte narrative. Approvo incondizionatamente i suoi noir, soprattutto Amore obliquo: noir veramente nerissimo. Ho più perplessità sui romance, soprattutto per la sua tendenza a forzare le regole del genere. Ricordo in particolare un suo racconto dove si riabilitava l'adulterio in famiglia o la serie sulla rivoluzione francese, in cui si uccideva la protagonista. Dal momento che non voglio mettere limiti all'inventiva della nostra Terri, forse in questi casi bisognerebbe avvertire le lettrici che stanno per leggere un rosa non convenzionale.
    Una volta che si sa in anticipo, tutto si può accettare. Soprattutto perché siamo in presenza di un'autrice di gran livello.

    • Babette Brown
      27 gennaio 2015 at 17:42 — Rispondi

      Mi piacciono questi tuoi pensieri, Teresa. Sono illuminanti.

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *